2 novembre 1975-2 novembre 2000 - Rassegna stampa

."Pagine corsare"
.2 novembre 2000


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Quel vittimista di Pasolini
di Pierluigi Battista

A venticinque anni dalla sua morte, Pier Paolo Pasolini corre forse il rischio di essere imbalsamato in un monumento, di diventare un santino da venerare, una statua da mettere sul piedistallo per ricevere l'omaggio dei posteri? Un intellettuale così urticante, un letterato così irregolare, un polemista così veemente e viscerale, può irrigidirsi in un'icona rivendicata da tutti gli schieramenti politici, essere assimilato nel Pantheon dell'ufficialità, neutralizzato nei riti e nelle cerimonie della Repubblica delle lettere? Per Pasolini viene allestita una serie televisiva. Negli Stati Uniti si celebra il grande autore scomparso con una retrospettiva delle sue opere.

È pure prevista una solenne cerimonia funebre all'Idroscalo di Ostia, nello scenario degradato in cui il cantore dei Ragazzi di vita andò incontro al suo carnefice. Che rimane, dopo venticinque anni, dello scrittore trasgressivo e passionale, del feroce fustigatore del Palazzo? «Il lato paradossale di questa venerazione trasversale», ha sostenuto Marcello Veneziani, un intellettuale che da tempo sollecita la destra a rileggere Pasolini, «è che sono pochissimi a dir bene di Pasolini narratore, poeta e cineasta. Si parla bene di lui come polemista, come corsaro, come intellettuale, come personaggio pubblico. Si rimpiange più la sua cattiveria che il suo intimo. Ciò che è passeggero di lui rimane; ciò che fu pensato per la letteratura appare sepolto». 

Basta del resto scrostare la superficie degli omaggi postumi e degli arruolamenti trasversali di un personaggio che sopportava poco etichette e irreggimentazioni per accorgersi che non sempre il Pasolini narratore e letterato puro ha lasciato rimpianti lancinanti. Franco Cordelli, uno scrittore che peraltro bolla semplicemente come «raccapricciante» la scelta della visita liturgica all'Idroscalo di Ostia e che da giovane frequentò la «scuola romana» dove Pasolini visse e lavorò, ritiene che la distinzione sia obbligatoria e inevitabile: «tipo umano fiammeggiante e portato ad abbracciare vitalisticamente posizioni estreme, Pasolini non poteva dare il meglio di sé nel mezzo e non poteva accucciarsi nella medietà. Con il risultato che nella sua opera narrativa centrale, quella di Ragazzi di vita e di Una vita violenta, è letteralmente illeggibile, mentre risultati straordinari vengono raggiunti in opere pubblicate postume come Amado mio e Petrolio.

La stessa cosa accade nelle sue opere cinematografiche: il meglio del Pasolini cineasta sta all'inizio, in Accattone, e alla fine, in Salò-Sade. Tutto ciò che sta in mezzo è meglio dimenticarlo». In fondo, ciò che per Cordelli resta, anche a molti anni di distanza dalla morte di Pasolini è la sua «energia pura», alimentata e rinfocolata da una «furbizia contadina come è quella che si è rivelata nella lettera inedita pubblicata dal Corriere della Sera in cui Pasolini insulta sanguinosamente Piero Ottone per poi riceverne, a pochi mesi di distanza, una proposta di collaborazione per il quotidiano di via Solferino». Un talento che malignamente Cordelli definisce «ambiguo» o «multiplo» e che certamente, a suo parere, sta alla base dell'attuale interesse di settori molto diversi tra loro della cultura italiana nei confronti di un intellettuale che pure amava presentarsi come uno scrittore «contro», irriducibile alle classificazioni consuete.

Pasolini provocatore nato? Per Alfonso Berardinelli ciò che potentemente e sotterraneamente nutriva la «straordinaria capacità teatrale di Pasolini di inventare metafore di notevole impatto pubblico come quelle delle "lucciole scomparse" e del "processo al Palazzo"» era piuttosto «un lancinante desiderio di farsi accettare, un'ansia di riconoscimento che spiega quanto Pier Paolo Pasolini vivesse, sinceramente e non per posa, come una ferita al suo incontenibile narcisismo ogni ostacolo frapposto al riconoscimento pubblico del suo ruolo e alla sua pretesa di voler in fondo far parte a pieno titolo della classe dirigente del nostro Paese».

Ciò che resta di Pasolini, secondo Berardinelli, al di là «del giudizio sulla sua opera letteraria in quanto tale», è appunto «il senso di vittimismo autentico che attanagliava un intellettuale intelligente e versatile che interpretava il suo ruolo di polemista secondo modalità totalmente estranee a quelle tipiche ed egemoni nel mondo intellettuale italiano e che pure voleva vedere riconosciuta la sua diversità da quello stesso mondo preso di mira». 

Testimonanza di quel paradosso, individuato da Veneziani, di un Pasolini ricordato molto più come «corsaro» che «scrittore, poeta e cineasta». Venticinque anni dopo, quell'«ansia di riconoscimento» descritta da Berardinelli ha trovato finalmente il suo, postumo, appagamento. 

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