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"Pagine corsare"
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Pasolini a New York
Da Vita di Pasolini di Enzo Siciliano
Mondadori, Milano 2005

Enzo SicilianoNell’ottobre 1966 [Pasolini] fece un breve viaggio a New York, il primo negli USA. Lo travolse l’atmosfera di novità che si respirava in quel paese.
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Due tre fotografie di Pier Paolo a New York, scattate a Times Square, a Broadway. Era andato là in occasione del Festival del cinema, dove veniva proiettato Uccellacci e uccellini. Organizzata da Richard Roud, in parallelo a una rassegna londinese, la mostra di New York costituiva la cassa di risonanza di tutta la cinematografia “nuova”, quella già radunata a Pesaro. Pier Paolo non vi poteva mancare: era il lancio internazionale dei suoi film.

Nelle fotografie, indossa un impermeabile leggero, i jeans di velluto beige, le Clarks beige ai piedi: sulla camicia a scacchi chiari gli sventola la cravatta, l’aria minerale della città gli soffia tra i capelli - ha il viso segnato, scarnificato.

Evitò gli inviti mondani: la notte correva per Harlem sfidando tutto quanto era sfidabile, irridendo a chi lo invitava a temere. Correva al Greenwich Village, a Brooklyn.
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Quel che racconta è certamente una parte minima delle sue avventure. Il fascino della città, la sua bellezza inusitata - Pier Paolo fu travolto da una erotica sfibrante euforia. Accanto a questo - poiché questo era il suo modo di conoscenza - fu rapito dal fervore morale della contestazione americana in atto, dalla scoperta di una democraticità dello spirito, in Italia inesistente.

L’esaltazione non gli vietò uno scrupoloso scrutinio del fenomeno “America”. In Italia intorno ai beatniks, intorno alla rivolta americana contro il consumismo, c’era «pura curiosità», e anche «ironia»; Pasolini invece scriveva che «nelle grandi città americane, chi si ubriaca, chi si droga, chi rifiuta di integrarsi nel sicuro mondo del lavoro, compie qualcosa di più di una serie di vecchi e codificati atti anarchici: vive una tragedia».
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Cosa innamora Pier Paolo degli Stati Uniti? La convinzione - proiettiva quanto si vuole, ma «onesta» - che là si arrivasse a una rinnovata concezione della democrazia, abbracciando «il calvario dei Negri» e di tutti i possibili emarginati. Lo innarnorava la lotta per i diritti civili e morali: la stessa che era stata in qualche modo sua in Le ceneri di Gramsci, e che ora gli appariva vincente in un intero paese.

Quel che vedeva accadere in America non era «rivoluzione», forse era preludio di «guerra civile». Eppure, la «novità» americana era confortata da segni per lui carichi di energia vitale - i segni della poesia. 
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Si sperdevano nella intelligenza pasoliniana gemme decadenti - il piacere per la vitalità, un piacere che si esaltava alla vista di se stesso -: così, non importava se il Kerouac che passò per l’Italia in quell’autunno 1966, trascinato dagli uffici stampa di una casa editrice, fosse il resto opaco di se stesso, sconvolto dall’alcool, con in bocca parole che erano ben lontane dalla sua natura di poeta. Pier Paolo scambiava per vitalità creativa gli sbandamenti della fisiologia, e, nella solitudine cui si era condannato, tanto gli bastava. Sempre più convinto che un poeta, un intellettuale, dovesse sfuggire ai valori della convivenza borghese, esaltava tutto quanto apparisse liberato da ogni obbligatorietà. Avrebbe amato percorrere le strade dell’estasi fisica, dello stordimento vitalistico, di una irrelata, abbandonata voluttà. Il viaggio a New York lo fece parlare in nome di una giovinezza perenne, quasi di una insperata permutazione di cellule.
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Ma in lui c’era un’ulteriore convinzione, una convinzione filosofica: andava scoprendo lo spontaneismo; al fondo del suo sentirsi ineliminabilmente «borghese», e solo contro tutti, scopriva la dannazione dirompente dell’anarchismo morale.

Oltre a questo, nel rifiuto, ormai consolidato, della letteratura - egli non voleva più esser marchiato come «bestia da stile» - anelava a una totalità suprema, «sacra».

L’inedita intervista in versi del 1966, dettata proprio per un ipotetico giornalista newyorkese, offre spiegazione:

[...] io vorrei soltanto vivere
pur essendo poeta
perché la vita si esprime anche solo con se stessa.
Vorrei esprimermi con gli esempi.
Gettare il mio corpo nella lotta. 
Ma se le azioni della vita sono espressive, 
anche l’espressione è azione. 
Non questa mia espressione di poeta rinunciatario, 
che dice solo cose, 
e usa la lingua come te, povero diretto strumento; 
ma l’espressione staccata dalle cose, 
i segni fatti musica, 
la poesia cantata e oscura, 
che non esprime nulla se non se stessa, 
per una barbara e squisita idea ch’essa sia misterioso suono 
nei segni orali di una lingua. 
Io ho abbandonato ai miei coetanei e anche ai più giovani 
tale barbara e squisita illusione: e ti parlo brutalmente. 
E, poiché non posso tornare indietro, 
e fingermi un ragazzo barbaro, 
che crede la sua lingua l’unica lingua del mondo, 
e nelle sue sillabe sente misteri di musica 
che solo i suoi connazionali, simili a lui per carattere 
e letteraria follia, possono sentire
- in quanto poeta sarò poeta di cose. 
Le azioni della vita saranno solo comunicate, 
e saranno esse, la poesia, 
poiché, ti ripeto, non c’è altra poesia che l’azione reale 
(tu tremi solo quando la ritrovi 
nei versi, o nelle pagine di prosa, 
quando la loro evocazione è perfetta). 
Non farò questo con gioia. 
Avrò sempre il rimpianto di quella poesia 
che è azione essa stessa, nel suo distacco dalle cose, 
nella sua musica che non esprime nulla 
se non la propria arida e sublime passione per se stessa. 
Ebbene, ti confiderò, prima di lasciarti, 
che io vorrei essere scrittore di musica, 
vivere con degli strumenti 
dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare, 
nel paesaggio più bello del mondo, dove l’Ariosto 
sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta 
innocenza di querce, colli, acque e botri, 
e lì comporre musica, 
l’unica azione espressiva 
forse alta, e indefinibile come le azioni della realtà.

[Da Poeta delle ceneri, 1966-67, in Bestemmia, Tutte le poesie, vol. I,
Garzanti, Milano 1993]


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INVITO ALLA LETTURA:
BRANI DI PIER PAOLO PASOLINI


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A "PAGINE CORSARE" 
DA OTTOBRE 1998







 


Da Vita di Pasolini di Enzo Siciliano - Mondadori, Milano 2005

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