2 novembre 2007

"Pagine corsare"
2 novembre 2007

Pier Paolo Pasolini
Bologna, 5 marzo 1922 - Ostia, 2 novembre 1975

La poesia di Emanuele Di Marco

Sull'amore
Una delle tante meditazioni
 

Come ogni anno ci incontriamo, Pa’,
nello strano gioco della vita
e della morte.
Tu, andato via da trentadue anni,
io, da trentadue anni arrivato,
fra poco trentatré, come Cristo,
nello stesso mese dei Morti.
Questi giorni, più intensamente, ti pensavo.
E, per questo, ho voluto parlarti un poco,
nelle tue poesie,
riscoperte ad una ad una
cercando quello che sapevo:
che anche tu,
come me, 
diverso da me,
eri, veramente, innamorato.
Pochi compresero quel tuo amore tanto puro
e poi rabbioso nel momento del rifiuto.
Pochi, nemmeno gli amici,
riuscirono a capire che quel tuo terso,
folle amore che svaniva,
ti lasciava più solo che mai.
Pochi, nessuno forse, si accorse
che le tue notti sarebbero state,
da quel momento, 
più dure e fredde,
i silenzi più incolmabili,
la fatica del corpo e dell’anima 
che invecchiavano,
troppo dolorosi
per non urlare.
Non avresti più visto
quel modo buffo di camminare;
non ti saresti più perso
in quel certo luccichio di occhi.
Avevi detto “Io non viaggio più”:
avresti dovuto ricominciare a viaggiare.
Con tanti, troppi, viaggi
nelle gambe stanche,
di nuovo cane randagio
nel gelo di prati illusi dal chiarore della luna.
Trasumanare è più facile che organizzare.
A chi avresti più pagato il passaggio?
Chi mai ti avrebbe illuso ancora
col sorriso sotto i riccioli neri?
Chi, chi, perdio!, avrebbe potuto 
in alcun caso salvarti
con la sua sola, semplice gaiezza?
Ti immagino, in quella sera del ’75,
l’ultima sera del mondo,
guardare con occhi vitrei 
e nascosti, sempre, dagli occhiali scuri,
la scena del tuo amore per sempre finito.
Quello che successe dopo lo sappiamo,
lo sapevi, lo sai.
Mi stringe il cuore il pensiero che, come tanti,
tu, quella notte, abbia perso la vita per amore,
credendo per un attimo,
illuso, Pa’, illuso,
che ci potesse essere un altro amore.
E che l’ultima immagine nei tuoi occhi
dopo quella della madre,
sia stata quella di colui che più non ti amava,
che, dicevi, con inspiegabile furia 
quell’amore lo aveva distrutto.
In realtà, ora lo sai bene, non avevate colpa
né tu, che eri innamorato,
né lui, che non poteva amarti.
Poveraccio, con le lacrime agli occhi,
il giorno dopo,
sarebbe venuto proprio lui
a riconoscere la tua fine crudele.

2 novembre 2007


 

2 novembre 2007

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