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![]() Claudio Rampini scrive... |
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tra pochi giorni ricorrerà l'anniversario della morte di PPP, ancora un momento per pensare a lui e alla sua opera, allo strazio della sua scomparsa. Io continuo ad essere ottimista, mai sangue versato da una sola persona ha generato tanti teneri germogli, e lo dico conscio di far torto a quell'altro grande personaggio che ha così intensamente influito sulla storia umana: Cristo. Perché le coscienze si aprono e niente e nessuno può dare torto a chi è venuto prima di noi, perché su quei pensieri e su quelle menti siamo cresciuti anche noi, e così la storia continua. Dopo avere riflettuto con
te, testimone silenzioso che per me parli solo con le tue Pagine Corsare,
sulla esegesi impossibile della parola pasoliniana come metafora del suo
pensiero di sterminata e straziante grandezza, sono venuto a conoscenza
di una sua cosiddetta “opera minore”, del tutto casualmente, “Appunti
per un film sull'India” che PPP realizzò nel 1968. Ricordo che TV7,
la trasmissione allora dedicata ai temi dell'attualità, andava in onda
piuttosto tardi, ero bambino e mi
Così, dopo più di quarant'anni, in modo del tutto casuale sono venuto a conoscenza di questo “pezzo”, che PPP intendeva come un semplice quaderno di appunti, scevro come suo stile da ogni tentazione estetica e romantica, è quello stesso PPP che poco tempo dopo avrebbe creato “Teorema” con lo stesso spirito di un “(...) Dio che distrugge la buona coscienza acquisita a poco prezzo, al riparo della quale vivono o piuttosto vegetano i benpensanti, i borghesi, in una falsa idea di se stessi”. PPP, si sa, non era per niente un personaggio accomodante e dopo la prima visione degli “Appunti”, ne sono rimasto profondamente colpito. Ho pensato subito di scriverci qualche mia riflessione, ma ho voluto meditarci un po' sopra e di lasciare che i frutti, se ce ne fossero stati, si sviluppassero in modo spontaneo. Così nel tempo c'è stata una seconda, una terza, una quarta e tante altre visioni degli “Appunti”, perché l'opera nella sua brevità è straordinariamente densa di stimoli, degna di essere contemplata passo per passo, perché a mio parere anche qui niente fu lasciato al caso. Con il senno di poi mi rendo conto che è forse fin troppo facile oggi citare il “profetico” pensiero pasoliniano, che un pensiero pur nella sua lungimiranza non dovrebbe essere contaminato dal nostro sguardo borghese, che non ci si può limitare ad osservare la grandezza di un'opera senza un pur minimo turbamento che scuota le nostre certezze. Lo scenario si apre e vedi
le grandi strade di Bombay, le automobili e le bandiere nazionali intervallati
da brevi flash di piedi e mani deformati dalla lebbra, si ascoltano le
note di uno dei concerti per flauto e orchestra di Vivaldi, un adagio struggente
al pari di quelli per Viola d'Amore che PPP usò per “Mamma Roma”.
Sai che anche oggi, contrariamente a quanto ha probabilmente sempre pensato
PPP, si ha una certa difficoltà a pensare a Vivaldi come ad un musicista
“popolare”?
La voce di PPP, con un incedere
semplice, serio e determinato, che non ha mai lasciato definitivamente
l'aria dolce del maestro di scuola che accompagna gli alunni nel viaggio
umano, pone fin da subito domande scomode che mettono in crisi santoni,
dirigenti di partito, intellettuali, chiunque capiti a tiro di quell'obiettivo
così spietato. La prima domanda, chissà perché, chiede se si è disposti
a sfamare dei cuccioli di tigre in una landa deserta offrendo il proprio
corpo. Le risposte
Se PPP è tornato ancora una volta in India per concentrarsi sui temi della religione e della fame, siamo sicuri che non l'abbia fatto proprio per avere uno sguardo ancora più vero e spietato sul mondo da cui egli proveniva? Molti, persino i Beatles, sono andati in India alla ricerca di se stessi, ho il vago presentimento che PPP ci sia andato per trovare l'anima della sua gente, perché l'offrire il proprio corpo a cuccioli di tigre affamati rappresenta lo stesso spirito con cui egli ha dato se stesso in pasto al mondo culturale, politico e popolare del suo tempo e della sua terra. Perché è troppo comodo andare in India, trovare se stessi negli ultimi di Madre Teresa, per poi scoprire, una volta tornati in patria, che di se stessi non si è cambiata nemmeno una virgola. Invece in India non scopri solo il volto universale degli ultimi, scopri anche che le debolezze e gli egoismi sono gli stessi che tu odi nel tuo vicino di casa, e che per questo tanto più ti appartengono. Quello di PPP non è esattamente un viaggio di purificazione e nemmeno di iniziazione, il senso di scandalo che suscitano le sue domande è lo stesso che provocherebbe oggi in un centro commerciale della periferia romana, o in piazza del Duomo a Milano. Mi sono chiesto spesso perchè PPP non abbia ad un certo punto deciso di farsi curare da quei contrasti che lo dilaniavano quotidianamente, mi ritorna in mente quando Ninetto Davoli diceva “Pier Paolo non era un allegrone”. Perché allora non cercare una via per alleviare quell'inquietudine che si scorge sempre nel suo sguardo serio e penetrante? Ho pensato alla psicoanalisi, a quello stesso cammino che io iniziai ormai tanto tempo fa, come allo strumento ideale per curare i tormenti dell'anima. Ai tempi in cui PPP era in vita, l'offerta era sicuramente ricca, Roma era popolata dai santoni della psicoanalisi che volentieri lo avrebbero accolto sul proprio lettino, mi sarebbe sembrato così logico. Ricordo che quando parlavo delle mie esperienze di lettino, specialmente con amici e conoscenti del mondo dell'arte e dello spettacolo, vedevo spesso dipingersi sui loro volti una diffidenza che non riuscivo a capire, temevano che il cambiamento dovuto ll'esperienza analitica avrebbe significato la fine della loro creatività. Un messaggio contraddittorio, perché se l'analisi è in grado di “liberarti” dagli ostacoli insiti nei tuoi contenuti inconsci, ciò avrebbe significato l'aprirsi di nuove vie creative. Paradossalmente constatai una specie di gelosia, probabilmente alimentata dal mito romantico del genio e sregolatezza, per cui un contenuto anche se negativo e portatore di sofferenza per sé e per gli altri, è da considerare gemma e fioritura di un vissuto originale, geniale, condivisibile. Va da sé che se ogni nevrotico che si rispetti avesse dovuto sfondare nel mondo dell'arte, oggi saremmo un popolo di 60 milioni di artisti ben quotati e pagati, ma purtroppo accade quasi sempre che si resti avvinghiati ad un circolo vizioso ripetitivo ed ossessivo che niente ha di artistico e di condivisibile. Ed è qui che PPP fa la differenza,
perché la sua lucidità analitica non contaminata dalla psicoanalisi è
andata ben oltre la morte del protagonista. Jung dice che la psicoanalisi
è una sorta di male necessario, sono d'accordo perchè l'esperienza analitica
è profonda e trasforma e va aldilà di un altro mito, quello della neutralità
dell'analista. Non c'è niente di neutrale in un rapporto analitico, ci
sono due persone che incrociano il loro vissuto e che inevitabilmente si
influenzano l'un l'altra fino
In una trasmissione televisiva,
intervistato da un giornalista fu sollecitato a parlare di suo padre, ricordo
un soprassalto e gli occhi spalancati di PPP e la parola “incubo”.
Non mi sovvengono altre occasioni in cui ho avvertito in PPP simili turbamenti
e cambiamenti di espressione. Nelle Pagine Corsare leggo un'intervista
di Dacia Maraini a PPP che subito mi appare più come un interrogatorio,
come quando si gioca a fare gli analisti, PPP sembra docile e risponde
sempre in modo sincero, mai eccessivamente turbato, sono dolci le parole
per sua madre. Ma la Maraini non sembra concedere al suo intervistato il
tempo necessario perchè vengano evocati sentimenti ed esperienze, quel
che l'analista chiama “vissuto”, anche se bisogna ammettere che in
questa intervista PPP sia riuscito
Significativi appaiono quei
momenti in cui affronta l'argomento della casta degli Intoccabili con Lily
Pandya, allora consigliere comunale di Bombay (oggi Mumbai), una bella
signora indiana con il sari e i capelli grigi legati dietro la testa a
formare un intreccio che le pende sulle spalle, occhiali da intellettuale
dietro i quali gli occhi guardano dritti l'interlocutore, che non esitano
nemmeno quando PPP pone le domande più scomode e chiede di incontrare
(toccare?), qualche Intoccabile.
Le immagini prendono a scorrere
sui volti dei bambini, PPP si interroga sulle facce che potrebbero impersonare
i figli del maraja, fino ad individuare un tenero dolce agnellino, una
bambina bellissima, deliziosa e dolcissima, che guarda la cinepresa curiosa
ed intimidita come un animaletto di sottobosco. È stata proprio l'immagine
di questa bambina lontana, oggi avrebbe tra i 40 e i 50 anni, che mi ha
fatto sorgere il dubbio che siano proprio questi “Appunti” un'opera
già compiuta
Le immagini scorrono su alcune fabbriche e su quelle che appaiono case popolari, le stesse della periferia romana degli anni '60, PPP non ama il capitalismo occidentale, quello che ha colonizzato i paesi del terzo mondo, nelle sue domande traspare l'inquietudine per questo possibile ed ennesimo genocidio culturale. Così la famiglia del Maraja va incontro al suo destino, la morte incombe e la vita continua. Ritornano ancora le immagini dei bambini, tra cui il tenero dolcissimo agnellino, intervallate da crude scene di avvoltoio e corvi che si cibano delle carcasse di animali morti. Pare di sentirne l'odore fin qua, ti prende l'angoscia profonda, poi c'è il funerale con il tipico rito indiano di una donna anziana. La cinepresa indugia sui particolari della preparazione della salma e della pira, l'angoscia cede un piccolo posto alla curiosità. Si vede il cadavere composto in un sudario essere depositato sulle fascine di legna, il corpo è magro e snello, si direbbe elegante non fosse che la morte regna sovrana. Il sudario viene aperto all'altezza del viso, viene cosparso di una specie di sostanza grassa, quel corpo decisamente inanimato prende comunque dignità di personaggio, hai la percezione che sia questo a determinare i tempi di tutto. Attorno non si vedono scene di pianto o disperazione, i gesti si ripetono come di consueto, PPP si congeda con queste ultime parole “l'India che non ha nulla, dà tutto. Ma che cosa?”. Il corpo percorso dai gesti dei congiunti sembra riprendere vita, non c'è nulla di morto in queste scene, non c'è sofferenza, e dopo poco l'energia purificatrice del fuoco prende il sopravvento su tutto. Non è vero che la vita è nata dall'acqua, senza il fuoco del sole, nemmeno l'acqua si sarebbe formata. PPP vive tutto questo con un'angoscia viscerale intensa, forse inconsolabile, ma non per il futuro senza speranza di un'umanità mediocre, bensì per un presente fatto di contrasti insanabili. Il presente di allora è valido ancora oggi, questo fa dire che PPP sia stato profetico, sono abbastanza d'accordo, ma a lungo andare questo genere di definizioni risultano riduttive ed omologate. Se il presente di oggi non è cambiato da quello di 40 anni fa, forse è giunta l'ora che qualcuno si preoccupi. Claudio
Rampini
Claudio Rampini è liutaio a Pisa. QUESTA è la sua pagina personale. QUI La sua partecipazione come fotografo a un convegno a Subiaco. "Vorrei raccontare un po' del pensiero pasoliniano e di come lo percepisco io...", di Claudio Rampini: lo trovate QUI. VEDI anche la voce "Claudio Rampini su Wikipedia.
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