Sull'amore
Una delle tante meditazioni
Come ogni anno ci incontriamo,
Pa’,
nello strano gioco della
vita
e della morte.
Tu, andato via da trentadue
anni,
io, da trentadue anni arrivato,
fra poco trentatré,
come Cristo,
nello stesso mese dei Morti.
Questi giorni, più
intensamente, ti pensavo.
E, per questo, ho voluto
parlarti un poco,
nelle tue poesie,
riscoperte ad una ad una
cercando quello che sapevo:
che anche tu,
come me,
diverso da me,
eri, veramente, innamorato.
Pochi compresero quel tuo
amore tanto puro
e poi rabbioso nel momento
del rifiuto.
Pochi, nemmeno gli amici,
riuscirono a capire che
quel tuo terso,
folle amore che svaniva,
ti lasciava più solo
che mai.
Pochi, nessuno forse, si
accorse
che le tue notti sarebbero
state,
da quel momento,
più dure e fredde,
i silenzi più incolmabili,
la fatica del corpo e dell’anima
che invecchiavano,
troppo dolorosi
per non urlare.
Non avresti più visto
quel modo buffo di camminare;
non ti saresti più
perso
in quel certo luccichio
di occhi.
Avevi detto “Io non viaggio
più”:
avresti dovuto ricominciare
a viaggiare.
Con tanti, troppi, viaggi
nelle gambe stanche,
di nuovo cane randagio
nel gelo di prati illusi
dal chiarore della luna.
Trasumanare è più
facile che organizzare.
A chi avresti più
pagato il passaggio?
Chi mai ti avrebbe illuso
ancora
col sorriso sotto i riccioli
neri?
Chi, chi, perdio!, avrebbe
potuto
in alcun caso salvarti
con la sua sola, semplice
gaiezza?
Ti immagino, in quella sera
del ’75,
l’ultima sera del mondo,
guardare con occhi vitrei
e nascosti, sempre, dagli
occhiali scuri,
la scena del tuo amore per
sempre finito.
Quello che successe dopo
lo sappiamo,
lo sapevi, lo sai.
Mi stringe il cuore il pensiero
che, come tanti,
tu, quella notte, abbia
perso la vita per amore,
credendo per un attimo,
illuso, Pa’, illuso,
che ci potesse essere un
altro amore.
E che l’ultima immagine
nei tuoi occhi
dopo quella della madre,
sia stata quella di colui
che più non ti amava,
che, dicevi, con inspiegabile
furia
quell’amore lo aveva distrutto.
In realtà, ora lo
sai bene, non avevate colpa
né tu, che eri innamorato,
né lui, che non poteva
amarti.
Poveraccio, con le lacrime
agli occhi,
il giorno dopo,
sarebbe venuto proprio lui
a riconoscere la tua fine
crudele.
2 novembre 2007