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Il suo cinema senza
eroi
di Antonio Gnoli
Il rapporto di Pasolini con
il cinema fu quello di un dilettante di genio con un mezzo che gli era
estraneo e di cui ignorava la tecnica. È vero che aveva lavorato
come sceneggiatore, è vero che aveva frequentato il set come comparsa,
è vero che come intellettuale onnivoro non si era mai imposto limiti
nei linguaggi espressivi, è vero infine che il cinema lo interessava
come critico e spettatore sui generis. Ma resta il fatto che entrare in
quel mondo di immagini era come chiedere a un montanaro di fare una regata.
Eppure Pasolini non si tirò indietro. Perché? I motivi sono
essenzialmente due. Uno è che in fondo Pasolini fu un calciatore
mancato. La cosa può apparire bizzarra. Pochi, provenendo da un
mestiere diverso, conoscevano il calcio quanto lui: l'arte del movimento
che lo governa, il senso dello spettacolo che lo avvolge, la popolarità
che lo accompagna. In fondo sono questi gli stessi requisiti che il cinema
possiede.
Immaginare Pasolini su un
campetto di periferia mentre veloce correva sulle fasce e crossava il pallone,
non era qualitativamente diverso dal vederlo dietro una cinepresa. Difendeva
e attaccava. Almeno così a me pare. Ma c'è un'altra ragione,
meno estemporanea, che spiega il suo rapporto con il cinema. Ed è
che quel mezzo più della narrativa e più della poesia gli
consentiva di avere un rapporto politico con la realtà. E mai come
negli anni Sessanta e Settanta la politica ha influito sul modo di percepire
il mondo esterno.
Per rappresentare Ninetto,
disse, ho bisogno di Ninetto. Una spiegazione semplice ed efficace per
un cinema che dopotutto amava privilegiare ossessivamente i corpi e le
facce. Si tratta di un'antropologia che aveva come punto di riferimento
la lezione longhiana. C'è un'aria pittorica nelle sue esecuzioni,
un gusto che rimanda a Giotto, Masaccio, Piero della Francesca, Pontormo
e Rosso Fiorentino. Ma anche a Bacon, altro pittore che amava.
[...]
Dopo anni ho rivisto Accattone.
Come accade spesso in questi casi, pensavo a un film datato, esteticamente
velleitario, moralmente discutibile e, diciamo la verità, tutt'altro
che scandaloso. Fu girato quarant'anni fa, era il primo film di Pasolini.
La gestazione fu lenta e complicata da incomprensioni, paure e dalla sensazione
che quell'uomo dietro la cinepresa fosse un totale sprovveduto. Il che
in parte era vero. Ma, al tempo stesso, nessuno aveva intuito che quel
mezzo più di ogni altro corrispondeva all'idea di scandalo che Pasolini
intendeva trasmettere.
Se fosse stato semplicemente
un uomo di sinistra avremmo avuto un regista capace di denunce civili:
alla Rosi o alla Petri, per intenderci. Ma era lo scandalo a interessarlo.
Cioè qualcosa che avendo in sé la forza del risentimento
e della pietà colpiva al cuore della morale e della ragione.
I personaggi di Accattone
sono guidati dal risentimento e guardati con la pietà di chi sa
che non c'è riscatto se non nella morte. Ecco l'altro tema che,
come un'ossessione, accompagnerà il lavoro cinematografico di Pasolini:
la morte. Tutto il vitalismo, l'estetismo, verrebbe da dire quel d'annuzianesimo
che spesso avvolge il gesto pasoliniano, ha come contrappunto la morte.
[...]
Con tutte le imperfezioni,
i lirismi, la musica di Bach che eccede e contrasta con il contesto, l'uso
fino alla noia di campi e controcampi, Accattone rimane un grande
film, la cosa migliore insieme a l'episodio La ricotta che Pasolini
abbia mai girato. Comunque di gran lunga migliore della produzione successiva
che risente di furori intellettuali e spiegazioni troppo vincolate alla
osservazione rarefatta e schematizzata. Lo scandalo, insomma, finì
con il trasformarsi in provocazione.
Mi chiedo se ci sia qualcosa
che sopravviva nel suo cinema. Qualcosa che vada al di là delle
parole con cui pure comprensibilmente si è cercato di spiegare la
sua grandezza. Ebbene, questo qualcosa è individuabile nella linea
divisoria che Pasolini ha magistralmente segnato tra universo maschile
e femminile. Tanto il primo sembra voler rispondere alla violenza dei vinti
e degli
intrusi (e non è casuale che egli prediliga attori non professionisti
o che all'origine non lo erano o che comunque come Totò arrivino
da un altro pianeta), quanto il secondo si riconnette alla potenza del
mito. Le donne che hanno attraversato la sua vita professionale, e non
solo quella, sembrano le tragiche espressioni di un matriarcato impossibile
e tuttavia reale. Anna Magnani, Laura Betti, Maria Callas, Silvana Mangano
perfino Elsa Morante e Natalia Ginzburg che prestarono il loro volto per
delle particine mostrano quanto fosse grande in lui il bisogno di ricondurre
il mito alla donna e la donna al sacro.
In questo impasto, fuori
dal tempo e che sospende la storia, Pasolini immaginò che il potere
si riscattasse dalla sua sordida e ferina propensione al dominio. Naturalmente
fu poco più che una illusione, smentita dal suo ultimo film: Salò
o le centoventi giornate di Sodoma. Opera sulla crudeltà, e
sull'eccesso dell'ingiustizia, descrizione di un Potere che ha perso ogni
giustificazione che non sia quella del rapporto patologico fra vittima
e carnefice. Si direbbe che quasi fatalmente il lato oscuro di Pasolini,
quella inquietudine che lo aveva spinto a misurarsi con i guasti che il
moderno aveva prodotto, si ritrovasse interamente nel suo ultimo film.
Era come se l'amore e la morte fossero stati irrimediabilmente dissacrati.
E qualunque fedeltà alla realtà non avesse più senso.
Ho l'impressione che la morte
di Pasolini non sia avvenuta in quello spazio irreale dell'Idroscalo di
Ostia, ma sul set di Salò qualche mese prima. Forse avrebbe girato
altre cose, progettava un film intitolato PornoTeoKolossal , era
la sua battaglia finale con l'estremo. Il bisogno di offrirsi in pasto:
sacrificarsi. In una parola dare ancora una volta scandalo.
* * *
Intervista ad Angelo Guglielmi:
le aspre polemiche
della neoavanguardia contro
il poeta delle borgate
Pier Paolo, mio nemico
amatissimo
di Simonetta Fiori
"Ho litigato con lui per
tutta la vita, ma ora anch'io ne provo nostalgia". Angelo Guglielmi rievoca
il grande avversario d'un tempo, Pier Paolo Pasolini, morto nella notte
tra il primo e il due novembre di venticinque anni fa. Non tragga in inganno
la premessa sentimentale. I toni pugnaci e un po' sprezzanti sono gli stessi
del passato. Quasi come quarant'anni fa, quando sul Verri, la rivista della
neoavanguardia, comparve una violenta requisitoria di Guglielmi contro
Pasolini maestro di vita. Innumerevoli i capi d'accusa. "Pressappochismo
ideologico, tronfio e ricattatorio". "Pesantezza oratoria, ingenua e arrogante".
"Marxismo di marca sospetta". "Formidabile abilità nel confezionare
l'irrazionale dentro pacchetti più convenzionali". "Ambiguità
a buon mercato". "Impegno civile sostanzialmente ipocrita". E per commiato,
il cazzotto definitivo: "Il nostro scrittore più decadente è
anche il più rozzo e grossier"..
Guglielmi, pentito?
"No, affatto. A parte qualche
asprezza polemica, è quello che penso ancora adesso"..
Ma Pasolini come la prese?
"Molto male. Lo chiamai
qualche anno dopo per chiedergli un brano da inserire nell'antologia Vent'anni
di impazienza. Al telefono replicò brusco: "Perché tanto
interesse per il mio lavoro dopo tutto quello che ha scritto su di me?".
Poi però mi aiutò a scegliere le pagine. A differenza di
Bassani, che si negò offeso".
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Altri echi?
"Venne a trovarmi Leonardo
Sciascia, che si congratulò. Con quell'articolo, mi disse, avevo
colto nel segno".
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Ma il rapporto con Pasolini
ne risentì?
"Sì, certo. Lo incontravo
spesso al caffè Rosati, dove lui era in compagnia di Moravia. Ma
mentre Alberto era gentile con noi più giovani, Pasolini fingeva
di non vederci. Non dimentichiamoci che lui era un grande, molto celebrato.
Più amato dello stesso Moravia".
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In quel saggio sul Verri,
nel 1960, lei ironizzava sull' "angelo delle borgate romane", accusandolo
sostanzialmente di ipocrisia.
"In quegli anni, ma anche
nei successivi Settanta, Pasolini era il Personaggio. Assai influente,
ascoltato e anche temuto. Dopo che Ottone ebbe la geniale idea di farlo
scrivere sul "Corriere", la domenica ci precipitavamo a leggere i suoi
interventi in prima pagina".
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Il Pasolini corsaro che
irritò anche la sinistra.
"Era un grande imbonitore,
abile nel rendere in un linguaggio rivoluzionario convincimenti arretrati.
Un comunicatore lontanissimo da ogni forma di modernità. I suoi
erano articoli di guerra. Sempre aggressivi. Contro. Eternamente all'arrembaggio.
Tanto più efficaci, quanto più aspri. Però poi scoprivi
che la vittima dell'assalto era felice di esserlo, perché coinvolto
in un parapiglia chiassoso che serviva sia all'uno che agli altri. Era
piacevole essere bastonati da Pasolini".
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Vale anche per lei?
"Ammetto: era il più
ghiotto tra i nostri bersagli polemici, il più curioso, intelligente,
all'avanguardia. D'altra parte, ripeto, Pasolini era amato da tutti: comunisti
e democristiani. Andava all'assalto del Palazzo, ma al Palazzo queste incursioni
in fondo piacevano".
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Non è un giudizio
un po' ingeneroso? E i processi, i prolungati ostracismi, anche gli attacchi
violenti...
"Tutto questo è vero,
ma la classe ufficiale nutrì verso di lui rispetto e perfino devozione".
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Chi non ha condiviso l'ideologia
pasoliniana si trova ora davanti a una contraddizione: se quello che Pasolini
pensava sulla società italiana era così sbagliato, com'è
potuto accadere che alcune sue analisi fossero così giuste da apparire
oggi come una profezia?
"Intendiamoci su un punto:
lui non ha inventato nulla. La massificazione della società era
stata analizzata dalla Scuola di Francoforte, e ancora prima da Orwell.
In America David Riesman aveva scritto La folla solitaria. Il merito
di Pasolini è di avere introdotto queste verità nell'assonnata
provincia italiana. Sembra un profeta, ma non lo è".
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Non salva niente di lui?
"No, al contrario. Tendo
a separare il comunicatore, che fu straordinario, dal romanziere di qualità
modesta. Anche coloro che lo amano riconoscono che è un narratore
pezzente. Ma sul piano della comunicazione fu imbattibile. Riusciva a cogliere
come nessun altro gli umori dell'epoca. Era un urlatore potente, sintonizzato
con il suo tempo come una musica rock. Non è un caso che il "Corriere"
non sia riuscito a sostituirlo. E la sua grandezza consiste nell'essere
tuttora un contemporaneo, modello per schiere di ragazzi".
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Ma è vero che quando
uscì Ragazzi di vita, quarantacinque anni fa, lei e i suoi
amici bolognesi vi divertiste a imitarne i personaggi?
"Sì, per circa una
ventina di giorni, ci ribattezzammo con i loro nomi. E il gioco consisteva
nell'apostrofarsi con lo stesso loro linguaggio, tanto più esasperato
quanto più pronunciato da ragazzi nati nel Nord. Si trattava di
un fenomeno di vitellonismo. E ancora oggi credo che i romanzi di Pasolini,
più che intrigare intellettualmente, suscitino nel lettore tendenze
imitative. In fondo è bello essere come lui: avventuroso e così
qualunque".
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Lei ora ne parla con gli
accenti critici d'un tempo. Eppure Pasolini in qualche misura le è
stato maestro.
"Sì, la mia televisione
della realtà nasce da una sua battuta, che io riporto forse in modo
improprio. "Sono stanco", egli diceva, "di raccontare la realtà
con le parole. Preferisco raccontarla con la stessa realtà". Anch'io
ho cercato di realizzare una Tv che mettesse in mostra la realtà,
più che raccontarla. Ma non è stato il solo momento di condivisione
con lui".
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Cosa
altro le piaceva?
"Quando uscì postumo
Petrolio,
lo sentii più vicino. Perdermi nel caos di quel romanzo incompiuto
mi diede più emozioni che ritrovarmi nel recinto di Una vita
violenta, tra malandrinate e buoni sentimenti. Era come se Pasolini
avesse rinunciato alle sue sicurezze, uscendo dalla gabbia delle ideologie
e dunque perdendosi. Devo anche confessare di aver provato piacere nel
sentirmi a lui vicino".
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Una caratteristica della
neoavanguardia è di aver recuperato Pasolini soltanto dopo la morte.
"Io non a caso apprezzo
molto l'opera in cui Pasolini rinuncia a essere Pasolini".
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Ma in definitiva dobbiamo
sentircene orfani o ce ne siamo liberati?
"È difficile liberarsene,
perché è un personaggio pieno di fascino proprio per le sue
contraddizioni. Mentre forse si spegne il ricordo dei suoi libri, vive
la nostalgia dell'uomo. E nonostante sia morto da venticinque anni, la
sua contemporaneità non si è ancora esaurita".
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Qualcuno ha detto che è
morto al momento giusto perché oggi non farebbe più scandalo.
"Anche se dirlo può
risultare sgradevole, ha avuto una grande morte. Spettacolare come la sua
vita. E lo spettacolo Pasolini è destinato a durare a lungo".
.
Ma oggi dove starebbe?
"Azzardo: sarebbe un dalemiano
che, sulle colonne del Corriere della Sera, non rinuncerebbe al piacere
di parlar bene dei leghisti. In modo provocatorio, naturalmente. Ma certo
affascinato dal primitivo, dal cafonesco, dallo stesso impeto fisico della
rozzezza. Dal loro essere così antimoderni".
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Guglielmi, lei ha nostalgia
di Pasolini?
"Sì, manca anche
a me. Oggi non c'è più nessuno contro cui valga la pena di
scontrarsi".
* * *
La testimonianza di Cesare
Garboli
Un angelo provocatore
Non sono stati pochi i contrasti
che ho avuto con Pasolini in tempi lontani, molto lontani. Ci succedeva
a volte di giocare a calcio, o di andare allo stadio, a vedere le squadre
ospitate dalla Roma o dalla Lazio. Un giorno venne con noi anche Moravia.
Guardava attorno a sé camminando in direzione dell'Olimpico, il
mento per aria: '"Quanti culi", osservò, e non aveva torto. Il paesaggio
statuario maschile del Foro Italico, così come fu ideato dagli architetti
fascisti dell'Urbe, privilegia in termini quasi maniacali quel montagnoso
e muscoloso particolare anatomico. Non si può fare a meno di contemplarlo..
[...]
Un giorno, sempre allo stadio,
davanti a un noiosissimo tictoc o durante l'intervallo, gettò nella
conversazione il problema Carducci. Bisognava farsi delle domande su Carducci,
affrontarlo senza la spocchia e il pregiudizio novecentista. Erano i tempi
di "Officina", e Pier Paolo aveva in testa una revisione sociostilistica
della poesia in lingua dell'Ottocento. Aveva studiato a Bologna, sulle
orme di Bassani e di Bertolucci, all'ombra del mito di Longhi; ma Bologna
era anche la città di Carducci. Bisognava stanare quella radice.
Quell'interesse per Carducci
era abbastanza sintomatico. Che i poemetti delle Ceneri di Gramsci siano
debitori ai poemetti pascoliani è ben noto; più nascosto,
più difficile da misurare il debito con le polverose strutture carducciane.
A ripensarci, poesie come Il pianto della scavatrice, o Recit
(sic, senza accento, come lo scrive Pasolini), non devono forse qualcosa
ai meccanismi d'ispirazione delle Odi barbare? Non ne ripetono l'intonazione,
la struttura dialettica, epica e intima, lirica e civile?
Erano i primi anni Cinquanta.
Pasolini era sceso a Roma come un rissoso e impudente Caravaggio, a menare
scandalo tra i letterati, e a sconvolgere i piani degli intellettuali di
sinistra, che gli caddero tutti ai piedi. Lo scandalo, il rumore, dare
fuoco al mondo era quello che gli piaceva, Ma non era un seduttore. Era
un provocatore dalla voce di flauto e di miele, una voce così soave
da sembrare quella di un angelo dei più vicini al Creatore, un Cherubino,
un Serafino. Usigonolo del Paradiso è dir poco. Ma questo Serafino
aveva covato nella mitezza della sua anima un pensiero, un sogno simile
a un ramo infausto e nodoso, un istinto perverso, che poco aveva a che
fare con la tortura, e l'estasi, dell'eros efebico.
Perversa, in Pier Paolo,
non era l'omosessualità (sciocchezze), ma il bisogno imperioso di
dissanguarsi, di versare sangue, la sete del martirio. Una sindrome, sia
pure rovesciata, alla Mishima. Pier Paolo non era un angelo caduto, o invidiato
e insidiato dal demonio. Non c'era nulla di satanico in lui. Pier Paolo
voleva la cosa più irraggiungibile e più semplice: la divinità
dell'amore insieme alla sua ferinità. Voleva unire la soavità
alla bestialità, la brutalità alla dolcezza. Voleva aggredire
e regalarsi inerme, senza scudo. Voleva che l'amore fosse furioso, selvaggio,
ripugnante, e al tempo stesso soave, celeste, tenerissimo. E che cos'altro
è l'amore? Pier Paolo voleva la divinità, non l'umanità
dell'amore. Era, in questo, un missionario.
Purtroppo, era tutto virile.
Anzi, era la virilità stessa, ed era questa la sua fragilità.
Gli mancava un continente. Percorreva la stessa isola e non vedeva mai
al di là delle montagne. Gli mancava la capacità di orientarsi
nel buio, quell'intelligenza sotterranea, bassa, limitata, illogica, infallibile,
dagli occhi di topo o di talpa, che appartiene al sesso delle donne. Aveva
rinunciato a una metà del mondo e soffriva di quella misteriosa
incapacità di cognizione adulta che è degli angeli e degli
eroi, quella mirabile stupidità che è di Achille.
Culturalemnte aveva purissima
nel sangue, fino a farsene splendido epigono, la tradizione alare sarebbe
ingiusto dire pretesca, che contrassegna per definizione il letterato italiano.
Ma era un grande critico, interessato ai problemi di stile, non un intrattenitore
di quella qualità elevata e sublime, che si riscontra in altri abati
di cui è ricco, in Italia, anche il secolo appena trascorso. Non
era, per intenderci, votato ai misteri della letteratura come quel gran
prete ateo di Manganelli, esempio tra i più luminosi, e certo il
più estremo, di questa specie letteraria.
Potrebbe sembrare ingiusto
chiedersi se l'opera di Pier Paolo non risulti oggi, passato il momento,
inferiore alla sua personalità. I due momenti caldi della creatività
pasoliniana appartengono agli anni Cinquanta, al tempo delle Ceneri
di Gramsci, e ai Settanta, quando il poeta s'improvvisò giornalista
d'assalto sul "Corriere della Sera" di Ottone. Tra queste date scorre una
frenetica, rutilante, mai sazia attività di ideologo eternamente
alla ribalta, poeta, critico, scrittore, autore drammatico, regista. L'idolo,
l'ossessione di Pasolini era il bisogno incessante di sperimentare. Sentiva
questo bisogno come una bandiera, un obbligo, una sfida, e forse, più
tristemente, come un talismano, una medicina, l'antidoto, eternamente provvisorio,
di un male incurabile e inconfessabile. |