.
2 novembre 1975 - 2 novembre 2011
Claudio Rampini scrive...


...un tenero dolce agnellino, una bambina bellissima, deliziosa e dolcissima, che guarda la cinepresa curiosa ed intimidita come un animaletto di sottobosco...

Cara Angela,

tra pochi giorni ricorrerà l'anniversario della morte di PPP, ancora un momento per pensare a lui e alla sua opera, allo strazio della sua scomparsa. Io continuo ad essere ottimista, mai sangue versato da una sola persona ha generato tanti teneri germogli, e lo dico conscio di far torto a quell'altro grande personaggio che ha così intensamente influito sulla storia umana: Cristo. Perché le coscienze si aprono e niente e nessuno può dare torto a chi è venuto prima di noi, perché su quei pensieri e su quelle menti siamo cresciuti anche noi, e così la storia continua.

Dopo avere riflettuto con te, testimone silenzioso che per me parli solo con le tue Pagine Corsare, sulla esegesi impossibile della parola pasoliniana come metafora del suo pensiero di sterminata e straziante grandezza, sono venuto a conoscenza di una sua cosiddetta “opera minore”, del tutto casualmente, “Appunti per un film sull'India” che PPP realizzò nel 1968. Ricordo che TV7, la trasmissione allora dedicata ai temi dell'attualità, andava in onda piuttosto tardi, ero bambino e mi
addormentavo spesso sulle prime note della sigla di apertura.

Così, dopo più di quarant'anni, in modo del tutto casuale sono venuto a conoscenza di questo “pezzo”, che PPP intendeva come un semplice quaderno di appunti, scevro come suo stile da ogni tentazione estetica e romantica, è quello stesso PPP che poco tempo dopo avrebbe creato “Teorema” con lo stesso spirito di un “(...)  Dio che distrugge la buona coscienza acquisita a poco prezzo, al riparo della quale vivono o piuttosto vegetano i benpensanti, i borghesi, in una falsa idea di se stessi”.

PPP, si sa, non era per niente un personaggio accomodante e dopo la prima visione degli “Appunti”, ne sono rimasto profondamente colpito. Ho pensato subito di scriverci qualche mia riflessione, ma ho voluto meditarci un po' sopra e di lasciare che i frutti, se ce ne fossero stati, si sviluppassero in modo spontaneo. Così nel tempo c'è stata una seconda, una terza, una quarta e tante altre visioni degli “Appunti”, perché l'opera nella sua brevità è straordinariamente densa di stimoli, degna di essere contemplata passo per passo, perché a mio parere anche qui niente fu lasciato al caso. Con il senno di poi mi rendo conto che è forse fin troppo facile oggi citare il “profetico” pensiero pasoliniano, che un pensiero pur nella sua lungimiranza non dovrebbe essere contaminato dal nostro sguardo borghese, che non ci si può limitare ad osservare la grandezza di un'opera senza un pur  minimo turbamento che scuota le nostre certezze.

Lo scenario si apre e vedi le grandi strade di Bombay, le automobili e le bandiere nazionali intervallati da brevi flash di piedi e mani deformati dalla lebbra, si ascoltano le note di uno dei concerti per flauto e orchestra di Vivaldi, un adagio struggente al pari di quelli per Viola d'Amore che PPP usò per “Mamma Roma”. Sai che anche oggi, contrariamente a quanto ha probabilmente sempre pensato PPP, si ha una certa difficoltà a pensare a Vivaldi come ad un musicista “popolare”?
Vivaldi è uno dei miei compositori preferiti, le sue note non prescindono mai dal nostro vissuto, è musica “semplice”, scritta ispirandosi ai ritmi della natura, ai suoi drammi e alle sue commedie, è singolare constatare come note così dolci e malinconiche costituiscano un quadro sonoro perfetto per una realtà così lontana come quella indiana d'India. I contrasti pasoliniani si alternano ai volti muti della gente di strada, occhi penetranti e pelle scura, che si fanno inghiottire con diffidenza
dall'occhio indiscreto della cinepresa, che parlano di una umanità eterna, quei volti, con le opportune differenze antropologiche, non erano diversi da quelli dei contadini del nostro meridione degli anni 50/60 del 1900. Allora gli abitanti dell'India erano 400 milioni, oggi sono più di 1 miliardo e 200 milioni, si direbbe un paese completamente diverso da quello del 1968 perchè l'India è diventata una potenza economica con un prodotto interno lordo che cresce con numeri a due cifre
ogni anno, ciononostante non credo che PPP avrebbe prodotto un documentario sostanzialmente diverso se fosse stato girato al giorno d'oggi.

La voce di PPP, con un incedere semplice, serio e determinato, che non ha mai lasciato definitivamente l'aria dolce del maestro di scuola che accompagna gli alunni nel viaggio umano, pone fin da subito domande scomode che mettono in crisi santoni, dirigenti di partito, intellettuali, chiunque capiti a tiro di quell'obiettivo così spietato. La prima domanda, chissà perché, chiede se si è disposti a sfamare dei cuccioli di tigre in una landa deserta offrendo il proprio corpo. Le risposte
sono le più varie e per certi versi piuttosto divertenti, ma si avverte distintamente, sia l'osservatore del documentario, che i diretti protagonisti, una certa aria di scandalo; perchè PPP ha avuto in animo di andare a turbare quella buona gente con il suo sguardo disperatamente laico? Perché forse in ogni brav'uomo che si incontra per strada scorgi sempre il germe dell'essere borghesi? E questa parola “borghese”, ha ancora un significato oggi, oppure dobbiamo considerarla ormai seppellita nei luoghi comuni di antichi movimenti studenteschi? Sicuramente non è mai morta tra gli operai delle fabbriche e tra coloro che oggi si affannano a fare una fila chilometrica per accaparrarsi l'ultima fatica dell'intelletto di Steve Jobs, realizzata alle spese di una classe operaia cinese o indiana animata spesso da istinti non lontani da quelli borghesi. Forse sarebbe meglio parlare di “globalizzazione”, “omologazione”, “genocidio culturale”? In fondo non dovremmo inquietarci più di tanto, è da almeno un paio di millenni che si crede che gli “uomini sono tutti uguali”, questo mi sembra un concetto ormai bene acquisito, semmai si discute
molto sul fatto che certi uomini sono più uguali degli altri. Ma si discute sempre così poco, anzi, si teme di farlo, sul fatto che ciascun uomo sia padrone del proprio pensiero e che abbia il diritto/dovere di allargare la coscienza in modo che oltre all'uguaglianza, faccia un'adeguata figura anche il senso della giustizia. Perché crescere, diciamo la sincera verità, è piuttosto scomodo e anche in un'era come la nostra il superamento dei pregiudizi è solo l'anticamera per nuovi e più solidi pregiudizi.

Se PPP è tornato ancora una volta in India per concentrarsi sui temi della religione e della fame, siamo sicuri che non l'abbia fatto proprio per avere uno sguardo ancora più vero e spietato sul mondo da cui egli proveniva? Molti, persino i Beatles, sono andati in India alla ricerca di se stessi, ho il vago presentimento che PPP ci sia andato per trovare l'anima della sua gente, perché l'offrire il proprio corpo a cuccioli di tigre affamati rappresenta lo stesso spirito con cui egli ha dato se stesso in pasto al mondo culturale, politico e popolare del suo tempo e della sua terra. Perché è troppo comodo andare in India, trovare se stessi negli ultimi di Madre Teresa, per poi scoprire, una volta tornati in patria, che di se stessi non si è cambiata nemmeno una virgola. Invece in India non scopri solo il volto universale degli ultimi, scopri anche che le debolezze e gli egoismi sono gli stessi che tu odi nel tuo vicino di casa, e che per questo tanto più ti appartengono. Quello di PPP non è esattamente un viaggio di purificazione e nemmeno di iniziazione, il senso di scandalo che suscitano le sue domande è lo stesso che provocherebbe oggi in un centro commerciale della periferia romana, o in piazza del Duomo a Milano. 

Mi sono chiesto spesso perchè PPP non abbia ad un certo punto deciso di farsi curare da quei contrasti che lo dilaniavano quotidianamente, mi ritorna in mente quando Ninetto Davoli diceva “Pier Paolo non era un allegrone”. Perché allora non cercare una via per alleviare quell'inquietudine che si scorge sempre nel suo sguardo serio e penetrante? Ho pensato alla psicoanalisi, a quello stesso cammino che io iniziai ormai tanto tempo fa, come allo strumento ideale per curare i tormenti dell'anima. Ai tempi in cui PPP era in vita, l'offerta era sicuramente ricca, Roma era popolata dai santoni della psicoanalisi che volentieri lo avrebbero accolto sul proprio lettino, mi sarebbe sembrato così logico. Ricordo che quando parlavo delle mie esperienze di lettino, specialmente con amici e conoscenti del mondo dell'arte e dello spettacolo, vedevo spesso dipingersi sui loro volti una diffidenza che non riuscivo a capire, temevano che il cambiamento dovuto ll'esperienza analitica avrebbe significato la fine della loro creatività. Un messaggio contraddittorio, perché se l'analisi è in grado di “liberarti” dagli ostacoli insiti nei tuoi contenuti inconsci, ciò avrebbe significato l'aprirsi di nuove vie creative. Paradossalmente constatai una specie di gelosia, probabilmente alimentata dal mito romantico del genio e sregolatezza, per cui un contenuto anche se negativo e portatore di sofferenza per sé e per gli altri, è da considerare gemma e fioritura di un vissuto originale, geniale, condivisibile. Va da sé che se ogni nevrotico che si rispetti avesse dovuto sfondare nel mondo dell'arte, oggi saremmo un popolo di 60 milioni di artisti ben quotati e pagati, ma purtroppo accade quasi sempre che si resti avvinghiati ad un circolo vizioso ripetitivo ed ossessivo che niente ha di artistico e di condivisibile.

Ed è qui che PPP fa la differenza, perché la sua lucidità analitica non contaminata dalla psicoanalisi è andata ben oltre la morte del protagonista. Jung dice che la psicoanalisi è una sorta di male necessario, sono d'accordo perchè l'esperienza analitica è profonda e trasforma e va aldilà di un altro mito, quello della neutralità dell'analista. Non c'è niente di neutrale in un rapporto analitico, ci sono due persone che incrociano il loro vissuto e che inevitabilmente si influenzano l'un l'altra fino
a creare un mondo a sé stante, sconosciuto a madri, padri, famiglie, fidanzate, amici. Il tuo rapporto con il mondo non è più lo stesso e questo non è necessariamente un bene, perché dopo anni in cui ti sei identificato con il mondo delle proiezioni, delle introiezioni, di inconscio collettivo e archetipi di ogni tipo, non sei più lo stesso di prima. Anche se gli psicoanalisti più in gamba si guardano bene dall'esprimersi in terapia con termini tecnici, questo “male necessario” compie il suo tragitto in ogni caso e l'ombra di un razionalismo analitico rischia di accompagnarti per sempre. Così, dopo essere rinato una prima volta, non è raro il caso che si abbia bisogno, come è successo a me, di rinascere una seconda, facendolo da soli e senza più nessuna stampella. Il ciclo delle rinascite in campo analitico è praticamente infinito al punto che si potrebbe quasi parlare di una “coazione a rinascere”, che poi si traduce in una ben misera incapacità di morire o di prendersi una volta nella vita almeno una responsabilità. In questo credo le orecchie di PPP abbiano fischiato parecchio perché l'odore stantìo della borghesia ha sempre regnato negli studi dell'analista. Quindi, tenuto conto delle riserve, perchè PPP non ha fatto un adeguato training analitico che contribuisse a dargli una vita più serena? Perchè ogni terapia analitica è un male necessario, alla stregua di una chemioterapia, riservata solo a casi particolarmente gravi. Se la tua nevrosi, nonostante tutto, ti permette di mangiare, dormire e amare più o meno regolarmente, non c'è bisogno di alcuna analisi. Perchè un'analisi seria è a tutti gli effetti una terapia e non un giochetto per borghesi piccoli piccoli annoiati della vita.

In una trasmissione televisiva, intervistato da un giornalista fu sollecitato a parlare di suo padre, ricordo un soprassalto e gli occhi spalancati di PPP e la parola “incubo”. Non mi sovvengono altre occasioni in cui ho avvertito in PPP simili turbamenti e cambiamenti di espressione. Nelle Pagine Corsare leggo un'intervista di Dacia Maraini a PPP che subito mi appare più come un interrogatorio, come quando si gioca a fare gli analisti, PPP sembra docile e risponde sempre in modo sincero, mai eccessivamente turbato, sono dolci le parole per sua madre. Ma la Maraini non sembra concedere al suo intervistato il tempo necessario perchè vengano evocati sentimenti ed esperienze, quel che l'analista chiama “vissuto”, anche se bisogna ammettere che in questa intervista PPP sia riuscito
nonostante tutto a far vibrare qualche sprazzo colorato e vivace della sua anima. Io sarei rimasto piuttosto infastidito perché quando qualcuno inizia a parlare con te chiedendoti della tua infanzia, come minimo rivela qualche problema di relazione con gli altri, se non uno più grave di fantasia.

Invece, guarda caso, PPP nei suoi “Appunti” il tempo se lo prende tutto e non ha problemi a concederlo agli altri, ma soprattutto scopri che nello scandalo suscitato dalle sue domande egli non abbandona mai la dolcezza e il rispetto per il prossimo, nemmeno quando si reca in un villaggio di contadini e dopo essere stato invitato con cordialità ed amicizia, ne viene praticamente scacciato allorché pone domande sulla sterilizzazione maschile. In silenzio si ritira e non tenta nemmeno qualche gesto di scusa, una parola di conciliazione, capisce perfettamente i loro sentimenti. Così pure, quando all'inizio pone la domanda del proprio corpo da offrire ai tigrotti affamati, uno dei santoni si ritira nella grotta piuttosto sdegnato, l'occhio della cinepresa continua a seguirlo fin nel buio del tugurio, e le parole di Pasolini si fanno dolci e comprensive. Non credo che PPP amasse mettere a disagio i propri interlocutori, ma probabilmente avvertiva imperativo andare aldilà del pregiudizio e dello scandalo, dei luoghi comuni e delle certezze apparentemente incrollabili e indiscutibili. E questo egli lo faceva allo stesso modo con cui dettava le indicazioni alle comparse nude di “Sodoma”, ossia con violenza, come un dentista il cui tatto e bravura non potranno mai compensare il dolore provocato da un dente trapanato senza anestesia. PPP è sempre stato carne viva, mai addormentata.

Significativi appaiono quei momenti in cui affronta l'argomento della casta degli Intoccabili con Lily Pandya, allora consigliere comunale di Bombay (oggi Mumbai), una bella signora indiana con il sari e i capelli grigi legati dietro la testa a formare un intreccio che le pende sulle spalle, occhiali da intellettuale dietro i quali gli occhi guardano dritti l'interlocutore, che non esitano nemmeno quando PPP pone le domande più scomode e chiede di incontrare (toccare?), qualche Intoccabile.
La gente intorno si affolla seria e curiosa, vicino si vede il mare, se non fosse Bombay avrei detto si trattasse di via Caracciolo, il lungomare di Napoli. Dopo una ricerca affannosa che metteva in crisi più l'intervistatore che le persone da contattare, una delle risposte più belle, non a caso, arriva da un bellissimo Intoccabile, un ragazzo ben pettinato e dai bei lineamenti e grandi denti bianchi al quale viene chiesto se fosse mai possibile per lui diventare primo ministro dell'India: “lavorando molto chi non può diventare grande?”.

Le immagini prendono a scorrere sui volti dei bambini, PPP si interroga sulle facce che potrebbero impersonare i figli del maraja, fino ad individuare un tenero dolce agnellino, una bambina bellissima, deliziosa e dolcissima, che guarda la cinepresa curiosa ed intimidita come un animaletto di sottobosco. È stata proprio l'immagine di questa bambina lontana, oggi avrebbe tra i 40 e i 50 anni, che mi ha fatto sorgere il dubbio che siano proprio questi “Appunti” un'opera già compiuta
che non prelude a nessun'altra, un viaggio simbolico tra l'India preistorica e l'India industrializzata in cui PPP vuole farsi testimone di un passaggio, perché lui questo passaggio lo ha vissuto, non senza traumi, già in Italia. Anche qui in India noti le stesse differenze tra le facce dei contadini e quelle degli operai, le prime appaiono sorridenti ed ingenue, timide; le seconde sono serie, le capigliature più ordinate, le espressioni più consapevoli di ciò che sta succedendo lì intorno. Anche qui, non sapessimo che era India, avremmo certamente detto che si sarebbe trattato di Torino ai cancelli della Fiat. Il timore di PPP era quello del genocidio culturale, per questo chiede se, una volta che l'India fosse stata industrializzata, gli Indiani sarebbero cambiati e si sarebbero occidentalizzati? Il processo è ancora in atto, l'India è diventata una delle economie più potenti del mondo, il mondo dell'informatica indiana gode di grandissimo rispetto, tecnici ed ingegneri indiani sono molto ricercati nella Silicon Valley. 

Le immagini scorrono su alcune fabbriche e su quelle che appaiono case popolari, le stesse della periferia romana degli anni '60, PPP non ama il capitalismo occidentale, quello che ha colonizzato i paesi del terzo mondo, nelle sue domande traspare l'inquietudine per questo possibile ed ennesimo genocidio culturale. Così la famiglia del Maraja va incontro al suo destino, la morte incombe e la vita continua. 

Ritornano ancora le immagini dei bambini, tra cui il tenero dolcissimo agnellino, intervallate da crude scene di avvoltoio e corvi che si cibano delle carcasse di animali morti. Pare di sentirne l'odore fin qua, ti prende l'angoscia profonda, poi c'è il funerale con il tipico rito indiano di una donna anziana. La cinepresa indugia sui particolari della preparazione della salma e della pira, l'angoscia cede un piccolo posto alla curiosità. Si vede il cadavere composto in un sudario essere depositato sulle fascine di legna, il corpo è magro e snello, si direbbe elegante non fosse che la morte regna sovrana. Il sudario viene aperto all'altezza del viso, viene cosparso di una specie di sostanza grassa, quel corpo decisamente inanimato prende comunque dignità di personaggio, hai la percezione che sia questo a determinare i tempi di tutto. Attorno non si vedono scene di pianto o disperazione, i gesti si ripetono come di consueto, PPP si congeda con queste ultime parole “l'India che non ha nulla, dà tutto. Ma che cosa?”. Il corpo percorso dai gesti dei congiunti sembra riprendere vita, non c'è nulla di morto in queste scene, non c'è sofferenza, e dopo poco l'energia purificatrice del fuoco prende il sopravvento su tutto. Non è vero che la vita è nata dall'acqua, senza il fuoco del sole, nemmeno l'acqua si sarebbe formata. PPP vive tutto questo con un'angoscia viscerale intensa, forse inconsolabile, ma non per il futuro senza speranza di un'umanità mediocre, bensì per un presente fatto di contrasti insanabili. Il presente di allora è valido ancora oggi, questo fa dire che PPP sia stato profetico, sono abbastanza d'accordo, ma a lungo andare questo genere di definizioni risultano riduttive ed omologate. Se il presente di oggi non è cambiato da quello di 40 anni fa, forse è giunta l'ora che qualcuno si preoccupi.

Claudio Rampini 
* * *
Claudio Rampini è liutaio a Pisa. QUESTA è la sua pagina personale.
QUI La sua partecipazione come fotografo a un convegno a Subiaco.
"Vorrei raccontare un po' del pensiero pasoliniano e di come lo percepisco io...",
di Claudio Rampini: lo trovate QUI.
VEDI anche la voce "Claudio Rampini su Wikipedia.


 


Ciao Pier Paolo e grazie
Il ricordo di Mario Pietroletti
Claudio Rampini scrive...
Un ritaglio di giornale e alcune
riflessioni/sensazioni di Tomáš Matras 
Novembre 1975:
tre amici piangono Pasolini

Vai alla pagina principale