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![]() Da trentaquattro anni Pier Paolo Pasolini non è più TRA NOI . Ma la sua presenza - ieri, oggi, sempre - è IN NOI , viva e vitale più che mai... In questa pagina, una nota riassuntiva sull'attuale stato delle notizie sulla morte di Pier Paolo Pasolini e su quanto è in atto per accertare le cause di un omicidio che presenta troppi lati tuttora non indagati . |
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sull’assassinio di Pasolini L’ipotesi più recente
collega il delitto Pasolini alla lotta di potere che prendeva forma negli
anni sessanta e settanta del secolo scorso nel settore petrolchimico, tra
Eni e Montedison, tra Enrico Mattei e Eugenio Cefis. Chi ha fornito elementi
per formulare tale ipotesi è il magistrato della Procura di Pavia Vincenzo
Calia (ora Procuratore aggiunto a Genova), il quale si è richiamato a quanto scritto da
Pasolini nel suo ultimo romanzo incompiuto Petrolio. Alle conclusioni a cui il magistrato
è giunto, relative all’ultima inchiesta da lui condotta per chiarire
le modalità e responsabilità della morte di Enrico Mattei, si sono riferiti
sia il poeta Gianni D’Elia con il suo libro Il Petrolio
delle stragi (Effigie, 2006), sia Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
con il volume Profondo nero. Mattei, De Mauro, Pasolini. Un’unica
pista all'origine delle stragi di Stato (Chiarelettere, 2009).
Prossimamente, su questo tema, uscirà anche un mio libro presso l'editore
Eugenio Maria Falcone. E’ appunto in base a tali ultime ipotesi che il 27 marzo scorso
l'avvocato Stefano Maccioni, coordinatore di «Giustizia per i diritti», e la criminologa
Simona Ruffini hanno chiesto che le indagini sull'omicidio dell'Idroscalo di Ostia
vengano riaperte.
L’augurio che oggi - proprio in memoria di Pasolini - rivolgo loro e a tutti coloro che come me non
condividono gli esiti delle sentenze del 1975-76 derivate oltretutto da una carenza nelle indagini allora
svolte male e frettolosamente (si veda in proposito la “sezione processi”
di “Pagine corsare”), è che la Procura di Roma si esprima al più presto relativamente all'accertamento delle
circostanze e all'esame dei nuovi elementi emersi riguardanti il brutale assassinio di Pier Paolo Pasolini.
Lo Bianco e Rizza, in particolare,
hanno raccolto in un filmato alcune interviste e commenti; tra questi ultimi,
quello di Guido Calvi che fa la riflessione che qui trascrivo: «C’è
la pista legata a Petrolio che anch’essa appare di qualche interesse
perché Pasolini aveva tentato in quel libro di ricostruire un quadro sociale
e politico di alcuni eventi, su vicende che… francamente non si sa bene
come potesse avere quelle informazioni se non attraverso dei documenti
che gli avevano fornito quelle informazioni: Ora, mi sembra che ci siano
tutti gli elementi per tentare una nuova indagine giudiziaria. Io credo
che, per un dovere direi quasi ontologico, si deve consentire che quella
morte trovi un momento di verità, trovi dei veri responsabili, una causa
vera e non lasciare che Pasolini in questo paese sia oscurato da quella
morte».
Perché, in effetti, Pasolini
è tuttora oscurato da quella morte, almeno nel nostro Paese, nel
quale purtroppo tardano a farsi strada concetti, ancorché ampiamente sostenuti
dalla nostra Carta costituzionale, quale quello dell’uguaglianza, che
dovrebbe escludere qualsiasi forma di discriminazione. Stiamo assistendo
infatti in questi anni, insieme alla perdita di valori fondamentali e al
generale imbarbarimento delle azioni e dei comportamenti in ambito sociopolitico,
proprio a una progressiva regressione nel modo di pensare e di agire dell’italiano
medio, la cui definizione pasoliniana voglio qui ricordare: “L’uomo
medio è un pericoloso delinquente, un mostro. Esso è razzista, colonialista,
schiavista, qualunquista”. Ed è da dire che purtroppo
«italiani medi» sono ormai la stragrande maggioranza dei nostri concittadini,
risucchiati dal mostro consumistico che ha generato nuovi egoismi, nuove
violenze, nuovi condizionamenti; ridotti a essere “il popolo più analfabeta”
con “la borghesia più ignorante d’Europa”. Così, è stato fin troppo
agevole negli anni ‘70 definire frettolosamente l’assassinio di Pasolini
“delitto tra froci”, ma è altrettanto agevole affermarlo oggi, come
purtroppo accade anche in ambiti cosiddetti colti. La Chiesa cattolica,
d’altro canto, ha la sua dose di responsabilità nel suggerire ripetutamente allo Stato italiano situazioni
in cui non vi sia alcuna distinzione tra peccato e reato, in cui i diritti
civili non vengano affermati e i principi di laicità dello Stato, fermamente
sostenuti dal dettato costituzionale, non divengano, come sarebbe lecito
attendersi, patrimonio di questo «popolo ormai dissociato». «L'intelligenza
non avrà mai peso, mai, nel giudizio di questa pubblica opinione», ha
scritto Pasolini, e mai affermazione pare oggi tanto calzante.
Il filmato sopra citato raccoglie
anche dichiarazioni di Pino Pelosi, in cui tra l’altro questi afferma:
«[...] Quella sera io e Pasolini avevamo un appuntamento al chiosco della
stazione. L’avevamo fissato una settimana prima, questo appuntamento,
quando c’eravamo visti per la prima volta. [...] Una sera mi è capitato
di conoscere Pasolini in quel chiosco [...] non l’avevo mai visto. E
non sapevo nemmeno chi fosse. Che si trattava di Pasolini me lo dissero
gli amici che stavano fuori e ci videro parlare. “Ma lo sai che quello
è uno famoso?” - mi dissero - “lo sai che con quello se possono fa’
‘n sacco de soldi?”. [Ci siamo dati] un appuntamento per il sabato
successivo. [...] Quella sera c’erano pure Franco e Giuseppe Borsellino
[...] e quei due stavano tramando qualcosa, qualcosa di brutto, me ne sono
accorto subito, e perciò gli ho detto chiaro che io non volevo partecipare,
non ne volevo sapere nulla». Su quanto specificamente avvenne all’Idroscalo
di Ostia, Pelosi inoltre dichiara: «[...] Poi io sono uscito dalla macchina,
sono andato a urinare vicino alla rete [...] E in quel momento è
spuntata una macchina scura, non so se era un 1300 o un 1500, e una moto.
Sono arrivate in tutto cinque persone. A me m’ha bloccato subito uno
con la barba, sulla quarantina, m’ha detto: "Fatti i cazzi tua, pederasta”
ho preso una bastonata e un cazzotto. Ho visto che trascinavano Pasolini
fuori dalla macchina, e lo riempivano di pugni e calci, picchiavano forte.
Gridavano, ho sentito le urla, gli dicevano: “Sporco comunista, frocio,
carogna”. Ho avuto paura, mi sono allontanato nel buio. Sono tornato
quando tutto è finito».
Alla domanda degli intervistatori
“Dunque, gli aggressori erano cinque. Li conosceva?”, Pelosi risponde:
«Due li conoscevo. Erano Franco e Giuseppe Borsellino. Poi c’era questo
che mi ha colpito, questo con la barba: non lo conoscevo, ma l’ho visto
da vicino che aveva una quarantina d’anni. Gli altri due non so proprio
chi fossero. [...] [Franco e Giuseppe Borsellino] erano due amici miei.
[...] Erano due ladri di borgata, come me, ma in quel periodo sia Franco
sia Giuseppe erano diventati fascisti, so per certo che bazzicavano la
sezione del Msi al Tiburtino, andavano a fare politica». [...] Secondo
me era una lezione, una punizione, forse dovuta al partito o alla politica.
Pasolini stava sul cacchio a qualcuno. Lo massacravano e gli dicevano:
“Sporco comunista, sporco frocio”. Se tu uccidi qualcuno in questo
modo, o sei pazzo o hai una motivazione forte; siccome questi assassini
sono riusciti a sfuggire alla giustizia per trent’anni, pazzi non sono
certamente[...] E quindi avevano una ragione, una ragione importante per
fare quello che hanno fatto. E nessuno li ha mai toccati. [...] I Borsellino
li ho rivisti. Uno, quello più piccolo, l’ho rivisto in carcere, era
mezzo strippato, drogato, stava al reparto dei matti. L’altro l’ho
visto dopo un sacco di tempo [...] era sieropositivo. Non gli ho detto
niente. Non me ne fregava niente. Poi è morto». La credibilità di Pelosi
- è da dire - è prossima allo zero: anzi, lo era già al momento del
processo nel lontano 1976, quando perfino il giudice Moro ribadì che «ha
saputo imbastire con estrema abilità una tesi difensiva che occultasse
la realtà di ciò che all'idroscalo era effettivamente avvenuto e ha mantenuto
tale tesi senza cedimenti lungo tutto l'arco dell'istruttoria e del dibattimento
[...]; ha mostrato di non lasciarsi sopraffare dagli avvenimenti ma di
saperli prevedere e controllare».
Si aggiunge a queste ultime
“rivelazioni” un'ulteriore testimonianza, quella di Silvio Parrello,
poeta e pittore che ha un suo studio a Roma in zona Monteverde, quartiere
Donna Olimpia (la stessa zona in cui visse Pasolini tra il 1956 e il 1963).
La sua testimonianza non fu ammessa (come quella di Sergio Citti) nel processo
che seguì alla morte dello scrittore nel 1975-76. A Parrello, amico di
Pasolini - che si riferì a lui per farne uno dei protagonisti, col nome
di “Pecetto”, del suo romanzo Ragazzi di vita - avevo chiesto
di esprimere un parere sulle recentissime, “presunte nuove rivelazioni”
di Pelosi. Quella che segue è la sua risposta: «[...] I due Borsellino
è sicuro che c’erano, ma ora sono morti, mentre Giuseppe Mastini detto
“Johnny lo Zingaro” era lì con loro a massacrare Pasolini, e Pino
non lo dice perché Johnny è ancora vivo, ha paura, ed è un suo amico;
molto probabilmente il famoso plantare - 41 piede destro - è proprio di
Johnny, che lo utilizzava dopo una ferita riportata durante una colluttazione
con la polizia. Johnny è attualmente in libertà vigilata, è uscito di
recente. Pino però non fa i nomi degli altri che realmente hanno ucciso
Pasolini. Sicuramente uno di loro aveva una casetta lì all’Idroscalo.
Secondo me c’era l’Alfa di Pasolini, la macchina che nella fuga ha
demolito una recinzione lasciando sul reticolato anche del sangue di Pier
Paolo, la moto Gilera dei ragazzi che l’avevano rubata qualche giorno
prima e una terza macchina targata Catania, auto-civetta dei picciotti
mafiosi [...] La macchina degli aggressori, uscita fuori strada dopo avere
investito Pasolini, venne portata nella carrozzeria di Scannella, al Portuense,
da Antonio Pinna che il 16 febbraio 1976 scomparve: la sua auto venne poi
trovata all’aeroporto di Fiumicino abbandonata, e di Antonio Pinna non
si seppe più nulla: scomparso, volatilizzato! Il Pinna, detto “Voilà”,
di Donna Olimpia, amico di Pier Paolo fin dagli anni di Ragazzi di vita,
era un assiduo frequentatore di Pasolini. Che cosa attingeva Pier Paolo
negli incontri col Pinna? Informazioni sulla malavita romana che gli servivano
poi come tematiche da utilizzare nei suoi romanzi, e notizie anche sui
rapporti tra personaggi politici e alcuni fuorilegge divenuti in seguito
brigatisti. Pino Pelosi mente perché è costituzionalmente un bugiardo
e conosceva Pier Paolo da vecchia data: si incontravano quando ne avevano
bisogno, perché con Pino si poteva fare solo sesso. [...]». (12 giugno
2009)
Se è vero che rispetto al
periodo in cui creai il sito dedicato a Pasolini (1997) un interesse crescente
si è registrata in Italia intorno alla figura di questo intellettuale,
è altrettanto vero che gran parte di tale attenzione si è soffermata,
nella stragrande maggioranza dei casi, più sugli aspetti anche morbosi
riguardanti la sua barbara uccisione piuttosto che sulle sue opere. Sempre nel nostro Paese, anche
nel "famoso" trentennale (2005), se le iniziative riguardanti il poeta
si moltiplicarono, non vi fu, all'infuori di alcuni casi - lodevolissimi,
ma rari - un vero impegno degli organizzatori per mettere in luce il lavoro, l'opera
di Pasolini. Così, gran parte di chi ha seguito quelle manifestazioni
commemorative sa tutto sull'omosessualità di Pasolini e sulla sua tragica
morte, ma ben poco ha acquisito per esempio sui contenuti delle "Ceneri di Gramsci" o di "Teorema".
Continuo a sostenere, anche in base a ciò che mi viene quotidianamente riferito, che la conoscenza
di Pasolini è assai scarsa tra le giovani generazioni, e imputo in primo luogo alla scuola italiana questa
carenza. Tra i miei amici alcuni sono docenti nei licei: mi hanno confermato, tutti, che lo studio delle opere di
Pasolini non è previsto dai programmi scolastici: molti di loro trattano ugualmente la figura di questo Autore e le sue
opere, spesso osteggiati dai presidi e avversati anche dai colleghi. Ben diversa è l’attenzione che la cultura
internazionale ha riservato al Poeta. La conoscenza e lo studio di Pasolini risultano attualmente assai
diffusi nei Paesi europei, anche in quelli non tradizionalmente già legati intimamente
all’opera pasoliniana (è il caso, quest'ultimo, della Francia). E nel mondo sono state promosse molte iniziative valide
e partecipate. Ne forniscono testimonianza sia molte di queste stesse «Pagine corsare», sia in particolare la fondazione della
rivista internazionale «Studi pasoliniani» che dà ampiamente conto degli studi critici in corso nel mondo su
Pier Paolo Pasolini e i suoi lavori; una rivista che registra tra l'altro un'evoluzione positiva in termini di voci
che vi si esprimono autorevolmente e di lettori in progressivo aumento.
Più in generale, la situazione
della cultura è sconfortante nel nostro Paese. Vedevo qualche tempo
fa un documentario di Riccardo Iacona sul patrimonio artistico italiano: musei allestiti
e subito chiusi; opere artistiche accatastate nei magazzini, non fruibili
da visitatori e studiosi; nessuna manutenzione per quanto riguarda il patrimonio
archeologico che in molti casi sta andando letteralmente in polvere; mancanza di personale
sia nei musei sia nei laboratori di restauro, finanziamenti pesantemente
tagliati e a volte ridotti a zero... insomma, una totale incuria di ciò
che, in termini culturali, dovrebbe essere offerto (ma viene invece sottratto)
a tutti noi e ai ricercatori e turisti stranieri - e che tra l'altro potebbe
anche costituire una enorme fonte di introito per uno Stato sempre sull'orlo
di una reale bancarotta. E pensavo a Pasolini e alle sue testimonianze
su Orte o su Sana'a: mi sono venute le lacrime agli occhi...
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