2 novembre 1975-2 novembre 2000 - Rassegna stampa

."Pagine corsare"
.2 novembre 2000


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Una vita contro il Grande Fratello
di Michele Mancino

Il due novembre 1975 veniva trovato all'ldroscalo di Ostia il corpo martoriato dell'ultimo grande intellettuale italiano, Pier Paolo Pasolini, una vita contro Il Grande Fratello.
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Una morte violenta. Il triste epilogo di una vita-contro, coraggiosa, coerente. Una morte violenta, come violenti sono stati gli attacchi morali, ideologici e politici che Pier Paolo Pasolini ha dovuto subire nella sua vita. Non è bastata l'azione sconsiderata di un ragazzo di borgata a frenare la voce di un uomo che era ben conscio di quale doveva essere il ruolo dell'intellettuale nella società.
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"Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che si sa o che si tace; che coordina fatti anche  lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero".
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Questa lucida consapevolezza pervade tutta la sua produzione artistica. Il rifiuto per l'omologazione, il rifiuto della cultura consumistica, il rifiuto di ogni possibile compromesso, facevano di Pasolini la coscienza scomoda di un Paese che si avviava alla ricostruzione materiale e al contempo alla distruzione morale. Pasolini era per "la morale contro il moralismo borghese", quel moralismo che punta l'indice contro la diversità, che ghettizza e isola tutto ciò che può turbare il comodo equilibrio di una società piccolo borghese. Pasolini non nascondeva la sua diversità culturale e sessuale. Infrangeva l'omertà di un'Italia perbenista e ipocrita, che non rinuncerà mai a presentargli il conto.
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Un conto salato e ingiusto: l'espulsione nel 1949 dal Pci per "indegnità morale e politica", il licenziamento dalla scuola media dove insegnava, il processo nel 1955 per oscenità a causa del romanzo Ragazzi di vita, la censura di Accattone, il film che nel 1961 segna il suo esordio cinematografico. Il potere lo teme e il linciaggio morale e materiale che Pasolini subiva era direttamente proporzionale alla sua pericolosità.
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Pasolini era pericoloso perché faceva parlare un'Italia che si voleva dimenticare e cancellare, che non poteva rientrare nemmeno forzosamente nell'opera di "ricostruzione", se non attraverso l'omologazione culturale. Era l’Italia del sottoproletariato urbano, l'Italia delle borgate e dei reietti, degli esclusi che non si riconoscevano nei codici morali e nella cultura dominanti. 
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Pasolini era pericoloso perché denunciava il genocidio culturale operato dalla classe dirigente attraverso i mezzi di comunicazione di massa, perché ci ammoniva ad uscire dal coro di voci che esaltavano la società italiana del boom economico, che trasformava la cultura in merce e che alimentava il desiderio di ricchezza delle classi subalterne, perché invitava a non ascoltare il canto corruttore di una sirena che spingeva il sottoproletariato a compiere il salto di classe, passando da uno stato di incosciente e ancestrale purezza, alla totale perdita d'identità culturale.
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Pasolini era pericoloso perché la sua "autonomia" intellettuale lo rendeva difficilmente influenzabile e di conseguenza incontrollabile. Era pericoloso perché sempre pronto a mettersi in discussione con lucida e disperata coerenza. Era pericoloso perché rifuggiva il senso religioso della vita per ricercare il senso del sacro nella vita. Era pericoloso perché non riconosceva l'autorevolezza del vincolo nascente dal contratto sociale, mediante il quale la classe dominante economicamente, non solo perpetua il proprio dominio e privilegio, ma azzera ogni processo dialettico della realtà. 
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Era pericoloso perché aveva capito che nel futuro del Bel Paese ci sarebbe stato un Grande fratello.

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