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"Pagine corsare"
Angela Molteni
Enigma
Pasolini
Appunti su Pier Paolo Pasolini, su
Petrolio, sull'assassinio mai chiarito dello scrittore,
sulle connessioni con i casi Mattei-De
Mauro.
Protagonisti, ipotesi, testimonianze.
Insulti
al poeta degli “scandali annunciati”
In vita, Pasolini è stato molto odiato: ha subito pestaggi fisici e linciaggi
morali. Quasi un record, come le tante rivalutazioni (spesso ipocrite)
post mortem, quando l'intento dei più si è indirizzato a ridurne
la figura a icona, di esorcizzarlo in qualche modo, di mummificarlo,
di ridurlo a un santino, oppure di piegarlo a modi altri di
osservare e intendere le cose, di strumentalizzarlo. Ciò che mi
aveva profondamente allarmato nel 2005, anno in cui si celebravano in Italia
e all'estero commemorazioni di Pier Paolo Pasolini in occasione dei trent'anni
dalla sua tragica scomparsa (con un numero elevato di appuntamenti, in
grandi città e in minuscoli centri), era che parlare di Pasolini significasse
prevalentemente descrivere e commentare le modalità del suo assassinio.
Ho considerato inversamente proporzionale al valore dell'uomo e dello scrittore
porre in primo piano quasi esclusivamente quell'aspetto della sua vicenda
umana e artistica.
Durante tutta la sua vita, Pasolini era stato insultato da destra, osteggiato
dai cattolici, mal sopportato dalla sinistra, anche dai maggiorenti di
quel Partito comunista italiano cui aveva aderito nei suoi anni di residenza
in Friuli.
Una permanenza terminata bruscamente nel 1949, quando Pasolini venne processato
(fu il primo processo di una serie sterminata) per essersi appartato
a Ramuscello presso Casarsa della Delizia (il paese originario della madre
in cui Pier Paolo risiedeva a quell'epoca), il 30 settembre 1949 con alcuni
ragazzi. I genitori di quei ragazzi non sporsero alcuna denuncia ma i Carabinieri
di Cordovado, venuti a conoscenza di alcune voci fatte circolare ad arte
in paese, indagarono su una ipotesi di “corruzione di minorenni e atti
osceni in luogo pubblico”. Conseguenza immediata fu che Pasolini venne
sottoposto ad azione giudiziaria: si trattò dell'inizio di una delicata
e umiliante trafila fatta di denunce e di processi che cambierà per sempre
la
sua vita [20]. A quell'epoca, Pasolini – per la sua posizione di intellettuale
iscritto al Partito comunista di Casarsa in una “regione bianca” –
rappresentava un bersaglio molto appetibile. I democristiani locali –
verosimilmente proprio coloro che si erano adoperati per diffondere le
suddette voci – si accanirono immediatamente a sfruttare lo scandalo.
«Poco prima dell'incidente gli hanno fatto delle intimazioni, non direttamente
ma in stile mediato e allusivo, il cui senso è: o lui smette di far politica
o subirà le conseguenze della sua condotta morale» – è Nico Naldini,
cugino di Pier Paolo Pasolini, che parla.
Prima di un qualsiasi accertamento o di una verifica delle accuse, Pasolini
venne espulso dal Pci. Ecco quanto riportava l'“Unità” del 29 ottobre
1949: «La federazione del Pci di Pordenone ha deliberato in data
26 ottobre l'espulsione dal partito del Dott. Pier Paolo Pasolini di Casarsa
per indegnità morale. Prendiamo spunto dai fatti che hanno determinato
un grave provvedimento disciplinare a carico del poeta Pasolini per denunciare
ancora una volta le deleterie influenze di certe correnti ideologiche e
filosofiche dei vari Gide, Sartre e di altrettanto decantati poeti e letterati,
che si vogliono atteggiare a progressisti, ma che in realtà raccolgono
i più deleteri aspetti della degenerazione borghese».
A Roma, dove lo scrittore si trasferì, i libri e in seguito anche i film
di Pasolini furono sistematicamente considerati scandali annunciati: Pasolini
rappresentò una sorta di bersaglio permanente in un Paese, ieri come oggi,
culturalmente arretrato, clericale e bigotto. L'Italia gretta, la stampa
rozza e fascistoide non lo tollerava: «… lo chiamavano “Vate
delle marrane”, “Omero della feccia”, lo dipingevano empio e infame…»
[21]. E ancora: «[…] Il cantore del sordido, del maleodorante, è un
giovane squallido con le bozze frontali troppo preminenti e le palpebre
avvizzite. Di lui una giornalista sensibile e marxista, che si è prestata
a fare da comparsa nel film Accattone, ha scritto su un quotidiano
del Pci che è “candido e crudele come un santo”. Dal canto mio, mentre
ascolto la sua voce untuosa e carezzevole, mi sorprendo a considerare che,
dopo tutto, la storia della tentata rapina al benzinaio del Circeo potrebbe
anche essere vera. […] I suoi goffi pantaloni, larghissimi e verdi, nei
quali il corpicciuolo ossuto sciacqua e si perde, mi suscitano una strana
impressione. Sospetto gravemente che gli ideali, la morale, le passioni
del Pasolini siano tutti lì dentro, nelle pieghe dei suoi pantaloni sbrindellati
[…] La tentazione di sgonfiargli con una pedata quei pantaloni troppo
larghi, mettendo scompiglio fra gli ideali che vi si annidano, mi accompagna
oltre la soglia del “vate”» [22].
Anche la stampa comunista, rappresentata dall'“Unità”, non risparmiò
critiche, se non volgari e violente come quelle riportate nell'articolo
appena citato, perlomeno severe nei confronti di Pasolini. Quando nel 1955
venne pubblicato Ragazzi di vita, dalle pagine del quotidiano fondato
da Antonio Gramsci, per esempio, Giovanni Berlinguer si sentì in dovere
di fornire il proprio giudizio (29 luglio 1956): «[…] Il linguaggio,
le situazioni, i protagonisti, l'ambiente, tutto trasuda disprezzo e disamore
per gli uomini, conoscenza superficiale e deformata della realtà, morboso
compiacimento degli aspetti più torbidi di una verità complessa e multiforme.
E forse certa pubblicità è stata troppo tenera nel definire equivoco
un libro fin troppo chiaro, nel trovare senso di pietà e di partecipazione
umana ove né pietà né partecipazione umana esistono».
Da un'agenzia di stampa facente capo a un raggruppamento politico di ispirazione
monarchica, l'Agenzia Fert, giunse una notizia (14 luglio 1960) che riguardava
le esortazioni nientemeno che del segretario del Partito comunista italiano,
Palmiro Togliatti: «[…] l'on. Togliatti ha rivolto ai dirigenti dei
settori cultura e stampa del partito l'invito ad andar cauti con il considerare
Pasolini un fiancheggiatore del partito e nel prenderne le difese. L'iniziativa
di Togliatti, che incontra molte contrarietà, parte da due considerazioni.
Togliatti non ritiene, a suo giudizio personale, Pasolini un grande scrittore,
ed anzi il suo giudizio in proposito è piuttosto duro. Infine, egli giudica
una cattiva propaganda per il Pci, specialmente per la base, il considerare
Pasolini un comunista, dopo che l'attenzione del pubblico, più che sui
romanzi dello scrittore, è polarizzata su talune scabrose situazioni in
cui egli si è venuto a trovare fino a provocare l'intervento del magistrato».
Roberto Chiesi, responsabile del Centro Studi-Archivio Pier Paolo Pasolini
della Cineteca di Bologna oltreché apprezzato critico cinematografico,
scrive nel 2005 le pagine di presentazione di Una strategia del linciaggio
e delle mistificazioni. L'immagine di Pasolini nelle deformazioni mediatiche
– catalogo della mostra con lo stesso titolo promossa
a Bologna dal 2 novembre 2005 all'8 gennaio 2006 (e riproposta
anche in altre sedi) di cui Chiesi è stato curatore.
Si tratta di un saggio che illustra lucidamente ed efficacemente, come
del resto la mostra, le vere e proprie persecuzioni riservate a Pasolini
soprattutto da parte della carta stampata. Ne riproduco qui di seguito
alcuni stralci: «Il magma di articoli, pagine, copertine di giornali,
fotografie, schede segnaletiche esposto come un'inquietante cartografia
nella mostra […] racconta due storie parallele. La storia della violenta
persecuzione diffamatoria che Pier Paolo Pasolini, lungo quasi vent'anni
della sua vita, ha subìto da una parte della stampa, poi la crudeltà
accanita e gli oltraggi feroci scatenati da quella stessa stampa sulla
sua morte e infine alcune mistificazioni orchestrate negli ultimi quindici
anni. L'atto che inaugura i drammatici rapporti del poeta con la stampa,
è segnato dalla pubblicazione del gelido, succinto articolo de “L'Unità”
che annuncia la sua espulsione dal Pci per “indegnità morale”
[…] Giornali come “Lo Specchio”, “Il Borghese”, “Il Secolo
d'Italia”, “Il Camino di Lodi”, “Il Meridiano” e “L'Italiano”,
fabbricano un'immagine di Pasolini come bersaglio da colpire attraverso
il dileggio, l'umiliazione pubblica, la denigrazione della sua figura e
delle sue opere. Quell'immagine si identifica in un giovane pervertito
che riflette in tutto e per tutto la fisionomia dei personaggi dei suoi
romanzi: come loro, è “di vita”, è “criminale”, “violento”,
“capovolto”, “invertito” e così via. Anche i rotocalchi come “Gente”
concorrono ad alimentare quell'immagine di Pasolini, ma vi aggiungono delle
variazioni: lo scrittore è un “arrampicatore”, “un furbo”, “un
opportunista”.
Giornali come “Lo Specchio” esaltano, senza mezzi termini, le aggressioni
fisiche che vengono perpetrate contro Pasolini, come nel caso del celebre
episodio avvenuto al cinema Quattro Fontane di Roma, nel settembre del
1962, dopo una proiezione di Mamma Roma. […] In quella che si
configura come una vera e propria guerra, sono quotidiani come “L'Unità”,
“Paese sera” e settimanali come “Vie nuove” a sostenere (anche
se non sempre) la battaglia sollevata da ogni nuova opera del poeta. […]
La regia teatrale della tragedia Orgia e lo scandalo del film Teorema,
attizzano nuovi triviali attacchi della stampa di destra ed estrema destra,
che lo bolla di “pornografo”. Quell'epiteto, in un largo ventaglio
di varianti, viene fatto proprio anche da una parte della stampa di sinistra
quando lo scrittore-regista realizza la Trilogia della vita e ottiene
un immenso successo popolare.
Al momento di concludere la Trilogia, Pasolini inizia a scrivere
sul “Corriere della sera”, i drammatici articoli “corsari” e “luterani”
che ispirano un rinnovato vento denigratorio sui giornali di sinistra come
di destra. Nasce l'immagine del Pasolini “nostalgico”, “reazionario”,
“confuso”. La tragedia oscura dell'assassinio è il culmine di questo
processo di accanimento. I giornali che hanno sempre alluso grevemente
al “privato” di Pasolini ora possono scagliarsi con dettagliate descrizioni
sulla sua vita intima di “diverso”, che viene vivisezionata senza nessuno
scrupolo sull'attendibilità di in-formazioni, notizie, testimonianze:
viene pubblicato tutto ciò che può offrire l'immagine più turpe del
poeta per seppellirlo sotto l'effigie definitiva di “violento
e perverso corruttore”. L'uscita del film postumo Salò o le
120 giornate di Sodoma è sfruttata per completare l'identificazione
fra i “mostri”, personaggi del film, e Pasolini […]
Dopo gli anni Ottanta, dopo l'inizio degli anni Novanta, ecco il proliferare
di un nuovo fenomeno di mistificazione: quotidiani come “L'Indipendente”
e settimanali come “L'Italia”, si affannano a “riabilitare” Pasolini
attribuendogli un'identità “reazionaria” sempre più vicina alle frange
ideologiche destrorse. […] Non meno mistificante, è anche l'operazione
compiuta dalla critica cinematografica italiana che ha fatto del trash
la propria bandiera: “riabilitando” il cinema “nazi-porno” assegnano
a Salò di Pasolini il ruolo di capostipite di quel sottogenere,
come se un'opera non fosse, innanzitutto, stile e linguaggio e la diversità
dell'ultimo film pasoliniano da quegli abomini filmici non si misurasse
in distanze macroscopiche. Ma questa è soltanto una delle tante conseguenze
della moda dell'indifferenziato che costituisce uno dei tratti meno evidenti
del degrado culturale della penisola negli anni del berlusconismo. La seconda
storia che raccontano indirettamente ma concretamente quei reperti è appunto
quel degrado che una parte della stampa ha contribuito ad alimentare con
abusi, adulterazioni, mistificazioni e la violenza delle false informazioni.
Un degrado che ha trovato la sua espressione più potente e devastante
nella televisione. […]».
Franco Grattarola, studioso, ricercatore di cinema e costume, tra i fondatori
della rivista “Cine 70”, ha pubblicato a sua volta Pasolini. Una
vita violentata (Coniglio Editore, Roma 2005). Nel suo lavoro, ha esaminato
molti documenti d'epoca - prevalentemente periodici e rotocalchi - e ha
scovato negli archivi alcuni scritti grondanti odio e disprezzo per l'uomo
Pasolini prima ancora che per la sua opera, redatti anche da rappresentanti
della cultura di casa nostra come Giovanni Guareschi o Gian Luigi Rondi.
Grattarola ha citato tutte le fonti utilizzate con pazienza certosina e
ha ricostruito la vita dell'artista attraverso le cronache di molti giornali
di destra che osteggiarono Pasolini. "Il Borghese" e "Lo Specchio" sono
i settimanali più citati, ma vi sono anche giudizi sprezzanti di molti
uomini della sinistra che trovavano scomoda la figura del Pasolini omosessuale.
Ai lettori di “Vie Nuove” – settimanale del Pci i cui scritti
sono stati poi raccolti a cura di Gian Carlo Ferretti nel volume Le
belle bandiere (Editori Riuniti, Roma 1996) – lo stesso Pasolini
confessava ai lettori oltre quarant'anni fa:
«Io
patisco ciò che di peggio può patire uno scrittore. La mistificazione
della mia opera: una mistificazione totale, completa, irrimediabile. Una
vera e propria operazione industriale. Tutto quanto io dico e scrivo subisce,
attraverso l'interpretazione calcolata della stampa “libera”, una metamorfosi
implacabile […]. I miei romanzi e le mie poesie perdono a vista d'occhio
il loro significato, per aggiunte e falsificazioni continue, per un'interpretazione
denigratoria portata a un grado d'intensità e di ferocia mai viste».
E nel suo libro Il sogno del centauro Pasolini dichiarava a Jean
Duflot - che è stato poi curatore dell'edizione pubblicata da Editori
Riuniti nel 1993:
«Sono
vent'anni che la stampa italiana, e in primo luogo la stampa scritta, ha
contribuito a fare della mia persona un controtipo morale, un proscritto.
Non c'è dubbio che a questa messa al bando da parte dell'opinione pubblica
abbia contribuito l'omofilia, che mi è stata imputata per tutta la vita
come un marchio d'ignominia particolarmente emblematico nel caso che rappresento:
il suggello stesso di un abominio umano da cui sarei segnato, e che condannerebbe
tutto ciò che io sono, la mia sensibilità, la mia immaginazione, il mio
lavoro, la totalità delle mie emozioni, dei miei sentimenti e delle mie
azioni a non essere altro se non un camuffamento di questo peccato fondamentale,
di un peccato e di una dannazione».
Lo scrittore subì innumerevoli denunce e trentatré processi nel corso
di ventisette anni; non si sottrasse mai al giudice, al processo. Denunciarlo
e processarlo sono stati comportamenti costanti della parte più reazionaria
della società italiana che mai apparve disposta ad accettare Pasolini
e i suoi lavori, anche se spesso lo scrittore-regista ha riscosso il consenso
di una parte di quella società, cioè di molti comunisti e cattolici progressisti.
La sua è stata una «vita a microfono aperto», come ha scritto Flavio
Santi. Gli attacchi, anche e soprattutto quando si sono manifestati nelle
aule giudiziarie, hanno rappresentato lo strumento del quale hanno tentato
di servirsi tutti coloro che sostanzialmente intendevano contrastare o
porre freno a ciò che di nuovo e originale veniva espresso in una stagione
nella quale, in ambito sociopolitico oltreché di costume, molto alta era
l'ansia di cambiamento di ampie fasce di popolazione.
Il poeta aveva compreso fin dagli anni '50 ciò che stava accadendo nel
nostro Paese. E, con straordinaria lucidità, preveggenza e una insistenza
quasi maniacale non aveva risparmiato attacchi e denunce al potere, non
si era stancato di mettere in guardia dai risultati perversi che avrebbero
prodotto la “mutazione antropologica” e l'“ansia consumistica”
conculcate. Tutta la sua opera artistica, la sua produzione letteraria
e saggistica sono tuttora testimonianza della sua lungimiranza e della
sua profonda sofferenza per una situazione che vedeva irrimediabilmente
compromessa. In questo senso, sono convinta che il patrimonio prezioso
che Pasolini ci ha trasmesso è ora più che mai di una attualità, incisività
e freschezza stupefacenti. È necessario quindi, oggi addirittura più
di ieri, leggere la sua immensa opera, critica e poetica, per comprendere
fatti e misfatti – filtrati dalla sua intelligenza e dalla sua sensibilità
– succedutisi in questo nostro Paese.
In nome di che cosa Pasolini ha fatto tutto questo? Lo dirà con parole
fin troppo semplici nella sua deposizione al Tribunale di Venezia, nel
processo per Teorema, respingendo la tesi secondo cui l'autore di
un film avrebbe obblighi di riserbo a cui sfugge, grazie al pubblico meno
vasto e più selezionato, l'autore di un libro: «Non posso tener conto
della minor preparazione o capacità a comprendere quello che una proiezione
vuol dire, da parte dell'uomo medio, perché in tal caso compirei un'immoralità
nei confronti della libertà espressiva, non solo nei miei confronti ma
anche nei confronti dello spettatore».
Pasolini scrisse su “Paese Sera” l'8 luglio 1974: «[...] Mi hanno
arrestato, processato, perseguitato, linciato per quasi due decenni. Questo
un giovane non può saperlo... Può darsi che io abbia avuto quel minimo
di dignità che mi ha permesso di nascondere l'angoscia di chi per anni
e anni si attendeva ogni giorno l'arrivo di una citazione del tribunale
e aveva terrore di guardare nelle edicole per non leggere nei giornali
atroci notizie scandalose relative alla sua persona […]».
«Ma non ci si può certo fermare alle vicende processuali, quasi che il
mondo giudiziario fosse in sé concluso, non comunicante con l'esterno.
L'atteggiamento della magistratura innesca un gigantesco processo di controllo
sociale, di cui le reazioni e gli atteggiamenti della stampa sono la documentazione
più evidente. Se manca la sanzione in forma di una condanna penale definitiva,
ci sono sanzioni non formali più pesanti di mesi o anni di galera. Pasolini
dovrà scontare pene durissime: ci sarà l'aggressione fascista, morale
e fisica, contro la quale mai polizia e magistratura muoveranno un dito;
c'è, alla fine, la pena di morte, eseguita una notte, dalle parti di Ostia.
Una condanna verrà, nell'ultimo processo in cui Pasolini comparirà come
protagonista, ma che, alla fine, non obbedirà a regole diverse da quelle
puntigliosamente seguite in tutti i processi precedenti. Formalmente l'accusato
è Pino Pelosi, l'assassino […].»: così dichiarò Stefano Rodotà nel
corso di una intervista televisiva all'indomani dell'omicidio del poeta.
Mentre in quegli anni lo sbeffeggiano e gli danno la caccia, e i fascisti
Stefano Delle Chiaie e Flavio Campo lo schiaffeggiano non solo metaforicamente,
«Pasolini compie una requisitoria che oggi è il suo testamento, indagando
il potere dentro il potere e facendone un'autopsia narrativa. Scriveva
cose premonitrici, concependo “la verità al di fuori dell'autorità”
con il candore dell'innocenza (“difendo una ingenuità di ossesso”).
Mentre costruivano ad arte la sua distruzione pubblica, Pasolini colpiva
al cuore il Potere, lo raccontava con accanimento forte di verità intellettuale
e morale» [23].
[20] Il processo
che ne seguì si risolse con una assoluzione (Tribunali di San Vito al
Tagliamento, 1950 e di Pordenone, 1952). Il 28 gennaio 1950 Pier Paolo
e la madre avevano lasciato il Friuli per trasferirsi a Roma.
[21] Roberto
Chiesi, responsabile del Centro Studi-Archivio Pasolini presso la Cineteca
di Bologna, in “Diario”, 28 ottobre 2005.
[22] Claudio
Cesaretti, Il “vate” capovolto, in “Il Borghese”, 7 dicembre 1961.
La “giornalista marxista” che ha interpretato il ruolo di Nannina in
Accattone è Adele Cambria. La tentata rapina al benzinaio Bernardino
De Santis, impiegato in un bar-distributore presso S. Felice Circeo, si
riferisce a un'aggressione subita dallo stesso De Santis il 18 novembre
1961 da parte di “uno sconosciuto con cappello nero”. Molto romanzesca
la versione dell'aggredito: lo sconosciuto dopo aver sorseggiato una Coca-Cola
e dopo molte domande, avrebbe calzato un paio di guanti neri, inserito
nella pistola un proiettile d'oro e cercato di rapinare l'incasso della
giornata. De Santis cerca di reagire e colpisce con un coltello la mano
del rapinatore, che fugge non prima di aver minacciato il ragazzo. Il giorno
successivo De Santis vede passare sulla strada prospiciente il distributore
una Giulietta, in cui riconosce il suo rapinatore, annota la targa che
denuncia ai carabinieri. In quella Giulietta c'è Pier Paolo Pasolini.
Il nucleo dei carabinieri di Roma perquisisce l'abitazione e la macchina
di Pasolini in cerca della pistola. Interrogato dai Carabinieri, Pasolini
ammette di essere entrato nel bar, di aver bevuto una Coca-Cola, di aver
fatto alcune domande, ma di essersi poi diretto a San Felice Circeo, dove
stava lavorando alla sceneggiatura di Mamma Roma. Il processo si
conclude nel 1963 con l'assoluzione piena di Pasolini.
[23] Angelo
Ferracuti in “Diario” 28 ottobre 2005.
Enigma
Pasolini
Pasolini fa alcuni nomi
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Enigma
Pasolini, di Angela Molteni - maggio 2010
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