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"Pagine corsare"
Angela Molteni
Enigma
Pasolini
Appunti su Pier Paolo Pasolini, su
Petrolio,
sull'assassinio mai chiarito dello scrittore,
sulle connessioni con i casi Mattei-De
Mauro.
Protagonisti, ipotesi, testimonianze.
Pasolini
fa alcuni nomi
La lucidità di Pasolini nel ricostruire il degrado e l'anomalia italiana
non sfuggono a chi abbia letto i suoi articoli apparsi all'epoca sulla
stampa quotidiana, e neppure a chi legga oggi i suoi Scritti corsari
magari avendo diciotto o vent'anni e quindi una conoscenza soltanto indiretta
dei fatti di trenta o quarant'anni prima. Internet, frequentato in larga
misura da giovani, offre testimonianze concrete di persone anche giovanissime
che lo apprezzano proprio per la sincerità, la profondità, la chiarezza
e anche una certa rudezza con cui lanciò le proprie accuse alla classe
politica ed economica italiana. Accuse che Pasolini non risparmia neppure
nell'opera narrativo-politica Petrolio, in cui lo scrittore si è
riferito anche – e perfino nel titolo assegnato a questo suo ultimo romanzo
– al “caso Mattei” e alle vicende dell'ente petrolifero italiano,
indicando e ricostruendo attraverso molte testimonianze sia la figura del
burattinaio principale Eugenio Cefis sia quella dello stesso Enrico Mattei,
e ipotizzando che quello di Mattei sia stato un assassinio pianificato
da chi voleva prenderne il posto per sovvertirne le politiche economiche.
In un articolo del “Corriere” che ho già richiamato, Pasolini dichiarava
di conoscere i nomi di coloro che erano oggetto dei suoi attacchi, ma di
non avere prove per rendere compiuta la propria pubblica denuncia. Ma in
Petrolio, alcuni nomi li scrive in chiaro, eccome, anche
se “romanzati”, come nel caso di Enrico Mattei che diventa Enrico Bonocore
o Eugenio Cefis che si muta in Aldo Troya. Così come alcuni nomi aveva
fatto in un suo articolo pubblicato da “Il Mondo”, elencando anche
tutti i motivi per cui occorreva ricorrere a un vero e proprio processo
penale nei confronti della classe politica italiana [**]:
«[…]
credo che mi resterà a lungo impressa nella memoria la prima pagina del
“Giorno” del 21 luglio 1975. Era una pagina anche tipograficamente
particolare: simmetrica e squadrata come il blocco di scrittura di un manifesto,
e, al centro, un'unica immagine anch'essa perfettamente regolare, formata
dai riquadri uniti di quattro fotografie di quattro potenti democristiani.
Quattro: il numero di De Sade. Parevano infatti le fotografie di quattro
giustiziati, scelte dai familiari tra le loro migliori, per essere messe
sulla lapide. Ma, al contrario, non si trattava di un avvenimento funebre,
bensì di un rilancio, di una resurrezione. Quelle fotografie al centro
della monolitica pagina del “Giorno” parevano infatti voler dire allo
sbalordito lettore, che quella lì era la vera realtà fisica e umana dei
quattro potenti democristiani. Che gli scherzi erano finiti. Che le raggianti
risate di chi detiene il potere non sfiguravano più le loro facce. Né
le sfigurava più l'ammiccante furbizia. Il brutto sogno si era dissolto
nella chiara luce del mattino. Ed eccoli lì, veri. Seri, dignitosi, senza
smorfie, senza ghigno, senza demagogia, senza la bruttura della colpevolezza,
senza la vergogna della servilità, senza l'ignoranza provinciale. Si erano
rinfilati il doppiopetto e li baciava in fronte il futuro delle persone
serie. [Occorre] giungere ad un processo degli esponenti democristiani
che hanno governato in questi trent'anni […] l'Italia. Parlo proprio
di un processo penale, dentro un tribunale. Andreotti, Fanfani, Rumor,
e almeno una dozzina di altri potenti democristiani (compreso forse per
correttezza qualche presidente della Repubblica) dovrebbero essere trascinati
[…] sul banco degli imputati. […] E quivi accusati di una quantità
sterminata di reati, che io enuncio solo moralmente […]: indegnità,
disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo
con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con
la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione
con la CIA, uso illecito di enti come il SID, responsabilità nelle stragi
di Milano, Brescia e Bologna […], distruzione paesaggistica e urbanistica
dell'Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani,
[…] responsabilità della condizione […] paurosa delle scuole, degli
ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell'abbandono
“selvaggio” delle campagne, responsabilità dell'esplosione “selvaggia”
della cultura di massa e dei mass media, responsabilità della stupidità
delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa,
e infine, oltre a tutto il resto, magari, distribuzione borbonica di cariche
pubbliche ad adulatori. Senza un simile processo penale, è inutile sperare
che ci sia qualcosa da fare per il nostro Paese» [24].
Il 28 agosto 1975, a due mesi dal suo assassinio, Pasolini chiedeva dunque
un processo per i potenti democristiani. Era il risultato di una critica
serrata e senza sosta al potere in quanto tale più che ai potenti Dc;
contro quell'“anarchia del potere” crudamente rappresentata in Salò
o le 120 giornate di Sodoma, l'ultimo film realizzato dallo scrittore-regista.
«La
Democrazia cristiana non ha fatto altro che celare le vecchie retoriche
fasciste in chiave ipocritamente democratica, assumendo però a protezione
del proprio smisurato potere le stesse istituzioni create durante il fascismo:
la scuola pubblica, l'esercito, la magistratura. […] La Democrazia cristiana
è vissuta nella più spaventosa assenza di cultura, ossia nella più totale,
degradante ignoranza» [25].
È un attacco alla borghesia, di cui la Dc è espressione; una borghesia
ignorante e inetta che nel consumismo (ma non solo) ha il suo più saldo
strumento di potere. Potevano essere ignorate le vere e proprie denunce
di Pasolini, che tra l'altro la stampa dell'epoca criticò ferocemente?
Era sufficiente infangare continuamente l'autore di quelle denunce, e le
sue opere, oppure occorreva passare a vie di fatto? Quest'ultima una pratica
piuttosto diffusa in quei giorni perversi.
Molti dei cosiddetti “misteri italiani” sono legati da un sottile ma
visibilissimo filo che parte dall'immediato dopoguerra e si allunga fino
a improntare di sé la nostra storia recente. Un filo che attraversa realisticamente
tutta la storia sottotraccia del nostro Paese negli ultimi sessant'anni,
emerge da numerose inchieste e sentenze giudiziarie ed è strettamente
collegato anche ai risultati delle Commissioni parlamentari sul terrorismo,
la mafia, le stragi. È fuori di dubbio che Pasolini fosse ben cosciente
di tutto ciò, anche nel fornire alcuni nomi: non ha usato nei suoi scritti
alcuna parola a sproposito.
Non ha potuto comunque sapere che almeno uno dei personaggi sui quali
esercitò senza remissione la propria critica sarebbe stato realmente processato
per i suoi collegamenti con l'associazione per delinquere denominata Cosa
Nostra:
«[…]
giudizio dinanzi al Tribunale di Palermo nei confronti di Giulio Andreotti
perché risponda delle seguenti imputazioni: a) del reato di cui all'art.
416 c.p., per avere messo a disposizione dell'associazione per delinquere
denominata Cosa Nostra, per la tutela degli interessi e per il raggiungimento
degli scopi criminali della stessa, l'influenza e il potere derivanti dalla
sua posizione di esponente di vertice di una corrente politica, nonché
dalle relazioni intessute nel corso della sua attività; partecipando in
questo modo al mantenimento, al rafforzamento e all'espansione dell'associazione
medesima […] e b) del reato di cui all'art. 416 bis CPP., per le stesse
imputazioni riguardanti l'art. 416]. […]
[Conclusioni
del Collegio giudicante, Cassazione]
1) la Corte
di Appello ha delineato il concetto di partecipazione nel reato associativo
in termini giuridici non condivisibili, ma l'erronea definizione teorica
è stata emendata per effetto della successiva ricostruzione dei fatti,
da cui essa ha tratto il convincimento di specifiche attività espletate
a favore del sodalizio; 2) pure la cessazione di tale partecipazione è
stata delineata secondo una prospettazione giuridica non corretta, ma poi
anche riguardo ad essa la Corte territoriale ha non irrazionalmente valutato
come concreta dimostrazione del necessario recesso un episodio che ha insindacabilmente
ritenuto essere di certo avvenuto; 3) gli episodi considerati dalla Corte
palermitana come dimostrativi della partecipazione al sodalizio criminoso
sono stati accertati in base a valutazioni e apprezzamenti di merito espressi
con motivazioni non manifestamente irrazionali e prive di fratture logiche
o di omissioni determinanti; 4) avendo ritenuto cessata nel 1980 la assunta
partecipazione nel sodalizio criminoso, correttamente il giudice di appello
è pervenuto alla statuizione definitiva senza considerare e valutare unitariamente
il complesso degli episodi articolatisi nel corso dell'intero periodo indicato
nei capi d'imputazione; 5) le statuizioni della Corte di Appello concernenti
l'insussistenza di una delle circostanze aggravanti contestate e la teorica
concedibilità delle circostanze attenuanti generiche non hanno formato
oggetto di impugnazione specifica e, quindi, sono passate in giudicato,
precludendo qualsiasi ulteriore indagine perché la cessazione della consumazione
del reato nel 1980 ne ha determinato la prescrizione […]; 6) al termine
di questo articolato “excursus”, il Collegio ritiene di dover riprendere
l'osservazione iniziale: i giudici dei due gradi di merito sono pervenuti
a soluzioni diverse; non rientra tra i compiti della Corte di Cassazione,
come già reiteratamente precisato, operare una scelta tra le stesse perché
tale valutazione richiede l'espletamento di attività non consentite in
sede di legittimità. In presenza dell'intervenuta prescrizione, poi, questa
Corte ha dovuto limitare le sue valutazioni a verificare se le prove acquisite
presentino una evidenza tale da conclamare la manifesta illogicità della
motivazione della sentenza in ordine alla sussistenza del fatto o all'estraneità
allo stesso da parte dell'imputato; 7) ne deriva che, mancando tali estremi,
i ricorsi vanno rigettati. Al rigetto del ricorso dell'imputato consegue
per il medesimo l'onere delle spese ai sensi dell'art. 616 CPP [26].
[24] Pier Paolo Pasolini, Bisognerebbe processare i gerarchi Dc, in Pasolini. Saggi sulla politica e sulla società, cit., già in “Il Mondo”, 28 agosto 1975; poi in Lettere luterane, Garzanti, Milano 1976.
[25] Pier
Paolo Pasolini, Bisognerebbe processare i gerarchi DC, cit.
[26] Il processo
Andreotti si è concluso con la dichiarazione di colpevolezza dell'imputato,
da parte della Corte d'appello, fino alla primavera del 1980: è stato
cioè riconosciuto colpevole di “un'autentica, stabile ed amichevole
disponibilità dell'imputato verso i mafiosi concretamente ravvisabile
fino alla primavera del 1980”, reato tuttavia “estinto per prescrizione”
(i virgolettati si riferiscono a passaggi della sentenza di appello del
2 maggio 2003). Ai cittadini italiani si è fatto credere che fosse stato
assolto an-che in appello, ma all'imputato eccellente era chiaro come ciò
non fosse vero, cosicché ha fatto ricorso in cassazione chiedendo l'annullamento
della prescrizione e una assoluzione con formula piena. Ma la cassazione
(15 ottobre 2004) ha confermato la sentenza di appello e lo ha conseguentemente
condannato a pagare le spese processuali.
[**] Seconda postilla: Pier Paolo Pasolini, Perché il processo.
Enigma
Pasolini
La
Commissione stragi del 1994
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Enigma
Pasolini, di Angela Molteni - maggio 2010
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