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"Pagine corsare"
Angela Molteni
Enigma
Pasolini
Appunti su Pier Paolo Pasolini, su
Petrolio,
sull'assassinio mai chiarito dello scrittore,
sulle connessioni con i casi Mattei-De
Mauro.
Protagonisti, ipotesi, testimonianze.
"Chi
tocca Mattei muore".
Con
una digressione su dietrologie e complotti
Vincenzo
Calia, nella sua inchiesta, dopo aver accertato l'origine dolosa dell'“incidente”
di Bascapè, a un certo punto si pone la domanda “Chi ha ucciso Mattei?
“Tra le ipotesi formulate, una acquista rilievo particolare ed è quella
che conduce a Eugenio Cefis, anche se Calia non riesce a raccogliere le
prove definitive, circa la colpevolezza come mandante, di colui che sostituì
Mattei alla presidenza dell'ENI.
Tra le
carte che raccoglieva De Mauro e che Gaetano Verzotto aveva avuto modo
di visionare quel nome ricorreva comunque esplicitamente. Dice Verzotto
a Calia: «[…] Ho già riferito di avere incontrato Mauro De Mauro, nella
sua abitazione, anche qualche giorno prima dell'ultimo incontro del 14
settembre. In quell'occasione ci intrattenemmo nel suo studio e io ebbi
occasione di vedere e di leggere per la prima volta la sceneggiatura che
De Mauro aveva preparato per Francesco Rosi. Ricordo perfettamente che
tale sceneggiatura ricostruiva, in chiave di sabotaggio, la fine di Enrico
Mattei e – come ho appena detto – indicava quali responsabili – non
ricordo se in maniera assolutamente esplicita o indiretta – Eugenio Cefis
e Vito Guarrasi […] [35]».
Anche tra
le carte che aveva raccolto Pasolini per il suo Petrolio ricorre
il nome di Cefis. Il protagonista di Petrolio è Carlo, un ingegnere della
borghesia torinese, nato nel 1932, laureatosi a Bologna nel '56; lavora
all'ENI. È un “cattolico di sinistra”, è brillante, è un “padrone”.
Come ho già ricordato, il personaggio è sdoppiato: il primo è Carlo
di Polis, uomo pubblico dominato prevalentemente da una coscienza sociale;
si occupa di petrolio e delle vicende politiche ad esso legate. Il secondo
è Carlo di Tetis [36], diabolico e dominato dalle pulsioni sessuali. Le
due interpretazioni del personaggio sembrano avere vicende separate, ma
in realtà si scambiano spesso i ruoli ed è difficile distinguerli; sono
un'unica persona, in sostanza, emblema di una contraddittorietà insolubile.
Proprio per le attività di Carlo di Tetis, per Petrolio si è parlato
a sproposito anche di “scandalo”, come ho cercato di documentare al
paragrafo Recensioni e saggi critici.
Ha scritto
Flavio Santi in una sua recensione a L'eresia di Pasolini [37] che
il poeta «sarebbe giunto a delineare il mandante dell'omicidio Mattei:
non a immaginarlo su basi puramente fantastiche, ma a ipotizzarlo su basi
documentarie. Il tutto starebbe nel capitolo di Petrolio “Lampi
sull'ENI”. Ma il capitolo è scomparso e si è arrivati anche a pensare
a un trafugamento dopo la morte del poeta [38]. Sta di fatto che pare Pasolini
fosse arrivato a conclusioni analoghe a quelle del giornalista Mauro De
Mauro, ucciso proprio mentre indagava sul caso Mattei. Quello che D'Elia
non dice, perché pasolinianamente “non ne ha le prove”, il sagace
lettore lo può però dedurre fra le righe. Si delineerebbe, cioè, un
collegamento tra l'omicidio Mattei e l'omicidio Pasolini. Magari attraverso
una pista “siciliana”. A Catania venne manomesso il bimotore di Mattei.
Siciliani pare fossero gli uomini spuntati la notte del 2 novembre 1975
a massacrare il poeta, secondo le dichiarazioni di Pelosi del novembre
2005. Responsabile per l'ENI in Sicilia, nonché segretario regionale Dc,
era Graziano Verzotto, dietro cui c'è la fantomatica casa editrice del
libro nero su Cefis. Insomma due omicidi politici legati da inquietanti
fili in comune. Fantastoria? L'adagio pasoliniano “Io so. Ma non ho le
prove” non è ancora spento e riserverà sorprese per il futuro».
In un altro
intervento, Flavio Santi si sofferma ancora su quanto scritto da D'Elia:
«Chi tocca Mattei muore. Perché scende nel cuore di tenebra dell'Italia,
fatto di corruzioni, complicità politiche e industriali (da un appunto
del Sismi, Cefis risulta il fondatore della Loggia P2), servizi segreti
deviati, golpisti (Cefis fu indicato come finanziatore del fallito golpe
Borghese del 1970), stragi di massa usate come strumento politico […]
aggiungiamo che negli ultimi anni di vita Cefis si era interessato a società
televisive (già in passato aveva tentato di scalare il “Corriere della
Sera”, proprio negli anni in cui vi scriveva Pasolini...), e che una
delle società della “Edilnord centri residenziali”, già “Edilnord
Sas” del socio piduista Berlusconi, si chiamava Cefinvest. Semplici,
per quanto inquietanti, casualità? [39]».
Quanto
ancora al “Chi tocca Mattei muore”, emergono dalla relazione di Vincenzo
Calia alcune informazioni e testimonianze significative che si riferiscono
sia alla morte di Mattei, sia alla scomparsa di Mauro De Mauro. Si tratta
prevalentemente di alcuni stralci di deposizioni, che si riferiscono ad
alcuni dei numerosissimi testimoni ascoltati dal Pm pavese. Danno un'idea
del clima creatosi intorno a quei due delitti, e delle manovre investigative
spesso segnate da depistaggi e annacquamenti. Un clima che purtroppo è
stato molto presente anche nelle indagini superficiali, parziali, imprecise,
spesso fuorvianti, che hanno segnato il periodo successivo all'assassinio
di Pier Paolo Pasolini.
«[…] Al momento della
morte di Enrico Mattei, Amintore Fanfani era Presidente del consiglio e
ministro degli esteri. Quasi venticinque anni dopo, nell'ottobre del 1986,
in occasione del congresso dei partigiani cattolici, il senatore Fanfani,
allora presidente del Senato (presente anche il senatore Paolo Emilio Taviani,
ministro degli interni nell'ottobre 1962), ebbe a dire: “Chissà, forse
l'abbattimento dell'aereo di Mattei più di venti anni fa è stato il primo
gesto terroristico nel nostro paese, il primo atto della piaga che ci perseguita”.
È certamente significativo, e anche inquietante che
Fanfani abbia ricordato nel 1986 la morte di Enrico Mattei
utilizzando l'inequivoca espressione “abbattimento dell'aereo di Mattei”
[…]».
Ugo Saito: «[…] sostituto
procuratore a Palermo, incaricato dell'inchiesta De Mauro, dichiara: “[…]
prima della interruzione delle indagini di cui le ho appena fatto cenno,
l'istruttoria era giunta a focalizzare delle responsabilità molto elevate
e noi prevedevamo che quando avessimo assunto i provvedimenti opportuni,
sarebbe successo un finimondo. Noi con la Polizia ritenevamo infatti, con
assoluta certezza, che De Mauro era stato eliminato perché aveva scoperto
qualcosa di eccezionalmente rilevante relativamente alla morte di Enrico
Mattei. Ritenevamo infatti che l'eliminazione di Mattei era da ricondursi
a Fanfani il quale era sostenitore di una politica petrolifera antitetica
a quella di Aldo Moro [...] Noi ci proponevamo, naturalmente, di trasmettere
i relativi atti per competenza alla Procura della Repubblica di Pavia,
perché avesse provveduto nei confronti di Fanfani per l'omicidio di Enrico
Mattei” […]».
Igor Man: «Il giornalista,
nel corso di un dibattito televisivo, ha raccontato: “Negli ultimi tempi
di vita del povero Mauro De Mauro, lui mi disse 'sai sto facendo un'inchiesta
molto importante, molto interessante, che se riesco ad agganciare l'ultimo,
mi manca l'ultimo trait-d'union, una certa storia, farà un chiasso,
altro che Pulitzer, farò sbancare tutto il mondo'; allora io [...], con
l'interesse tipico di noi giornalisti, e poi io gli volevo anche bene,
perché è un personaggio un po' bizzarro ma con un
cuore immenso, uno sregolato, ma straordinario,
'cos'è, che cosa stai facendo', 'sto ricostruendo il caso Mattei, e ti
debbo dire che c'è dentro, ci sono dentro tutti; i politici, gli stranieri,
la Cia e, ahimè, pure la mafia” […]».
Marino Loretti: «[…] assunto
dalla Snam il 1 settembre 1959 come motorista sui Morane Saulnier e amico
di Irnerio Bertuzzi, pilota dell'aereo di Mattei abbattuto a Bascapè,
morì il 14 agosto 1969 in località Sassone Acquacetosa di Marino, non
lontano da Roma, per un incidente di volo. Durante indagini sulla scomparsa
di De Mauro, svolte nel 1995 dall'autorità giudiziaria palermitana, si
ritrovò quasi casualmente nei faldoni dell'inchiesta una lettera di Loretti
indirizzata a Italo Mattei, fratello di Enrico, in cui Loretti sosteneva
di essere a conoscenza di fatti, in parte documentabili, che avrebbero
potuto illuminare un percorso non ancora seguito sulla morte del presidente
dell'ENI. Da una successiva indagine su Loretti sono emerse una serie di
circostanze tali da far ritenere che l'incidente di volo dell'I-TUR I non
fosse dipeso da mancanza di carburante, ma dalla presenza di acqua nei
serbatoi, verosimilmente per causa dolosa […]».
Bruno Contrada: «Il commissario
[ex membro della Polizia di Stato, poi condannato con sentenza definitiva
del 10 maggio 2007 a 10 anni per concorso esterno in associazione di tipo
mafioso] – incaricato nel 1970 col collega della squadra mobile Boris
Giuliano di condurre le indagini sulla scomparsa di De Mauro – ha reso
dichiarazioni di eccezionale rilievo: “La ferma convinzione da parte
della Polizia e in particolare del Questore di Palermo della fondatezza
della pista Mattei, indusse lo stesso questore a incaricare la squadra
politica della Questura di Palermo di svolgere una complessa e vasta azione
informativa in ordine alla pista Mattei e precisamente al possibile collegamento
tra la morte di Mattei e la scomparsa di Mauro De Mauro”. Del caso, infatti,
furono interessati gli alti comandi palermitani ed i migliori investigatori
della Polizia [Boris Giuliano – ucciso a Palermo il 21 luglio 1979] e
dei Carabinieri [Carlo Alberto Dalla Chiesa – assassinato a sua volta
a Palermo il 3 settembre 1982]. Giuliano interpretò l'indagine con molta
partecipazione, ben deciso a portarla sino in fondo, incontrando sul suo
cammino molti e diversi percorsi tra cui quello mafioso legato anche alla
droga, tanti articolati scenari e numerosi possibili moventi. “[…]
Improvvisamente – senza apparente ragione – le indagini si arrestarono.
Col rapporto del 17 novembre 1970 la squadra mobile abbandonò la 'pista
Mattei' e, di fatto, le stesse indagini sulla scomparsa di Mauro De Mauro.
[…] Ebbi occasione di incontrare in procura Boris Giuliano e siccome
i nostri rapporti erano molto cordiali, gli chiesi come procedevano le
indagini sulla vicenda De Mauro e come mai, improvvisamente, nessuno pareva
più interessarsi a tali investigazioni. Boris Giuliano manifestò il suo
stupore per il fatto che io non fossi a conoscenza della circostanza che
a 'Villa Boscogrande', un Night Club in località Cardillo, vi era stata
una riunione alla quale avevano partecipato i vertici dei servizi segreti
e i responsabili della polizia giudiziaria palermitana. In tale riunione
fu impartito l'ordine di 'annacquare' le indagini. […] Giuliano mi precisò
anche che era presente il direttore dei servizi segreti, facendomene anche
il nome: oggi non sono più certo se si trattasse di Miceli o Santovito.
Si trattava comunque di colui che in quel momento era al vertice dei servizi
segreti […]”».
Francesco Rosi ha riferito
a Vincenzo Calia di alcune minacce ricevute all'epoca in cui stava progettando
il film Il caso Mattei: «di tali minacce parlò anche rispondendo al giornalista
che lo intervistava, nel programma televisivo 'Moviola della storia: il
caso Mattei', trasmesso dalla Rai il 30 luglio 1998 […]».
Salvatore Palazzolo: «[…]
su "Candido" del 5 novembre 1970, venti giorni dopo la scomparsa di Mauro
de Mauro, apparve un articolo, dal titolo Mauro De Mauro: gli assassini
di Enrico Mattei colpiscono ancora: “Ben pochi dubbi sussistono ormai
sul fatto che il giornalista palermitano Mauro De Mauro, scomparso misteriosamente
nel settembre scorso, sia stato eliminato da elementi della mafia siciliana
perché al corrente di alcune rivelazioni di straordinaria importanza sulla
morte del presidente dell'ENI, Enrico Mattei, disintegratosi con il suo
aereo nel cielo di Bascapè alle ore 18.57 del 27 ottobre 1962. Così come
cominciano ad affiorare fondati dubbi che anche il giornalista Salvatore
Palazzolo, pure lui siciliano, deceduto in circostanze misteriose in un
albergo milanese il 17 luglio 1969, sia rimasto vittima della stessa organizzazione
criminale responsabile della scomparsa del De Mauro. Anche Palazzolo, infatti,
che aveva condotto indagini sulla morte di Mattei, era venuto a Milano
per offrire le conclusioni della sua inchiesta a un settimanale”» [40].
Risulta evidente
anche dalle note precedenti contenute nella relazione Calia definire ipotesi
da approfondire ulteriormente quelle che individuano nell'assassinio
di Pier Paolo Pasolini una possibile variante del “Chi tocca Mattei muore”
e che sussistano molti elementi di dubbio sia sugli assassini di Pasolini,
sia sui moventi dell'omicidio, sia ancora sui mandanti. Per quanto mi riguarda,
in queste pagine intendo dar conto delle ultime ipotesi e testimonianze
espresse. Per poter formulare una qualsiasi valutazione, infatti, ritengo
utile che si ascoltino anche queste voci, evitando in tal modo che vi siano
fraintendimenti, pregiudizi o esclusioni aprioristiche.
Sono cosciente
dell'attrattiva che esercitano le ipotesi di scrittori e commentatori che,
ritengo con onestà intellettuale, non hanno celato i loro punti di vista.
E soprattutto non riesco a rimanere indifferente alla lettura della relazione
Calia. E aggiungo che, dopo la citazione di Petrolio fatta da quest'ultimo,
il magistrato, rispondendo nei mesi successivi alle sollecitazioni di alcuni
intervistatori, ha dichiarato che a suo parere sarebbe stato augurabile
che venissero svolte ulteriori indagini sull'omicidio di Pasolini, cosa
tra l'altro richiesta alla Procura di Roma nell'aprile 2009. Se sono emerse
nuove circostanze, nuove testimonianze, nuovi elementi di prova, si dovrebbe
chiedere a gran voce che su tali elementi venissero effettuati opportuni
riscontri finalizzati a fare chiarezza anche sul piano investigativo e
giudiziario su quell'omicidio.
Il mio
personale convincimento è legato in primo luogo alla sentenza di primo
grado al processo a Pino Pelosi:
«[…] È vero che esiste
in atti la confessione piena dell'imputato, ma tale confessione – nel
vigente ordinamento di rito penale fondato sul libero convincimento del
giudice sulla base di tutte le risultanze di causa – non esime il Tribunale
dal ricercare la verità sostanziale. Anche in presenza di una confessione
è sempre necessario che il collegio giudicante esamini tutti gli elementi
acquisiti agli atti per non lasciarsi fuorviare da ciò che viene interessatamente
rappresentato ma per controllare se effettivamente ciò che viene ammesso
corrisponda in pieno a ciò che è realmente avvenuto. [...] Ritiene
il collegio che dagli atti emerga in modo imponente la prova che quella
notte all'Idroscalo il Pelosi non era solo. Esistono infatti sia prove
positive che dimostrano in modo inequivocabile che quanto meno un'altra
persona era presente al fatto, sia elementi indiziari univoci e concordanti,
desumibili dalle risultanze probatorie e peritali, che confortano tale
tesi […]» [41].
Seguono minuziose
constatazioni del collegio giudicante rispetto alle circostanze a sostegno
della tesi che l'omicidio fosse opera di «Pelosi in concorso con altri
rimasti sconosciuti».
Il testo
della perizia medico-legale del professor Durante di cui darò conto più
avanti (le prove della partecipazione di altre persone oltre a Pelosi al
massacro di Pasolini secondo me sono princialmente lì) e l'arringa dell'avvocato
di parte civile Guido Calvi (quinta postilla a questo mio lavoro) non lasciano
alcuno spazio a quella che è stata la versione di Pino Pelosi almeno fino
a trent'anni dopo il delitto, cioè alle sue ripetute asserzioni durante
il processo, che la responsabilità dell'omicidio fosse soltanto sua. È
se vi fu partecipazione plurima al delitto (che è ciò che sostiene dal
2005 anche Pino Pelosi, ma che non è la risultanza definitiva sancita
dalla cassazione del processo a suo carico), occorre andare oltre, interrogandoci
sui motivi dell'omicidio, e inevitabilmente sui moventi e sui mandanti.
Carlo Lucarelli
in Così morì Pasolini ricostruisce l'assassinio dello scrittore.
Partendo dalle nuove clamorose dichiarazioni di Pino Pelosi del 2005, considerato
fino ad allora quale unico responsabile dell'omicidio, e dalla testimonianza
di Sergio Citti, ipotizza l'esistenza di un piano premeditato per porre
fine alla vita del poeta. «Noi italiani abbiamo due brutti vizi», dichiara
Lucarelli in una intervista, «la dietrologia e la voglia di “giallo”,
che ci fanno sempre immaginare qualcosa di strano dietro ogni avvenimento.
Spesso è un errore, spesso purtroppo no, ma a volte capita che si senta
il bisogno di approfondire quello che è successo perché da questo può
nascere comunque una riflessione utile e importante. Pier Paolo Pasolini
è un poeta, un regista, uno scrittore, un intellettuale di cui sentiamo
tutti la mancanza, ma purtroppo è anche un mistero, un “mistero italiano”,
e chiedersi qualcosa sulla sua morte significa riflettere su tanti altri
temi, altrettanto importanti. Mettere in fila i fatti, rivedere le indagini
svolte e soprattutto quelle mai eseguite, anche alla luce dei più
recenti avvenimenti e delle ultime interpretazioni,
può essere utile e alla fine, come spesso accade, riservare qualche strana
sorpresa» [42].
Lucarelli
entra poi nel merito del “Chi tocca Mattei muore”, cioè della relazione
di Vincenzo Calia: «[…] Per sbrogliare questa intricata matassa, ci
viene in soccorso […] la conclusione dell'inchiesta del giudice Calia,
che fornisce, sia pure indirettamente, una possibile chiave di lettura
anche di questi fatti. Negli atti conclusivi della sua inchiesta (20 febbraio
2003), Calia dedica ampio spazio alla vicenda della sparizione del giornalista
de “L'Ora” Mauro De Mauro. De Mauro fu rapito a Palermo la sera del
16 settembre 1970 davanti alla sua abitazione. Se il suo corpo non fu mai
ritrovato e di lui, da quel momento, non si seppe più nulla, ben presto
però fu chiaro che il suo rapimento era da collegarsi al “caso Mattei”.
[…] Il giornalista si era molto appassionato al tema, anche perché otto
anni prima proprio lui era stato inviato de “L'Ora” a seguirli “in
presa diretta”. E aveva cominciato a sentire un'infinità di testimoni.
Fu proprio raccogliendo queste testimonianze che si trovò improvvisamente
di fronte a una versione radicalmente diversa dei fatti, a un'altra “verità”.
A fornirgliela fu Graziano Verzotto, un senatore democristiano, che in
quel momento era presidente dell'Ente minerario siciliano.
Al giudice
Calia, Verzotto dichiara: “Eugenio Cefis e Vito Guarrasi (un celebre
avvocato civilista, consulente dell'ENI e di molte altre società nazionali
operanti in Sicilia, quasi sconosciuto alla stampa e all'opinione pubblica,
ma al centro di vicende economiche e politiche di rilevanza nazionale)
– e il loro entourage – si erano sicuramente avvantaggiati della morte
di Mattei: entrambi, infatti, erano stati poco prima della sua morte allontanati
dagli incarichi che ricoprivano prima”. E ancora: “Ritengo che il sequestro
del giornalista sia intimamente connesso al progetto per la costruzione
di un metanodotto tra l'Africa e la Sicilia”. Era nata, infatti, un'accesa
disputa tra l'Ems e l'ENI sulla fattibilità e sulla convenienza del controverso
metanodotto. “Io avevo ritenuto”, dichiara sempre a Calia Verzotto,
“che era mio dovere, quale aderente a una corrente Dc (Gullotti) che
si opponeva alla corrente 'fanfaniana' (cui faceva riferimento Eugenio
Cefis), nonché quale presidente dell'Ems (come tale direttamente interessato
alla realizzazione del metanodotto), dare un fattivo contributo per contrastare
chi si opponeva al più volte citato progetto di realizzazione del metanodotto.
[...] Tra gli oppositori al progetto [...] si stagliava, naturalmente,
il presidente dell'ENI” [Cefis]. La ragione per la quale Verzotto decise
di dire queste stesse cose, e molte altre, al giornalista de “L'Ora”
fu, appunto, questa. Egli era perfettamente consapevole che il film di
Rosi “poteva essere uno strumento per sostenere e alimentare la campagna
che l'Ente da me presieduto intendeva portare avanti contro la presidenza
dell'ENI e contro coloro che si opponevano alla realizzazione del metanodotto”.
E quando De Mauro verrà seque-strato, Verzotto non ci metterà molto a
capire che quella è anche un'intimidazione nei suoi confronti, e cercherà
di adeguarsi. “Ebbi l'impressione che De Mauro fosse stato sequestrato
anche per spaventarmi e per convincermi ad abbandonare il progetto del
metanodotto”.
E dunque:
dietro a De Mauro, che lavora per il film di Rosi, c'è Verzotto, con le
sue informazioni; dietro a Pasolini, che lavora a Petrolio, c'è
ancora una volta Verzotto! E a questo contesto che si riferisce Dario Bellezza
nel suo libro Il poeta assassinato? “Pasolini”, scrive, “mi
disse un giorno, poco prima di morire, che aveva ricevuto dei documenti
compromettenti su un notabile Dc “. Per poi concludere: “Per me, ne
sono più che convinto, c'è stato un mandante ben preciso che va ricercato
fra coloro per i quali Pasolini chiese il processo. Un potente democristiano”.
Basta questo per uccidere un uomo
come Pier Paolo Pasolini? Forse sì, se è bastato per far tacere per sempre
una voce, certo meno temibile, come quella di Mauro De Mauro. E si può
aggiungere un'altra riflessione. In Italia raramente gli intellettuali
vengono uccisi per quello che sanno. Il muro di gomma, allora come adeso,
è così resistente che le informazioni rimbalzano e la “sola puerile
voce” non è mai così pericolosa. Diverso è se si diventa, anche inconsapevolmente,
armi nelle mani di qualcuno più potente e organizzato, soldati inconsapevoli
in una delle tante battaglie oscure che si combattono per il potere […]»
[43].
Sui motivi
dell'assassinio di Pasolini a mia volta esprimo alcune considerazioni.
La persecuzione di Pasolini è stata attuata con modalità diverse: attraverso
la stampa, soprattutto quella che faceva capo alle posizioni più reazionarie,
che ha contribuito fortemente a ispirare odio nei suoi confronti; con le
aggressioni anche fisiche di cui è stato vittima soprattutto a opera di
fascisti; con profondi dissensi su molti dei suoi scritti, e anche sui
suoi comportamenti privati, espressi anche da alcuni esponenti del partito
per cui Pasolini dichiarava il proprio consenso; con le numerosissime denunce
nei confronti delle sue pubblicazioni e dei suoi film e i conseguenti procedimenti
giudiziari a suo carico.
Politicamente
poi, gli articoli che Pasolini ha scritto per il “Corriere della Sera”
e altri organi di stampa negli ultimi cinque anni della sua vita sono stati
a loro volta una accentuazione della sua critica, fuori dai denti,
senza ambiguità di sorta nei confronti del potere, del “Palazzo” come
lui stesso l'aveva definito. Ciò indubbiamente aveva generato nei confronti
di Pasolini ulteriori contrarietà e astio; molto probabilmente, qualcuno
aveva cominciato a pensare di “fargliela pagare”. Che cosa, se non
un odio smisurato, ha fatto dire a Giulio Andreotti che Pasolini la sua
morte “se l'è cercata”?
Era politico
il discorso di Pasolini sulle gravissime responsabilità di una classe
dirigente per la quale lo scrittore chiedeva un processo? Erano prese di
posizione politiche le parole di Pasolini che descrivevano le condizioni
omologanti, in campo politico e socio-culturale, alle quali tutto un popolo
si stava conformando acriticamente? Era politica la sua affermazione che
gli italiani vivevano ormai in una “Nuova Preistoria” che perpetrava
un vero e proprio genocidio delle coscienze, degli animi, delle menti?
E se ciò che Pasolini sostiene nei suoi scritti giornalistici, nelle sue
sceneggiature cinematografiche fino a Salò o le 120 giornate di Sodoma
(anzi, fino a quel Porno-theo-kolossal rimasto a livello di trattamento
in cui Pasolini descrive una “Città-Utopia che si chiama Gomorra”…)
e nei suoi libri fino a Petrolio, è legittimo affermare che il
suo è stato un omicidio politico, tragica conseguenza attribuibile a burattinai
di una politica degenerata, la stessa che ha prodotto in quegli anni, oltre
al malgoverno e alle malversazioni, stragi e tentativi di colpi di stato?
Su chi
ha avuto la responsabilità maggiore del massacro del poeta, quindi sui
mandanti, sospetti sono stati spesso manifestati negli oltre trent'anni
che corrono tra l'omicidio di Pier Paolo Pasolini e i giorni nostri. Ora
possediamo elementi in più da valutare e su cui riflettere. Uno è quello
costituito dal riferimento a Pasolini contenuto nelle carte di Calia: il
magistrato, infatti, dopo averci fatto conoscere le testimonianze riguardanti
Eugenio Cefis, non casualmente si appella anche a Pasolini, in particolare
ai contenuti di Petrolio.
Non è
in questione il fatto di respingere o di abbracciare alcuna teoria dei
complotti. Né di accogliere acriticamente o di costruire romanzi gialli.
Si tratta, molto più semplicemente, di prendere atto che vi sono nuovi
elementi sui quali indagare che, oggi più di ieri, possono condurre a
ciò che dovrebbe interessare tutti: pretendere cioè di far luce in maniera
risolutiva sull'assassinio di Pier Paolo Pasolini. D'altronde, dovrebbe
essere noto che il nostro Paese si è nutrito a lungo, appunto, di complotti,
di insabbiamenti, di reticenze, di connivenze e di trame oscure e segrete
che hanno interessato sia eliminazioni fisiche (individuali o stragistiche)
sia progetti di colpi di Stato. I misteri d'Italia sono innumerevoli,
a partire da quello sul ruolo reale di Salvatore Giuliano, con le sue connessioni
mafiose e politiche che facevano capo all'allora ministro Mario Scelba,
fino a quelli riguardanti le connessioni del terrorismo anni '70 che insanguinò
il nostro Paese. Le stragi di Piazza Fontana, di Brescia, di Bologna e
di Ustica, sono tuttora senza colpevoli accertati. Per avere notizia della
strage nazifascista di Sant'Anna di Stazzema (12 agosto 1944) e di altri
eccidi di quei giorni occorsero cinquant'anni. E la “scoperta”
dell'armadio della vergogna in cui erano stati celati molti fascicoli
sulle stragi di quell'epoca mise in luce eventi tragici, collusioni tra
governi, inammissibili, vergognosi e omertosi opportunismi politici. Il
caso Moro è ancora attuale poiché molti aspetti non sono stati del tutto
chiariti. Lo stesso caso De Mauro è tuttora oggetto di approfondimenti
presso la Procura palermitana. Si dovrebbe farla finita di indagare? O
sarebbe forse il caso che gli Archivi di Stato venissero finalmente svincolati
dal segreto e, laddove si riscontrassero elementi validi, anche complottistici,
le Procure si rimettessero in moto?
Ritorno
alla relazione finale di Vincenzo Calia sul caso Mattei – come ho ricordato,
oltre quattrocento cartelle, comprendenti numerose deposizioni di testimoni
e alcune consulenze – riguardante l'inchiesta da lui condotta per circa
nove anni e conclusa nel 2003, poiché quella indagine è la dimostrazione
lampante di come sia possibile riaprire un caso e raggiungere conclusioni
che rendano un grande servizio all'accertamento della verità con modalità
“scientifiche” che escludano una volta per tutte ipotesi, congetture,
supposizioni, ricostruzioni approssimative o parziali, ritrattazioni menzognere
più o meno scontate, magari fornendo a supporto informazioni inattendibili
o documentate soltanto in parte. Su Mattei, in particolare, Vincenzo Calia
ha provato – come ho già riferito – che la sua morte fu dovuta a un'azione
di sabotaggio dell'aereo su cui viaggiava, azione che aveva come obiettivo
l'assassinio del presidente dell'ENI. Ecco come il magistrato parla delle
prove raccolte:
«Deve ritenersi […] acquisita
la prova che l'aereo a bordo del quale viaggiavano Enrico Mattei, William
Mc Hale e Irnerio Bertuzzi venne dolosamente abbattuto nel cielo di Bascapè
la sera del 27 ottobre 1962 […] L'indagine tecnica confortata dalle testimonianze
orali e dalle prove documentali […] ha infatti permesso di ritenere inequivocabilmente
provato che l'I-Snap [nome in codice dell'aereo, nda] precipitò
a seguito di un'esplosione limitata, non distruttiva, verificatasi all'interno
del velivolo […] Come è già stato dimostrato il mezzo utilizzato fu
una limitata carica esplosiva probabilmente innescata dal comando che abbassava
il carrello”. [...] L'indagine a distanza di quarant'anni dal delitto,
si è posta come ulteriore obiettivo possibile la ricerca delle responsabilità
personali e dirette nella morte del presidente dell'ENI e dei suoi due
compagni di viaggio. Le prove orali, documentali e logiche raccolte […]
pur avendo consentito di delineare il contesto all'interno del quale maturò
il delitto, non permettono l'individuazione degli esecutori materiali né,
per quanto concerne i mandanti, possono condurre oltre i sospetti e le
illazioni, pur intensi e plausibili, di per sé inadeguati non soltanto
a sostenere richieste di rinvio a giudizio, ma anche a giustificare l'iscrizione
di singoli nominativi sul registro degli indagati o a protrarre ulteriormente
le investigazioni […] Si dispone, in sostanza di una serie cospicua di
indicazioni di responsabilità, non sostenute da fonti di prova concrete
e suscettibili – allo stato – di verifica o riscontro. Il giudice per
le indagini preliminari avrà pertanto il compito di valutare il materiale
raccolto da una prospettiva terza, verificando la condivisibilità della
richiesta [...]».
Il dettagliatissimo
resoconto d'inchiesta di Vincenzo Calia fornisce dunque la certezza che
l'aereo di Mattei precipitò per cause dolose (le indagini della polizia
scientifica, utilizzando tecniche sofisticate tra le più recenti, fornirono
infatti le prove che fossero presenti sulle parti metalliche dell'aereo
di Mattei tracce di esplosivo) e acquisisce centinaia di testimonianze
condotte dal magistrato allo scopo di dare anche dei nomi agli autori e
ai mandanti dell'attentato, obiettivo purtroppo non raggiunto compiutamente
poiché, come scrive il magistrato: «Secondo alcuni gli stretti legami
di Eugenio Cefis con gli ambienti dell'oltranzismo atlantico, difensori
degli interessi politici ed economici che più fieramente avversavano l'azione
di Enrico Mattei, hanno probabilmente contribuito ad alimentare generici
sospetti sulla non estraneità di Cefis alla morte di Mattei». Calia si
sofferma nella sua relazione su colui che sarà il successore di Mattei,
Cefis appunto, e raccoglie numerose testimonianze: «Scomparso Mattei,
gli succedette l'anziano Marcello Boldrini, affiancato come vicepresidente
operativo da Eugenio Cefis, al quale andò invece la presidenza dell'AGIP
e delle altre società del gruppo: Cefis assunse pertanto tutti i poteri,
assai prima della sua ascesa alla presidenza, nel giugno 1967».
Segue una
lunga serie di informazioni attraverso le quali Calia delinea un profilo
approfondito di Eugenio Cefis, tra cui la sua appartenenza alla loggia
P2, i cui fini evidenti erano di sovversione dell'assetto socio-politico-istituzionale
italiano, come accertò la Commissione parlamentare appositamente istituita:
a conclusione dei lavori di tale Commissione la P2 fu sciolta con legge
del 1982.
Scrive
ancora Calia: «In un suo articolo, Gianluigi Melega fornisce vari elementi
dai quali si evince come intorno a Eugenio Cefis ruotassero molti personaggi
iscritti alla loggia massonica P2: “Albanese Gioacchino (tessera P2 2210).
Entra all'ENI nel 1964. Nel 1966 ne esce per fare l'assistente al Ministro
delle Partecipazioni Statali, il democristiano di sinistra Carlo Bo. Rientra
all'ENI come assistente di Eugenio Cefis con delega alle relazioni esterne
e ai rapporti con la stampa. È uno dei tessitori della scalata ENI alla
Montedison, poi dell'acquisto del 'Messaggero' e del controllo indiretto
del 'Corriere della Sera' ai tempi di Angelone Rizzoli (tessera 1977) e
Bruno Tassan Din (tessera 1633), direttore Franco Di Bella (tessera 1887).
Dopo l'abbandono di Cefis, Albanese passa per pochi mesi nella direzione
dell'impero edilizio di Mario Genchini (tessera 1627), ma con l'arrivo
all'ENI di Giorgio Mazzanti presidente (tessera 2111) e di Leonardo Di
Donna potentissimo direttore finanziario (tessera 2086) ritorna alla grande
come vice presidente dell'Anic”».
E sempre
a proposito della loggia segreta P2, in un documento trasmesso dal Sismi
e riprodotto nella relazione Calia si legge:
«APPUNTO – Notizie acquisite
il 20 settembre 1983, da qualificato professionista molto vicino ad elementi
iscritti alla Loggia P2, dei quali non condivide le idee:
1. […]
2. […]
3. […]
4. La Loggia P2 è stata fondata
da Eugenio Cefis che l'ha gestita sino a quando è rimasto Presidente della
MONTEDISON. Da tale periodo ha abbandonato il timone, a cui è subentrato
il duo ORTOLANI-GELLI, per paura. Sono di tale periodo gli attacchi violenti
(ROVELLI della SIR) contro uomini legati ad ANDREOTTI con il quale si giunse
ad un armistizio per interessi comuni: lo scandalo dei petroli.
5. […]
6. Alle ore 15.30 di oggi, 21 settembre
1983, ho conversato telefonicamente con la nota fonte di New York che mi
ha confermato quanto al precedente appunto, […]. Non ha potuto
aggiungere altro per motivi di sicurezza nelle
trasmissioni. Sarà disponibile dal 5 ottobre p.v. dovendosi
assentare per motivi di lavoro […]».
Il 17 settembre
1982 la direzione del Sisde riceveva dal Centro Sisde 1 di Roma un altro
appunto sui contatti intervenuti tra Licio Gelli e Eugenio Cefis: l'appunto
è trascritto nella relazione Calia ed è riportato qui di seguito:
«RISERVATO – APPUNTO
1. Intensi contatti sarebbero intercorsi
in SVIZZERA, fino al me-se di agosto u.s., tra Licio GELLI ed Eugenio CEFIS,
Presidente della MONTEDISON INTERNATION.
2. È probabile che la notizia venga
pubblicata da organi di stampa».
Vincenzo Calia
dà conto anche delle sue indagini approfondite sulla scomparsa di Mauro
De Mauro: quest'ultimo tra l'altro si era recato in Sicilia, a Gagliano,
dove il 27 ottobre 1962, prima di ripartire diretto a Milano, Mattei era
stato accolto da una folla festante. Tenne un discorso alla popolazione,
e di tale discorso si parlò molto nel corso delle indagini sulla scomparsa
del giornalista palermitano. È stato infatti accertato che, nei giorni
precedenti la scomparsa, De Mauro aveva ripetutamente ascoltato la registrazione
curata da un cittadino di Gagliano, quasi a sforzarsi di capire frasi o
parole non immediatamente intelligibili. Ma si constatò anche che dal
quaderno di appunti di De Mauro, rinvenuto nel cassetto della sua scrivania
presso la redazione de “L'Ora”, mancavano due pagine, proprio nella
sezione relativa al discorso di Gagliano [il corsivo e mio, nda]
Di seguito, sempre su De Mauro, ecco quanto scrive Calia:
«Si è già riferito che
le notizie sulla sciagura di Bascapè scomparvero rapidamente dai giornali
nazionali, ma che l'interesse della stampa per la morte di Enrico Mattei
si ridestò verso la fine del 1970, in particolare quando le indagini sulla
scomparsa del giornalista de “L'Ora”, Mauro De Mauro, imboccarono la
cosiddetta “pista Mattei”. Si era ritenuto, in altri termini, che il
giornalista palermitano fosse stato sequestrato e ucciso per aver scoperto
qualcosa di importante circa la morte del presidente dell'ENI. Il regista
Francesco Rosi aveva infatti incaricato Mauro De Mauro di collaborare alla
sceneggiatura del film Il caso Mattei, ricostruendo gli ultimi due
giorni di vita trascorsi dal presidente dell'ENI in Sicilia. L'inchiesta
sulla scomparsa di Mauro De Mauro si concluse, peraltro, con un nulla di
fatto, nonostante il lungo protrarsi delle indagini e la richiesta di altre
investigazioni formulata dal Gip di Palermo ancora nel 1991. La definitiva
archiviazione del procedimento (18 agosto 1992) fu motivata anche con la
considerazione che De Mauro non poteva aver scoperto nulla di sensazionale
intorno alla morte di Enrico Mattei, dal momento che la magistratura di
Pavia [44] aveva ritenuto accidentale il disastro di Bascapè».
All'inizio
del resoconto della sua inchiesta, su De Mauro Vincenzo Calia si esprime
anche sulle difformità riscontrate tra i comportamenti della squadra mobile
e dei carabinieri, ascoltando e verbalizzando numerosissime testimonianze.
Risulta così che nelle inchieste degli anni '70 vi fu un depistaggio delle
indagini da parte dei carabinieri.
«La lettura delle carte
processuali consente di disegnare il quadro nel quale maturò il sequestro
di Mauro De Mauro, di tracciare con sufficiente chiarezza i contorni della
vicenda e, forse, di formulare ipotesi sui mandanti. Le indagini incidentali,
occasionate dalla riapertura del “caso Mattei”, confermano e mettono
a fuoco quel quadro, svelando altresì le forti resistenze che impedirono
di far luce sulla scomparsa del giornalista. La “pista Mattei” aveva
preso corpo sin dalle prime indagini della squadra mobile. Si sviluppò,
con dimensioni e clamore imprevisti, per poi dissolversi già ai primi
di novembre del 1970. […] I carabinieri, sin dal primo rapporto del 6
ottobre 1970, sostennero che la scomparsa del De Mauro era la reazione
della mafia alla imprudente scoperta, da parte del giornalista, di un vasto
traffico di stupefacenti tra l'America e la Sicilia. Tale convinzione apodittica
fece sì che l'Arma ignorasse o confutasse tutti gli indizi che conducevano
verso la “pista Mattei”. Il 21 novembre 1970 l'Arma di Palermo depositò
il secondo rapporto. Si ripropose l'inconsistente tesi per cui i vertici
di Cosa Nostra avevano sequestrato Mauro De Mauro per evitare rivelazioni
su di un vasto traffico di stupefacenti con gli Stati Uniti. Dopo un altro
breve rapporto di aggiornamento (28 dicembre 1970), i carabinieri cercarono
di rafforzare tale tesi, proponendo l'opinione conforme di Graziano Verzotto,
presidente dell'Ente Minerario Siciliano (rapporto del 25 settembre 1971).
[…] L'Arma continuò, invece, a ignorare il personaggio che la polizia
e la stampa indicavano ormai come “La testa del serpente” o “Mister
X”, che si diceva essere coinvolto nella morte di Enrico Mattei e nella
scomparsa di Mauro De Mauro: l'avvocato Vito Guarrasi. Il suo nome –
incredibilmente – non appare nei rapporti dei carabinieri. Quei rapporti
(tutti, a eccezione del primo) firmati dal capitano Giuseppe Russo rendono
oggi palese l'impegno depistante profuso nella vicenda. Lo svelano nuove
fonti di prova, orali e documentali. […] Il 4 settembre 1998 Verzotto
ha dichiarato: “Ho immediatamente ritenuto che De Mauro fosse stato sequestrato
proprio a causa della [...] indagine che egli stava svolgendo sulle responsabilità
nella morte di Enrico Mattei. [...] Ho anche detto in un'altra occasione
che De Mauro era stato sequestrato perché aveva molestato la mafia che
trafficava in droga. Ammetto di avere depistato. Tale depistaggio mi venne
suggerito dai Carabinieri e io, anche in ragione dei buoni rapporti che
avevo con l'Arma ... decisi di seguire il suggerimento ...”. […] Il
27 maggio 1996 Elda De Mauro aggiunge: “... Dopo la scomparsa di mio
marito ho incontrato diverse volte il colonnello Dalla Chiesa, ma l'incontro
che più mi ha turbato e offeso ebbe luogo circa dieci giorni dopo il sequestro
De Mauro. Si era a casa mia ed era presente anche Aldo Costa, redattore
capo de 'L'Ora', morto recentemente. Cogliemmo l'occasione per fare il
punto delle indagini e, in particolare, per capire quale era la ragione
che poteva aver indotto qualcuno a sequestrare mio marito. Si cercava,
in sostanza, di capire a cosa Mauro De Mauro stesse lavorando: egli era
in ferie e non aveva quindi in corso alcuna inchiesta per il suo giornale.
In quel periodo sono certa che non aveva in cantiere alcun articolo sulle
attività della mafia. Egli aveva ricevuto a giugno o luglio l'incarico
da Rosi e approfittava appunto delle ferie per portare a termine il lavoro
commissionatogli. […] Per tornare all'incontro con Dalla Chiesa, ricordo
che io feci presente al colonnello, il quale insisteva nel sostenere che
Mauro era stato sequestrato per aver scoperto dove sbarcava la droga destinata
alla mafia, che mio marito si occupava da oltre un mese esclusivamente
della ricostruzione degli ultimi due giorni di vita di Enrico Mattei. Fu
a quel punto che Dalla Chiesa mi disse: 'signora, non insista su questa
tesi, perché, se così fosse ci troveremmo dinanzi a un delitto di Stato
e io non vado contro lo Stato'. […] Come già esposto, dopo i primi giorni
di indagine sulla scomparsa di Mauro De Mauro, la polizia aveva imboccato
con convinzione la “pista Mattei”. Sino ai primi giorni del novembre
1970 le indagini procedettero alacremente e […] la vicenda pareva ormai
prossima alla soluzione; il questore aveva infatti convocato una conferenza
stampa, anticipando ai giornalisti una svolta clamorosa. Vito Guarrasi,
evidentemente consapevole di quanto andava maturando a suo carico, si incontrò
riservatamente con il colonnello Dalla Chiesa nei primi giorni di novembre
del 1970. Improvvisamente – senza apparente ragione – le indagini si
arrestarono. Col rapporto del 17 novembre 1970 la squadra mobile abbandonò
la “pista Mattei” e, di fatto, le stesse indagini sulla scomparsa di
Mauro De Mauro».
[35] Gaetano Verzotto, presidente
dell'Ems su raccomandazione del cardinale Ruffini, liquidò l'Ente, e se
ne andò all'estero per evitare un mandato di cattura. L'accusa era quella
di essere implicato nel crac Sindona. Verzotto riuscì a sfuggire a un
attentato nel 1975, e così affermò all'epoca il suo legale Ludovico Corrao:
“Siamo convinti di trovarci al centro di una congiura spietata, con obiettivi
di giustizia sommaria”.
Vito Guarrasi, avvocato e personaggio
controverso, per molti legato ad ambienti mafiosi, nei primi mesi del 1960
fu consigliere di Enrico Mattei. La collaborazione fu di breve durata e
l'incarico di Guarrasi era già terminato all'epoca della morte di Mattei
(27 ottobre 1962). Fu in seguito consulente di Eugenio Cefis.
[36] Tetis significa in greco antico
sesso. Da Pier Paolo Pasolini, Empirismo eretico, Garzanti 1972.
[37] La recensione di Flavio Santi
al libro di Gianni D'Elia, L'eresia di Pasolini, Effigie 2005, è
apparsa in “Liberazione” del 9 ottobre 2005 con il titolo Pasolini:
l'omicidio di un poeta necessario.
[38] Sulle pagine scomparse di “Lampi
sull'ENI” si veda più avanti, al capitolo Sviste d'autore. Pagine
bianche. “Lampi sull'ENI”.
[39] Flavio Santi, L'omicidio
di Pier Paolo Pasolini e il cuore di tenebra dell'Italia, in “Liberazione”,
10 maggio 2006. In relazione a un passaggio di questo articolo, un
rapporto della Guardia di Finanza indicato nella relazione
del pm di Pavia Vincenzo Calia rileva che una delle società della “Edilnord
centri residenziali” di Umberto Previti (padre di Cesare) – già “Edilnord
Sas” di Silvio Berlusconi & C., fondata da quest'ultimo nel 1963,
e con sede a Lugano –, si chiama Cefinvest. Da un'ulteriore mia ricerca
risulta anche che la Cefinvest SpA. di Lugano è stata in seguito messa
in liquidazione, senza che abbia potuto appurare la data in cui ciò
era avvenuto. Aggiungo che proprio sul ruolo di Cefinvest e di Aktiengesellschaft
für Immobilienanlage in Residenzzentren, entrambe di Lugano, la Guardia
di Finanza, che riteneva si trattasse di società off shore collegate alla
Edilnord, interrogò Silvio Berlusconi. In particolare, a raccogliere tali
dichiarazioni fu un capitano del Nucleo speciale di polizia valutaria.
Il suo nome è Massimo Maria Berruti, che negli anni Ottanta lasciò le
Fiamme Gialle per mettersi in proprio come commercialista. In seguito Berruti
lavorò per conto del gruppo Fininvest-Mediaset. Dal 1996 è deputato al
Parlamento italiano, prima in Forza Italia, ora nel Popolo della Libertà
(eletto anche nel 2008). Quando si aprirono le inchieste su alcune tangenti
alla Guardia di Finanza ad opera della Fininvest, Berruti venne accusato
di favoreggiamento, in particolare di aver tentato di depistare le indagini
cercando di non far parlare i finanzieri arrestati sul caso riguardante
la Fininvest. Processato (1997), venne condannato a 10 mesi di carcere
in primo grado, pena successivamente ridotta a 8 mesi di detenzione per
favoreggiamento.
[40] “ABC” era un settimanale
politico, di attualità e di costume di taglio scandalistico. L'argomento
fu ripreso, sostenuto e approfondito due anni dopo da Riccardo De Sanctis
nel suo libro Delitto al potere. Controinchiesta, La nuova sinistra
- Edizioni Samonà e Savelli, Roma, 1972.
[41] AA.VV., Dossier delitto
Pasolini, Kaos edizioni, Milano 2008. Il libro contiene le sentenze
pronunciate nei tre gradi di giudizio, nonché gli inter-rogatori di Pino
Pelosi da parte della polizia e le sue testimonianze al processo di primo
grado. Il volume raccoglie inoltre i documenti riguardanti la cosiddetta
controinchiesta dell'“Europeo”.
[42] Intervista a Carlo Lucarelli,
Teatro Colosseo, Torino, 16 febbraio 2007.
[43] Carlo Lucarelli con Gianni
Borgna, “Micromega” n. 6, novembre 2005.
[44] Con la dizione “la magistratura
di Pavia” si intendono i magistrati di Pavia, competenti per territorio
sul disastro di Bascapè, che indagarono dal 1962 sull'“incidente aereo”
in cui aveva perso la vita Enrico Mattei.
Enigma
Pasolini
Petrolio
nella relazione Calia
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Enigma
Pasolini, di Angela Molteni - maggio 2010
Sommario
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