Angela Molteni, Enigma Pasolini - maggio 2010

"Pagine corsare"

Angela Molteni
Enigma Pasolini
Appunti su Pier Paolo Pasolini, su Petrolio, sull'assassinio mai chiarito dello scrittore,
sulle connessioni con i casi Mattei-De Mauro.
Protagonisti, ipotesi, testimonianze.

Le fonti di Petrolio

    Le fonti accertate di Petrolio utilizzate da Pasolini per affrontare nel suo libro la questione ENI-Montedison-Mattei-Cefis e i suoi risvolti, sono costituite dai documenti di cui c'è ampia traccia nella cartella presso il Gabinetto Vieusseux di Firenze che custodisce il manoscritto (e anche una fotocopia), come riferiscono Walter Siti e Silvia De Laude nelle Note e notizie sui testi nel secondo volume di Pasolini. Romanzi e racconti 1962-1975 (Mondadori 1998). 
     Tali fonti consistono in articoli ritagliati da giornali riguardanti la storia di ENI e Montedison, nelle fotocopie di un libro di Giorgio Steimetz, Questo è Cefis. L'altra faccia dell'onorato presidente (AMI, Milano 1972) e nelle copie di alcuni discorsi di Eugenio Cefis che, in Petrolio, Pasolini ("Appunti 20-30 Storia del problema del petrolio e retroscena", p. 117 dell'edizione Einaudi) dichiara di voler inserire poiché «servono a dividere in due parti il romanzo in modo perfettamente simmetrico e esplicito […] (18 ottobre 1974)».
     A proposito del libro di Giorgio Steimetz, in un articolo dal titolo Cefis, Pasolini e mio zio Corrado pubblicato dal “manifesto” il 10 novembre 2005 scrive Guglielmo Ragozzino:

«Pier Paolo Pasolini ha letto Questo è Cefis? Il magistrato Vincenzo Calia che da Pavia ha riaperto la pratica relativa alla morte di Enrico Mattei ritiene di sì e pensa che il poeta si sia ispirato anche su quel testo per gli appunti segnati con il numero 22 di Petrolio (si è scritto che un'intera parte del testo pasoliniano sarebbe scomparsa). […] Il caso Steimetz era stato rilanciato il 7 agosto del 2005 da Paolo Di Stefano sul “Corriere della Sera” […]. Di Stefano commentava una pagina di un libro di Gianni D'Elia, L'eresia di Pasolini (Effigie, 2005) che citava Calia. Poi ne hanno scritto altri giornali, sempre ripetendo la stessa vulgata, fino ad arrivare alla trasmissione televisiva di Carlo Lucarelli Blu notte, poi ripresa nell'articolo Così morì Pasolini, firmato anche da Gianni Borgna sul numero 6/2005 di "Micromega". […] Steimetz mostra di sapere molte cose in un universo assai limitato: in un capitolo indica i tanti rivoli del gas metano, i collegamenti, la trama delle società di comodo, le spartizioni che si sviluppano intorno a Cefis, dentro e fuori il mondo dell'ENI. […]. Cefis compare anche direttamente [in Petrolio] in uno schema “Specchietto dell'Impero ENI poi Montedison” che fronteggia un altro schema in testa al quale c'è Monti, l'altro grande boss del petrolio italiano di quegli anni. A fianco dei due nomi ci sono Fanfani vicino a Cefis e Andreotti vicino a Monti […]. L'appunto 22 di Petrolio nelle parti indicate con a, b, c assomiglia molto a capitoli di Steimetz: ci sono le stesse  segretarie  prestanome, gli stessi fratelli  affaccendati, lo stesso  giro vorticoso di società che serve a dissimulare e a spartire i profitti petroliferi e del metano […]» [28].

    Questo è Cefis. L'altra faccia dell'onorato presidente è una biografia non autorizzata di Eugenio Cefis (1921-2004), dirigente d'azienda e imprenditore, consigliere dell'Agip, presidente dell'ENI nel 1967 e poi presidente della Montedison, nel 1971. L'autore, Giorgio Steimetz – nome dietro il quale si nascondeva il presidente della stessa AMI, Corrado Ragozzino –, descrive Cefis come un temuto e vorace uomo di potere, un burattinaio che trama nell'ombra per ottenere la presidenza dell'ENI e neutralizzare l'azione fortemente indipendente di Mattei per ricondurre l'Italia nell'orbita atlantica, con una politica gradita alle multinazionali angloamericane del petrolio.
     In un suo scritto, Paolo di Stefano, oltre a compiere un'analisi puntuale delle tesi sostenute dal poeta Gianni D'Elia nel suo libro Il petrolio delle stragi: postilla a L'Eresia di Pasolini (che afferma: «Le carte di Petrolio appaiono come fonti credibili di una storia vera del potere economico-politico e dei suoi legami con le varie fasi dello stragismo italiano fascista e di Stato» - un testo, quello di D'Elia, utile per avere una prospettiva inedita su tutta la vicenda legata all'assassinio di Pasolini), si riferisce anche alle fonti utilizzate da Pasolini, in particolare al libro Questo è Cefis, e ad altri documenti nei quali il soggetto ricorrente è Eugenio Cefis. Aggiunge Di Stefano:

«Si sa che Pasolini tanto fece che riuscì ad averlo, quel libro, come dimostra una lettera del 20 settembre 1974 inviatagli dallo psicoanalista Elvio Fachinelli, in cui si parla delle fotocopie del “libro [...] ritirato”, scrive D'Elia. Le fotocopie di Questo è Cefis sono conservate tra le carte di Petrolio. Nell'archivio pasoliniano del Gabinetto Vieusseux, nella stessa cartella che contiene le fotocopie dello Steimetz, si trovano altri materiali  preparatori  del  romanzo: articoli  su Cefis pubblicati dalla rivista dello stesso Fachinelli, “L' erba voglio”; un “Discorso commentato di Cefis all'Accademia militare di Modena”, pronunciato il 23 febbraio 1972; i ciclostilati di altre conferenze dello stesso presidente, addirittura l'originale di una conferenza intitolata “Un caso interessante: la Montedison”, tenuta l'11 marzo 1973 presso la Scuola di cultura cattolica di Vicenza, con annotazioni a margine (dello stesso Cefis) mai pronunciate. Infine, diversi ritagli di giornale sui “segreti dell'ENI”. In uno degli appunti progettuali del romanzo Pasolini ci informa dell'intenzione di inserire nel libro il testo integrale dei discorsi di Cefis, che avrebbero dovuto fare da “cerniera” tra una prima e una seconda parte» [29].

    A sua volta, Giovanni Giovannetti, fotogiornalista e scrittore, si richiama al libro di Gianni D'Elia – citato anche da Ragozzino – e, oltre a pubblicare tramite "Sconfinamenti", il suo blog, il testo del “libro scomparso” di Steimetz, ci dice che «L'Agenzia [Milano Informazioni] è finanziata da Graziano Verzotto, uomo di Enrico Mattei ed ex presidente dell'Ente minerario siciliano, nonché informatore di Mauro De Mauro, il giornalista de “L'Ora” di Palermo che fu rapito e ucciso dalla mafia nel 1970. Così come era accaduto a Mattei sette anni prima; così come accadrà a Pier Paolo Pasolini cinque anni dopo. Questo è Cefis vive solo pochi mesi, poi sparisce. Dalle due sedi della Biblioteca Centrale spariscono anche le copie d'obbligo: se ne trova ancora traccia nel registro di quella fiorentina, ma il libro non c'è. E si capisce: Steimetz racconta la spregiudicata avventura di uno dei timonieri del pubblico-privato, la mescolanza di poteri tra Stato e potenze occulte. Pier Paolo Pasolini sta lavorando sugli stessi temi e, forse (è il caso di Verzotto), sta utilizzando le stesse fonti; quell'anno comincia a scrivere Petrolio, il grande romanzo incompiuto sul Potere (Einaudi lo pubblicherà postumo nel 1992, 17 anni dopo la sua morte). Un romanzo del quale la critica ha enfatizzato l'aspetto omosessuale – la doppia vita di un ingegnere petrolchimico – mentre la vera sostanza di Petrolio è il “rapporto terribile tra economia e politica, le bombe fasciste e di Stato, la struttura segreta delle società 'brulicanti', come i loro nomi, in beffardi acronimi” (Il Petrolio delle stragi, p. 22), a partire da Cefis, che nel libro è 'Troya'. Il poeta D'Elia ha anche considerato “con una certa sorpresa” che l'ultimo Pasolini “corsaro”, quello che potremmo anche chiamare “il poeta delle stragi”, riprende quasi sicuramente dal colorito pamphlet di Steimetz il suo aggettivo più romanzesco, salgariano, fortunato e connotato, come si può leggere in Questo è Cefis: “come corsari sulla filibusta” (p.64)”. Petrolio è il profetico e incompiuto romanzo-verità sull'Italia del doppio boom: sviluppo e bombe. Bombe stragiste e piduiste. Lo stesso “Stato nello Stato” che ha tolto di mezzo Mattei, De Mauro e lo stesso Pasolini» [30].
     Nelle circa trecento pagine di Questo è Cefis Steimetz descrive sia la personalità senza scrupoli di Eugenio Cefis sia l'incredibile rete di aziende grandi e piccole che fanno capo al suo impero. Moltissime pagine sono dedicate all'elenco di centinaia di tali aziende, facenti capo a Cefis per i rapporti fiduciari o di parentela che i responsabili dichiarati ufficialmente nei documenti costitutivi intrattengono con lui: «Le Carte […] riposano ben custodite in capaci e segreti armadi a serratura combinata, al riparo da indiscrezioni, indagini, indebite ingerenze, specialmente del fisco. Ma quale industriale mai giocherebbe a carte scoperte? Meglio intestarle, se occorre, a nomi di paglia, ad innocue persone del seguito, con dipendenza a Vaduz, l'eden degli storni e delle franchigie tributarie».
     A una parte delle aziende enumerate da Steimetz si riferiscono anche alcuni appunti pasoliniani di Petrolio, dall'"Appunto 22. Il cosiddetto impero dei Troya: lui, Troya" ai successivi, che portano sempre nel titolo la dizione "Il cosiddetto impero dei Troya" seguita da specifiche caratteristiche relative a tale impero (pp. 94-108). In essi, Pasolini descrive in dettaglio le aziende suddette, rifacendosi alle pagine di Steimetz e modificando i nomi delle società stesse e delle persone che se ne occupano per conto del Cavaliere del Lavoro Eugenio Cefis:

22a, Il cosiddetto impero dei Troya: le filiali più vicine alla casa madre;
22b …: altra importante ramificazione;
22c …: le ramificazioni più importanti del fratello Quirino;
22c …: la pulce dice male del pidocchio;
22d …: la ramificazione del pidocchio.
[in Petrolio la lettera c dell'appunto è ripetuta, nda].

    Giorgio Steimetz prosegue tracciando un profilo di Eugenio Cefis e indicando le fasi salienti della scalata di quest'ultimo all'ENI dopo la scomparsa di Enrico Mattei: «La sua scalata all'ENI è storia recente. Compagno di Mattei e suo vice finché il matelicano ne ebbe abbastanza d'una spina nel fianco, di un cane lupo alle calcagna, d'un ingombrante e troppo abile negoziatore pronto all'ipotesi dello scavalco; […] Se l'ombra di Bascapè non fosse scesa sul grande Presidente del consorzio petrolifero italiano, Cefis avrebbe dovuto cercare altrove l'humus per le sue feconde, fortunate imprese. Invece ecco di nuovo il cividalese al suo antico posto di vice, alle costole stavolta dell'innocuo letterato, mago della statistica, gentiluomo esemplare, Marcello Boldrini. […] Aggredì gli uomini di Mattei, fedelissimi; si liberò degli antichi avversari interni; liquidò rapidamente Boldrini, togliendogli non solo lo scranno presidenziale, ma umiliandolo con l'esclusione persino dal Consiglio di Amministrazione dell'ENI stesso. […] Industriale di Stato e privato ad un tempo; insieme democristiano con chiare disponibilità per altri lidi; non possiede né casa né vettura, ma ha l'una e l'altra; è povero ma ricco: meglio, è ricco ma vuol apparire povero; espropria gli ex-voto dalle chiese ma solo per farli restaurare, abbellendo la saletta d'attesa dello studio privato in via Chiossetto 9 e onora così l'arte, la fede e il gusto (personale); guarda a occidente ma strizza l'occhio magico ad oriente. Giano bifronte o terzino ambivalente di statura internazionale, Cefis è taumaturgo, Cefis è fondatore di S.a.s. (società in accomandita semplice); Cefis è a Pechino o sugli scaloni che hanno bandito il fulgore di michelangiolesche divise; Cefis è mago e mistificatore. […] Una cosa è certa: c'è ancora materia da analizzare. Quello che abbiamo sottoposto a rapido esame è in fondo il bandolo della matassa, ma tocca ad altri dipanarla interamente. Si abbia il coraggio di mettersi all'opera e di andare sino in fondo. […] Meglio ancora, per il credito che merita e per l'inconsistenza di altri tutori, un passo rapido e spietato della Magistratura, perché si faccia luce, finalmente, nei meandri oscuri delle fattorie a conduzione padronale di Eugenio Cefis».
     In parecchi capitoli di Questo è Cefis l'autore si addentra poi nel mare magnum di speculazioni, malversazioni, evasioni fiscali e comportamenti  che  si  configurano  come  veri e propri reati: «[…] L'assurda, illegale deviazione dai fini istituzionali dell'ENI; il pubblico denaro sperperato nella gestione (a conduzione familiare) de “Il Giorno”; gli investimenti produttivi e grandiosi (per comprare simpatie, discrezione, silenzio, complicità) con le offerte di pubblicità AGIP e ANIC; le distrazioni capricciose di personale dipendente; i pallini del consumismo massificato applicati alla strategia del marketing reclamistico; gli abili ma ingenui sotterfugi delle società immobiliari intestate a fedelissimi capoccioni di turco, come le segretarie-super […]. Il protagonista principe dell'industria di Stato, alla quale sembra relegato mani e piedi, offre […] materia piccante non solo all'attenzione del lettore di rotocalchi e telespettatore fedele, ma anche a qualcuno più in alto, investito di responsabilità che ne portano lo sguardo al di là della semplice curiosità. Il silenzio di questi responsabili non potrebbe configurarsi tacita e volontaria connivenza? È quello che realmente vorremmo chiaramente smentito. […]
     Cavaliere del Lavoro, presidente dell'ENI, dell'ANIC, della SNAM, dell'AGIP; consigliere della Banca Commerciale Italiana; dottore (non commercialista, comunque) con due uffici privati e una residenza più che rispettabili ed esaltanti; un autista e segreterie particolari; personalità con partecipazioni in diverse Società, italiane e straniere, e con degli stipendi che ancora non risultano versati ai Martinitt o alle Missioni Estere: con tutte queste guarentigie di aristocrazia fiscale, [Cefis] non apparteneva al Gotha dei contribuenti meneghini. […]
     Il signor Ministro delle Finanze Luigi Preti possiede chiavi e grimaldelli per aprire certe porte sospette, dietro le quali si celano interessi e attività che meritano, col beneficio del dubbio, una severa ispezione. Gli rivolgiamo esplicitamente l'invito, augurandoci che sappia onestamente e cordialmente accoglierlo, di seguire la pista che noi abbiamo appena individuato […]. Al Ministro chiediamo ancora di rivelare cosa si nasconde dietro la cortina fumogena delle esotiche società del Liechtenstein sulla piazza immobiliare di Milano. Potrà anche appurare se i rispettivi bilanci sono affumicati o reali, o soltanto fasulli, come riteniamo noi. D'un malcapitato contribuente borghese o proletario (due termini oggi in via d'elisione reciproca), l'autorità fiscale traccia immediate e rigorose radiografie sui redditi. Non sarebbe quindi perfettamente onesto se il signor Ministro Preti smentisse, cifre alla mano o sulla sua sola parola, un interrogativo fiscale chiamato Cefis Eugenio? […]
     Ci interessa esclusivamente il fenomeno sociale Eugenio Cefis. Le ragioni sottili e misteriose del suo potere, pieno anche se delimitato per legge e consuetudine; gli interessi privati in atti d'ufficio, deducibili con estrema semplicità logica dal sistema personale di cogestione di altre imprese, sue personali; l'arricchimento ingiustificato raggiunto con le rampe di lancio a lui affidate; il ricorso a innocenti prestanome per mascherare colossali interessi e frodare il fisco; la interferenza politica quotidiana […] Le cosche mafiose, con la elegante andatura di pachidermi, funzionano con precisione cronometrica. Non si sfugge al giro. Nella Giustizia invece abbiamo fiducia: ad essa è stato regolarmente inoltrato il fascicolo, depurando gli alti muretti d'omertà che impediscono la visuale. Sarà un precedente, qualora ottenga soddisfazione. Qualora, cioè, la nostra denuncia motivata e collezionata – raggiunga lo scopo (improbabile) di infastidire, nel pieno rispetto della legalità, un gigante come Eugenio Cefis. Schierarglisi contro esige notevole coraggio, di solito non in libera vendita. Ma visto che gli altri non dicono, lo scriviamo noi […] Proprio pulite, quelle mani, [non sono] come lui fa dire, come altri adulatori s'affrettano a celebrare? […]
     In sintesi: nella misura in cui Eugenio Cefis può giustificare la sua potenza economica di oggi (e tutte le partecipazioni godute in Società), egli potrà liberarsi dall'accusa, abbastanza infamante, di capo mafia, di profittatore senza scrupoli del gas di Stato, essendo partito pressoché nullatenente 25 anni fa. […] Il peculato per distrazione è iscritto come reato nel nostro Codice, e non esige soverchia cultura giuridica per essere inteso. Distrazione (di personale) ne commisero Bazan del Banco di Sicilia ed Ippolito del CNEN (Comitato Nazionale Energia Nucleare), avendo disposto il movimento di certi dipendenti nei singoli enti, per conto degli Istituti, ma nell'interesse esclusivo dei mandanti. Bazan ed Ippolito, per il reato di distrazione di personale finirono in tribunale ed han subìto la galera. Eugenio Cefis non si accontenta di distrarre qualche unità, poniamo dell'ENI, per piazzarla dove lui mantiene interessi (privati) specifici. Cefis ne stacca a decine, da anni e per anni. Sono in molti a saperlo, oltre gli interessati (enti e persone), ma nessuno dice niente, tanto la cosa giova al dipendente, alla ragione sociale dove viene distaccato, al Cefis stesso naturalmente. Che sa di essere perseguibile ma di non correrne il rischio, perché il silenzio è d'oro. 
     I nostri uomini al governo? Sanno benissimo queste ed altre cose: ma non parlano, non lo denunciano, non si oppongono alla trasgressione continuata di una norma di legge. La legge è lui, con i benefici che assicura in partibus infidelium. […]
     Chiedere la fine della mafia è soltanto un dovere per un cittadino, una forma di deontologia per il giornalista. È quello che domandiamo a gran voce, sicuri di perderci ancora una volta nel coro degli osanna, ma certi, ugualmente, che qualcuno ci ascolta: e annota, e intende, e vuole».
     Carla Benedetti nel suo Dossier Petrolio analizza ulteriormente ciò che Pasolini aveva in mente scrivendo gli appunti del suo ultimo romanzo: « […] Oggi possiamo capire meglio anche quel Nuovo Potere di cui [Pasolini] parlava. La vulgata su Pasolini ricorda solo la nota tesi sulla distruzione antropologica, riassumendola nello slogan dell'omologazione. Ma l'omologazione fotografa solamente, e in maniera un po' rozza, il risultato dell'azione di quel potere, senza dirci nulla su come esso agisca. Invece la “novità” di questo potere, che Pasolini ha colto in modo più profondo di quanto lasci immaginare quella formula semplificata, sta proprio nel tipo di azione che esso esercita e nel livello che raggiunge: le zone più intime degli individui, i loro desideri, le loro strutture emotive e di pensiero. […] Ma oltre a questo, ci sono altri aspetti del potere che Pasolini ha “visto” (tanto che a volte gli si affibbia un nome speciale, chiamandolo “profeta”: definizione infelice). Petrolio, secondo  me, è  una serie  di  “visioni del potere”,  che  aprono  una  prospettiva  non  semplificante  sui  conflitti  e  sulle  lacerazioni  provocate  dal tardo capitalismo [****], e quindi più radicale di quella che ci hanno consegnato Adorno, Debord, Foucault e altri pensatori del Novecento. Gli altri aspetti del potere che Pasolini mette a fuoco in Petrolio sono:
– il nuovo impero (con Roma spostata a New York, come si legge nel San Paolo), che si muove all'insegna del nuovo vello d'oro (il petrolio), il quale non è solo economia ma anche mito (mito della potenza che si estrinseca) e che ha le “fondamenta nel sogno”;
– la collusione innocente con il potere. Questa forma di potere di solito resta invisibile, non perché segreta come i complotti che il potere costruisce, ma perché quotidiana, banale. Qualcosa che entra nelle formae mentis, nell'ethos, producendo la sua stessa “innocenza”.
Pasolini la chiama infatti “collusione innocente”, ma la potremmo anche chiamare, riprendendo un'espressione di Hannah Arendt, la “banalità del potere”. Può coinvolgere non solo le forze politiche ma anche gli individui, e persino gli intellettuali (“si specializzava in quella particolare scienza italianistica che è la partecipazione al potere”, si legge nell'"Appunto 5" di Petrolio, riferito al protagonista);
– infine, le “trame” del potere, il “segreto” nel cuore degli stati democratici, e in particolar modo in Italia. Mattei, De Mauro, Feltrinelli, Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino (li sto elencando senza un criterio, come mi vengono in mente), Rostagno, Ilaria Alpi, D'Antona, Biagi, Michele Landi, tutti i testimoni di Ustica... Una lista impressionante. Bombe, attentati, omicidi, finti suicidi, finti incidenti, finti delitti omosessuali... Spia di una struttura sotterranea di potere che mette i brividi, sottratta non solo ai tribunali ma anche al discorso pubblico.
     Da ognuno di questi nomi, ai quali dobbiamo aggiungere quello di Pasolini stesso, potrebbe cominciare un romanzo intricatissimo. Il nostro  paese  potrebbe  essere  il  paradiso  per i romanzieri odierni  affascinati dai complotti: un serbatoio di “trame” già pronte […]» [31].
     Ho già fatto riferimento al Gabinetto Vieusseux di Firenze: nella cartella ove si conservano il manoscritto originale pasoliniano e anche le fotocopie di tale manoscritto – oltre alle fotocopie del libro di Steimetz, ampiamente chiosate e sottolineate –, sono raccolti anche altri materiali relativi a Cefis: in particolare il discorso agli allievi dell'Accademia militare di Modena, tenuto il 23 febbraio 1972, da cui Pasolini era stato particolarmente scosso, al punto che lo cita anche in un intervento alla “Festa dell'Unità” dell'estate 1974:

«[…] Dirò subito, e l'avrete già intuito, che la mia tesi è molto più pessimistica, più acremente e dolorosamente critica di quella di Napolitano [32]. Essa ha come tema conduttore il genocidio: ritengo cioè che la distruzione e sostituzione di valori nella società italiana di oggi porti, anche senza carneficine e fucilazioni di massa, alla soppressione di larghe zone della società stessa. Non è del resto un'affermazione totalmente eretica o eterodossa. C'è già nel Manifesto di Marx un passo che descrive con chiarezza e precisione estreme il genocidio ad opera della borghesia nei riguardi di determinati strati delle classi dominate, soprattutto non operai, ma sottoproletari o certe popolazioni coloniali. Oggi l'Italia sta vivendo in maniera drammatica per la prima volta questo fenomeno: larghi strati, che erano rimasti per così dire fuori della storia – la storia del dominio borghese e della rivoluzione borghese – hanno subìto questo genocidio, ossia questa assimilazione al modo e alla qualità di vita della borghesia. Come avviene questa sostituzione di valori? Io sostengo che oggi essa avviene clandestinamente, attraverso una sorta di persuasione occulta. […] I nuovi valori vengono sostituiti a quelli antichi di soppiatto, forse non occorre nemmeno dichiararlo dato che i grandi discorsi ideologici sono pressoché sconosciuti alle masse. La televisione, per fare un esempio su cui tornerò, non ha certo diffuso il discorso di Cefis agli allievi dell'Accademia di Modena. Mi spiegherò meglio tornando al mio solito modo di parlare, cioè quello del letterato. In questi giorni sto scrivendo il passo di una mia opera in cui affronto questo tema in modo appunto immaginoso, metaforico [33].»

    In quell'intervento, Pasolini si addentra poi in una descrizione dei “gironi infernali” ai quali si ispira nelle pagine a cui sta lavorando, quelle della Divina Mimesis, una sorta di inferno dantesco nel quale a ciascuna bolgia corrisponde un «determinato modello di vita messo lì dal potere, al quale soprattutto i giovani, e più ancora i ragazzi, che vivono nella strada, si adeguano rapidamente».
     Lo scrittore rivela di avere individuato alcuni precisi modelli di comportamento, tra i quali ne pone in evidenza tre: l'edonismo interclassista, «il quale impone ai giovani […] di adeguarsi […] a ciò che vedono nella pubblicità dei grandi prodotti industriali»; la falsa permissività in campo sessuale, al cui modello «il giovane dell'Italia arretrata cerca di adeguarsi in modo goffo, disperato e sempre nevrotizzante»; l'afasia, vale a dire un modello che prevede la «perdita della capacità linguistica. «[…] o si parla una lingua finta […] oppure si arriva addirittura alla vera e propria afasia nel senso clinico della parola […] quasi si mugola, o ci si danno spintoni, o si sghignazza senza dire altro».
     Pasolini prosegue affermando che un tale “genocidio” è stato imposto dalla classe dominante che ha scisso nettamente “progresso” e “sviluppo”, e si chiede se sia concepibile una mostruosità come “uno sviluppo senza progresso”. Pasolini infine conclude:

«Quello che occorre – ed è qui a mio parere il ruolo del partito comunista e degli intellettuali progressisti – è prendere coscienza di questa dissociazione atroce e renderne coscienti le masse popolari perché appunto essa scompaia, e sviluppo e progresso coincidano. Qual è invece lo sviluppo che questo potere vuole? Se volete capirlo meglio, leggete quel discorso di Cefis agli allievi di Modena che citavo prima, e vi troverete una nozione di sviluppo come potere multinazionale – o transnazionale come dicono i sociologhi – fondato fra l'altro su un esercito non più nazionale, tecnologicamente avanzatissimo, ma estraneo alla realtà del proprio paese. Tutto questo dà un colpo di spugna al fascismo tradizionale, che si fondava sul nazionalismo o sul clericalismo, vecchi ideali, naturalmente falsi; ma in realtà di sta assestando una forma di fascismo completamente nuova e ancora più pericolosa. Mi spiego meglio. È in corso nel nostro paese, come ho detto, una sostituzione di valori e di modelli, sulla quale hanno avuto grande peso i mezzi di comunicazione di massa e in primo luogo la televisione. Con questo non sostengo affatto che tali mezzi siano in sé negativi: sono anzi d'accordo che potrebbero costituire un grande strumento di progresso culturale; ma finora sono stati, così come li hanno usati, un mezzo di spaventoso regresso, di sviluppo appunto senza progresso, di genocidio culturale per due terzi almeno degli italiani» [34].


 

[28] Paolo Di Stefano, Il Petrolio al veleno di Pasolini. Il caso Mattei, i sospetti su Cefis e la morte violenta del poeta, “Corriere della Sera”, 7 agosto 2005.
[29] L'appunto di Petrolio cui si riferisce Paolo Di Stefano è a p. 118 dell'edizione Einaudi del romanzo incompiuto di Pasolini; quest'ultimo scrive: « ** inserire i discorsi di Cefis, i quali servono a dividere in due parti il romanzo in modo perfettamente simmetrico e esplicito […] 16 ottobre 1974», in Pier Paolo Pasolini, Petrolio, cit.
[30] Giovanni Giovannetti in "Sconfinamenti".
[31] Carla Benedetti, Dossier Petrolio, cit., 30 ottobre 2005.
[32] Giorgio Napolitano, attuale presidente della Repubblica, a quell'epoca dirigente del Partito comunista italiano, era intervenuto nel pomeriggio di quello stesso giorno alla “Festa dell'“Unità” di Milano criticando a sua volta la pessima direzione del paese da parte della Democrazia cristiana. Ricor-do ancora quel discorso, che ascoltai piuttosto sorpresa: Napolitano, infat-ti, all'interno del Partito comunista italiano faceva parte (insieme a Gerardo Chiaromonte, a Emanuele Macaluso e ad altri) della corrente definita “migliorista” che si rifaceva alle tendenze riformiste di Giorgio Amendola, che prevedevano cioè un graduale allontanamento del Pci dall'ideologia marxista per abbracciare tattiche e strategie riformiste e socialdemocratiche, preferendo il dialogo con partiti più moderati come il Psi e il Psdi, per mettere fuori gioco invece alcuni partiti della Nuova sinistra (tra i quali il più rappresentativo era Democrazia proletaria), che rimanevano fedeli al marxismo ortodosso. In quell'intervento alla “Festa dell'Unità” Napolitano si espresse sorprendentemente con tesi “rivoluzionarie”, lanciando accuse pesanti alla gestione democristiana della cosa pubblica.
[33] Il “passo di una mia opera” che Pasolini cita si riferisce alla Divina Mimesis, di cui lo scrittore cominciò a parlare dal 1963. Solo nel '75, l'anno stesso in cui sarà ucciso, decise di dare alle stampe quelle pagine che lui stesso definiva “documento”. Un documento della crisi in cui lui stesso era caduto in quella prima metà degli anni sessanta. E insieme, il tentativo di costruire un romanzo impossibile. Avrebbe voluto un libro scritto a strati, che documentasse come un diario ogni nuova stesura senza cancellare le precedenti. Sarebbe stata l'ultima opera in un italiano non-letterario, una lingua che vivesse di osmosi con i dialetti, il latino, il parlato, fino ad esaurire ogni incrocio possibile.
[34] Intervento di Pier Paolo Pasolini pubblicato da “Rinascita” il 27 settembre 1974 e poi, con il titolo "Genocidio", in Scritti corsari, cit.

[****] Quarta postilla: "Capitalismo, neocapitalismo, globalizzazione". da Quasi un testamento, di Pier Paolo Pasolini


Enigma Pasolini
"Chi tocca Mattei muore". Con una digressione su dietrologie e complotti
 


Enigma Pasolini, di Angela Molteni - maggio 2010
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