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I luoghi di Pasolini Pasolini e il Terzo Mondo
«Il prossimo film che farò si intitolerà Appunti per un poema sul Terzo Mondo e comprenderà quattro o cinque episodi e uno di questi si svolgerà in Africa e sarà Il padre selvaggio; però non ne sono certo. Può darsi che anziché fare Il padre selvaggio faccia un altro film che mi è venuto in mente, sempre però su questa linea, cioè una Orestiade ambientata in Africa. Ricreerei delle analogie, per quanto arbitrarie e poetiche, e in parte irrazionali, tra il mondo arcaico greco, in cui appare Atena che dà, attraverso Oreste, le prime istituzioni democratiche, e l’Africa moderna. Quindi Oreste sarebbe un giovane negro, mettiamo Cassius Clay (pensavo a lui come protagonista), che ripete la tragedia di Oreste. Comunque, sia che si tratti di un film su Il padre selvaggio o sull’Orestiade, in ogni caso non sarà fatto come un vero e proprio film, ma come un "film da farsi". Questo "film da farsi" l’ho sperimentato in India qualche tempo fa. Anche in India sono andato con un soggetto di film, la storia di un maràgia il quale, secondo una leggenda mitica indiana, offre il proprio corpo alle tigri per sfamarle (questo, idealmente, prima della liberazione dell’India); e, dopo la liberazione dell’India, sempre idealmente, cioè implicando i problemi moderni dell’India, la famiglia di questo maràgia scompare perché i suoi membri muoiono ad uno ad uno di fame durante una carestia. Questa era l’idea del film. Così sono andato in India a fare una specie di inchiesta per verificare se questa idea era attendibile o no. Per sentire dagli indiani, i più diversi, da un maràgia stesso ad alcuni santoni, dalla gente del popolo a degli scrittori, se questo film poteva essere fatto o no. Ora ne è venuto fuori un film che ha tuttavia questa trama: la trama rimane, la storia rimane, però appunto, come trama "da farsi". Questa esperienza, fatta senza volerlo in India, vorrei allargarla, e girare un episodio simile per ognuno dei luoghi che sono tipici del Terzo Mondo; e uno di questi forse sarà appunto Il padre selvaggio (a meno che non sia sostituito dall’Orestiade). Il
primo incontro di Pasolini con la trilogia di Eschilo era avvenuto nel
1959, quando Vittorio
Gassman gli aveva commissionato una traduzione dell’Orestea
per una messa in scena che il noto attore intendeva realizzare al Teatro
greco di Siracusa. Pasolini, accettata con entusiasmo la proposta, in una
Lettera
del traduttore (premessa all’edizione dell’opera pubblicata nel
1960), evidenziava quello che ai suoi occhi era il nucleo fondamentale
dell’Orestea di Eschilo. Infatti, dopo aver affermato che «il
significato delle tragedie di Oreste è solo, esclusivamente, politico»,
e che i personaggi dell’Orestea sono in primo luogo dei «simboli:
o degli strumenti per esprimere scenicamente delle idee, dei concetti:
insomma, in una parola […] una ideologia», Pasolini indicava come
«il momento più alto della trilogia» l’episodio in cui
la dea Atena istituisce il primo tribunale democratico della storia, chiamato
a giudicare Oreste che, colpevole dell’assassinio della madre Clitennestra
(e del suo amante Egisto), aveva scatenato l’ira delle Erinni, oscure divinità
primordiali che puniscono i delitti contro il proprio sangue. Pasolini
ritornava dunque a Eschilo, inviando tramite i suoi cinquantatré
minuti di Appunti per un’Orestiade africana un «messaggio»:
la civiltà arcaica, superficialmente chiamata «folclore»,
non doveva essere dimenticata, disprezzata e tradita; doveva piuttosto
essere «integrata» con quella nuova. Inoltre, nella Lettera
del traduttore sopra citata, aveva delineato anche alcuni altri concetti:
«[...] certi elementi del mondo antico, appena superato, non andranno del tutto repressi, ignorati: andranno piuttosto, acquisiti, riassimilati, e naturalmente modificati. In altre parole: l’irrazionale, rappresentato dalle Erinni, non deve essere rimosso (ché poi sarebbe impossibile), ma semplicemente arginato e dominato dalla ragione, passione producente e fertile. Le Maledizioni si trasformano in Benedizioni. L’incertezza esistenziale della società primitiva permane come categoria dell’angoscia esistenziale o della fantasia nella società evoluta».Il film si apre sugli abitanti di un villaggio africano, intenti ad ascoltare la tragedia di Agamennone, tornato dalla guerra di Troia per essere trucidato dalla moglie Clitennestra e poi vendicato dai figli Oreste ed Elettra. Il film-dentro-il-film segue le ricerche di Pasolini in alcune cittadine per trovare gli interpreti: «[...] il carattere del mio film, deve essere profondamente popolare. I protagonisti devono essere questi, ecco qui: questa donna che raccoglie l'acqua dal pozzo, questo bambinello, questo giovanotto elegante. I personaggi del coro, chiacchiereranno intorno ai benzinai, con i loro clienti, i bambini curiosi, i sarti. I sarti e i loro clienti, naturalmente, faranno grandi chiacchiere. Parlano di potenti, parlano di politica. Non trascureremo, naturalmente, il barbiere, dove, come in tutto il mondo, si fanno grandi chiacchiere».In particolare, per l'interprete del ruolo di Elettra, la voce fuori campo di Pasolini spiega che «[...] è il personaggio più difficile da trovare, nell'Africa di oggi. Le ragazze africane, come vedete, sembrano prive di quel sentimento di fierezza, di durezza, di odio che animavano invece Elettra. Esse ridono. Pare che non sappiano fare altro che ridere, e accettare la vita come una festa, con i loro bei fazzoletti di tutti i colori, rossi, gialli, azzurri, violetti».Pasolini si presenta poi in un’aula dell’Università di Roma, dove spiega a un gruppo di studenti africani perché mai voglia trasportare le antiche tragedie a Kigoma, Kasalu e al lago Vittoria in Tanganica, a Kampala in Uganda, a Dar-es-Salaam: «[...] mi sembra di riconoscere delle analogie fra la situazione dell'Orestiade e quella dell'Africa di oggi, soprattutto dal punto di vista della trasformazione delle Erinni in Eumenidi. Cioè, mi sembra che la civiltà tribale africana assomigli alla civiltà arcaica greca. E la scoperta che fa Oreste della democrazia, portandola poi nel suo paese, che sarebbe Argo nella tragedia e l'Africa nel mio film, è, in un certo senso - diciamo così -, la scoperta della democrazia che ha fatto l'Africa in questi ultimi anni.» ![]() Pasolini pensò poi di inserire spezzoni di documentari sulla guerra in Biafra e, invece di abbinare le immagini al silenzio della colonna sonora, decise di fare cantare il testo di Eschilo da un gruppo nero di jazz americano. Il regista ci conduce nel "Folkstudio" di Roma, in cui riprende per circa dodici minuti una jazz session in cui Gato Barbieri - il noto sassofonista argentino che compose la musica originale del film - insieme alla sua band (composta dallo stesso Barbieri al sax, da Donald F. Moye alla batteria e da Marcello Melio al contrabbasso) accompagnano i cantanti Yvonne Murray e Archie Savage nella loro interpretazione cantata del sogno profetico di Cassandra, tratto dall’Orestea di Eschilo. ![]() «Ma un’improvvisa idea mi costringe a interrompere questa specie di racconto, lacerando quello stile senza stile che è lo stile dei documentari e degli appunti. L’idea è questa: fare cantare anzichè recitare l’Orestiade. Farla cantare per la precisione nello stile del jazz e, in altre parole, scegliere come cantanti-attori dei negri americani. Questo non sarà poi senza significato, perché se dei cantanti attori dell’America si prestano a girare in Africa un film sulla rinascita africana, evidentemente questo non può presentarsi senza un preciso significato. È ben chiaro, infatti, a tutti che venti milioni di sottoproletari negri dell’America sono i leaders di qualsiasi movimento rivoluzionario del Terzo Mondo».Dopo la sequenza con Barbieri, Pasolini torna bruscamente in Africa, dove il regista chiede ad alcuni individui di ripetere di fronte alla cinepresa alcuni gesti da loro compiuti nella vita ordinaria. Stacco sull’Università di Dar-es-Salaam - «che, vista da lontano, subito mostra inconfondibili segni di assomigliare alle tipiche università anglosassoni, neocapitalistiche» - a rappresentare il tempio di Apollo nell’equivalenza che li vede entrambi dedicati alla ragione. Per il regista, che dà voce alle proprie impressioni sulla colonna sonora, essa rappresenta «tutte le contraddizioni interne di queste giovani nazioni africane». All’università impegna un gruppo di studenti nella discussione di come rappresentare i vari personaggi e in particolare le Erinni, trasformate da Atena in Eumenidi. Qualcuno suggerisce una danza. Il film si chiude con una scena di danze tribali dei Wa-gogo in Tanzania, sul sottofondo di musica corale. Pasolini, alla fine, commenta: «Una nuova nazione è nata, i suoi problemi sono infiniti, ma i problemi non si risolvono, si vivono. E la vita è lenta. Il procedere verso il futuro non ha soluzioni di continuità. Il lavoro di un popolo non conosce né retorica né indugio. Il suo futuro è nella sua ansia di futuro, e la sua ansia è una grande pazienza».Benché avesse commissionato il lavoro, la Rai improvvisamente - e per vaghe ragioni «tecniche» - decise di non mandarlo in onda. «Paese Sera» il 17 aprile 1970 formulò l'ipotesi che si trattasse di timori per la censura. Il film venne proiettato in prima visione a Venezia, assieme a Medea, e il pubblico poté vederlo soltanto nel novembre 1975, il mese in cui Pasolini fu assassinato, in un piccolo cinema d’essai romano. L’esplorazione pasoliniana di un «altrove», di un mondo non ancora trasformato in «entropia borghese» - in parte età dell’oro e in parte utopia futura - era cominciata. Avrebbe espresso la propria condanna della modernità per analogia, mostrando la felicità dell’uomo nel passato e in tempi lontani, altrove nello spazio e indietro nel tempo. Come si è detto, la trasposizione africana dell’Orestea che Pasolini realizza, sia pure nella forma di appunti per un film "da farsi", doveva far parte, nell’intenzione dell’autore, di un ben più ampio progetto da intitolarsi Appunti per un poema sul Terzo mondo. Tale progetto, concepito da Pasolini tra il 1967 e il 1968, prevedeva una serie di episodi da ambientarsi in cinque aree del Terzo Mondo (Africa, Paesi Arabi, India, Sud America, ghetti neri degli Stati Uniti), di cui – soprattutto a causa dell’enorme sforzo produttivo che avrebbero richiesto – soltanto l’episodio africano e quello indiano furono realizzati. Il film Appunti per un'Orestiade africana è stato restaurato nel 2005 dal laboratorio "L'immagine ritrovata" della Cineteca di Bologna. --------------------------------------------------------------------------
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APPUNTI PER UN'ORESTIADE AFRICANA SI VEDA ANCHE IN "PAGINE CORSARE":
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