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2 novembre 2007 Pier Paolo Pasolini
Appunti e riflessioni di Enrico Cerquiglini Pasolini non è un mito: è diventato il simbolo di una nazione senza verità. La sua morte è la morte di centinaia di persone che sono state uccise per mano dei soliti “ignoti”. Nessun mito, solo l’indignazione e la necessità della verità tiene vivo il Pasolini-corpo in chi ha bisogno che la verità emerga, in chi non si rassegna a convivere riverentemente con coloro che hanno ancora le mani grondanti di sangue. La verità storica è un’esigenza, non un optional. Quando parlando dell’opera di Pasolini la si decontestualizza si cerca inevitabilmente di ridurla a frammento, magari altissimo, magari sublime, ma sempre frammento. Non vorrei che si ricadesse, come a volte mi sembra succeda in questi ultimi tempi, nella mania crociana di separare ciò che è poesia da ciò che non lo è, perché filosofia, politica, ecc. Sarebbe il classico regredire e chiamarlo progresso. Pasolini, che piaccia o meno, ha aperto una strada: ha saputo entrare nella vita, fin nei suoi gradi più infimi (non è un valore morale che si esprime!), e coglierne un sacro respiro. Che i suoi toni spazino dall’oratoria alla “profezia” all’idillio mi sembra assolutamente normale (se non sbaglio anche un tale Alighieri…), che abbia cercato di utilizzare la poesia per commentare il reale, o come strumento di indagine credo che sia quanto di meglio ci ha lasciato il Novecento. Meglio forse il ritiro formalismo di taluni ermetici? O il rifugio in un sogno-eros penniano o la speculazione delle avanguardie? Quello che Pasolini ci ha involontariamente insegnato è che in questo paese dire la verità può costare caro. E questo credo che in troppi, non solo tra gli intellettuali, l’abbiano imparato. [da interventi su blog]
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