2 novembre 1975-2 novembre 2000 - Rassegna stampa

."Pagine corsare"
.2 novembre 2000


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Il suo cinema senza eroi
di Antonio Gnoli

Il rapporto di Pasolini con il cinema fu quello di un dilettante di genio con un mezzo che gli era estraneo e di cui ignorava la tecnica. È vero che aveva lavorato come sceneggiatore, è vero che aveva frequentato il set come comparsa, è vero che come intellettuale onnivoro non si era mai imposto limiti nei linguaggi espressivi, è vero infine che il cinema lo interessava come critico e spettatore sui generis. Ma resta il fatto che entrare in quel mondo di immagini era come chiedere a un montanaro di fare una regata. Eppure Pasolini non si tirò indietro. Perché? I motivi sono essenzialmente due. Uno è che in fondo Pasolini fu un calciatore mancato. La cosa può apparire bizzarra. Pochi, provenendo da un mestiere diverso, conoscevano il calcio quanto lui: l'arte del movimento che lo governa, il senso dello spettacolo che lo avvolge, la popolarità che lo accompagna. In fondo sono questi gli stessi requisiti che il cinema possiede.

Immaginare Pasolini su un campetto di periferia mentre veloce correva sulle fasce e crossava il pallone, non era qualitativamente diverso dal vederlo dietro una cinepresa. Difendeva e attaccava. Almeno così a me pare. Ma c'è un'altra ragione, meno estemporanea, che spiega il suo rapporto con il cinema. Ed è che quel mezzo più della narrativa e più della poesia gli consentiva di avere un rapporto politico con la realtà. E mai come negli anni Sessanta e Settanta la politica ha influito sul modo di percepire il mondo esterno.

Per rappresentare Ninetto, disse, ho bisogno di Ninetto. Una spiegazione semplice ed efficace per un cinema che dopotutto amava privilegiare ossessivamente i corpi e le facce. Si tratta di un'antropologia che aveva come punto di riferimento la lezione longhiana. C'è un'aria pittorica nelle sue esecuzioni, un gusto che rimanda a Giotto, Masaccio, Piero della Francesca, Pontormo e Rosso Fiorentino. Ma anche a Bacon, altro pittore che amava. 
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Dopo anni ho rivisto Accattone. Come accade spesso in questi casi, pensavo a un film datato, esteticamente velleitario, moralmente discutibile e, diciamo la verità, tutt'altro che scandaloso. Fu girato quarant'anni fa, era il primo film di Pasolini. La gestazione fu lenta e complicata da incomprensioni, paure e dalla sensazione che quell'uomo dietro la cinepresa fosse un totale sprovveduto. Il che in parte era vero. Ma, al tempo stesso, nessuno aveva intuito che quel mezzo più di ogni altro corrispondeva all'idea di scandalo che Pasolini intendeva trasmettere.
Se fosse stato semplicemente un uomo di sinistra avremmo avuto un regista capace di denunce civili: alla Rosi o alla Petri, per intenderci. Ma era lo scandalo a interessarlo. Cioè qualcosa che avendo in sé la forza del risentimento e della pietà colpiva al cuore della morale e della ragione.

I personaggi di Accattone sono guidati dal risentimento e guardati con la pietà di chi sa che non c'è riscatto se non nella morte. Ecco l'altro tema che, come un'ossessione, accompagnerà il lavoro cinematografico di Pasolini: la morte. Tutto il vitalismo, l'estetismo, verrebbe da dire quel d'annuzianesimo che spesso avvolge il gesto pasoliniano, ha come contrappunto la morte. 
[...]
Con tutte le imperfezioni, i lirismi, la musica di Bach che eccede e contrasta con il contesto, l'uso fino alla noia di campi e controcampi, Accattone rimane un grande film, la cosa migliore insieme a l'episodio La ricotta che Pasolini abbia mai girato. Comunque di gran lunga migliore della produzione successiva che risente di furori intellettuali e spiegazioni troppo vincolate alla osservazione rarefatta e schematizzata. Lo scandalo, insomma, finì con il trasformarsi in provocazione.

Mi chiedo se ci sia qualcosa che sopravviva nel suo cinema. Qualcosa che vada al di là delle parole con cui pure comprensibilmente si è cercato di spiegare la sua grandezza. Ebbene, questo qualcosa è individuabile nella linea divisoria che Pasolini ha magistralmente segnato tra universo maschile e femminile. Tanto il primo sembra voler rispondere alla violenza dei vinti e degli intrusi (e non è casuale che egli prediliga attori non professionisti o che all'origine non lo erano o che comunque come Totò arrivino da un altro pianeta), quanto il secondo si riconnette alla potenza del mito. Le donne che hanno attraversato la sua vita professionale, e non solo quella, sembrano le tragiche espressioni di un matriarcato impossibile e tuttavia reale. Anna Magnani, Laura Betti, Maria Callas, Silvana Mangano perfino Elsa Morante e Natalia Ginzburg che prestarono il loro volto per delle particine mostrano quanto fosse grande in lui il bisogno di ricondurre il mito alla donna e la donna al sacro.

In questo impasto, fuori dal tempo e che sospende la storia, Pasolini immaginò che il potere si riscattasse dalla sua sordida e ferina propensione al dominio. Naturalmente fu poco più che una illusione, smentita dal suo ultimo film: Salò o le centoventi giornate di Sodoma. Opera sulla crudeltà, e sull'eccesso dell'ingiustizia, descrizione di un Potere che ha perso ogni giustificazione che non sia quella del rapporto patologico fra vittima e carnefice. Si direbbe che quasi fatalmente il lato oscuro di Pasolini, quella inquietudine che lo aveva spinto a misurarsi con i guasti che il moderno aveva prodotto, si ritrovasse interamente nel suo ultimo film. Era come se l'amore e la morte fossero stati irrimediabilmente dissacrati. E qualunque fedeltà alla realtà non avesse più senso.

Ho l'impressione che la morte di Pasolini non sia avvenuta in quello spazio irreale dell'Idroscalo di Ostia, ma sul set di Salò qualche mese prima. Forse avrebbe girato altre cose, progettava un film intitolato PornoTeoKolossal , era la sua battaglia finale con l'estremo. Il bisogno di offrirsi in pasto: sacrificarsi. In una parola dare ancora una volta scandalo.

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Intervista ad Angelo Guglielmi: le aspre polemiche
della neoavanguardia contro il poeta delle borgate
Pier Paolo, mio nemico amatissimo
di Simonetta Fiori

"Ho litigato con lui per tutta la vita, ma ora anch'io ne provo nostalgia". Angelo Guglielmi rievoca il grande avversario d'un tempo, Pier Paolo Pasolini, morto nella notte tra il primo e il due novembre di venticinque anni fa. Non tragga in inganno la premessa sentimentale. I toni pugnaci e un po' sprezzanti sono gli stessi del passato. Quasi come quarant'anni fa, quando sul Verri, la rivista della neoavanguardia, comparve una violenta requisitoria di Guglielmi contro Pasolini maestro di vita. Innumerevoli i capi d'accusa. "Pressappochismo ideologico, tronfio e ricattatorio". "Pesantezza oratoria, ingenua e arrogante". "Marxismo di marca sospetta". "Formidabile abilità nel confezionare l'irrazionale dentro pacchetti più convenzionali". "Ambiguità a buon mercato". "Impegno civile sostanzialmente ipocrita". E per commiato, il cazzotto definitivo: "Il nostro scrittore più decadente è anche il più rozzo e grossier"..

Guglielmi, pentito?
"No, affatto. A parte qualche asprezza polemica, è quello che penso ancora adesso"..

Ma Pasolini come la prese?
"Molto male. Lo chiamai qualche anno dopo per chiedergli un brano da inserire nell'antologia Vent'anni di impazienza. Al telefono replicò brusco: "Perché tanto interesse per il mio lavoro dopo tutto quello che ha scritto su di me?". Poi però mi aiutò a scegliere le pagine. A differenza di Bassani, che si negò offeso".
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Altri echi?
"Venne a trovarmi Leonardo Sciascia, che si congratulò. Con quell'articolo, mi disse, avevo colto nel segno".
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Ma il rapporto con Pasolini ne risentì?
"Sì, certo. Lo incontravo spesso al caffè Rosati, dove lui era in compagnia di Moravia. Ma mentre Alberto era gentile con noi più giovani, Pasolini fingeva di non vederci. Non dimentichiamoci che lui era un grande, molto celebrato. Più amato dello stesso Moravia".
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In quel saggio sul Verri, nel 1960, lei ironizzava sull' "angelo delle borgate romane", accusandolo sostanzialmente di ipocrisia.
"In quegli anni, ma anche nei successivi Settanta, Pasolini era il Personaggio. Assai influente, ascoltato e anche temuto. Dopo che Ottone ebbe la geniale idea di farlo scrivere sul "Corriere", la domenica ci precipitavamo a leggere i suoi interventi in prima pagina".
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Il Pasolini corsaro che irritò anche la sinistra.
"Era un grande imbonitore, abile nel rendere in un linguaggio rivoluzionario convincimenti arretrati. Un comunicatore lontanissimo da ogni forma di modernità. I suoi erano articoli di guerra. Sempre aggressivi. Contro. Eternamente all'arrembaggio. Tanto più efficaci, quanto più aspri. Però poi scoprivi che la vittima dell'assalto era felice di esserlo, perché coinvolto in un parapiglia chiassoso che serviva sia all'uno che agli altri. Era piacevole essere bastonati da Pasolini".
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Vale anche per lei?
"Ammetto: era il più ghiotto tra i nostri bersagli polemici, il più curioso, intelligente, all'avanguardia. D'altra parte, ripeto, Pasolini era amato da tutti: comunisti e democristiani. Andava all'assalto del Palazzo, ma al Palazzo queste incursioni in fondo piacevano".
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Non è un giudizio un po' ingeneroso? E i processi, i prolungati ostracismi, anche gli attacchi violenti...
"Tutto questo è vero, ma la classe ufficiale nutrì verso di lui rispetto e perfino devozione".
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Chi non ha condiviso l'ideologia pasoliniana si trova ora davanti a una contraddizione: se quello che Pasolini pensava sulla società italiana era così sbagliato, com'è potuto accadere che alcune sue analisi fossero così giuste da apparire oggi come una profezia?
"Intendiamoci su un punto: lui non ha inventato nulla. La massificazione della società era stata analizzata dalla Scuola di Francoforte, e ancora prima da Orwell. In America David Riesman aveva scritto La folla solitaria. Il merito di Pasolini è di avere introdotto queste verità nell'assonnata provincia italiana. Sembra un profeta, ma non lo è".
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Non salva niente di lui?
"No, al contrario. Tendo a separare il comunicatore, che fu straordinario, dal romanziere di qualità modesta. Anche coloro che lo amano riconoscono che è un narratore pezzente. Ma sul piano della comunicazione fu imbattibile. Riusciva a cogliere come nessun altro gli umori dell'epoca. Era un urlatore potente, sintonizzato con il suo tempo come una musica rock. Non è un caso che il "Corriere" non sia riuscito a sostituirlo. E la sua grandezza consiste nell'essere tuttora un contemporaneo, modello per schiere di ragazzi".
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Ma è vero che quando uscì Ragazzi di vita, quarantacinque anni fa, lei e i suoi amici bolognesi vi divertiste a imitarne i personaggi?
"Sì, per circa una ventina di giorni, ci ribattezzammo con i loro nomi. E il gioco consisteva nell'apostrofarsi con lo stesso loro linguaggio, tanto più esasperato quanto più pronunciato da ragazzi nati nel Nord. Si trattava di un fenomeno di vitellonismo. E ancora oggi credo che i romanzi di Pasolini, più che intrigare intellettualmente, suscitino nel lettore tendenze imitative. In fondo è bello essere come lui: avventuroso e così qualunque".
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Lei ora ne parla con gli accenti critici d'un tempo. Eppure Pasolini in qualche misura le è stato maestro.
"Sì, la mia televisione della realtà nasce da una sua battuta, che io riporto forse in modo improprio. "Sono stanco", egli diceva, "di raccontare la realtà con le parole. Preferisco raccontarla con la stessa realtà". Anch'io ho cercato di realizzare una Tv che mettesse in mostra la realtà, più che raccontarla. Ma non è stato il solo momento di condivisione con lui".
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Cosa altro le piaceva?
"Quando uscì postumo Petrolio, lo sentii più vicino. Perdermi nel caos di quel romanzo incompiuto mi diede più emozioni che ritrovarmi nel recinto di Una vita violenta, tra malandrinate e buoni sentimenti. Era come se Pasolini avesse rinunciato alle sue sicurezze, uscendo dalla gabbia delle ideologie e dunque perdendosi. Devo anche confessare di aver provato piacere nel sentirmi a lui vicino".
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Una caratteristica della neoavanguardia è di aver recuperato Pasolini soltanto dopo la morte.
"Io non a caso apprezzo molto l'opera in cui Pasolini rinuncia a essere Pasolini".
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Ma in definitiva dobbiamo sentircene orfani o ce ne siamo liberati?
"È difficile liberarsene, perché è un personaggio pieno di fascino proprio per le sue contraddizioni. Mentre forse si spegne il ricordo dei suoi libri, vive la nostalgia dell'uomo. E nonostante sia morto da venticinque anni, la sua contemporaneità non si è ancora esaurita".
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Qualcuno ha detto che è morto al momento giusto perché oggi non farebbe più scandalo.
"Anche se dirlo può risultare sgradevole, ha avuto una grande morte. Spettacolare come la sua vita. E lo spettacolo Pasolini è destinato a durare a lungo".
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Ma oggi dove starebbe?
"Azzardo: sarebbe un dalemiano che, sulle colonne del Corriere della Sera, non rinuncerebbe al piacere di parlar bene dei leghisti. In modo provocatorio, naturalmente. Ma certo affascinato dal primitivo, dal cafonesco, dallo stesso impeto fisico della rozzezza. Dal loro essere così antimoderni".
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Guglielmi, lei ha nostalgia di Pasolini?
"Sì, manca anche a me. Oggi non c'è più nessuno contro cui valga la pena di scontrarsi".

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La testimonianza di Cesare Garboli
Un angelo provocatore

Non sono stati pochi i contrasti che ho avuto con Pasolini in tempi lontani, molto lontani. Ci succedeva a volte di giocare a calcio, o di andare allo stadio, a vedere le squadre ospitate dalla Roma o dalla Lazio. Un giorno venne con noi anche Moravia. Guardava attorno a sé camminando in direzione dell'Olimpico, il mento per aria: '"Quanti culi", osservò, e non aveva torto. Il paesaggio statuario maschile del Foro Italico, così come fu ideato dagli architetti fascisti dell'Urbe, privilegia in termini quasi maniacali quel montagnoso e muscoloso particolare anatomico. Non si può fare a meno di contemplarlo..
[...]
Un giorno, sempre allo stadio, davanti a un noiosissimo tictoc o durante l'intervallo, gettò nella conversazione il problema Carducci. Bisognava farsi delle domande su Carducci, affrontarlo senza la spocchia e il pregiudizio novecentista. Erano i tempi di "Officina", e Pier Paolo aveva in testa una revisione sociostilistica della poesia in lingua dell'Ottocento. Aveva studiato a Bologna, sulle orme di Bassani e di Bertolucci, all'ombra del mito di Longhi; ma Bologna era anche la città di Carducci. Bisognava stanare quella radice.
Quell'interesse per Carducci era abbastanza sintomatico. Che i poemetti delle Ceneri di Gramsci siano debitori ai poemetti pascoliani è ben noto; più nascosto, più difficile da misurare il debito con le polverose strutture carducciane. A ripensarci, poesie come Il pianto della scavatrice, o Recit (sic, senza accento, come lo scrive Pasolini), non devono forse qualcosa ai meccanismi d'ispirazione delle Odi barbare? Non ne ripetono l'intonazione, la struttura dialettica, epica e intima, lirica e civile?

Erano i primi anni Cinquanta. Pasolini era sceso a Roma come un rissoso e impudente Caravaggio, a menare scandalo tra i letterati, e a sconvolgere i piani degli intellettuali di sinistra, che gli caddero tutti ai piedi. Lo scandalo, il rumore, dare fuoco al mondo era quello che gli piaceva, Ma non era un seduttore. Era un provocatore dalla voce di flauto e di miele, una voce così soave da sembrare quella di un angelo dei più vicini al Creatore, un Cherubino, un Serafino. Usigonolo del Paradiso è dir poco. Ma questo Serafino aveva covato nella mitezza della sua anima un pensiero, un sogno simile a un ramo infausto e nodoso, un istinto perverso, che poco aveva a che fare con la tortura, e l'estasi, dell'eros efebico.

Perversa, in Pier Paolo, non era l'omosessualità (sciocchezze), ma il bisogno imperioso di dissanguarsi, di versare sangue, la sete del martirio. Una sindrome, sia pure rovesciata, alla Mishima. Pier Paolo non era un angelo caduto, o invidiato e insidiato dal demonio. Non c'era nulla di satanico in lui. Pier Paolo voleva la cosa più irraggiungibile e più semplice: la divinità dell'amore insieme alla sua ferinità. Voleva unire la soavità alla bestialità, la brutalità alla dolcezza. Voleva aggredire e regalarsi inerme, senza scudo. Voleva che l'amore fosse furioso, selvaggio, ripugnante, e al tempo stesso soave, celeste, tenerissimo. E che cos'altro è l'amore? Pier Paolo voleva la divinità, non l'umanità dell'amore. Era, in questo, un missionario.
Purtroppo, era tutto virile. Anzi, era la virilità stessa, ed era questa la sua fragilità. Gli mancava un continente. Percorreva la stessa isola e non vedeva mai al di là delle montagne. Gli mancava la capacità di orientarsi nel buio, quell'intelligenza sotterranea, bassa, limitata, illogica, infallibile, dagli occhi di topo o di talpa, che appartiene al sesso delle donne. Aveva rinunciato a una metà del mondo e soffriva di quella misteriosa incapacità di cognizione adulta che è degli angeli e degli eroi, quella mirabile stupidità che è di Achille.

Culturalemnte aveva purissima nel sangue, fino a farsene splendido epigono, la tradizione alare sarebbe ingiusto dire pretesca, che contrassegna per definizione il letterato italiano. Ma era un grande critico, interessato ai problemi di stile, non un intrattenitore di quella qualità elevata e sublime, che si riscontra in altri abati di cui è ricco, in Italia, anche il secolo appena trascorso. Non era, per intenderci, votato ai misteri della letteratura come quel gran prete ateo di Manganelli, esempio tra i più luminosi, e certo il più estremo, di questa specie letteraria.

Potrebbe sembrare ingiusto chiedersi se l'opera di Pier Paolo non risulti oggi, passato il momento, inferiore alla sua personalità. I due momenti caldi della creatività pasoliniana appartengono agli anni Cinquanta, al tempo delle Ceneri di Gramsci, e ai Settanta, quando il poeta s'improvvisò giornalista d'assalto sul "Corriere della Sera" di Ottone. Tra queste date scorre una frenetica, rutilante, mai sazia attività di ideologo eternamente alla ribalta, poeta, critico, scrittore, autore drammatico, regista. L'idolo, l'ossessione di Pasolini era il bisogno incessante di sperimentare. Sentiva questo bisogno come una bandiera, un obbligo, una sfida, e forse, più tristemente, come un talismano, una medicina, l'antidoto, eternamente provvisorio, di un male incurabile e inconfessabile.

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