...
.
2 novembre 2006

"Pagine corsare"
2 novembre 1975 - 2 novembre 2006
Il ricordo di Pier Paolo Pasolini

Poeta delle ceneri

1966-67
in Bestemmia. Tutte le poesie, vol. I, Garzanti, Milano 1993
[Sono qui riportate alcune parti della poesia, leggibile anche integralmente.
Gli omissis e le date cui si riferiscono i versi sono in colore blu]
.


.

Sono uno
che è nato in una città piena di portici nel 1922.

[...]

Quanto alla poesia, ho cominciato a sette anni: 
ma non ero precoce se non nella volontà.
Sono stato un poeta di sette anni
come Rimbaud - ma solo nella vita.

[1929]

Ora, in un paese tra il mare e la montagna,
dove scoppiano grandi temporali, d’inverno piove molto,
in Febbraio si vedono le montagne chiare come il vetro,
appena al di là dei rami umidi, e poi nascono le primule sui fossi
inodore, e d’estate gli appezzamenti, piccoli, di granoturco
alternati a quelli verdecupo dell’erba medica
si disegnano contro il cielo sfumato
come un paesaggio misteriosamente orientale - 
ora, in quel paese, c’è una cassapanca piena dei manoscritti di uno dei 
tanti ragazzi poeti. 

La cosa più importante della mia vita è stata mia madre (le si è aggiunto, solo ora, Ninetto).

[1942]

Nel ’42 in una città dove il mio paese è così se stesso 
da sembrare un paese di sogno, con la grande poesia dell’impoeticità, 
formicolante di gente contadina e piccole industrie, 
molto benessere, 
buon vino, buona tavola, 
gente educata e grossolana, un po’ volgare ma sensibile, 
in quella città ho pubblicato il primo libriccino di versi, 
col titolo, per allora, conformista di «Poesie a Casarsa», 
dedicato, per conformismo, a mio padre,
che l'ha ricevuto nel Kenia,
- era là prigioniero, vittima ignara e senza critica
della guerra fascista.

[...]
.

Pier Paolo Pasolini, poesia autografa, marzo 1943

Devo aggiungere che mio padre approvava il fascismo. 
«E qui c’è la seconda contraddizione, quella pubblica: 
il fascismo non tollerava i dialetti, segni 
dell’irrealizzata unità di questo paese dove sono nato, 
inammissibili e spudorate realtà nel cuore dei nazionalisti.» 
Per questo quel mio libro non fu recensito nelle riviste ufficiali. 
E Gianfranco Contini dovette inviare la sua recensione 
(la gioia letteraria, quella, più grande della mia vita) 
ad un giornale di Lugano.

[...]

Devo aggiungere, ancora, per finire questa storia - 
molto irregolare nell’insieme del mio poema - 
che quei miei versi friulani sono i miei più belli 
(insieme a quelli scritti fino a ventitré, ventiquattro anni, 
pubblicati più tardi col titolo «La meglio gioventù», 
e insieme anche ai coevi versi italiani, 
nati da quella profonda elegia friulana 
di autolesionista, esibizionista e masturbatore, 
tra i gelsi e le vigne viste con l’occhio più puro del mondo; 
si chiamano, quei versi, «L’Usignolo della Chiesa Cattolica», 
e il loro falsetto è ancora una musica atroce 
e sottile che, da laggiù, mi affascina e mi attira indietro.

[...]

[1950]

Fuggii con mia madre e una valigia e un po’ di gioie che risultarono false, 
su un treno lento come un merci 
per la pianura friulana coperta da un leggero e duro strato di neve. 
Andavamo verso Roma.
Avevamo dunque, abbandonato mio padre 
accanto a una stufetta di poveri, 
col suo vecchio pastrano militare 
e le sue orrende furie di malato di cirrosi e sindromi paranoidee.

[...]

Arrivammo a Roma, 
aiutati da un mio dolce zio, 
che mi ha dato un po’ del suo sangue: 
io vivevo come può vivere un condannato a morte 
sempre con quel pensiero come una cosa addosso, 
- disonore, disoccupazione, miseria. 
Mia madre si ridusse per qualche tempo a fare la serva. 
E io non guarirò mai più di questo male. 
Perché io sono un piccolo borghese, e non so sorridere... 
come Mozart... 

[...]

Come sono diventato marxista? 
Ebbene...  andavo tra fiorellini candidi e azzurrini di primavera, 
quelli che nascono subito dopo le primule, 
- e poco prima che le acacie si carichino di fiori, 
odorosi come carne umana che si decompone al calore sublime 
della più bella stagione - 
e scrivevo sulle rive di piccoli stagni 
che laggiù, nel paese di mia madre, con uno di quei nomi 
intraducibili si dicono «fonde», 
coi ragazzi figli dei contadini 
che facevano il loro bagno innocente 
(perché erano impassibili di fronte alla loro vita
mentre io li credevo consapevoli di ciò che erano) 
scrivevo le poesie dell’«Usignolo della Chiesa Cattolica»: 
questo avveniva nel ’43: 
nel ’45 fu tutt’un’altra cosa. 
Quei figli di contadini, divenuti un poco più grandi, 
si erano messi un giorno un fazzoletto rosso al collo 
ed erano marciati 
verso il centro mandamentale, con le sue porte 
e i suoi palazzetti veneziani. 
Fu così che io seppi ch’erano braccianti, 
e che dunque c’erano i padroni. 
Fui dalla parte dei braccianti, e lessi Marx. <...>

[...]

A Roma, dal ’50 a oggi, Agosto del 1966, 
non ho fatto altro che soffrire e lavorare voracemente. 
Ho insegnato, dopo quell’anno di disoccupazione e fine della vita, 
in una scuoletta privata, a ventisette dollari al mese: 
frattanto mio padre 
ci aveva raggiunto 
e non parlammo mai della nostra fuga, mia e di mia madre.
Fu un fatto normale, un trasferimento in due tempi. 
Abitammo in una casa senza tetto e senza intonaco, 
una casa di poveri, all’estrema periferia, vicino a un carcere. 
C’era un palmo di polvere d’estate, e la palude d’inverno. 

Ma era l’Italia, l’Italia nuda e formicolante, 
coi suoi ragazzi, le sue donne, 
i suoi «odori di gelsomini e povere minestre», 
i tramonti sui campi dell’Aniene, i mucchi di spazzature: 
e, quanto a me, 
i miei sogni integri di poesia. 
Tutto poteva, nella poesia, avere una soluzione. 
Mi pareva che l’Italia, la sua descrizione e il suo destino, 
dipendesse da quello che io ne scrivevo, 
in quei versi intrisi di realtà immediata, 
non più nostalgica, quasi l’avessi guadagnata col mio sudore. 
Certo, quanto conta, anche nel senso più misero 
una condizione economica: 
non aveva peso il fatto ch’io fossi ricco di cultura e amore, 
aveva molto più peso il fatto che io, certi giorni, 
non spendessi nemmeno le cento lire per farmi radere la barba dal barbiere: 
la mia figura economica, benché instabile e folle, 
era in quel momento, per molti aspetti, 
simile a quella della gente tra cui abitavo: 
in questo eravamo proprio fratelli, o almeno pari. 
Perciò, credo, ho molto potuto capirli.

[...]

E oggi, vi dirò, che non solo bisogna impegnarsi nello scrivere, 
ma nel vivere: 
bisogna resistere nello scandalo 
e nella rabbia, più che mai, 
ingenui come bestie al macello, 
torbidi come vittime, appunto: 
bisogna dire più alto che mai il disprezzo 
verso la borghesia, urlare contro la sua volgarità, 
sputare sopra la sua irrealtà che essa ha eletto a realtà, 
non cedere in un atto e in una parola 
nell’odio totale contro di esse, le sue polizie, 
le sue magistrature, le sue televisioni, i suoi giornali: 
e qui 
io, piccolo borghese che drammatizza tutto, 
così bene educato da una madre nella dolce e timida anima 
<...> della morale contadina, 
vorrei tessere un elogio 
della sporcizia, della miseria, della droga e del suicidio: 
io privilegiato poeta marxista 
che ha strumenti e armi ideologiche per combattere, 
e abbastanza moralismo per condannare il puro atto di scandalo, 
io, profondamente perbene, 
faccio questo elogio, perché la droga, lo schifo, la rabbia, 
il suicidio 
sono, con la religione, la sola speranza rimasta: 
contestazione pura e azione 
su cui si misura l’enorme torto del mondo <...>.
Non è necessario che una vittima sappia e parli.
Nel ’60 ho poi girato il mio primo film, che, 
come ho detto, s’intitola «Accattone». 

Perché sono passato dalla letteratura al cinema? 
Questa è, nelle domande prevedibili in un’intervista, 
una domanda inevitabile, e lo è stata. 
Rispondevo dunque ch’era per cambiare tecnica, 
che io avevo bisogno di una nuova tecnica per dire una cosa nuova, 
o, il contrario, che dicevo la stessa cosa, sempre, e perciò 
dovevo cambiare tecnica: secondo le varianti dell’ossessione. 
Ma ero solo in parte sincero nel dare questa risposta: 
il vero di essa era in quello che avevo fatto fino allora. 
Poi mi accorsi 
che non si trattava di una tecnica letteraria, quasi 
appartenente alla stessa lingua con cui si scrive: 
ma era, essa stessa una lingua... 
E allora dissi le ragioni oscure 
che presiedettero alla mia scelta: 
quante volte rabbiosamente e avventatamente 
avevo detto di voler rinunciare alla mia cittadinanza italiana! 
Ebbene, abbandonando la lingua italiana, e con essa, 
un po’ alla volta, la letteratura, 
io rinunciavo alla mia nazionalità. 
Dicevo no alle mie origini piccolo borghesi, 
voltavo le spalle a tutto ciò che fa italiano, 
protestavo, ingenuamente, inscenando un’abiura 
che, nel momento di umiliarmi e castrarmi, 
mi esaltava. Ma non ero del tutto 
sincero, ancora.
Poiché il cinema non è solo un’esperienza linguistica, 
ma, proprio in quanto ricerca linguistica, è un’esperienza filosofica. 

[...]

Voi avete visto il mio Vangelo
avete visto i volti del mio Vangelo
Non potevo sbagliare, perché talvolta, quando si gira, le decisioni 
dovevano 
avvenire 
in pochi minuti: 
non ho sbagliato mai, nei volti, 
nei volti <...> 
perché la mia libidine e la mia timidezza 
mi hanno costretto a conoscere bene i miei simili.
.


.
[...]

A questo punto, non voglio commuovermi sulle mie ragioni, 
cioè sul fatto 
che non solo, l’«impegno», 
non è finito, ma che anzi, incomincia. 
Mai l’Italia fu più odiosa. 
Oltretutto con il tradimento degli intellettuali, 
con questo revisionismo del Partito Comunista, lupo 
che stavolta veramente è agnello, - il compagno 
Longo allo Spiegel aveva una faccia adulatrice di letterato 
che si finge disperatamente in pari coi tempi, 
respingendo così ogni violenza palingenetica del comunismo: 
sì, anche il comunista è un borghese. 
Questa è ormai la forma razziale dell’umanità. 
Forse, impegnarsi contro tutto questo 
non vuol dire scrivere, da impegnati, 
direi, ma vivere.

[...]

[che] nulla vale la vita. 
Perciò io vorrei soltanto vivere 
pur essendo poeta 
perché la vita si esprime anche solo con se stessa. 
Vorrei esprimermi con gli esempi. 
Gettare il mio corpo nella lotta. 
Ma se le azioni della vita sono espressive, 
anche l’espressione è azione. 
Non questa mia espressione di poeta rinunciatario, 
che dice solo cose, 
e usa la lingua come te, povero, diretto strumento; 
ma l’espressione staccata dalle cose, 
i segni fatti musica, 
la poesia cantata e oscura, 
che non esprime nulla se non se stessa, 
per una barbara e squisita idea ch’essa sia misterioso suono 
nei poveri segni orali di una lingua.
Io ho abbandonato ai miei coetanei e anche ai più giovani 
tale barbara e squisita illusione: e ti parlo brutalmente. 
E, poiché non posso tornare indietro, 
a fingermi un ragazzo barbaro, 
che crede la sua lingua l’unica lingua del mondo, 
e nelle sue sillabe sente misteri di musica 
che solo i suoi connazionali, simili a lui per carattere 
e letteraria follia, possono sentire 
- in quanto poeta sarò poeta di cose. 
Le azioni della vita saranno solo comunicate, 
e saranno esse, la poesia, 
poiché, ti ripeto, non c’è altra poesia che l’azione reale 
(tu tremi solo quando la ritrovi 
nei versi, o nelle pagine in prosa, 
quando la loro evocazione è perfetta). 
Non farò questo con gioia.
Ebbene, ti confiderò, prima di lasciarti, 
che io vorrei essere scrittore di musica, 
vivere con degli strumenti 
dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare, 
nel paesaggio più bello del mondo, dove l’Ariosto 
sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta 
innocenza di querce, colli, acque e botri, 
e lì comporre musica
l’unica azione espressiva
forse, alta, e indefinibile come le azioni della realtà.



«Il film l'ho girato - e con Cristo! / L'ho trovato, Cristo, l'ho rappresentato!» scrisse Pasolini, ma in realtà non fu facile reperire i finanziamenti, gli attori e, soprattutto le location. «Agli inizi della primavera 1964 il Vangelo entrò in lavorazione. Le prime inquadrature girate furono quelle del battesimo di Gesù - e il Giordano venne "trovato" fra Orte e Viterbo in una fessura scavata da un torrente in mezzo a rocce aspre e selvagge», racconta lo scrittore Enzo Siciliano, grande amico di Pasolini, che nel film interpreta il ruolo di Simone - nel suo Vita di Pasolini.

E prosegue: «In quell'occasione Pier Paolo scoprì la Torre di Chia di cui letterariamente si innamorò e decise di acquistarla, ma l'acquisto gli riuscì dopo pochi anni». Era allora, ed è ancora, un luogo così ricco di storia e di fascino che il regista non poteva non rimanerne attratto, forse spinto dal desiderio di una vita diversa, più rilassata. A quel suo sogno si riferiscono gli ultimi versi di Poeta delle ceneri con cui "Pagine corsare" ricorda Pasolini in questo 2 novembre 2006. 

Solo nel novembre 1970 il sogno poté avverarsi: Pasolini costruì allora, ai piedi della Torre, una casetta con grandi vetrate, un luminoso studio e una cucina. Negli ultimi tre anni della sua vita dimorò per lunghi periodi a Chia, lavorando al romanzo Petrolio.

Sul Corriere della Sera del 2 Novembre del 1975, quella che era stata una vita di creatività, passione, amore per la letteratura e il cinema, si trasformò di colpo in drammatica notizia di cronaca: «Pier Paolo Pasolini è stato ucciso. È accaduto stanotte a Ostia, a duecento metri dal mare. La scena del delitto è uno sterrato deserto su cui sorgono delle squallide casupole abusive, quasi delle baracche...». 

[Qui di seguito, la riproduzione di una pagina dell'Unità del 6 novembre 1975]
 

* * *

ASCOLTA L’ORAZIONE FUNEBRE DI ALBERTO MORAVIA
AI FUNERALI DI PIER PAOLO PASOLINI, NOVEMBRE 1975 [filmato Rai]

Il brano che stai ascoltando è Maurerische Trauermusik K 477/479a di Wolfgang Amadeus Mozart
[uno dei brani che impreziosiscono il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini]

.

2 novembre 1975 - 2 novembre 2006  -  Poeta delle ceneri, di Pier Paolo Pasolini

Vai alla pagina principale