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Quel vittimista di
Pasolini
di Pierluigi Battista
A venticinque anni dalla
sua morte, Pier Paolo Pasolini corre forse il rischio di essere imbalsamato
in un monumento, di diventare un santino da venerare, una statua da mettere
sul piedistallo per ricevere l'omaggio dei posteri? Un intellettuale così
urticante, un letterato così irregolare, un polemista così
veemente e viscerale, può irrigidirsi in un'icona rivendicata da
tutti gli schieramenti politici, essere assimilato nel Pantheon dell'ufficialità,
neutralizzato nei riti e nelle cerimonie della Repubblica delle lettere?
Per Pasolini viene allestita una serie televisiva. Negli Stati Uniti si
celebra il grande autore scomparso con una retrospettiva delle sue opere.
È pure prevista una
solenne cerimonia funebre all'Idroscalo di Ostia, nello scenario degradato
in cui il cantore dei Ragazzi di vita andò incontro al suo
carnefice. Che rimane, dopo venticinque anni, dello scrittore trasgressivo
e passionale, del feroce fustigatore del Palazzo? «Il lato paradossale
di questa venerazione trasversale», ha sostenuto Marcello Veneziani,
un intellettuale che da tempo sollecita la destra a rileggere Pasolini,
«è che sono pochissimi a dir bene di Pasolini narratore, poeta
e cineasta. Si parla bene di lui come polemista, come corsaro, come intellettuale,
come personaggio pubblico. Si rimpiange più la sua cattiveria che
il suo intimo. Ciò che è passeggero di lui rimane; ciò
che fu pensato per la letteratura appare sepolto».
Basta del resto scrostare
la superficie degli omaggi postumi e degli arruolamenti trasversali di
un personaggio che sopportava poco etichette e irreggimentazioni per accorgersi
che non sempre il Pasolini narratore e letterato puro ha lasciato rimpianti
lancinanti. Franco Cordelli, uno scrittore che peraltro bolla semplicemente
come «raccapricciante» la scelta della visita liturgica all'Idroscalo
di Ostia e che da giovane frequentò la «scuola romana»
dove Pasolini visse e lavorò, ritiene che la distinzione sia obbligatoria
e inevitabile: «tipo umano fiammeggiante e portato ad abbracciare
vitalisticamente posizioni estreme, Pasolini non poteva dare il meglio
di sé nel mezzo e non poteva accucciarsi nella medietà. Con
il risultato che nella sua opera narrativa centrale, quella di Ragazzi
di vita e di Una vita violenta, è letteralmente illeggibile,
mentre risultati straordinari vengono raggiunti in opere pubblicate postume
come Amado mio e Petrolio.
La
stessa cosa accade nelle sue opere cinematografiche: il meglio del Pasolini
cineasta sta all'inizio, in Accattone, e alla fine, in Salò-Sade.
Tutto ciò che sta in mezzo è meglio dimenticarlo».
In fondo, ciò che per Cordelli resta, anche a molti anni di distanza
dalla morte di Pasolini è la sua «energia pura», alimentata
e rinfocolata da una «furbizia contadina come è quella che
si è rivelata nella lettera inedita pubblicata dal Corriere della
Sera in cui Pasolini insulta sanguinosamente Piero Ottone per poi riceverne,
a pochi mesi di distanza, una proposta di collaborazione per il quotidiano
di via Solferino». Un talento che malignamente Cordelli definisce
«ambiguo» o «multiplo» e che certamente, a suo
parere, sta alla base dell'attuale interesse di settori molto diversi tra
loro della cultura italiana nei confronti di un intellettuale che pure
amava presentarsi come uno scrittore «contro», irriducibile
alle classificazioni consuete.
Pasolini provocatore nato?
Per Alfonso Berardinelli ciò che potentemente e sotterraneamente
nutriva la «straordinaria capacità teatrale di Pasolini di
inventare metafore di notevole impatto pubblico come quelle delle "lucciole
scomparse" e del "processo al Palazzo"» era piuttosto «un lancinante
desiderio di farsi accettare, un'ansia di riconoscimento che spiega quanto
Pier Paolo Pasolini vivesse, sinceramente e non per posa, come una ferita
al suo incontenibile narcisismo ogni ostacolo frapposto al riconoscimento
pubblico del suo ruolo e alla sua pretesa di voler in fondo far parte a
pieno titolo della classe dirigente del nostro Paese».
Ciò che resta di Pasolini,
secondo Berardinelli, al di là «del giudizio sulla sua opera
letteraria in quanto tale», è appunto «il senso di vittimismo
autentico che attanagliava un intellettuale intelligente e versatile che
interpretava il suo ruolo di polemista secondo modalità totalmente
estranee a quelle tipiche ed egemoni nel mondo intellettuale italiano e
che pure voleva vedere riconosciuta la sua diversità da quello stesso
mondo preso di mira».
Testimonanza di quel paradosso,
individuato da Veneziani, di un Pasolini ricordato molto più come
«corsaro» che «scrittore, poeta e cineasta». Venticinque
anni dopo, quell'«ansia di riconoscimento» descritta da Berardinelli
ha trovato finalmente il suo, postumo, appagamento. |