Angela Molteni, Enigma Pasolini - maggio 2010

"Pagine corsare"

Angela Molteni
Enigma Pasolini
Appunti su Pier Paolo Pasolini, su Petrolio, sull'assassinio mai chiarito dello scrittore,
sulle connessioni con i casi Mattei-De Mauro.
Protagonisti, ipotesi, testimonianze.

"Chi tocca Mattei muore".
Con una digressione su dietrologie e complotti

     Vincenzo Calia, nella sua inchiesta, dopo aver accertato l'origine dolosa dell'“incidente” di Bascapè, a un certo punto si pone la domanda “Chi ha ucciso Mattei? “Tra le ipotesi formulate, una acquista rilievo particolare ed è quella che conduce a Eugenio Cefis, anche se Calia non riesce a raccogliere le prove definitive, circa la colpevolezza come mandante, di colui che sostituì Mattei alla presidenza dell'ENI.
     Tra le carte che raccoglieva De Mauro e che Gaetano Verzotto aveva avuto modo di visionare quel nome ricorreva comunque esplicitamente. Dice Verzotto a Calia: «[…] Ho già riferito di avere incontrato Mauro De Mauro, nella sua abitazione, anche qualche giorno prima dell'ultimo incontro del 14 settembre. In quell'occasione ci intrattenemmo nel suo studio e io ebbi occasione di vedere e di leggere per la prima volta la sceneggiatura che De Mauro aveva preparato per Francesco Rosi. Ricordo perfettamente che tale sceneggiatura ricostruiva, in chiave di sabotaggio, la fine di Enrico Mattei e – come ho appena detto – indicava quali responsabili – non ricordo se in maniera assolutamente esplicita o indiretta – Eugenio Cefis e Vito Guarrasi […] [35]».
     Anche tra le carte che aveva raccolto Pasolini per il suo Petrolio ricorre il nome di Cefis. Il protagonista di Petrolio è Carlo, un ingegnere della borghesia torinese, nato nel 1932, laureatosi a Bologna nel '56; lavora all'ENI. È un “cattolico di sinistra”, è brillante, è un “padrone”. Come ho già ricordato, il personaggio è sdoppiato: il primo è Carlo di Polis, uomo pubblico dominato prevalentemente da una coscienza sociale; si occupa di petrolio e delle vicende politiche ad esso legate. Il secondo è Carlo di Tetis [36], diabolico e dominato dalle pulsioni sessuali. Le due interpretazioni del personaggio sembrano avere vicende separate, ma in realtà si scambiano spesso i ruoli ed è difficile distinguerli; sono un'unica persona, in sostanza, emblema di una contraddittorietà insolubile. Proprio per le attività di Carlo di Tetis, per Petrolio si è parlato a sproposito anche di “scandalo”, come ho cercato di documentare al paragrafo Recensioni e saggi critici.
     Ha scritto Flavio Santi in una sua recensione a L'eresia di Pasolini [37] che il poeta «sarebbe giunto a delineare il mandante dell'omicidio Mattei: non a immaginarlo su basi puramente fantastiche, ma a ipotizzarlo su basi documentarie. Il tutto starebbe nel capitolo di Petrolio “Lampi sull'ENI”. Ma il capitolo è scomparso e si è arrivati anche a pensare a un trafugamento dopo la morte del poeta [38]. Sta di fatto che pare Pasolini fosse arrivato a conclusioni analoghe a quelle del giornalista Mauro De Mauro, ucciso proprio mentre indagava sul caso Mattei. Quello che D'Elia non dice, perché pasolinianamente “non ne ha le prove”, il sagace lettore lo può però dedurre fra le righe. Si delineerebbe, cioè, un collegamento tra l'omicidio Mattei e l'omicidio Pasolini. Magari attraverso una pista “siciliana”. A Catania venne manomesso il bimotore di Mattei. Siciliani pare fossero gli uomini spuntati la notte del 2 novembre 1975 a massacrare il poeta, secondo le dichiarazioni di Pelosi del novembre 2005. Responsabile per l'ENI in Sicilia, nonché segretario regionale Dc, era Graziano Verzotto, dietro cui c'è la fantomatica casa editrice del libro nero su Cefis. Insomma due omicidi politici legati da inquietanti fili in comune. Fantastoria? L'adagio pasoliniano “Io so. Ma non ho le prove” non è ancora spento e riserverà sorprese per il futuro».
     In un altro intervento, Flavio Santi si sofferma ancora su quanto scritto da D'Elia: «Chi tocca Mattei muore. Perché scende nel cuore di tenebra dell'Italia, fatto di corruzioni, complicità politiche e industriali (da un appunto del Sismi, Cefis risulta il fondatore della Loggia P2), servizi segreti deviati, golpisti (Cefis fu indicato come finanziatore del fallito golpe Borghese del 1970), stragi di massa usate come strumento politico […] aggiungiamo che negli ultimi anni di vita Cefis si era interessato a società televisive (già in passato aveva tentato di scalare il “Corriere della Sera”, proprio negli anni in cui vi scriveva Pasolini...), e che una delle società della “Edilnord centri residenziali”, già “Edilnord Sas” del socio piduista Berlusconi, si chiamava Cefinvest. Semplici, per quanto inquietanti, casualità? [39]».
     Quanto ancora al “Chi tocca Mattei muore”, emergono dalla relazione di Vincenzo Calia alcune informazioni e testimonianze significative che si riferiscono sia alla morte di Mattei, sia alla scomparsa di Mauro De Mauro. Si tratta prevalentemente di alcuni stralci di deposizioni, che si riferiscono ad alcuni dei numerosissimi testimoni ascoltati dal Pm pavese. Danno un'idea del clima creatosi intorno a quei due delitti, e delle manovre investigative spesso segnate da depistaggi e annacquamenti. Un clima che purtroppo è stato molto presente anche nelle indagini superficiali, parziali, imprecise, spesso fuorvianti, che hanno segnato il periodo successivo all'assassinio di Pier Paolo Pasolini.

«[…] Al momento della morte di Enrico Mattei, Amintore Fanfani era Presidente del consiglio e ministro degli esteri. Quasi venticinque anni dopo, nell'ottobre del 1986, in occasione del congresso dei partigiani cattolici, il senatore Fanfani, allora presidente del Senato (presente anche il senatore Paolo Emilio Taviani, ministro degli interni nell'ottobre 1962), ebbe a dire: “Chissà, forse l'abbattimento dell'aereo di Mattei più di venti anni fa è stato il primo gesto terroristico nel nostro paese, il primo atto della piaga che ci perseguita”. È certamente significativo, e anche  inquietante  che  Fanfani  abbia  ricordato nel 1986 la morte di Enrico Mattei utilizzando l'inequivoca espressione “abbattimento dell'aereo di Mattei” […]».

Ugo Saito: «[…] sostituto procuratore a Palermo, incaricato dell'inchiesta De Mauro, dichiara: “[…] prima della interruzione delle indagini di cui le ho appena fatto cenno, l'istruttoria era giunta a focalizzare delle responsabilità molto elevate e noi prevedevamo che quando avessimo assunto i provvedimenti opportuni, sarebbe successo un finimondo. Noi con la Polizia ritenevamo infatti, con assoluta certezza, che De Mauro era stato eliminato perché aveva scoperto qualcosa di eccezionalmente rilevante relativamente alla morte di Enrico Mattei. Ritenevamo infatti che l'eliminazione di Mattei era da ricondursi a Fanfani il quale era sostenitore di una politica petrolifera antitetica a quella di Aldo Moro [...] Noi ci proponevamo, naturalmente, di trasmettere i relativi atti per competenza alla Procura della Repubblica di Pavia, perché avesse provveduto nei confronti di Fanfani per l'omicidio di Enrico Mattei” […]».

Igor Man: «Il giornalista, nel corso di un dibattito televisivo, ha raccontato: “Negli ultimi tempi di vita del povero Mauro De Mauro, lui mi disse 'sai sto facendo un'inchiesta molto importante, molto interessante, che se riesco ad agganciare l'ultimo, mi manca l'ultimo trait-d'union, una certa storia, farà un chiasso, altro che Pulitzer, farò sbancare tutto il mondo'; allora io [...], con l'interesse tipico di noi giornalisti, e poi io gli volevo anche bene, perché è un personaggio un po' bizzarro  ma  con  un  cuore  immenso,  uno sregolato,  ma  straordinario, 'cos'è, che cosa stai facendo', 'sto ricostruendo il caso Mattei, e ti debbo dire che c'è dentro, ci sono dentro tutti; i politici, gli stranieri, la Cia e, ahimè, pure la mafia” […]».

Marino Loretti: «[…] assunto dalla Snam il 1 settembre 1959 come motorista sui Morane Saulnier e amico di Irnerio Bertuzzi, pilota dell'aereo di Mattei abbattuto a Bascapè, morì il 14 agosto 1969 in località Sassone Acquacetosa di Marino, non lontano da Roma, per un incidente di volo. Durante indagini sulla scomparsa di De Mauro, svolte nel 1995 dall'autorità giudiziaria palermitana, si ritrovò quasi casualmente nei faldoni dell'inchiesta una lettera di Loretti indirizzata a Italo Mattei, fratello di Enrico, in cui Loretti sosteneva di essere a conoscenza di fatti, in parte documentabili, che avrebbero potuto illuminare un percorso non ancora seguito sulla morte del presidente dell'ENI. Da una successiva indagine su Loretti sono emerse una serie di circostanze tali da far ritenere che l'incidente di volo dell'I-TUR I non fosse dipeso da mancanza di carburante, ma dalla presenza di acqua nei serbatoi, verosimilmente per causa dolosa […]».

Bruno Contrada: «Il commissario [ex membro della Polizia di Stato, poi condannato con sentenza definitiva del 10 maggio 2007 a 10 anni per concorso esterno in associazione di tipo mafioso] – incaricato nel 1970 col collega della squadra mobile Boris Giuliano di condurre le indagini sulla scomparsa di De Mauro – ha reso dichiarazioni di eccezionale rilievo: “La ferma convinzione da parte della Polizia e in particolare del Questore di Palermo della fondatezza della pista Mattei, indusse lo stesso questore a incaricare la squadra politica della Questura di Palermo di svolgere una complessa e vasta azione informativa in ordine alla pista Mattei e precisamente al possibile collegamento tra la morte di Mattei e la scomparsa di Mauro De Mauro”. Del caso, infatti, furono interessati gli alti comandi palermitani ed i migliori investigatori della Polizia [Boris Giuliano – ucciso a Palermo il 21 luglio 1979] e dei Carabinieri [Carlo Alberto Dalla Chiesa – assassinato a sua volta a Palermo il 3 settembre 1982]. Giuliano interpretò l'indagine con molta partecipazione, ben deciso a portarla sino in fondo, incontrando sul suo cammino molti e diversi percorsi tra cui quello mafioso legato anche alla droga, tanti articolati scenari e numerosi possibili moventi. “[…] Improvvisamente – senza apparente ragione – le indagini si arrestarono. Col rapporto del 17 novembre 1970 la squadra mobile abbandonò la 'pista Mattei' e, di fatto, le stesse indagini sulla scomparsa di Mauro De Mauro. […] Ebbi occasione di incontrare in procura Boris Giuliano e siccome i nostri rapporti erano molto cordiali, gli chiesi come procedevano le indagini sulla vicenda De Mauro e come mai, improvvisamente, nessuno pareva più interessarsi a tali investigazioni. Boris Giuliano manifestò il suo stupore per il fatto che io non fossi a conoscenza della circostanza che a 'Villa Boscogrande', un Night Club in località Cardillo, vi era stata una riunione alla quale avevano partecipato i vertici dei servizi segreti e i responsabili della polizia giudiziaria palermitana. In tale riunione fu impartito l'ordine di 'annacquare' le indagini. […] Giuliano mi precisò anche che era presente il direttore dei servizi segreti, facendomene anche il nome: oggi non sono più certo se si trattasse di Miceli o Santovito. Si trattava comunque di colui che in quel momento era al vertice dei servizi segreti […]”».

Francesco Rosi ha riferito a Vincenzo Calia di alcune minacce ricevute all'epoca in cui stava progettando il film Il caso Mattei: «di tali minacce parlò anche rispondendo al giornalista che lo intervistava, nel programma televisivo 'Moviola della storia: il caso Mattei', trasmesso dalla Rai il 30 luglio 1998 […]».

Salvatore Palazzolo: «[…] su "Candido" del 5 novembre 1970, venti giorni dopo la scomparsa di Mauro de Mauro, apparve un articolo, dal titolo Mauro De Mauro: gli assassini di Enrico Mattei colpiscono ancora: “Ben pochi dubbi sussistono ormai sul fatto che il giornalista palermitano Mauro De Mauro, scomparso misteriosamente nel settembre scorso, sia stato eliminato da elementi della mafia siciliana perché al corrente di alcune rivelazioni di straordinaria importanza sulla morte del presidente dell'ENI, Enrico Mattei, disintegratosi con il suo aereo nel cielo di Bascapè alle ore 18.57 del 27 ottobre 1962. Così come cominciano ad affiorare fondati dubbi che anche il giornalista Salvatore Palazzolo, pure lui siciliano, deceduto in circostanze misteriose in un albergo milanese il 17 luglio 1969, sia rimasto vittima della stessa organizzazione criminale responsabile della scomparsa del De Mauro. Anche Palazzolo, infatti, che aveva condotto indagini sulla morte di Mattei, era venuto a Milano per offrire le conclusioni della sua inchiesta a un settimanale”» [40].

     Risulta evidente anche dalle note precedenti contenute nella relazione Calia definire ipotesi da approfondire ulteriormente quelle che individuano nell'assassinio di Pier Paolo Pasolini una possibile variante del “Chi tocca Mattei muore” e che sussistano molti elementi di dubbio sia sugli assassini di Pasolini, sia sui moventi dell'omicidio, sia ancora sui mandanti. Per quanto mi riguarda, in queste pagine intendo dar conto delle ultime ipotesi e testimonianze espresse. Per poter formulare una qualsiasi valutazione, infatti, ritengo utile che si ascoltino anche queste voci, evitando in tal modo che vi siano fraintendimenti, pregiudizi o esclusioni aprioristiche.

     Sono cosciente dell'attrattiva che esercitano le ipotesi di scrittori e commentatori che, ritengo con onestà intellettuale, non hanno celato i loro punti di vista. E soprattutto non riesco a rimanere indifferente alla lettura della relazione Calia. E aggiungo che, dopo la citazione di Petrolio fatta da quest'ultimo, il magistrato, rispondendo nei mesi successivi alle sollecitazioni di alcuni intervistatori, ha dichiarato che a suo parere sarebbe stato augurabile che venissero svolte ulteriori indagini sull'omicidio di Pasolini, cosa tra l'altro richiesta alla Procura di Roma nell'aprile 2009. Se sono emerse nuove circostanze, nuove testimonianze, nuovi elementi di prova, si dovrebbe chiedere a gran voce che su tali elementi venissero effettuati opportuni riscontri finalizzati a fare chiarezza anche sul piano investigativo e giudiziario su quell'omicidio.

     Il mio personale convincimento è legato in primo luogo alla sentenza di primo grado al processo a Pino Pelosi:

«[…] È vero che esiste in atti la confessione piena dell'imputato, ma tale confessione – nel vigente ordinamento di rito penale fondato sul libero convincimento del giudice sulla base di tutte le risultanze di causa – non esime il Tribunale dal ricercare la verità sostanziale. Anche in presenza di una confessione è sempre necessario che il collegio giudicante esamini tutti gli elementi acquisiti agli atti per non lasciarsi fuorviare da ciò che viene interessatamente rappresentato ma per controllare se effettivamente ciò che viene ammesso corrisponda in pieno a ciò che è realmente avvenuto. [...] Ritiene il collegio che dagli atti emerga in modo imponente la prova che quella notte all'Idroscalo il Pelosi non era solo. Esistono infatti sia prove positive che dimostrano in modo inequivocabile che quanto meno un'altra persona era presente al fatto, sia elementi indiziari univoci e concordanti, desumibili dalle risultanze probatorie e peritali, che confortano tale tesi […]» [41]. 

     Seguono minuziose constatazioni del collegio giudicante rispetto alle circostanze a sostegno della tesi che l'omicidio fosse opera di «Pelosi in concorso con altri rimasti sconosciuti».
     Il testo della perizia medico-legale del professor Durante di cui darò conto più avanti (le prove della partecipazione di altre persone oltre a Pelosi al massacro di Pasolini secondo me sono princialmente lì) e l'arringa dell'avvocato di parte civile Guido Calvi (quinta postilla a questo mio lavoro) non lasciano alcuno spazio a quella che è stata la versione di Pino Pelosi almeno fino a trent'anni dopo il delitto, cioè alle sue ripetute asserzioni durante il processo, che la responsabilità dell'omicidio fosse soltanto sua. È se vi fu partecipazione plurima al delitto (che è ciò che sostiene dal 2005 anche Pino Pelosi, ma che non è la risultanza definitiva sancita dalla cassazione del processo a suo carico), occorre andare oltre, interrogandoci sui motivi dell'omicidio, e inevitabilmente sui moventi e sui mandanti.
     Carlo Lucarelli in Così morì Pasolini ricostruisce l'assassinio dello scrittore. Partendo dalle nuove clamorose dichiarazioni di Pino Pelosi del 2005, considerato fino ad allora quale unico responsabile dell'omicidio, e dalla testimonianza di Sergio Citti, ipotizza l'esistenza di un piano premeditato per porre fine alla vita del poeta. «Noi italiani abbiamo due brutti vizi», dichiara Lucarelli in una intervista, «la dietrologia e la voglia di “giallo”, che ci fanno sempre immaginare qualcosa di strano dietro ogni avvenimento. Spesso è un errore, spesso purtroppo no, ma a volte capita che si senta il bisogno di approfondire quello che è successo perché da questo può nascere comunque una riflessione utile e importante. Pier Paolo Pasolini è un poeta, un regista, uno scrittore, un intellettuale di cui sentiamo tutti la mancanza, ma purtroppo è anche un mistero, un “mistero italiano”, e chiedersi qualcosa sulla sua morte significa riflettere su tanti altri temi, altrettanto importanti. Mettere in fila i fatti, rivedere le indagini svolte e soprattutto quelle mai eseguite, anche alla luce dei più  recenti  avvenimenti  e  delle  ultime interpretazioni, può essere utile e alla fine, come spesso accade, riservare qualche strana sorpresa» [42].
     Lucarelli entra poi nel merito del “Chi tocca Mattei muore”, cioè della relazione di Vincenzo Calia: «[…] Per sbrogliare questa intricata matassa, ci viene in soccorso […] la conclusione dell'inchiesta del giudice Calia, che fornisce, sia pure indirettamente, una possibile chiave di lettura anche di questi fatti. Negli atti conclusivi della sua inchiesta (20 febbraio 2003), Calia dedica ampio spazio alla vicenda della sparizione del giornalista de “L'Ora” Mauro De Mauro. De Mauro fu rapito a Palermo la sera del 16 settembre 1970 davanti alla sua abitazione. Se il suo corpo non fu mai ritrovato e di lui, da quel momento, non si seppe più nulla, ben presto però fu chiaro che il suo rapimento era da collegarsi al “caso Mattei”. […] Il giornalista si era molto appassionato al tema, anche perché otto anni prima proprio lui era stato inviato de “L'Ora” a seguirli “in presa diretta”. E aveva cominciato a sentire un'infinità di testimoni. Fu proprio raccogliendo queste testimonianze che si trovò improvvisamente di fronte a una versione radicalmente diversa dei fatti, a un'altra “verità”. A fornirgliela fu Graziano Verzotto, un senatore democristiano, che in quel momento era presidente dell'Ente minerario siciliano.
     Al giudice Calia, Verzotto dichiara: “Eugenio Cefis e Vito Guarrasi (un celebre avvocato civilista, consulente dell'ENI e di molte altre società nazionali operanti in Sicilia, quasi sconosciuto alla stampa e all'opinione pubblica, ma al centro di vicende economiche e politiche di rilevanza nazionale) – e il loro entourage – si erano sicuramente avvantaggiati della morte di Mattei: entrambi, infatti, erano stati poco prima della sua morte allontanati dagli incarichi che ricoprivano prima”. E ancora: “Ritengo che il sequestro del giornalista sia intimamente connesso al progetto per la costruzione di un metanodotto tra l'Africa e la Sicilia”. Era nata, infatti, un'accesa disputa tra l'Ems e l'ENI sulla fattibilità e sulla convenienza del controverso metanodotto. “Io avevo ritenuto”, dichiara sempre a Calia Verzotto, “che era mio dovere, quale aderente a una corrente Dc (Gullotti) che si opponeva alla corrente 'fanfaniana' (cui faceva riferimento Eugenio Cefis), nonché quale presidente dell'Ems (come tale direttamente interessato alla realizzazione del metanodotto), dare un fattivo contributo per contrastare chi si opponeva al più volte citato progetto di realizzazione del metanodotto. [...] Tra gli oppositori al progetto [...] si stagliava, naturalmente, il presidente dell'ENI” [Cefis]. La ragione per la quale Verzotto decise di dire queste stesse cose, e molte altre, al giornalista de “L'Ora” fu, appunto, questa. Egli era perfettamente consapevole che il film di Rosi “poteva essere uno strumento per sostenere e alimentare la campagna che l'Ente da me presieduto intendeva portare avanti contro la presidenza dell'ENI e contro coloro che si opponevano alla realizzazione del metanodotto”. E quando De Mauro verrà seque-strato, Verzotto non ci metterà molto a capire che quella è anche un'intimidazione nei suoi confronti, e cercherà di adeguarsi. “Ebbi l'impressione che De Mauro fosse stato sequestrato anche per spaventarmi e per convincermi ad abbandonare il progetto del metanodotto”.
     E dunque: dietro a De Mauro, che lavora per il film di Rosi, c'è Verzotto, con le sue informazioni; dietro a Pasolini, che lavora a Petrolio, c'è ancora una volta Verzotto! E a questo contesto che si riferisce Dario Bellezza nel suo libro Il poeta assassinato? “Pasolini”, scrive, “mi disse un giorno, poco prima di morire, che aveva ricevuto dei documenti compromettenti su un notabile Dc “. Per poi concludere: “Per me, ne sono più che convinto, c'è stato un mandante ben preciso che va ricercato fra coloro per i quali Pasolini chiese il processo. Un potente democristiano”.
Basta questo per uccidere un uomo come Pier Paolo Pasolini? Forse sì, se è bastato per far tacere per sempre una voce, certo meno temibile, come quella di Mauro De Mauro. E si può aggiungere un'altra riflessione. In Italia raramente gli intellettuali vengono uccisi per quello che sanno. Il muro di gomma, allora come adeso, è così resistente che le informazioni rimbalzano e la “sola puerile voce” non è mai così pericolosa. Diverso è se si diventa, anche inconsapevolmente, armi nelle mani di qualcuno più potente e organizzato, soldati inconsapevoli in una delle tante battaglie oscure che si combattono per il potere […]» [43].
     Sui motivi dell'assassinio di Pasolini a mia volta esprimo alcune considerazioni. La persecuzione di Pasolini è stata attuata con modalità diverse: attraverso la stampa, soprattutto quella che faceva capo alle posizioni più reazionarie, che ha contribuito fortemente a ispirare odio nei suoi confronti; con le aggressioni anche fisiche di cui è stato vittima soprattutto a opera di fascisti; con profondi dissensi su molti dei suoi scritti, e anche sui suoi comportamenti privati, espressi anche da alcuni esponenti del partito per cui Pasolini dichiarava il proprio consenso; con le numerosissime denunce nei confronti delle sue pubblicazioni e dei suoi film e i conseguenti procedimenti giudiziari a suo carico.
     Politicamente poi, gli articoli che Pasolini ha scritto per il “Corriere della Sera” e altri organi di stampa negli ultimi cinque anni della sua vita sono stati a loro volta una accentuazione della sua critica, fuori dai denti, senza ambiguità di sorta nei confronti del potere, del “Palazzo” come lui stesso l'aveva definito. Ciò indubbiamente aveva generato nei confronti di Pasolini ulteriori contrarietà e astio; molto probabilmente, qualcuno aveva cominciato a pensare di “fargliela pagare”. Che cosa, se non un odio smisurato, ha fatto dire a Giulio Andreotti che Pasolini la sua morte “se l'è cercata”?
     Era politico il discorso di Pasolini sulle gravissime responsabilità di una classe dirigente per la quale lo scrittore chiedeva un processo? Erano prese di posizione politiche le parole di Pasolini che descrivevano le condizioni omologanti, in campo politico e socio-culturale, alle quali tutto un popolo si stava conformando acriticamente? Era politica la sua affermazione che gli italiani vivevano ormai in una “Nuova Preistoria” che perpetrava un vero e proprio genocidio delle coscienze, degli animi, delle menti? E se ciò che Pasolini sostiene nei suoi scritti giornalistici, nelle sue sceneggiature cinematografiche fino a Salò o le 120 giornate di Sodoma (anzi, fino a quel Porno-theo-kolossal rimasto a livello di trattamento in cui Pasolini descrive una “Città-Utopia che si chiama Gomorra”…) e nei suoi libri fino a Petrolio, è legittimo affermare che il suo è stato un omicidio politico, tragica conseguenza attribuibile a burattinai di una politica degenerata, la stessa che ha prodotto in quegli anni, oltre al malgoverno e alle malversazioni, stragi e tentativi di colpi di stato?
     Su chi  ha avuto la responsabilità maggiore del massacro del poeta, quindi sui mandanti, sospetti sono stati spesso manifestati negli oltre trent'anni che corrono tra l'omicidio di Pier Paolo Pasolini e i giorni nostri. Ora possediamo elementi in più da valutare e su cui riflettere. Uno è quello costituito dal riferimento a Pasolini contenuto nelle carte di Calia: il magistrato, infatti, dopo averci fatto conoscere le testimonianze riguardanti Eugenio Cefis, non casualmente si appella anche a Pasolini, in particolare ai contenuti di Petrolio.
     Non è in questione il fatto di respingere o di abbracciare alcuna teoria dei complotti. Né di accogliere acriticamente o di costruire romanzi gialli. Si tratta, molto più semplicemente, di prendere atto che vi sono nuovi elementi sui quali indagare che, oggi più di ieri, possono condurre a ciò che dovrebbe interessare tutti: pretendere cioè di far luce in maniera risolutiva sull'assassinio di Pier Paolo Pasolini. D'altronde, dovrebbe essere noto che il nostro Paese si è nutrito a lungo, appunto, di complotti, di insabbiamenti, di reticenze, di connivenze e di trame oscure e segrete che hanno interessato sia eliminazioni fisiche (individuali o stragistiche) sia progetti di colpi di Stato. I misteri d'Italia sono innumerevoli, a partire da quello sul ruolo reale di Salvatore Giuliano, con le sue connessioni mafiose e politiche che facevano capo all'allora ministro Mario Scelba, fino a quelli riguardanti le connessioni del terrorismo anni '70 che insanguinò il nostro Paese. Le stragi di Piazza Fontana, di Brescia, di Bologna e di Ustica, sono tuttora senza colpevoli accertati. Per avere notizia della strage nazifascista di Sant'Anna di Stazzema (12 agosto 1944) e di altri eccidi di quei giorni occorsero cinquant'anni.  E la “scoperta” dell'armadio della vergogna in cui erano stati celati molti fascicoli sulle stragi di quell'epoca mise in luce eventi tragici, collusioni tra governi, inammissibili, vergognosi e omertosi opportunismi politici. Il caso Moro è ancora attuale poiché molti aspetti non sono stati del tutto chiariti. Lo stesso caso De Mauro è tuttora oggetto di approfondimenti presso la Procura palermitana. Si dovrebbe farla finita di indagare? O sarebbe forse il caso che gli Archivi di Stato venissero finalmente svincolati dal segreto e, laddove si riscontrassero elementi validi, anche complottistici, le Procure si rimettessero in moto?
     Ritorno alla relazione finale di Vincenzo Calia sul caso Mattei – come ho ricordato, oltre quattrocento cartelle, comprendenti numerose deposizioni di testimoni e alcune consulenze – riguardante l'inchiesta da lui condotta per circa nove anni e conclusa nel 2003, poiché quella indagine è la dimostrazione lampante di come sia possibile riaprire un caso e raggiungere conclusioni che rendano un grande servizio all'accertamento della verità con modalità “scientifiche” che escludano una volta per tutte ipotesi, congetture, supposizioni, ricostruzioni approssimative o parziali, ritrattazioni menzognere più o meno scontate, magari fornendo a supporto informazioni inattendibili o documentate soltanto in parte. Su Mattei, in particolare, Vincenzo Calia ha provato – come ho già riferito – che la sua morte fu dovuta a un'azione di sabotaggio dell'aereo su cui viaggiava, azione che aveva come obiettivo l'assassinio del presidente dell'ENI. Ecco come il magistrato parla delle prove raccolte:

«Deve ritenersi […] acquisita la prova che l'aereo a bordo del quale viaggiavano Enrico Mattei, William Mc Hale e Irnerio Bertuzzi venne dolosamente abbattuto nel cielo di Bascapè la sera del 27 ottobre 1962 […] L'indagine tecnica confortata dalle testimonianze orali e dalle prove documentali […] ha infatti permesso di ritenere inequivocabilmente provato che l'I-Snap [nome in codice dell'aereo, nda] precipitò a seguito di un'esplosione limitata, non distruttiva, verificatasi all'interno del velivolo […] Come è già stato dimostrato il mezzo utilizzato fu una limitata carica esplosiva probabilmente innescata dal comando che abbassava il carrello”. [...] L'indagine a distanza di quarant'anni dal delitto, si è posta come ulteriore obiettivo possibile la ricerca delle responsabilità personali e dirette nella morte del presidente dell'ENI e dei suoi due compagni di viaggio. Le prove orali, documentali e logiche raccolte […] pur avendo consentito di delineare il contesto all'interno del quale maturò il delitto, non permettono l'individuazione degli esecutori materiali né, per quanto concerne i mandanti, possono condurre oltre i sospetti e le illazioni, pur intensi e plausibili, di per sé inadeguati non soltanto a sostenere richieste di rinvio a giudizio, ma anche a giustificare l'iscrizione di singoli nominativi sul registro degli indagati o a protrarre ulteriormente le investigazioni […] Si dispone, in sostanza di una serie cospicua di indicazioni di responsabilità, non sostenute da fonti di prova concrete e suscettibili – allo stato – di verifica o riscontro. Il giudice per le indagini preliminari avrà pertanto il compito di valutare il materiale raccolto da una prospettiva terza, verificando la condivisibilità della richiesta [...]».

     Il dettagliatissimo resoconto d'inchiesta di Vincenzo Calia fornisce dunque la certezza che l'aereo di Mattei precipitò per cause dolose (le indagini della polizia scientifica, utilizzando tecniche sofisticate tra le più recenti, fornirono infatti le prove che fossero presenti sulle parti metalliche dell'aereo di Mattei tracce di esplosivo) e acquisisce centinaia di testimonianze condotte dal magistrato allo scopo di dare anche dei nomi agli autori e ai mandanti dell'attentato, obiettivo purtroppo non raggiunto compiutamente poiché, come scrive il magistrato: «Secondo alcuni gli stretti legami di Eugenio Cefis con gli ambienti dell'oltranzismo atlantico, difensori degli interessi politici ed economici che più fieramente avversavano l'azione di Enrico Mattei, hanno probabilmente contribuito ad alimentare generici sospetti sulla non estraneità di Cefis alla morte di Mattei». Calia si sofferma nella sua relazione su colui che sarà il successore di Mattei, Cefis appunto, e raccoglie numerose testimonianze: «Scomparso Mattei, gli succedette l'anziano Marcello Boldrini, affiancato come vicepresidente operativo da Eugenio Cefis, al quale andò invece la presidenza dell'AGIP e delle altre società del gruppo: Cefis assunse pertanto tutti i poteri, assai prima della sua ascesa alla presidenza, nel giugno 1967».

     Segue una lunga serie di informazioni attraverso le quali Calia delinea un profilo approfondito di Eugenio Cefis, tra cui la sua appartenenza alla loggia P2, i cui fini evidenti erano di sovversione dell'assetto socio-politico-istituzionale italiano, come accertò la Commissione parlamentare appositamente istituita: a conclusione dei lavori di tale Commissione la P2 fu sciolta con legge del 1982.
     Scrive ancora Calia: «In un suo articolo, Gianluigi Melega fornisce vari elementi dai quali si evince come intorno a Eugenio Cefis ruotassero molti personaggi iscritti alla loggia massonica P2: “Albanese Gioacchino (tessera P2 2210). Entra all'ENI nel 1964. Nel 1966 ne esce per fare l'assistente al Ministro delle Partecipazioni Statali, il democristiano di sinistra Carlo Bo. Rientra all'ENI come assistente di Eugenio Cefis con delega alle relazioni esterne e ai rapporti con la stampa. È uno dei tessitori della scalata ENI alla Montedison, poi dell'acquisto del 'Messaggero' e del controllo indiretto del 'Corriere della Sera' ai tempi di Angelone Rizzoli (tessera 1977) e Bruno Tassan Din (tessera 1633), direttore Franco Di Bella (tessera 1887). Dopo l'abbandono di Cefis, Albanese passa per pochi mesi nella direzione dell'impero edilizio di Mario Genchini (tessera 1627), ma con l'arrivo all'ENI di Giorgio Mazzanti presidente (tessera 2111) e di Leonardo Di Donna potentissimo direttore finanziario (tessera 2086) ritorna alla grande come vice presidente dell'Anic”».
     E sempre a proposito della loggia segreta P2, in un documento trasmesso dal Sismi e riprodotto nella relazione Calia si legge:

«APPUNTO – Notizie acquisite il 20 settembre 1983, da qualificato professionista molto vicino ad elementi iscritti alla Loggia P2, dei quali non condivide le idee:
1. […]
2. […]
3. […]
4. La Loggia P2 è stata fondata da Eugenio Cefis che l'ha gestita sino a quando è rimasto Presidente della MONTEDISON. Da tale periodo ha abbandonato il timone, a cui è subentrato il duo ORTOLANI-GELLI, per paura. Sono di tale periodo gli attacchi violenti (ROVELLI della SIR) contro uomini legati ad ANDREOTTI con il quale si giunse ad un armistizio per interessi comuni: lo scandalo dei petroli.
5. […]
6. Alle ore 15.30 di oggi, 21 settembre 1983, ho conversato telefonicamente con la nota fonte di New York che mi ha confermato quanto al precedente appunto, […]. Non  ha  potuto  aggiungere altro per motivi  di  sicurezza  nelle  trasmissioni.  Sarà  disponibile dal 5 ottobre p.v. dovendosi assentare per motivi di lavoro […]».

     Il 17 settembre 1982 la direzione del Sisde riceveva dal Centro Sisde 1 di Roma un altro appunto sui contatti intervenuti tra Licio Gelli e Eugenio Cefis: l'appunto è trascritto nella relazione Calia ed è riportato qui di seguito:
«RISERVATO – APPUNTO
1. Intensi contatti sarebbero intercorsi in SVIZZERA, fino al me-se di agosto u.s., tra Licio GELLI ed Eugenio CEFIS, Presidente della MONTEDISON INTERNATION.
2. È probabile che la notizia venga pubblicata da organi di stampa».

     Vincenzo Calia dà conto anche delle sue indagini approfondite sulla scomparsa di Mauro De Mauro: quest'ultimo tra l'altro si era recato in Sicilia, a Gagliano, dove il 27 ottobre 1962, prima di ripartire diretto a Milano, Mattei era stato accolto da una folla festante. Tenne un discorso alla popolazione, e di tale discorso si parlò molto nel corso delle indagini sulla scomparsa del giornalista palermitano. È stato infatti accertato che, nei giorni precedenti la scomparsa, De Mauro aveva ripetutamente ascoltato la registrazione curata da un cittadino di Gagliano, quasi a sforzarsi di capire frasi o parole non immediatamente intelligibili. Ma si constatò anche che dal quaderno di appunti di De Mauro, rinvenuto nel cassetto della sua scrivania presso la redazione de “L'Ora”, mancavano due pagine, proprio nella sezione relativa al discorso di Gagliano [il corsivo e mio, nda] Di seguito, sempre su De Mauro, ecco quanto scrive Calia:

«Si è già riferito che le notizie sulla sciagura di Bascapè scomparvero rapidamente dai giornali nazionali, ma che l'interesse della stampa per la morte di Enrico Mattei si ridestò verso la fine del 1970, in particolare quando le indagini sulla scomparsa del giornalista de “L'Ora”, Mauro De Mauro, imboccarono la cosiddetta “pista Mattei”. Si era ritenuto, in altri termini, che il giornalista palermitano fosse stato sequestrato e ucciso per aver scoperto qualcosa di importante circa la morte del presidente dell'ENI. Il regista Francesco Rosi aveva infatti incaricato Mauro De Mauro di collaborare alla sceneggiatura del film Il caso Mattei, ricostruendo gli ultimi due giorni di vita trascorsi dal presidente dell'ENI in Sicilia. L'inchiesta sulla scomparsa di Mauro De Mauro si concluse, peraltro, con un nulla di fatto, nonostante il lungo protrarsi delle indagini e la richiesta di altre investigazioni formulata dal Gip di Palermo ancora nel 1991. La definitiva archiviazione del procedimento (18 agosto 1992) fu motivata anche con la considerazione che De Mauro non poteva aver scoperto nulla di sensazionale intorno alla morte di Enrico Mattei, dal momento che la magistratura di Pavia [44] aveva ritenuto accidentale il disastro di Bascapè».

     All'inizio del resoconto della sua inchiesta, su De Mauro Vincenzo Calia si esprime anche sulle difformità riscontrate tra i comportamenti della squadra mobile e dei carabinieri, ascoltando e verbalizzando numerosissime testimonianze. Risulta così che nelle inchieste degli anni '70 vi fu un depistaggio delle indagini da parte dei carabinieri.

«La lettura delle carte processuali consente di disegnare il quadro nel quale maturò il sequestro di Mauro De Mauro, di tracciare con sufficiente chiarezza i contorni della vicenda e, forse, di formulare ipotesi sui mandanti. Le indagini incidentali, occasionate dalla riapertura del “caso Mattei”, confermano e mettono a fuoco quel quadro, svelando altresì le forti resistenze che impedirono di far luce sulla scomparsa del giornalista. La “pista Mattei” aveva preso corpo sin dalle prime indagini della squadra mobile. Si sviluppò, con dimensioni e clamore imprevisti, per poi dissolversi già ai primi di novembre del 1970. […] I carabinieri, sin dal primo rapporto del 6 ottobre 1970, sostennero che la scomparsa del De Mauro era la reazione della mafia alla imprudente scoperta, da parte del giornalista, di un vasto traffico di stupefacenti tra l'America e la Sicilia. Tale convinzione apodittica fece sì che l'Arma ignorasse o confutasse tutti gli indizi che conducevano verso la “pista Mattei”. Il 21 novembre 1970 l'Arma di Palermo depositò il secondo rapporto. Si ripropose l'inconsistente tesi per cui i vertici di Cosa Nostra avevano sequestrato Mauro De Mauro per evitare rivelazioni su di un vasto traffico di stupefacenti con gli Stati Uniti. Dopo un altro breve rapporto di aggiornamento (28 dicembre 1970), i carabinieri cercarono di rafforzare tale tesi, proponendo l'opinione conforme di Graziano Verzotto, presidente dell'Ente Minerario Siciliano (rapporto del 25 settembre 1971). […] L'Arma continuò, invece, a ignorare il personaggio che la polizia e la stampa indicavano ormai come “La testa del serpente” o “Mister X”, che si diceva essere coinvolto nella morte di Enrico Mattei e nella scomparsa di Mauro De Mauro: l'avvocato Vito Guarrasi. Il suo nome – incredibilmente – non appare nei rapporti dei carabinieri. Quei rapporti (tutti, a eccezione del primo) firmati dal capitano Giuseppe Russo rendono oggi palese l'impegno depistante profuso nella vicenda. Lo svelano nuove fonti di prova, orali e documentali. […] Il 4 settembre 1998 Verzotto ha dichiarato: “Ho immediatamente ritenuto che De Mauro fosse stato sequestrato proprio a causa della [...] indagine che egli stava svolgendo sulle responsabilità nella morte di Enrico Mattei. [...] Ho anche detto in un'altra occasione che De Mauro era stato sequestrato perché aveva molestato la mafia che trafficava in droga. Ammetto di avere depistato. Tale depistaggio mi venne suggerito dai Carabinieri e io, anche in ragione dei buoni rapporti che avevo con l'Arma ... decisi di seguire il suggerimento ...”. […] Il 27 maggio 1996 Elda De Mauro aggiunge: “... Dopo la scomparsa di mio marito ho incontrato diverse volte il colonnello Dalla Chiesa, ma l'incontro che più mi ha turbato e offeso ebbe luogo circa dieci giorni dopo il sequestro De Mauro. Si era a casa mia ed era presente anche Aldo Costa, redattore capo de 'L'Ora', morto recentemente. Cogliemmo l'occasione per fare il punto delle indagini e, in particolare, per capire quale era la ragione che poteva aver indotto qualcuno a sequestrare mio marito. Si cercava, in sostanza, di capire a cosa Mauro De Mauro stesse lavorando: egli era in ferie e non aveva quindi in corso alcuna inchiesta per il suo giornale. In quel periodo sono certa che non aveva in cantiere alcun articolo sulle attività della mafia. Egli aveva ricevuto a giugno o luglio l'incarico da Rosi e approfittava appunto delle ferie per portare a termine il lavoro commissionatogli. […] Per tornare all'incontro con Dalla Chiesa, ricordo che io feci presente al colonnello, il quale insisteva nel sostenere che Mauro era stato sequestrato per aver scoperto dove sbarcava la droga destinata alla mafia, che mio marito si occupava da oltre un mese esclusivamente della ricostruzione degli ultimi due giorni di vita di Enrico Mattei. Fu a quel punto che Dalla Chiesa mi disse: 'signora, non insista su questa tesi, perché, se così fosse ci troveremmo dinanzi a un delitto di Stato e io non vado contro lo Stato'. […] Come già esposto, dopo i primi giorni di indagine sulla scomparsa di Mauro De Mauro, la polizia aveva imboccato con convinzione la “pista Mattei”. Sino ai primi giorni del novembre 1970 le indagini procedettero alacremente e […] la vicenda pareva ormai prossima alla soluzione; il questore aveva infatti convocato una conferenza stampa, anticipando ai giornalisti una svolta clamorosa. Vito Guarrasi, evidentemente consapevole di quanto andava maturando a suo carico, si incontrò riservatamente con il colonnello Dalla Chiesa nei primi giorni di novembre del 1970. Improvvisamente – senza apparente ragione – le indagini si arrestarono. Col rapporto del 17 novembre 1970 la squadra mobile abbandonò la “pista Mattei” e, di fatto, le stesse indagini sulla scomparsa di Mauro De Mauro».


 

[35] Gaetano Verzotto, presidente dell'Ems su raccomandazione del cardinale Ruffini, liquidò l'Ente, e se ne andò all'estero per evitare un mandato di cattura. L'accusa era quella di essere implicato nel crac Sindona. Verzotto riuscì a sfuggire a un attentato nel 1975, e così affermò all'epoca il suo legale Ludovico Corrao: “Siamo convinti di trovarci al centro di una congiura spietata, con obiettivi di giustizia sommaria”.
Vito Guarrasi, avvocato e personaggio controverso, per molti legato ad ambienti mafiosi, nei primi mesi del 1960 fu consigliere di Enrico Mattei. La collaborazione fu di breve durata e l'incarico di Guarrasi era già terminato all'epoca della morte di Mattei (27 ottobre 1962). Fu in seguito consulente di Eugenio Cefis.
[36] Tetis significa in greco antico sesso. Da Pier Paolo Pasolini, Empirismo eretico, Garzanti 1972.
[37] La recensione di Flavio Santi al libro di Gianni D'Elia, L'eresia di Pasolini, Effigie 2005, è apparsa in “Liberazione” del 9 ottobre 2005 con il titolo Pasolini: l'omicidio di un poeta necessario.
[38] Sulle pagine scomparse di “Lampi sull'ENI” si veda più avanti, al capitolo Sviste d'autore. Pagine bianche. “Lampi sull'ENI”.
[39] Flavio Santi, L'omicidio di Pier Paolo Pasolini e il cuore di tenebra dell'Italia, in “Liberazione”, 10 maggio 2006. In relazione a un passaggio di questo articolo,  un  rapporto  della  Guardia  di Finanza indicato nella relazione del pm di Pavia Vincenzo Calia rileva che una delle società della “Edilnord centri residenziali” di Umberto Previti (padre di Cesare) – già “Edilnord Sas” di Silvio Berlusconi & C., fondata da quest'ultimo nel 1963, e con sede a Lugano –, si chiama Cefinvest. Da un'ulteriore mia ricerca risulta anche che la Cefinvest SpA. di Lugano è stata in seguito messa in liquidazione, senza che abbia potuto  appurare la data in cui ciò era avvenuto. Aggiungo che proprio sul ruolo di Cefinvest e di Aktiengesellschaft für Immobilienanlage in Residenzzentren, entrambe di Lugano, la Guardia di Finanza, che riteneva si trattasse di società off shore collegate alla Edilnord, interrogò Silvio Berlusconi. In particolare, a raccogliere tali dichiarazioni fu un capitano del Nucleo speciale di polizia valutaria. Il suo nome è Massimo Maria Berruti, che negli anni Ottanta lasciò le Fiamme Gialle per mettersi in proprio come commercialista. In seguito Berruti lavorò per conto del gruppo Fininvest-Mediaset. Dal 1996 è deputato al Parlamento italiano, prima in Forza Italia, ora nel Popolo della Libertà (eletto anche nel 2008). Quando si aprirono le inchieste su alcune tangenti alla Guardia di Finanza ad opera della Fininvest, Berruti venne accusato di favoreggiamento, in particolare di aver tentato di depistare le indagini cercando di non far parlare i finanzieri arrestati sul caso riguardante la Fininvest. Processato (1997), venne condannato a 10 mesi di carcere in primo grado, pena successivamente ridotta a 8 mesi di detenzione per favoreggiamento.
[40] “ABC” era un settimanale politico, di attualità e di costume di taglio scandalistico. L'argomento fu ripreso, sostenuto e approfondito due anni dopo da Riccardo De Sanctis nel suo libro Delitto al potere. Controinchiesta, La nuova sinistra - Edizioni Samonà e Savelli, Roma, 1972.
[41] AA.VV., Dossier delitto Pasolini, Kaos edizioni, Milano 2008. Il libro contiene le sentenze pronunciate nei tre gradi di giudizio, nonché gli inter-rogatori di Pino Pelosi da parte della polizia e le sue testimonianze al processo di primo grado. Il volume raccoglie inoltre i documenti riguardanti la cosiddetta controinchiesta dell'“Europeo”.
[42] Intervista a Carlo Lucarelli, Teatro Colosseo, Torino, 16 febbraio 2007.
[43] Carlo Lucarelli con Gianni Borgna, “Micromega” n. 6, novembre 2005.
[44] Con la dizione “la magistratura di Pavia” si intendono i magistrati di Pavia, competenti per territorio sul disastro di Bascapè, che indagarono dal 1962 sull'“incidente aereo” in cui aveva perso la vita Enrico Mattei.


Enigma Pasolini

Petrolio nella relazione Calia


Enigma Pasolini, di Angela Molteni - maggio 2010
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