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Emanuele Di Marco - Squarci della Città di Dio. I racconti romani del '50-'52 di Pier Paolo Pasolini


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CAPITOLO I
PASOLINI NELLA CITTÀ DI DIO
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Stupenda e misera città,
che m’hai insegnato ciò che allegri e feroci
gli uomini imparano bambini,
le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa
delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato
con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d’estate;
a difendermi, a offendere, ad avere
il mondo davanti agli occhi e non soltanto in cuore...
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P.P. Pasolini, Il pianto della scavatrice


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Passiamo ora alla descrizione di quegli anni sconvolgenti e meravigliosi che furono per Pasolini quelli che vanno dal ’50 al ’52.

È il 28 gennaio del 1950 quando Pier Paolo e la madre Susanna prendono il treno che li porterà a Roma, lontano dalle escandescenze del padre Carlo, e dall’eco dei fatti giudiziari che vedono Pasolini protagonista in Friuli.

Nella capitale la madre troverà impiego come governante, mentre Pier Paolo andrà a vivere nella zona del ghetto ebreo in Piazza Costaguti. 

Qui Pasolini riprende a lavorare furiosamente alle sue carte friulane, Atti impuri, Amado mio, La meglio gioventù (che poi si intitolerà Il sogno di una cosa), intraprendendo nel frattempo i primi abbozzi di ambiente romano; il demone della scrittura non lo ha abbandonato, come testimonia questo stralcio di una sua lettera del gennaio 1950 a Spagnoletti:

Non so se vivere così, alla Rimbaud, senza il suo genio, possa ancora risolversi nella vocazione letteraria; ho atroci sospetti per il mio futuro. Ma sono sospetti: praticamente mai come oggi resto così radicato all’abitudine dello scrivere, all’ergastolo della mia vocazione”.
E ancora leggiamo queste righe scritte alla sua confidente di sempre Silvana Mauri:
In questi mesi non ho fatto altro che scrivere, anche dieci ore al giorno” (1).
Il suo fu : “Quasi un naufragio nel gran corpo di Roma [...] e sono naufragi vitalizzanti, splendidamente creativi. Fu una rigenerazione” (2).

La sua vita romana all’inizio è segnata dalla disoccupazione che per lunghi mesi porta con sé miseria e disonore. Ma la tristezza di questo panorama umano è illuminata sorprendentemente dall’assoluta novità di Roma, dalla sua bellezza, dai suoi ragazzi. Scrive al cugino Nico Naldini:

Caro Nico, ricordi il protagonista di ‘Sotto il sole di Roma’? Ebbene suo fratello, di 17 anni, molto più bello di lui è divenuto il mio amico. Ci siamo incontrati ieri sera per opera di un dio. Non ho dormito niente, sono ancora tutto tremante” (3);
e ancora:
Caro Nico, niente di più  anacronistico dei tuoi spleen casarsesi. Un nome? No, almeno quattro nomi, uno più trasteverino dell’altro [...]. Se vuoi dei cenni geografici su di me, immagina il Tevere, spudoratamente irrazionale, in mezzo alle severissime cupole cariche di storia” (4);
e infine in una lettera del giugno :
Caro Nico [...] Io sto diventando romano, non so più spiccicare una parola in veneto o in friulano e dico Li mortacci tua. Faccio il bagno nel Tevere, e a proposito degli ‘episodi’ umani e poetici che mi succedono, moltiplicali per cento in confronto a quelli friulani” (5).
La sua prima guida alla scoperta di Roma, e soprattutto della Roma notturna e di quella dei ragazzi sottoproletari, è il poeta Sandro Penna: questo artista dalla singolare personalità, lo accompagna in un mondo totalmente diverso da quello della sua infanzia e giovinezza. A testimonianza di quanto detto, cito qui un passo particolarmente significativo della biografia pasoliniana scritta dal già citato Naldini: “Con la testa ronzante dei gridi di Campo de’ Fiori, in una ‘Roma sanguinante di assolute novità’, in un mondo dal sapore diverso, il trauma è fortissimo nel passaggio dal passato al presente: l’aria agra friulana e le luci barocche romane; i saluti di Versuta che sono tremiti del cuore e le esclamazioni della plebe romana; il sesso nascosto dei ragazzi friulani su cui si versano lacrime e il serpente che in pieno Anno Santo striscia gelatinoso e ‘confuso come un profumo’. I Lungoteveri neri di pisciatoi, il Gianicolo con le sue battone, il Ciriola coi suoi ragazzi strafottenti che si danno al primo sguardo, compongono la sua Roma del ’50, visionaria e musicale. ‘Una vita tutta muscoli, rovesciata come un guanto, assolutamente nuda di sentimentalismi, in organismi umani così sensuali da essere quasi meccanici’” (6).

Come detto, alla meravigliosa scoperta di Roma si affianca la frustrazione per un lavoro che non arriva e i propositi più o meno concreti di suicidio. Dopo molti tentativi di ricerca di un’occupazione che falliscono, Pasolini intraprende finalmente, a partire dal maggio del ’50, delle collaborazioni di vario genere, invero ben poco redditizie, con quotidiani cattolici e di estrema destra come “Libertà d’Italia”, “Il quotidiano”, “Il popolo di Roma”. “Scomunicato dal PCI, non avvicinò ‘L’Unità’ né le altre pubblicazioni di partito, né queste avvicinarono lui. A distanza d’anni, il beneamato avversario di Pasolini, Franco Fortini, disse la verità: ‘tra il 1950 e il 1955, le uniche persone che aiutarono Pasolini a Roma furono i cattolici’” (7).

E proprio nei contributi a questi giornali troviamo i primi frutti della sua nuova vocazione narrativa, quella romana, che pian piano soppianterà completamente le tematiche di ambiente friulano. I titoli di questi racconti, che poi ritroveremo in Alì dagli occhi azzurri e nelle Storie della città di Dio, sono: “Squarci di notti romane”, “Il biondomoro”, “Gas”, “Giubileo”, “Ragazzo a Trastevere”, “La bibita”, “Il palombo”, “La passione del fusajaro”, “Roma allucinante”, “Domenica al Collina Volpi”, “Castagne e crisantemi”, “Santino nel mare di Ostia”. Per molti aspetti, già da soli, ci danno un’idea dell’ispirazione multiforme e pur riconducibile a temi ben precisi, del primo Pasolini romano. Così afferma Siciliano: “Vocalità e senso del colore mediante la sintassi, l’orecchio al dialetto quale veicolo di realtà, ricompensarono Pasolini, in poesia [ma non solo in poesia], per l’apprendistato di storia dell’arte. [...] si scoprì manierista e realista...” (8).

Ma lo scrivere di Pasolini non è mero esercizio retorico o semplice lavoro a tavolino: è la trascrizione sulla pagina del vissuto dell’autore accanto agli amati “ragazzi di vita”. Afferma egli:

Ho scritto i miei romanzi tardi perché mi sono trovato in situazioni ‘nuove’ in cui l’ambiente era prima di tutto ‘romanzesco’ per me. Scrivere romanzi per me è significato vivere nella scrittura la situazione romanzesca dell’agnizione dell’altrove” (9).
 Quali siano i caratteri di tale “agnizione”, lo spiega in maniera incisiva F. Pierangeli nella sua Biografia per immagini: “Il fascino di Roma, ‘divina’, è l’incredibile unione di eternità e di sporcizia, di degrado e di splendore, di rifiuti e di vitalità” (10).

Affermerà lo stesso Pasolini nel 1957 in un intervista rilasciata a “L’Unità”:

Roma nella mia narrativa ha quella fondamentale importanza di cui parlavo prima, in quanto ‘violento trauma’ e ‘violenta carica di vitalità’, cioè esperienza di un mondo e quindi in un certo senso ‘del’ mondo. Nella narrativa Roma è stata la protagonista diretta non solo come oggetto di descrizione o di analisi ma proprio come spinta, come dinamica, come necessità testimoniale”.
Ed ecco quindi Pier Paolo raccontare esperienze che sono le sue, ambientate dapprima sui lungoteveri e a Trastevere, poi a Testaccio, Monteverde, S. Paolo, Primavalle; Pier Paolo è coinvolto in un movimento centrifugo che lo porterà sempre più vicino alle terribili e splendide periferie di Roma, “questa nazione dentro la nazione” come avrà più tardi a dire in Passione e Ideologia.
Nella trascrizione di tali avventure, lui si sente:
Questo sfiatatoio, questo tubo di scarico, questo apparecchio ricevente e trasmittente attraverso il quale la Roma innominabile trova una sua via d’espressione” (11).
I protagonisti sono i ragazzi sottoproletari, di cui più volte, quasi ossessivamente, descrive i panni, le pettinature, i fianchi, la camminata:
... ragazzi bruni come statue incastrate nel fango...” (12).
Una poesia inedita del febbraio ’50, ora raccolta in Bestemmia, può aiutarci a chiarire ulteriormente i contorni di tale attrazione, e per questo la riportiamo qui integralmente:
Ogni tram ha un ragazzo romano che brucia / lo straniero coi suoi occhi/ dialettali, di orbace come il basco, / stella dell’adolescenza sulla nuca. / Egli sa il segreto della pronuncia, / fin da quando aveva dieci o dodici anni, / quando una sciarpa rossa nel Ghetto / è più micidiale di una pioggia di fuoco. / ... Io sono incinto dei loro gridi viziati / e vomito occhi e schiene eleganti. / Se potessi parlare, direi / che vorrei avere la rogna: / per assomigliare a uno di loro. / In piazza Costaguti c’è un’esistenza / che sa solo specchiare cinture strette / schiene snelle e toraci azzurri” (13).
Frattanto, ancora dopo il primo anno di soggiorno a Roma, le condizioni economiche di Pasolini non accennano a migliorare: Contini in una lettera del ’51 lo definisce :“perseguitato, esule, e vitando”. Nonostante ciò Pier Paolo è totalmente e entusiasticamente immerso in:
questa ventura tanto nuova / da far gridare di stupore”.
Afferma
 “... Roma, con tutta la sua eternità, è la città più moderna del mondo: moderna perché sempre al livello del tempo assorbitrice di tempo” (14).
Nel luglio del’51, Pasolini va a vivere nella periferia di Ponte Mammolo, nei pressi del carcere di Rebibbia, spinto dalla necessità di avere una piccola abitazione per tutta la famiglia, dettata dall’arrivo a Roma del padre Carlo. Scriverà a proposito di questa esperienza nella casa di via Tagliere 3:
Povero come un gatto del Colosseo, / vivevo in una borgata tutta calce / e polverone, lontano dalla città / e dalla campagna [...] tra strade di fango, / muriccioli, casette bagnate di calce / e senza infissi, con tende per porte... / [...] Ero al centro del mondo, in quel mondo / di borgate tristi, beduine, di gialle praterie sfregate / da un vento sempre senza pace / [...] era il centro del mondo, com’era / al centro della storia il mio amore / per esso” (15).
 Più avanti nella stessa poesia guarda in maniera retrospettiva a quei giorni, scoprendone e mostrandocene la carica rivoluzionaria e avvertendo in se stesso la nascita dell’amore anche politico per il sottoproletariato romano:
... Ah, giorni di Rebibbia, / che io credevo persi in una luce / di necessità, e che ora so così liberi! / [...] Si faceva, il mondo, soggetto / non più di mistero ma di storia. / Si moltiplicava per mille la gioia / del conoscerlo - come / ogni uomo, umilmente, conosce. / Marx o Gobetti, Gramsci o Croce, / furono vivi nelle vive esperienze. / [...] in ogni pagina, in ogni riga / che scrivevo, nell’esilio di Rebibbia, / c’era quel fervore, quella presunzione, / quella gratitudine. [...] i pochi amici che venivano / da me, nelle mattine o nelle sere / dimenticate sul Penitenziario, / mi videro dentro una luce viva: / mite, violento rivoluzionario / nel cuore e nella lingua. Un uomo fioriva” (16).
Notiamo come : “le borgate romane [...] divennero esempio unico, nell’immaginazione pasoliniana, del concetto di nazional-popolare. [...] Pertanto lo straccio rosso della speranza rivoluzionaria apparteneva [...] alle mani di tutti [...] i ragazzi di vita” (17). Afferma B.D. Schwartz: “Nell’equivalente italiano degli ‘intoccabili’ trovò non solo comunione erotica, stimoli intellettuali e umanità ancora intatta, ma anche gli emarginati prescelti da Cristo. Nel sottoproletariato  romano convergevano singolarmente il marxismo e la cristianità che Pier Paolo sapeva di aver ereditato dalla madre” (18). Si fa, quindi, ancora più stretto, anche per motivi logistici oltre che per tale presa di coscienza, il connubio del Nostro con il mondo delle borgate romane; borgate che egli percorre giorno e notte, incessantemente, attirato dalla vita primigenia, dall’allegria, dall’aperta vitalità nonché dalla sensualità e dalla possibilità di facili incontri erotici, caratteristiche di quel mondo sottoproletario.

I nuovi luoghi pasoliniani sono la borgata Gordiani, Pietralata, il Tiburtino III, Centocelle, il Prenestino, il Quarticciolo: Pasolini, da acuto osservatore qual è, intuisce subito la differenza fra la plebe trasteverina e il sottoproletariato borgataro:

Nelle borgate si conserva il ‘clima’ che doveva esserci in Trastevere trenta o quaranta anni fa [...]. Quanto di più primitivo c’è nelle borgate nei confronti della ‘metropoli’ trasteverina o borghigiana [...]. C’è nel ragazzo della borgata molta meno eleganza, e molta più delinquenza in un senso minore di questa parola. Lo scatto delle sue reazioni è molto più limitato e elementare: più angusto il suo modo di interpretare. È capace di molto minore pietà [...]. Non che ci sia poca vita morale in lui: non c’è addirittura. In lui non ha presa niente, o quasi...” (19).
Eppure l’attrazione erotica verso quei giovani è irresistibile, diventa quasi un assillo; testimonia E. Siciliano: “Il tratto che li accomunava erano i riccetti cadenti sulla fronte, il sorriso ‘malandro’, una vitalità che scaturiva imprevista dal torpore [...]. La ‘bellezza’ di quei ragazzi costituiva un’effrazione a ogni canone [...]. Era una bellezza fatta di brufoli, di orecchie e collo sudici, di mosse tenere e sguaiate...” (20). E ancora dalle parole dello stesso Pasolini:
I ragazzi sono ancora più belli: e sono migliaia, sturati dalle loro tane dal sole. [...] Quest’anno sono tutti vestiti all’americana: coi calzoni alla cow-boy e le magliette atomic blue, e il mistero del sesso è ancora più profondo, facile e struggente” (21).
Dopo il Tevere il nuovo fiume fonte di incontri e di ispirazione è l’Aniene: tra i tanti ragazzi che Pasolini conoscerà fra le fratte dell’Aniene, c’è anche Sergio Citti, detto “er Mozzone”, che diventerà non solo suo grande amico, ma soprattutto suo “vivente lessico romanesco”.

Dal vissuto di questo periodo nascono molti dei racconti di cui ci occuperemo nel corso di questa trattazione; e dalla viva esperienza del mondo e del gergo romanesco nasce anche quello che sarà il primo capitolo di Ragazzi di vita, “Il ferrobedò”, che appare proprio nel luglio del ’51 sulla rivista “Paragone”: il primo romanzo romano comincia a prendere forma in maniera tutt’altro che sistematica a partire proprio da cartoni, appunti e racconti scritti in modo per lo più occasionale.

Frattanto Pasolini comincia ad inserirsi nell’ambiente intellettuale e letterario della capitale: conosce Falqui, Bigiaretti, Bassani, frequenta casa di Bertolucci e di Ungaretti, stringe un fruttuoso rapporto con Gadda, che, attratto dal linguaggio della borgata, accetta più volte gli inviti a pranzo in casa Pasolini, di cui è assiduo frequentatore da tempo anche Caproni.

Nel dicembre del ’51 arriva il tanto sospirato impiego: grazie al poeta dialettale Vittorio Clemente, conosciuto tramite Mario dell’Arco, ottiene l’incarico di insegnante di lettere presso la scuola media parificata di Ciampino, l’istituto “Francesco Petrarca”. La distanza dall’abitazione di Ponte Mammolo è notevole, la paga tutt’altro che profumata, ventisettemila lire al mese, ma finalmente Pasolini può guadagnare.

Il momento più difficile sembra essere passato; così Pier Paolo ci aveva descritto quei due anni senza lavoro:

... era un periodo tremendo della mia vita. Giunto a Roma dalla lontana campagna friulana; disoccupato per molti anni; ignorato da tutti; divorato dal terrore interno di non essere come la vita voleva; occupato a lavorare accanitamente a studi pesanti e complicati; incapace di scrivere se non ripetendomi in un mondo che era cambiato. Non vorrei mai rinascere per non rivivere  quei due o tre anni...” (22).
Certo il pendolarismo Ponte Mammolo-Ciampino doveva essere, comunque, duro e sfibrante, ma il nuovo impiego portava un po’ di luce nel desolato panorama descritto nelle righe che abbiamo letto poc’anzi. Infatti Pasolini prosegue:
Finalmente, dunque, avevo trovato un lavoro, che mi veniva pagato venticinquemila lire al mese: io, felice, disperato, ogni mattina affrontavo il lungo viaggio, che si concludeva a pomeriggio avanzato, sotto il sole che ormai cominciava a declinare sulle infinite, tremende periferie. Ma pensavo. La mia consolazione era pensare. Pensare era la mia ricchezza e il mio privilegio. Più della metà dei miei versi sono stati pensati o scritti, in treno” (23).
Intanto lavora anche ad una antologia della poesia dialettale del ‘900 per l’editore Guanda e, con rinnovata passione, a Ragazzi di vita.

Nel maggio del ’52 ottiene il premio Taranto per il racconto “Terracina - Operetta marina”, ora raccolto in Storie della città di Dio, del quale parleremo diffusamente più avanti.

Già in passato Pier Paolo aveva sbarcato il lunario con i magri assegni dei premi letterari: raccolse, in quei tre anni, una menzione al “Roma” e al “Soave”, il secondo premio al “Cattolica”, il primo ex aequo al “Sette Stelle Sinaluga” e al “Le Quattro Arti”. Anche ora Pasolini, non pagato dalla scuola nel periodo estivo, insegue con cipiglio premi letterari di questo tipo, pur sentendosi quasi umiliato da tali obblighi impostigli dalla sua condizione economica, se non più disagiata, quanto meno precaria.

Ma Roma è sempre nuova e meravigliosa e questo gli basta. Scrive a Spagnoletti in giugno:

Eppure in questo momento in cui ti scrivo, non so perché sono allegro. [...] Quando della vita si è consumato tutto, resta ancora tutto”. (24)
E allo stesso poco dopo:
Tu sapessi che cosa è Roma! Tutta vizio e sole, croste e luce: un popolo invasato dalla gioia di vivere, dall’esibizionismo e dalla sensualità contagiosi, che riempie le periferie...Sono perduto qui in mezzo, ed è difficile per me e per gli altri ritrovarmi” (25).
Quest’ultima immagine è particolarmente bella: Pier Paolo non solo vive Roma, ma è quasi vissuto da Roma, vi si perde dolcemente e un po’ irrazionalmente, fino a rendersi non più distinguibile da essa.
Scrive, ancora nel periodo estivo, a Silvana Mauri:
Roma, cinta dal suo inferno di borgate, è in questi giorni stupenda: la fissità, così disadorna, del calore è quello che ci vuole per avvilire un poco i suoi eccessi, per denudarla e mostrarla quindi nelle sue forme più alte” (26).
La capitale manifesta, quindi, anche il suo volto diabolico, svela il suo essere “la città di Dite”, ma recita la poesia “Picasso”:
“[...] Nel restare / dentro l’inferno con marmorea / volontà di capirlo, è da cercare / la salvezza” (27).
A dicembre esce finalmente l’antologia Poesia dialettale del Novecento alla quale Pasolini ha lavorato indefessamenta per lungo tempo. Lui ha fatto tutto il lavoro, ma il nome di Mario dell’Arco appare prima del suo sul frontespizio dell’opera: è un piccolo dolore lenito, però, dalle entusiastiche accoglienze fatte dalla critica al volume. Anche per ciò Attilio Bertolucci lo incarica di preparare una seconda antologia per Guanda, questa volta sulla poesia popolare italiana: l’opera vedrà la luce nel ’55 sotto il titolo di Canzoniere italiano.
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Le copertine di alcuni titoli di opere narrative pasoliniane: al centro, quella del "Canzoniere Italiano"
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Siamo così arrivati alla fine del ’52: Pasolini, molto più tardi, rievocherà in una poesia questo primo periodo romano:
A Roma dal ’50 a oggi, Agosto del 1966, / non ho fatto altro che soffrire e lavorare voracemente. / Ho insegnato, dopo quell’anno di disoccupazione e fine della vita, / in una scuoletta privata, a ventisette dollari al mese: / frattanto mio padre / ci aveva raggiunto / e non parlammo mai della nostra fuga, mia e di mia madre. / Fu un fatto normale, un trasferimento in due tempi. / Abitammo in una casa senza tetto e senza intonaco, / una casa di poveri, all’estrema periferia, vicino a un carcere. / C’era un palmo di polvere d’estate, e la palude d’inverno. / Ma era l’Italia, l’Italia nuda e formicolante, / coi suoi ragazzi, le sue donne, / i suoi ‘odori di gelsomini e povere minestre’, / i tramonti sui campi dell’Aniene, i mucchi di spazzature: / e, quanto a me, / i miei sogni integri di poesia. / Tutto poteva, nella poesia, avere una soluzione. / Mi pareva che l’Italia, la sua descrizione e il suo destino, / dipendesse da quello che io scrivevo, / in quei versi intrisi di realtà immediata, / non più nostalgica, quasi l’avessi guadagnata col mio sudore. / Certo, quanto conta, anche nel senso più misero / una condizione economica: / non aveva peso il fatto ch’io fossi ricco di cultura e amore, / aveva molto più peso il fatto che io, certi giorni, / non spendessi nemmeno le cento lire per farmi radere la barba dal barbiere: / la mia figura economica, benché instabile e folle / era in quel momento, per molti aspetti, / simile a quella gente tra cui abitavo: / in questo eravamo proprio fratelli, o almeno pari. / Perciò, credo, ho molto potuto capirli” (28).
Sarebbe bello proseguire questo panorama biografico e spingersi fino a momenti chiave del periodo romano quali la concretizzazione del progetto, già intrapreso, di Ragazzi di vita, oppure la fulminante ispirazione che portò l’autore a scrivere Una vita violenta. Ma i confini di questa nostra trattazione sono ben precisi e individuabili, come noto, negli anni ‘50-’52, i primi dell’esperienza romana di Pasolini.

Invece converrà ora, dopo questa parte iniziale del nostro discorso necessaria alla contestualizzazione cronologica del lavoro critico su Alì dagli occhi azzurri e su Storie della città di Dio, entrare nel vivo della trattazione.

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NOTE AL CAPITOLO PRIMO

1) P.P. Pasolini, Lettere 1940-1954, a cura di N. Naldini, Einaudi, Torino, 1986, lettera dell’ 11-2-’50.
2) E. Siciliano, Vita di Pasolini, Giunti, Firenze, 1995, p. 210.
3) P.P. Pasolini, Lettere 1940-1954, op. cit., lettera II del febbraio ’50.
4) Idem, lettera III del febbraio ’50.
5) Idem , lettera del giugno ’50.
6) N. Naldini, Pasolini una vita, Einaudi, Torino, 1989, pp. 143-144.
7) B. D. Schwartz, Pasolini Requiem, Marsilio, Venezia, 1995, p. 363.
8) E. Siciliano, op. cit., p. 210.
9) N. Naldini, op. cit., p. 145.
10) F. Pierangeli-P. Barbaro, Pier Paolo Pasolini, Gribaudo, Torino, 1995, p.55.
11) P.P. Pasolini, Alì dagli occhi azzurri, Garzanti, Milano, 1996, p. 12.
12) P.P. Pasolini, Alì dagli occhi azzurri, op. cit., p. 8.
13) P.P. Pasolini, Bestemmia, a cura di W. Siti, Garzanti, Milano, 1996, p. 1079.
14) Romanesco 1950, “Il Quotidiano”, 12-5-’50.
15) P.P. Pasolini, “Il pianto della scavatrice” in Le ceneri di Gramsci, Garzanti, Milano, 1976, pp. 95-97.
16) Idem, pp. 101-102.
17) E. Siciliano, op. cit., p. 223.
18) B.D. Schwartz, op. cit., p. 364.
19) P.P. Pasolini, Alì dagli occhi azzurri, op. cit., p. 93.
20) E. Siciliano, op. cit., p. 230.
21) P.P. Pasolini, Lettere 1940-1954, op. cit., p. 84.
22) P.P. Pasolini, Un paese di temporali e primule, a cura di N. Naldini, Tea Due, Milano, 1995, p. 166.
23) Ibidem.
24) P.P. Pasolini, Lettere 1940-1954, op. cit. , lettera del giugno ’52.
25) Idem, lettera dell’ estate ’52.
26) Idem, lettera dell’ estate ’52.
27) In P.P. Pasolini, Le ceneri di Gramsci, op. cit., p. 28.
28) P.P. Pasolini, “Poeta delle Ceneri”, in B.D.Schwartz, op. cit., p. 356.
 


Emanuele Di Marco, Squarci della città di Dio. I racconti romani del '50-'52 di Pier Paolo Pasolini
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