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Roberto Gerardo My - Pier Paolo Pasolini cineasta. Immagini e musiche: la trilogia classica CAPITOLO II
II.1. Musiche per l'epos del sottoproletariato In questo paragrafo, prenderemo
in considerazione la relazione che tra immagini e musiche si instaura nei
primi tre film di Pasolini: Accattone
(1961), Mamma Roma (1962) e La
ricotta (1963) (1). La
scelta dei primi tre film non è casuale. Tali opere si caratterizzano,
infatti, oltre che per l’unità tematica – la celebrazione di quella
"sacralità" del sottoproletariato che, com’è noto, costituisce
uno dei tratti peculiari della weltanschauung pasoliniana (perlomeno
quale essa si presenta in questi primi anni sessanta (2))
– anche per la scelta delle musiche di commento alle immagini, la quale
è costituita quasi esclusivamente da musica di repertorio (3)
composta, perlopiù, da brani piuttosto noti di musica classica e
leggera. Abbiamo però tenuto distinto nella suddivisione del paragrafo
la trattazione de La ricotta, perché, se pure questo film
sviluppa la stesse tematiche dei primi due, se ne differenzia per lo stile
di ripresa adottato e, soprattutto, per l’applicazione delle musiche che
Pasolini sperimenta in esso.
II.1.1. Le musiche di Accattone e Mamma RomaQuando Pier Paolo Pasolini nel 1961 si appresta a scegliere le musiche per il suo primo film, Accattone, ha già ben chiara l’idea di quale autore servirsi: Johann Sebastian Bach. Per il suo primo film, infatti, l’autore sceglie come commento alle immagini, il Corale n. 78 in Do minore dalla Passione secondo Matteo BWV 244, l’Adagio dal Concerto Brandemburghese n.1 in Fa maggiore BWV 1046, l’Andante dal Concerto Brandeburghese n. 2 BWV 1047 ed infine la Sonatina in Si bemolle maggiore dalla Cantata Gottes Zeit ist die allerbeste Zeit "actus tragicus" BWV 106. Se la musica di Bach si manifesta come il fulcro su cui è costruito il commento del film, non va sottaciuta la presenza di un blues, il St. James Infirmary di Primrose che insieme agli stornelli romani e alle canzoni popolari cantate direttamente dai personaggi del film completano la componente musicale della colonna sonora (4). Pasolini, in un’intervista di poco successiva all’uscita del film, così si era espresso riguardo la musica di Accattone: Se
è vero che Pasolini, come abbiamo visto prendendo in esame le esperienze
musicali maturate durante gli anni friulani (6),
nutriva fin da giovane un grande amore per la musica di Bach – un amore
che giustificherebbe la sua "scelta irrazionale" della musica del compositore
tedesco per il suo primo film –, a ben vedere, quella che sembrerebbe apparire
una "scelta di gusto" (7), si
va invece configurando come un’operazione che partecipa fortemente della
produzione di senso, che Pasolini attua mediante lo stile di ripresa adottato.
Tale stile si basa sulla frontalità della macchina da presa, sulla
fissità delle inquadrature, sull’uso di pochi obiettivi, e su un
utilizzo altrettanto limitato dei movimenti di macchina (pochi carrelli
e qualche panoramica).
Questi sono i mezzi di cui l’autore si serve, nel suo esordio cinematografico, per portare sullo schermo la vita (e la morte) di un ‘magnaccia’ di una borgata romana, con la sua popolazione di prostitute, sfruttatori, ladri e poveracci. È un mondo pre-cristiano e pre-borghese che Pasolini ci restituisce filtrato dal suo sguardo, dalla sua "visione del mondo", che egli stesso definisce "di tipo epico-religioso". In un incontro con gli studenti del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma avvenuto nel 1963 l’autore aveva affermato: Pasolini stesso, in diverse occasioni, aveva avuto modo di spiegare come l’uso di Bach in Accattone costituisca un fattore della contaminazione stilistica: l’elemento, come si diceva, clamoroso della contaminazione stilistica, o, per usare un termine caro a Pasolini, del "pastiche" cinematografico, al quale egli sempre tende nel realizzare le sue opere, e che, come più volte spiegato dall’autore, altro non è che un adattamento al nuovo mezzo d’espressione, di quella contaminazione linguistica – l’accostare un linguaggio letterario di matrice proustiana e joissiana al crudo gergo della borgata (15) – che è alla base dello stile dei romanzi usciti nel decennio precedente. Sempre durante l’incontro con gli studenti del Centro sperimentale l’autore aveva affermato: È quello che Auerbach chiama scrittura magmatica, ossia scrittura generata dalla mescolanza di stili. Dal canto mio, ricerco spesso questa mescolanza di stili, che contribuisce a spezzare la convenzione della "sottolineatura" musicale, nella maggior parte dei film realisti commerciali (17). Questo gusto per il "pastiche", com’è noto, porta Pasolini ad immettere nelle immagini dei suoi film numerosi richiami figurativi o vere e proprie citazioni pittoriche, che egli pesca a piene mani soprattutto dalla tradizione figurativa del trecento, quattrocento e cinquecento. Nell’opera successiva tale operazione si ripete. In un film in cui non mancano le influenze pittoriche (Caravaggio e ancora Masaccio su tutti (19)), sono alcuni concerti di Vivaldi (20), intervallati agli stornelli e ad una canzone assai popolare quale Violino Tzigano (21), ad accompagnare le vicende di Mamma Roma – un’ex-prostituta con aspirazioni piccolo-borghesi, interpretata da Anna Magnani – e di suo figlio Ettore – uno di quei "ragazzi di vita" che popolano le pagine dei romanzi pasoliniani. Ora, l’uso di una musica così colta e raffinata – qual è quella che Pasolini sceglie per i suoi primi film – come commento alle immagini del mondo sottoproletario, ha fatto chiamare in causa a più di uno studioso, la categoria del "contrappunto drammaturgico", quale si delinea nella fondamentale opera di Adorno e Eisler sulla musica da film. Adorno e Eisler parlano di "contrappunto drammaturgico" per quei casi in cui "la musica, invece di esaurirsi nel convenzionalismo dell’imitazione di ciò che avviene nelle immagini o del suo senso traslato, fa spiccare il senso scenico là dove si pone in contrapposizione con gli avvenimenti di superficie" (22). Alcuni studiosi di Pasolini cineasta si sono soffermati sulla questione del contrappunto drammaturgico (23) poiché, nei film di questo periodo, tra la materia sottoproletaria rappresentata (bassa, "profana") e la musica colta della colonna sonora (alta, "sacra"), vi è, in effetti, uno stridore, un contrasto che, perlomeno in Italia, non aveva precedenti (24). A ben vedere, però, questa contraddizione tra visivo e sonoro che il regista compie – e che Bertini, facendo ancora riferimento a Adorno e Eisler, definisce "una dissonanza acustico-visiva" (25) – già non appare più tale quando ad essere presi in considerazione sono non più i materiali di cui Pasolini si serve per dar vita all’immagine audiovisiva, bensì le modalità di costruzione di questa, e cioè la combinazione del tipo di inquadratura con la musica che l’accompagna. In tal caso, appunto, come riconosciuto dallo stesso Bertini (26), la contraddizione di cui si parlava viene meno e si ha invece una affinità, una consonanza, tra la "sacralità tecnica" (questa la definizione data in seguito da Pasolini del suo stile di ripresa in Accattone e Mamma Roma (27)) della macchina da presa e la "sacralità" della colonna sonora, entrambe espressione di quella "visione del mondo epico-religiosa" cui si accennava precedentemente. Il contrasto tra immagini e musiche è, dunque, soltanto apparente. Per quanto riguarda l’organizzazione delle musiche nelle colonne sonore dei due film è facile notare come esse si configurino in entrambe le opere come dei leitmotiven che si legano ad alcuni personaggi o a determinate situazioni. Non si tratta però di quell’uso ingenuo e ridondante che spesso viene fatto di questa tecnica, e che Adorno ed Eisler nel loro Komposition für den Film stigmatizzavano con la celebre immagine del "cameriere musicale che, con aspetto compreso, presenta il suo signore mentre tutti sanno già chi è" (28). Il giudizio negativo espresso da Adorno ed Eisler nella loro opera era, però, dettato soprattutto dal cattivo uso che il cinema di Hollywood degli anni Trenta e Quaranta (ma la critica potrebbe essere estesa anche alla maggior parte del cinema odierno, americano e non) faceva di questa tecnica inventata da Wagner, limitandosi ad un uso pleonastico di tale procedimento (29). L’utilizzo che invece ne fa Pasolini utilizzando i brani di Bach, di Vivaldi, o dello stesso blues di Primrose in funzione di motivi conduttori, rispondono all’intenzione, tutt’altro che pleonastica, di far spiccare un significato che trascenda la bassezza della materia sottoproletaria della rappresentazione e la elevi ad una dimensione tragica. In un’intervista con Nino Ferrero, successiva all’uscita di Mamma Roma, il regista illustra il significato attribuito ai vari brani di Bach e di Vivaldi, la cui presenza in ognuno dei primi due film è organizzata secondo la tecnica leitmotivica: Prima
di concludere questa parte dedicata ai primi due film ci pare interessante
spendere alcune parole per ciò che riguarda la posizione che nei
due film le musiche assumono rispetto alle immagini: il "luogo" da cui
esse risuonano.
Non vi è soltanto
un’applicazione over della musica, in cui l’elemento musicale accompagna
l’azione dall’esterno ("musica da buca", secondo la definizione di Chion
(32)). Se questo è il
trattamento riservato alla musica di Bach o di Vivaldi, che "sacralizzano"
l’azione dall’esterno, tutti gli altri interventi della musica sono interni
all’azione e si manifestano come il tentativo di fornire uno statuto diegetico
alle musiche della colonna sonora. Se escludiamo le canzoni e gli stornelli
cantati dai protagonisti, vediamo come sia il blues di Primrose
(in Accattone), sia la canzone
Violino
tzigano (in Mamma Roma), si manifestino come "musica da
schermo". Il St. James Infirmary blues compare per la prima volta
(verosimilmente riprodotto da un disco, o nella probabile esecuzione di
un’orchestra che suona fuori campo) nella sequenza della balera, dove Accattone
spinge Stella a prostituirsi per la prima volta. Di nuovo poi ritorna,
sempre connesso al tema della prostituzione, durante la sequenza della
prima notte sulla strada di Stella, nelle note diffuse dall’autoradio (33)
del suo primo cliente. Lo stesso trattamento è riservato alla canzone
Violino
tzigano in Mamma Roma, così come pure accadrà
a numerosi interventi musicali presenti nel film successivo La ricotta.
Ritroveremo tale pratica di inserire la musica direttamente nell’azione,
soprattutto nei film girati nella seconda metà degli anni Sessanta.
II. 1.2. La ricotta: «una variante della stessa suite»Se pure è vero che il mediometraggio La ricotta può essere definito, confrontandolo con Accattone, "una variante della stessa suite", ricorrendo così ad una bella immagine musicale espressa dallo stesso Pasolini durante l’intervista con Duflot (34), è altrettanto vero che mentre da un punto di vista tematico l’affermazione è pertinente, dal punto di vista stilistico, invece, le due opere differiscono molto. In modo particolare per ciò che riguarda le funzioni che la musica svolge nel film. Intanto va segnalato che La ricotta è l’opera cinematografica in cui per la prima volta la "sacralità tecnica" (35) delle opere precedenti cede il passo ad una assai più ampia combinazione di stili. Si va, infatti, dalla contemplazione quasi neorealistica di certe scene (la famiglia di Stracci, "buon ladrone" di un film sulla Passione, intenta a spartirsi i cibi contenuti nel cestino cui il poveraccio rinuncia per sfamare i suoi) a passi in cui Adelio Ferrero riconosce un "impianto compositivo di ostentata derivazione felliniana [...] ma senza i compiacimenti […] del regista di La dolce vita e 8 ½" (36) (la troupe che si dimena in un ballo al ritmo di uno scatenato twist, oppure lo spogliarello di una comparsa); dalla staticità innaturale dei tableaux-vivants a colori delle citazioni dei manieristi Pontormo e Rosso Fiorentino (37) e dei richiami caravaggeschi di certe nature morte, allo stile sennettiano e chapliniano di certi episodi (la corsa di Stracci per comprarsi la ricotta oppure lo "Stracci-show"). Di tale varietà stilistica, Pasolini si serve per operare quella "commistione scandalosa e angosciante di […] sacro artificiale e di profano tragico, primo vivido scarto tra i due piani, opposti e ricorrenti, della realtà e dell’immagine, della vita e della formalizzazione della vita, […] della tragedia e dello spettacolo" (38) che costituisce il tema centrale del racconto. La musica, da parte sua, svolge ne La ricotta una funzione simbolica rivelatrice della posizione dell’autore nei confronti dei due mondi (quello sottoproletario di Stracci e famiglia e quello della troupe dei "cinematografari") che nel film convivono fianco a fianco – così come nel film sono due le Passioni che si sovrappongono: quella "sacra", estetizzante, ricostruita sul set e perciò falsa, posticcia, e quella "profana", però autentica perché vissuta, di Stracci – ma che in realtà un abisso separa. Una musichetta ballabile (l’Eclisse twist di Giovanni Fusco che si presenta come "musica da schermo", suonata da un giradischi) introduce il gruppo degli attori e degli addetti alle riprese (in seguito introdurrà anche il giornalista-"uomo medio" di Tegliesera), stigmatizzandone la volgarità. Alle note del Dies Irae (Sequenza per la Messa dei defunti di Tommaso da Celano, scritta nel XIII sec.) risuonanti over in una versione per fisarmonica – riduzione popolare, ma non certo meno pregna di senso sacro e tragico – è affidato il compito di sottolineare la composta dignità della famiglia di Stracci durante il suo pasto sull’erba. Inoltre, il Dies Irae fa da leit-motiv a molti altri episodi della "Via Crucis" del povero "buon ladrone" (la sequenza nella caverna col cagnolino della diva; lo "Stracci-show"). In tale brano, dunque, alla funzione di commento si associa quella metalinguistica, che Cano e Cremonini attribuiscono a quei casi in cui una musica preesistente viene applicata alle immagini facendo ricorso ad una versione del brano differente da quella originale che ne modifica, in modo più o meno sensibile, il significato iniziale (39). Al composto rigore di queste scene si contrappone la trivialità di quelle in cui è una riduzione per fanfara della famosa aria Sempre libera degg'io, tratta dalla Traviata di Giuseppe Verdi a commentare (over e ancora in funzione metalinguistica), l’entrata in campo di un "santo" (un attore del film che si sta girando) o l’arrivo del produttore con una rumorosa schiera di giornalisti e di amici al suo seguito. Il brano in questione ritorna poi, in una versione "accellerata" sulle immagini, anch’esse accellerate, della corsa con cui Stracci, dopo aver venduto il cagnolino, si reca a comprare la ricotta. Con gli inserti dell’aria verdiana, stravolta nei modi che abbiamo descritto, Pasolini manifesta il suo spregio per il genere melodrammatico: un giudizio che, come abbiamo visto in precedenza, egli muterà soltanto verso la fine degli anni Sessanta, soprattutto grazie all’amicizia con Maria Callas (40).
Ne La ricotta la musica che contrappunta le immagini, come si può notare, ha un ruolo fondamentale nel rivelarci il vuoto della Passione manierista ricostruita sul set, dalla quale traspare la volontà di Pasolini di ironizzare sulla sua precedente "fulgurazione figurativa" (43) di cui egli era debitore verso Roberto Longhi. (segue).
Roberto My, Pier Paolo Pasolini. Immagini e musiche: la trilogia classica © 2000-2002 - Tutti i diritti riservati |
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