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Angela Molteni
«Una delle
prime osservazioni derivate dalla rilettura di Petrolio è che nella
sua ultima opera narrativa Pasolini ripropone anche le ragioni che hanno
ispirato le numerose denunce, le posizioni politiche e le polemiche dei
suoi Scritti corsari e Lettere luterane, a partire da quel
“Romanzo delle stragi” – apparso con il titolo “Ma cos'è questo
golpe?” nel “Corriere della Sera” del 14 novembre 1974 – nel quale
afferma di conoscere gli autori delle stragi funzionali alla “strategia
della tensione”, nonché tutti i personaggi in campo economico e politico
che avevano stravolto la fisionomia sociopolitica dell'Italia, colpevoli
com'erano del perdurante malgoverno italiano: di conoscere dunque quei
nomi, pur non avendo le prove dei loro misfatti, enumerati puntigliosamente
e come in un crescendo rossiniano dallo scrittore.
Vi è in quest'ultimo articolo anche un accenno al “progetto di romanzo”, che può essere interpretato come un riferimento all'opera narrativa che Pasolini stava scrivendo in quegli anni, Petrolio appunto. Ma l'intreccio tra gli scritti di Pasolini è sempre notevole – così come le sue allusioni – anche in un altro dei suoi brani più noti, “L'articolo delle lucciole” [16], al termine del quale Pasolini, senza farne esplicitamente il nome, si riferisce a Cefis – che in quei giorni doveva rappresentare per lui anche una sorta di “ossessione”, e non si fatica a capirne le ragioni – da qualche anno presidente-padrone della Montedison. Procedere per immagini poetiche è stata una delle caratteristiche salienti di Pasolini in tutte le sue opere, da quelle che l'hanno visto nelle vesti specifiche e peculiari del poeta a quelle cui si è dedicato come narratore, saggista e scrittore alle splendide stesure delle sceneggiature che hanno dato vita alla sua attività di regista cinematografico. Nel suo articolo del 1° febbraio 1975, Pasolini delinea un prima, un durante e un dopo la scomparsa delle lucciole, a sottolineare le fasi successive di decadenza e di colpevolezza della classe politica espressa in primo luogo dalla Democrazia cristiana, sopraffatta da un fenomeno che non è riuscita a comprendere per tempo: «In Italia c'è un drammatico vuoto di potere. … Il potere reale procede senza di loro. … I democristiani coprono con manovre da automi e i loro sorrisi, il vuoto ... Prima della scomparsa delle lucciole … la continuità tra fascismo fascista e fascismo democristiano è stata completa … con una maggioranza assoluta ottenuta attraverso ceti medi e masse contadine gestiti dal Vaticano. … I valori che contavano erano gli stessi: la Chiesa, la patria, la famiglia, l'obbedienza, la moralità. … Uguali nel provincialismo, rozzezza, ignoranza sia delle élites che delle masse». Dopo la scomparsa delle lucciole: «questi valori nazionalizzati e quindi falsificati non contano più … sostituiti da “valori” di un nuovo tipo di società … che poi ha prodotto la prima “unificazione” reale del paese. … Era impossibile che gli italiani reagissero peggio di così … sono divenuti un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale». Ecco, di fronte «a questo disastro ecologico, economico, urbanistico, antropologico … quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore)», conclude Pasolini, «sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l'intera Montedison per una lucciola». Ed ecco dunque il poeta che afferma la propria riprovazione nei confronti di Cefis e delle sue spregiudicate manovre che lo condussero alla conquista in un primo tempo dell'ENI, poi del colosso Montedison. Il linguaggio usato in Scritti corsari e Lettere luterane è colto, ma non complicato; Pasolini cerca di essere preciso e chiaro, spiegando sempre con la massima semplicità possibile concetti nuovi e astratti (e anche in questo penso consista la sua grandezza di scrittore), difficili da cogliere nella loro concreta realizzazione. Lo stile punta alla chiarezza del discorso ed evita un linguaggio troppo specialistico. Tutto ciò non esclude che si tratti di testi pieni di nuove idee, che però Pasolini vuole esporre e spiegare con un linguaggio comprensibile o comunque accessibile. I suoi interventi non seguono il classico stile giornalistico, di cui Pasolini evita tratti lessicali e sintattici. Di Petrolio è lo stesso Pasolini che ci dà qualche indicazione di carattere linguistico:
Figlio di un rifiuto prematuro e pregiudiziale ad accettare l'appartenenza alla classe borghese, Pasolini ha vissuto sempre uno scontro senza compromessi, un conflitto irrisolto contro tutto e tutti: la classe politica, gli intellettuali, il pubblico, la massa. Un «maestro naturale», secondo la definizione di Enzo Golino, che fonde la propria indole pedagogica con una necessità di comunicazione continua e costante nel tempo. L'espressione letteraria prima, quella cinematografica poi, nonché l'esperienza della creazione dei suoi testi teatrali, gli hanno fornito i mezzi per condurre una ineguagliabile battaglia critica che ha in sé anche gli elementi essenziali di un profondo coinvolgimento politico e una accentuata sensibilità pedagogica e didattica. «La sua vicenda biografica era anche quella del povero, ricco di genio e di cultura e di sregolatezza […], entrato di forza a far parte del mondo dei ricchi potenti e beneducati e a orgoglio e orrore della propria genealogia di classe; ma nel senso di non voler sapere […] quali contropartite visibili e invisibili gli sarebbero state richieste, incluso il proprio assassinio […]. Non era solo mancanza di attenzione o penetrazione dei moti profondi della economia e della sociologia […] Era furia metabolica che voleva restituire subito, sulle pagine, ogni informazione» [18]. Carla Benedetti traccia a sua volta un profilo di Pasolini, sostenendo che egli è stato uno dei critici più acuti rispetto alle illusioni della modernità occidentale, delle sue ideologie, delle sue costruzioni e, soprattutto, delle sue distruzioni: «La realtà odierna non ha mai “superato” né i miti né gli strati preilluministici della civiltà. Lo vediamo ogni giorno nella capacità incredibile che la società occidentale dimostra di potersi intrecciare con l'arcaico, con ciò che pretendeva di aver oltrepassato e che invece sopravvive, e su cui oggi vanno a innestarsi nuovi e più terribili poteri. Persino la schiavitù è ricomparsa di colpo, quasi miticamente, nelle strade delle nostre città, nella prostituzione, nel commercio di bambini e di organi, nel lavoro nero. Il mondo occidentale, che alcuni continuano a considerare democratico e avanzato, fondato sui diritti della persona, è un coacervo di tecnologia sofisticata e di violenza brutale, persino sui corpi, soprattutto sui corpi, e sulla vita. […] I suoi contemporanei non lo seguivano su questo. Ma oggi i nuovi movimenti gli danno ragione. La moltitudine che manifesta per le strade e nei social forum si trova in sintonia persino con le armi di Pasolini: insubordinate, dirette, quasi infantili (“col mondo del potere non ho avuto che vincoli puerili” – recita l'esergo di Petrolio). Armi che rifiutano le mediazioni ideologiche a cui le grandi narrazioni del Novecento ci avevano abituati. La situazione nel mondo che si descrive come “globalizzato” è tale da richiedere un'opposizione immediata, mentre il potere si insinua direttamente nella vita degli individui, nel loro spazio vitale, nel bios, nell'ambiente, nel clima. Il parresiasta Pasolini, che sceglie il rischio di dire la verità rifiutando di sottomettersi al criterio dell'opportunità politica, ci mostra, con la sua stessa parola, la forza che può esserci in ogni individuo, che è sempre in grado di fare la differenza» [19]. [15] Pier Paolo Pasolini, Scritti
corsari, in Pasolini. Saggi sulla politica e sulla società,
Meridiani Mondadori, Milano 1999. Un ampio stralcio del testo dell'articolo
di Pier Paolo Pasolini è leggibile nella quinta postilla, Arringa dell'avvocato
di parte civile Guido Calvi del 24 aprile 1976 al processo per l'assassinio
di Pier Paolo Pasolini (1976). Guido Calvi aveva dato voce allo stesso
Pasolini nella parte conclusiva della sua arringa.
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