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Una vita contro il
Grande Fratello
di Michele Mancino
Il
due novembre 1975 veniva trovato all'ldroscalo di Ostia il corpo martoriato
dell'ultimo grande intellettuale italiano, Pier Paolo Pasolini, una vita
contro Il Grande Fratello.
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Una morte violenta. Il triste
epilogo di una vita-contro, coraggiosa, coerente. Una morte violenta, come
violenti sono stati gli attacchi morali, ideologici e politici che Pier
Paolo Pasolini ha dovuto subire nella sua vita. Non è bastata l'azione
sconsiderata di un ragazzo di borgata a frenare la voce di un uomo che
era ben conscio di quale doveva essere il ruolo dell'intellettuale nella
società.
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"Io so perché sono
un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò
che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare
tutto ciò che si sa o che si tace; che coordina fatti anche
lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero
coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano
regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero".
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Questa lucida consapevolezza
pervade tutta la sua produzione artistica. Il rifiuto per l'omologazione,
il rifiuto della cultura consumistica, il rifiuto di ogni possibile compromesso,
facevano di Pasolini la coscienza scomoda di un Paese che si avviava alla
ricostruzione materiale e al contempo alla distruzione morale. Pasolini
era per "la morale contro il moralismo borghese", quel moralismo che punta
l'indice contro la diversità, che ghettizza e isola tutto ciò
che può turbare il comodo equilibrio di una società piccolo
borghese. Pasolini non nascondeva la sua diversità culturale e sessuale.
Infrangeva l'omertà di un'Italia perbenista e ipocrita, che non
rinuncerà mai a presentargli il conto.
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Un conto salato e ingiusto:
l'espulsione nel 1949 dal Pci per "indegnità morale e politica",
il licenziamento dalla scuola media dove insegnava, il processo nel 1955
per oscenità a causa del romanzo Ragazzi di vita, la censura
di Accattone, il film che nel 1961 segna il suo esordio cinematografico.
Il potere lo teme e il linciaggio morale e materiale che Pasolini subiva
era direttamente proporzionale alla sua pericolosità.
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Pasolini era pericoloso
perché faceva parlare un'Italia che si voleva dimenticare e cancellare,
che non poteva rientrare nemmeno forzosamente nell'opera di "ricostruzione",
se non attraverso l'omologazione culturale. Era l’Italia del sottoproletariato
urbano, l'Italia delle borgate e dei reietti, degli esclusi che non si
riconoscevano nei codici morali e nella cultura dominanti.
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Pasolini
era pericoloso perché denunciava il genocidio culturale operato
dalla classe dirigente attraverso i mezzi di comunicazione di massa, perché
ci ammoniva ad uscire dal coro di voci che esaltavano la società
italiana del boom economico, che trasformava la cultura in merce e che
alimentava il desiderio di ricchezza delle classi subalterne, perché
invitava a non ascoltare il canto corruttore di una sirena che spingeva
il sottoproletariato a compiere il salto di classe, passando da uno stato
di incosciente e ancestrale purezza, alla totale perdita d'identità
culturale.
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Pasolini era pericoloso
perché la sua "autonomia" intellettuale lo rendeva difficilmente
influenzabile e di conseguenza incontrollabile. Era pericoloso perché
sempre pronto a mettersi in discussione con lucida e disperata coerenza.
Era pericoloso perché rifuggiva il senso religioso della vita per
ricercare il senso del sacro nella vita. Era pericoloso perché non
riconosceva l'autorevolezza del vincolo nascente dal contratto sociale,
mediante il quale la classe dominante economicamente, non solo perpetua
il proprio dominio e privilegio, ma azzera ogni processo dialettico della
realtà.
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Era pericoloso perché
aveva capito che nel futuro del Bel Paese ci sarebbe stato un Grande fratello.
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