2 novembre 1975-2 novembre 2000 - Rassegna stampa

."Pagine corsare"
.2 novembre 2000


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Non siamo noi che stabiliamo se un autore è immortale
di Ferdinando Camon

Non siamo noi che stabiliamo se un autore è immortale o è morto, è il   pubblico. E il pubblico legge Pasolini, dunque Pasolini è vivo. Ho sentito, di Pasolini, una lettura che non dimenticherò mai. Sulla sua tomba, a Casarsa. Quando penso a un autore amato dopo morto, mi viene in mente quella lettura. Era il 2 novembre, Pasolini era morto da qualche anno. Vado a trovarlo, è sepolto qui, non lontano da casa mia. La sua tomba sta subito dopo il cancello del cimitero, a sinistra.
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Mi aggiro per il cimitero (così contadino, pieno di fiori e di ramarri) quando sento un vocìo segreto, un bisbiglio: mi volto e vedo che davanti alla tomba di Pier Paolo s'è seduto su uno sgabello un ragazzo sui 25 anni, ha in mano un libro aperto (lo riconosco: collana Poesia di Garzanti, volumi rilegati con la copertina color oliva) e sta leggendo tutta intera la poesia di Pasolini Supplica a mia madre, quella in cui Pier Paolo esprime con insospettata chiarezza l'origine della sua omosessualità, che stava nel rapporto "sacro" col corpo della madre: il corpo della madre era intoccabile, e per conseguenza ogni corpo femminile. Lì Pier Paolo parlava per sé e per quelli come lui. Il ragazzo che leggeva, leggeva per sé e per quelli come lui. La "durata" di un autore dipende da questo: dalla capacità di quell'autore di "essere gli altri".

Pasolini era stato i ragazzi di vita, il comunista eretico, l'espulso perdonante, il cristiano antipapale, il Cristo rivoluzionario, lo scrittore affermato che esordiva con ogni esordiente. 
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Scappato dal Friuli a Roma (per quella storia del ragazzino su cui avrebbe allungato le mani), povero da patir la fame, schivato e rejetto, cercò i rejetti, gli emarginati, i perdenti, i fuori-storia. La sotto-Roma. Quella sotto-Roma è morta, quel sotto proletariato è stato spazzato via dalla rivoluzione dei consumi, è diventato piccola borghesia: ma i libri che Pasolini gli ha dedicato restano. «Dolorosi come un pugno nello stomaco», parole di Fortini.
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Tutte le sue opere hanno urtato contro questa difficoltà, la difficoltà di essere accettate. Anche le sue poesie. I critici comunisti finirono per amare le sue poesie friulane, così arcadiche, così dolciastre. Non hanno mai amato Le ceneri di Gramsci, La religione del mio tempo, Trasumanar e organizzar. Così come non hanno mai accettato in pieno Ragazzi di vita, Una vita violenta, e nemmeno i film, a partire da Accattone. Solo Fortini mi confessò di non esser riuscito a restare nel cinema fino alla fine del Vangelo secondo Matteo: stava guardando il film in un cinema di Firenze, con la moglie, e l'angoscia per il messaggio mistico-rivoluzionario fu tale, che Fortini dovette scappare. Dopo la morte, Pasolini viene continuamente contrapposto a Calvino: o si accetta l'uno o l'altro. E' una contrapposizione insensata. Pasolini sta sulla sponda del "cosa dire", Calvino era ormai passato alla sponda del "come dire". Tra le due sponde corre la nostra letteratura contemporanea. Non c'è bisogno che chi sta su una sponda combatta la letteratura che si fa sull'altra sponda: può anzi sentirne la bellezza, e la nostalgia. E non è certo così che si uccide Pasolini, che lo si butta fuori storia, lo si dichiara morto. Oggi tornerò alla sua tomba. La mia previsione è che troverò qualche altro ragazzo, accoccolato lì vicino, a leggere suoi versi. Quella lettura è una garanzia di durata molto più di questo articolo.

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3 dicembre 2000
Laura Betti: «Vi racconto Pasolini. Come l'ho amato io»
di Giovanni Bogani

«Tutte storie. Il progresso, le idee nuove... L'Italia non si è liberata di un bel niente. Nemmeno di un certo modo di vedere l'omosessualità. Vedono Pier Paolo Pasolini ancora più come un caso di cronaca che per tutto il resto. Per questo ho fatto un film su di lui». È Laura Betti a parlarne. Dietro occhiali spessi, psichedelici, felliniani, la sua voce è un sussurro e un grido. «L'Italia è preda degli stessi pregiudizi di sempre. Ma continuo a vivere qui perché è il paese più simpatico d'Europa. Pier Paolo? Sì, ho fatto un film su di lui. È la prima volta che lo dico ufficialmente, voi giornalisti me l'avete estorto. Una fiction? No, ma quale fiction. La facciano gli altri, io no di certo. Ho raccolto tutte le interviste televisive a Pier Paolo, i frammenti filmati, le foto inedite, gli articoli di giornale, i saggi, gli appunti. Un materiale immenso, che unito ad alcune scene che ho girato adesso, nei luoghi cari a Pier Paolo. Adesso ho bisogno soltanto di un buon montatore, ma dove sono finiti in Italia i montatori?».

Sono passati venticinque anni dalla morte di Pasolini, sulla spiaggia del Lido di Ostia. Di fronte a Laura Betti un'altra spiaggia. Altrettanto brulla, spazzata dal vento, spolverata di gabbiani: Viareggio. Qui le hanno consegnato il premio Europacinema 2000. E la giuria di ragazzi, trenta studenti pieni di entusiasmo, le ha dato la voglia di parlare di questo progetto. «Se ho scoperto un Pasolini nuovo? Ma per me è tutto nuovo: quando ami una persona, come io ho amato Pier Paolo, mica la studi! Sì, ho amato Pier Paolo, ho vissuto con lui, praticamente, per ventidue anni. E adesso ritrovo le sue mani, la sua voce, i suoi occhi, le sue parole, le sue esitazioni, tutte cose che nessun testo scritto potrà mai restituire. E ho capito che solo il cinema può rendere conto di tutto questo 
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Vuole sapere perché oggi, soprattutto oggi, ai giovani di vent'anni piace Pier Paolo? Perché scrivono le sue frasi nei diari, perché leggono i suoi libri? Perché i genitori non hanno tempo per loro, per spiegar loro niente della vita. E loro hanno bisogno di spiegazioni, di idee, di provocazioni. Trovano tutto questo nelle parole di Pier Paolo. Trovano la profondità del suo sguardo sulle cose. Lo chieda, lo chieda ai ragazzi. Vedrà». 

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