Angela Molteni, Enigma Pasolini - maggio 2010

"Pagine corsare"

Angela Molteni
Enigma Pasolini
Appunti su Pier Paolo Pasolini, su Petrolio, sull'assassinio mai chiarito dello scrittore,
sulle connessioni con i casi Mattei-De Mauro.
Protagonisti, ipotesi, testimonianze.

Delitto Pasolini: un enigma da sciogliere

     Voglio ora ricordare sinteticamente alcuni aspetti che caratterizzarono le indagini condotte nel 1975, dopo l'assassinio di Pier Paolo Pasolini, e le sentenze dei processi di primo grado e di appello del 1976. Una documentazione molto più approfondita si trova nella sezione “processi” di pasolini.net, a disposizione di chi voglia maggiormente addentrarsi nella tragica vicenda del delitto che ha tolto a tutti noi una voce essenziale per la cultura e anche per la comprensione della storia del nostro Paese negli ultimi sessant'anni.
     Le circostanze della morte di Pasolini non sono ad oggi ancora del tutto chiare, ed è per questo motivo che nel corso dei trentacinque anni che ci separano dalla scomparsa dello scrittore-regista sono state avanzate alcune richieste alla Procura competente di Roma che tendevano a ottenere ulteriori indagini. Il suo omicidio rimane irrisolto, specialmente dopo le ritrattazioni e le rivelazioni di Pino Pelosi (2005 e 2009) e dopo i rilievi suggeriti nel 2004 nella formulazione della sua relazione dal Pm Calia.
     Nel 1975, le indagini condotte piuttosto superficialmente e con incurie gravi, le contraddizioni nelle deposizioni rese dall'omicida (Pino Pelosi, che confessò e continuò a sostenere per trent'anni di essere stato l'unico colpevole), un intervento dei servizi segreti di cui si vociferò durante le indagini e che ho già ricordato, nessuna attenzione prestata a una denuncia nella quale erano indicate le prime due cifre della targa di un'automobile che avrebbe seguito quella di Pasolini la sera dell'omicidio, e alcuni aspetti contraddittori riscontrati negli atti processuali, sono fattori che – come hanno ripetutamente sottolineato negli anni seguenti, oltre all'avvocato Guido Calvi, gli amici più intimi di Pasolini, in particolare Laura Betti e Sergio Citti – lasciano aperte le porte a più di un dubbio, specialmente per quanto riguarda la partecipazione di altre persone oltre a Pelosi all'aggressione a Pasolini. Un elemento sostenuto da molti e alla fine accolto anche dai giudici durante il processo di primo grado.
      Per anni l'opinione pubblica venne tenuta all'oscuro sulle indagini e sui processi. Una disinformazione che dava rilievo soltanto al parere della polizia – parere unico e inconfutabile, costruito tuttavia su luoghi comuni – che lo definì un “delitto tra omosessuali, scaturito in circostanze sordide”. Per quale motivo vi è stato un tale accanimento nel privilegiare una versione a senso unico? Per coprire quali realtà alternative? E con l'avallo, o su mandato, di chi? A quale livello investigativo o politico?
     Tante, troppe cose non quadrano nella ricostruzione che, al processo, è stata fatta del delitto. Troppi sono stati gli errori e le omissioni nelle indagini per convincere che fossero casuali e non nascondessero invece una precisa strategia.
     Vi sono molte incertezze per quanto riguarda le ore successive al ritrovamento del corpo. Incertezze che si riproposero anche in tribunale: superficialità e pressappochismo delle indagini condotte dalla squadra mobile, interrogatori della polizia, deposizioni alla polizia e al processo contro Pino Pelosi, ricusazione di alcuni testimoni, cambio di avvocati dello stesso Pelosi, totale incuria dei reperti raccolti, lacune nelle perizie sul corpo di Pasolini della difesa di Pelosi.
     Uno dei reperti, l'Alfa Gt di Pasolini, fu sequestrata a Pelosi dai carabinieri che lo fermarono, in fuga, sul lungomare di Ostia. Almeno, così raccontano le cronache. L'auto, fino alla mattina del 5 novembre, rimase all'aperto, in mezzo al cortile di un garage dell'Arma: senza alcuna sorveglianza e con le portiere aperte. Chiunque avrebbe potuto avervi accesso e manomettere eventuali prove. La pioggia caduta in quei giorni lavò perfino le tracce di sangue che si trovavano sul tetto della vettura, dal lato del passeggero, in corrispondenza con la portiera dell'auto. E ci vollero tre giorni perché gli agenti si accorgessero di un maglione verde macchiato di sangue e di un plantare destro misura 41, entrambi non appartenenti alla vittima, che si trovavano all'interno dell'auto.
     Domenica 2 novembre, dopo il rinvenimento di un cadavere da parte di una donna, occupante di una delle baracche, quest'ultima chiamò la polizia; gli agenti giunsero a Ostia alle 6,40. Sul luogo del delitto vi era già una piccola folla: abitanti delle baracche, curiosi, ragazzini che giocavano al pallone che in qualche caso rotolò in prossimità del corpo dello scrittore. Nessuno pensò ad allontanarli, né a recintare il luogo ove giaceva Pasolini, subito riconosciuto dagli agenti (poi seguirono i riconoscimenti ufficiali).
     Quindi eventuali tracce, per esempio quelle delle ruote dell'auto di Pasolini (perché si potesse verificare il reale percorso del mezzo), sono andate perdute dal passaggio reiterato di altre auto e di persone appiedate. Si formò in tal modo una miriade di altre tracce non pertinenti con il delitto.
     Gli agenti non tracciarono alcun segnale nei punti esatti riferiti al ritrovamento del corpo di Pasolini, né altri in cui erano stati individuati alcuni reperti, per esempio le tavolette di legno usate nel corso dell'aggressione. Come già riferito, i carabinieri non si resero nemmeno conto che sul sedile posteriore dell'Alfa Gt di Pasolini si trovassero un maglione verde e un plantare, oggetti non appartenenti a Pasolini, come successivamente testimoniò dinanzi ai giudici la cugina Graziella Chiarcossi [54].
     E ancora: nella notte tra il 2 e il 3 novembre la zona non fu sorvegliata; la polizia che infatti tornò a Ostia soltanto nella tarda mattinata di lunedì 3 per ricostruire il caso, non adottando però cautele di sorta, e quando le tracce dell'omicidio erano ormai inesistenti.
     Soltanto il mercoledì successivo gli investigatori iniziarono a interrogare gli abitanti delle baracche, nonché i frequentatori del bar presso la Stazione Termini – luogo in cui “Pelosi prima versione” aveva raccontato di essere stato “adescato” da Pasolini. Infine – e ha davvero dell'inammissibile – sul luogo del delitto non fu mai convocato un medico legale. Il corpo di Pasolini, dopo la rimozione, venne lavato prima che la polizia scientifica potesse effettuare gli esami necessari.
     È possibile che la polizia abbia commesso così tanti e clamorosi errori tutti insieme? O che siano state trascurate le più elementari procedure investigative per un omicidio di tale portata? Oppure ancora: è ipotizzabile che vi sia stato un intervento di qualche autorità, superiore ai poteri degli stessi organismi inquirenti?
     Dopo una tale, pessima conduzione delle indagini ci si aspetterebbe che il massimo responsabile di tali negligenze venisse quanto meno sospeso dall'incarico. Invece il dottor Ferdinando Masone, capo della squadra mobile di Roma durante le indagini, ha fatto carriera: è diventato questore di Palermo e poi di Roma, e in seguito Capo della Polizia. Ruolo che ha ricoperto fino al 2000, quando è stato promosso ulteriormente, diventando segretario generale del CESIS, il Comitato Esecutivo per i Servizi di Informazione e Sicurezza, cioè l'ente che coordina l'attività dei servizi segreti (SISMI e SISDE) in nome del presidente del consiglio.
     Un altro elemento da considerare è quello riguardante le perizie necroscopiche medico-legali illustrate al tribunale dai periti di parte: quella della difesa di Pelosi, per esempio, era stata sommaria, e non era stata individuata alcuna traccia di pneumatici dell'auto che avevano schiacciato ripetutamente il corpo di Pasolini: lo scrittore era in condizioni gravissime, ma ancora vivo quando quei sormontamenti fecero sì che il suo cuore scoppiasse.
     La perizia demandata al professor Faustino Durante dagli avvocati di parte civile Guido Calvi e Antonio Marazzita fu invece molto minuziosa ed ebbe un peso determinante nella formulazione della sentenza di primo grado. Il professore dimostrò nel corso del processo come Pasolini fosse stato ridotto a “un grumo di sangue” e che gli oggetti contundenti utilizzati per colpirlo – e non ritrovati sul luogo del delitto – non potevano essere individuati soltanto nel bastone e nelle due tavolette di legno marcito repertate. Il quadro complessivo e incontestabile che se ne ricavò fu quello di un omicidio che per le gravi, numerose e profonde ferite inferte non avrebbe potuto essere commesso dal solo Pino Pelosi, ma attuato con il concorso di altre persone. In particolare, se ne avvalse anche l’avvocato Guido Calvi nella sua arringa, una sintesi della quale è qui riportata alla quinta postilla.
     Qui di seguito si può leggere per sommi capi la relazione di Faustino Durante: i numeri tra parentesi indicano le relative pagine della relazione integrale.

«[…]

a) Presenza di “materiale ferroso” sulla canottiera, sul capo, sul collo, sulle spalle e sugli arti superiori “specie alle superfici laterali” (pp. 4 e 5). Tale materiale non è presente sulla parte inferiore della canottiera e sui pantaloni.
b) Presenza di due larghe e del tutto simili escoriazioni ecchimotiche comprendenti soluzioni di continuo alle regioni frontali laterali (pp. 6, 11, 12, 14).
c) Ecchimosi escoriata della regione zigomatica e masseterica di sinistra (p. 5).
d) Frattura in due punti della branca orizzontale di sinistra della mandibola e lussazione dell'articolazione temporo-mandibolare di sinistra (pp. 15 e 16). Assenza di lesioni a carico della branca mandibolare di destra.
e) La piramide nasale risulta appiattita da sinistra verso destra (p. 11).
f ) Lesione trasversale a carico del padiglione auricolare destro (pp. 16, 18). È assente qualsivoglia alterazione cutanea nelle zone superiori al padiglione auricolare stesso.
g) Interessamento della regione occipito-parietale destra da “serie duplice soluzioni di continuo lineari pressoché trasversali e parallele tra di loro della lunghezza di cm 2 e cm 4,5 essendo la prima – costituita da tre soluzioni di continuo – localizzata posteriormente alla inserzione del padiglione auricolare destro, la seconda – costituita da quattro soluzioni di continuo – localizzata più medialmente, pressoché sulla linea mediana del capo...”, le lesioni sono “svasate a carico del margine inferiore”, e la svasatura è “più accentuata nel gruppo situato medialmente” (pp. 18, 19).
h) Vasta lesione situata superiormente e posteriormente al padiglione auricolare sinistro. Tale lesione è scollata “specie nella parte inferiore” (pp. 23, 24).
i) Lesione al padiglione auricolare sinistro. Il padiglione è “ampiamente strappato sul suo impianto” e interessato dalla lesione stessa in corrispondenza del suo “terzo medio superiore” (p. 25).
l) Tumefazione della regione latero-cervicale sinistra con escoriazioni seriate “prevalentemente trasversali” (pp. 25, 26).
m) Numerose escoriazioni sulle regioni posteriori della spalla sinistra, sulla regione dorsale in posizione o “trasversale” o “obliqua” (p. 28); non infiltrate e non “figurate” (pp. 28 e 29). “Detto complesso si estende sino alla regione lombare essendo più accentuata la infiltrazione emorragica proprio a carico delle lesioni localizzate in questa sede come alla base dell'emitorace sinistro” (p. 29).
n) Escoriazioni trasversali alla base degli emitoraci, anteriormente, e all'addome (pp. 31, 32, 33). Non infiltrate.
o) Escoriazione in corrispondenza della spina iliaca anterosuperiore di sinistra. Tale zona è ecchimotica (p. 33).
p) Numerose escoriazioni agli emitoraci, anteriormente, senza infiltrazione (pp. 31, 32, 33, 34).
q) Soluzione di continuo al braccio sinistro (pp. 36 e 37).
r) “Complesso lesivo a forma di grossolana losanga di cm 6x3 che su di un fondo ecchimotico mostra figurazioni escoriative di colore rosso-grigiastro” (p. 37, dorso avambraccio sinistro).
s) Complesso ecchimotico al dorso della mano sinistra con frattura di alcune falangi e lesione da taglio al primo dito (p. 40).
t) Frattura dello sterno a livello del III spazio; frattura della IV e V costola di destra lungo la linea emiclaveare, frattura della VII e VIII costola di destra lungo la linea ascellare posteriore; a sinistra frattura della VI e VII costola in due punti; sulla linea emiclaveare e sulla linea ascellare anteriore, frattura dell'VIII e della IX costola sulla linea ascellare anteriore. Complessivamente 10 fratture costali (p. 48).
u) Lacerazioni capsulari del fegato lunghe 15 e 7 cm a carico della superficie antero-laterale del lobo destro e della superficie del lobo sinistro (p. 51).
v) Assenza  di infiltrazioni  ematiche  delle  pareti  toraciche, di quelle  addominali  e  di  ogni regione degli arti inferiori (p. 51 e altre) […] [55].»

     Il 14 novembre 1975, intanto, era apparso sul numero 46 dell'“Europeo” un articolo della giornalista Oriana Fallaci, dove si ipotizzava che nel delitto vi fossero una premeditazione e il concorso di ignoti. Ma la giornalista in seguito si rifiutò di citare nel processo i testimoni della sua “contro-inchiesta” e per questo fu anche sanzionata per reticenza.
     Altri articoli apparvero sul numero del settimanale “L'Europeo” già citato:

«[…] i due difensori nominati per primi da Giuseppe Pelosi, incredibile reo confesso del delitto, si dichiarano convinti che le cose non stanno come il ragazzo le ha raccontate ai giudici quando si è accusato. Dicono, prima di essere estromessi dal processo, gli avvocati di Pelosi Tommaso e Vincenzo Spaltro: “Noi concordiamo con le notizie date dall''Europeo' che sul posto del delitto c'erano altre persone. La storia raccontata dalla Fallaci ci persuade in questo senso: noi siamo convinti che Giuseppe Pelosi non è  l'assassino,  per  la  semplice ragione che non ha la capacità fisica né psichica di commettere un omicidio. E anche per altri motivi”» [56].

     E ancora:

«[…] La gestione del processo sarà politica; sarà la possibile occasione per demolire l'intera figura di Pasolini, per infangare anche il suo impegno nella società italiana, le idee che egli portava avanti. La linea di difesa di Pelosi che ora verrà sostenuta […] mirerà proprio a questo: Pasolini è un mostro corruttore. Pelosi è uno che ha difeso il proprio onore e la propria integrità. È casuale che il paladino di questa tesi sia l'avvocato difensore dei fascisti che ammazzarono la ragazza al Circeo, Rocco Mangia del Foro di Roma?» [57].

     Dieci anni dopo, i mezzi di informazione iniziarono a sostenere l'ipotesi della Fallaci, dipingendo Pelosi come ragazzo di vita abitudinario della Stazione Termini, la cui funzione era stata quella di esca per un'azione punitiva della quale si ipotizzarono quali mandanti avversari politici e quali esecutori malavitosi prezzolati.
     Nel corso del processo emersero ulteriori elementi su Pino Pelosi, l'unica persona che fino al 2005 è stato l'unico reo confesso dell'omicidio e che come tale fu processato e condannato a nove anni e sette mesi di carcere.
     Molti verbali di audizione sono reperibili nel Dossier delitto Pasolini edito da Kaos (2008) che contiene gli atti del processo ed i testi delle sentenze di primo grado, di appello e di cassazione, l'arringa processuale dell'avvocato di parte civile Guido Calvi [*****], nonché la perizia medico-legale sul corpo di Pasolini del professor Faustino Durante che così si concludeva:

«[…] l'esame approfondito di tutti i dati obiettivi (sopralluogo, interrogatori di Pelosi, reperti, bastone, tavola, vesti, lesioni di Pasolini) da una parte smentisce il racconto di Pelosi sulla dinamica di tutta l'aggressione, e dall'altra induce ad avanzare con fondatezza l'ipotesi che Pasolini sia stato vittima dell'aggressione di più persone» [58].

     Come ho accennato, la relazione Durante fu talmente circostanziata da consentire al collegio giudicante (Presidente Alfredo Carlo Moro) che emise la sentenza di primo grado il 26 aprile 1976 di concluderla dichiarando Pelosi colpevole del delitto di omicidio volontario in concorso con ignoti («Ritiene il collegio che dagli atti emerga in modo imponente la prova che quella notte all'Idroscalo il Pelosi non era solo […]» [59]).
     Nel dicembre del 1976, però, con sentenza della Corte d'appello intervenuta con estrema e inusuale rapidità, venne confermata la condanna per omicidio volontario nei confronti di Pelosi, ma fu escluso il concorso di altre persone.
     L'intervento della Corte d'Appello appare suggerito dall'urgenza di evitare nuove indagini, che infatti non furono effettuate. E che non si fecero neppure in anni successivi, ancorché fossero richieste espressamente per la presenza di nuovi elementi che avrebbero potuto gettare nuova luce sulle reali dinamiche dell'omicidio. In particolare non venne accolta la richiesta di rendere testimonianza avanzata da Sergio Citti su una sparizione di bobine dell'ultimo film, Salò o le 120 giornate di Sodoma (girato  da  Pasolini  nella  prima  metà del 1975) e su un eventuale incontro dello scrittore con dei malavitosi per trattare la restituzione delle pellicole.
     La cassazione, infine, confermò la sentenza di appello: «Attenta considerazione meritano poi, e soprattutto, la sproporzione fra le lesioni riportate da Pasolini e quelle riscontrate sull'imputato, la scarsità delle tracce di sangue di Pasolini sui vestiti di Pelosi [...] Che questi elementi possano spiegarsi con la partecipazione di più persone è indubbio; che ne siano indici sicuri e incontrovertibili è da negare [...] la sproporzione delle lesioni subite dai due contendenti può trovare piena spiegazione proprio ipotizzando che, invece che essere stato aggredito, sia stato Pelosi ad aggredire Pasolini, cogliendolo di sorpresa e menomandone fin dall'inizio la capacità di difendersi. Questa supposizione non è affatto contraddetta, come invece si prospetta nella sentenza impugnata, dall'agilità e robustezza fisica di Pasolini, che peraltro era di complessione fisica assai minuta (59 kg di peso e 1,67 m di altezza), poiché Pelosi poté valersi non soltanto della maggiore vigoria della giovane età, ma verosimilmente di una determinazione a offendere che in Pasolini mancò, e con tutta probabilità lo portò a colpire duramente per primo e d'improvviso...» [60].
     Giorgio Galli, per Dossier delitto Pasolini, scrive un pezzo dal titolo Un delitto politico [61] in cui sull'assassinio dello scrittore-regista dice tra l'altro:

«[…] L'assassinio di Pier Paolo Pasolini è uno dei molti delitti rimasti impuniti e avvolti nel mistero che costellano la storia politica italiana. Le origini di tali oscuri e irrisolti fatti delittuosi risalgono alla stessa genesi della successione della democrazia rappresentativa al fascismo […]. Il delitto della notte tra l'1 e il 2 novembre, tra il giorno dei Santi e il giorno dei Morti del cruciale 1975 (l'anno del “terremoto elettorale”), si colloca al centro di quella seconda fase, che iniziata appunto con Piazza Fontana e con la “strategia della tensione”, si concluderà virtualmente all'inizio del 1982 […] Pasolini viene ucciso quando trame e complotti sono all'ordine del giorno […] La posizione pubblica di Pasolini fa sospettare un agguato, e subito compare qualche scritta – “Pasolini come Matteotti” – che si collega alle denunce della sinistra contro ipotizzate “trame nere”. […] Qual era l'obiettivo dell'agguato? Personalmente ritengo probabile una delle “causali” suggerite dal Tribunale: si voleva “dare una lezione” a Pasolini, ma non per uno “sgarbo”, bensì per quello che egli rappresentava nel momento politico, così come, un paio d'anni prima per la stessa ragione, si era voluta dare una “lezione” all'attrice Franca Rame. […]» [62].

     E ancora Giorgio Galli, delineando un profilo di Pino Pelosi, aggiunge:

«Pelosi, come risultato dalle perizie e dal comportamento, è un ragazzo rozzo ma scaltro, che per oltre un anno – dal momento dell'omicidio alla sentenza d'appello – non cede di un millimetro dalla sua inattendibile versione […] sgusciando abilmente tra reticenze, bugie e contraddizioni. Va infine rilevato che Pelosi sin dall'inizio cambia avvocato, scegliendo quello che ha difeso i giovani di destra autori di un altro atroce delitto al Circeo (una ragazza massacrata, un'altra gravemente ferita)» [63].
Se Pelosi e gli amici del suo ambiente avevano dunque interesse a un Pasolini vivo; se non poteva sfuggire il rischio che si correva uccidendo un uomo di grande notorietà a difesa della cui memoria metà del Paese avrebbe chiesto una punizione esemplare per un assassinio tanto feroce, che cosa poteva indurre un ragazzo diciassettenne a comportarsi come si è comportato, prima e dopo il delitto – sino a vantarsi, appena giunto in carcere come colpevole di un semplice furto d'auto, di aver ucciso Pasolini, e arrivando a mimare le sequenze del delitto per il fotografo di un settimanale?
Vi è una sola situazione che può dare una risposta coerente e convincente a tutte queste domande: Pelosi è stato contattato per attirare Pasolini in un agguato: ha avuto una grossa ricompensa per farlo; gli è stato garantito che sarebbe stato adeguatamente protetto e tutelato.
[…] Questa ipotesi richiede una spiegazione su chi e perché abbia contattato Pelosi a quello scopo. Sul “chi” non occorre affaticare la fantasia: le cronache di quegli anni sono gremite di poteri occulti, di servizi deviati, del crimine organizzato che fornisce strutture e operatori per azioni di finta destabilizzazione e di autentica stabilizzazione politica. Non  vi  è che l'imbarazzo della scelta. Pelosi è stato uno strumento […]» [64].


 

[54] Al Museo Criminologico di Roma vi sono due teche dedicate al delitto: vi si trovano i reperti di Pasolini (la camicia, gli stivaletti, la tessera da giornalista, gli occhiali ecc.), e quelli di Pelosi (le scarpe, un anello con pietra rossa e la scritta “United States Army” trovato a una cinquantina di metri dal luogo del delitto. “Perso nella colluttazione”, disse Pelosi in una delle sue ricostruzioni). Vi si conservano anche il plantare e il maglione verde. La cugina-testimone è Graziella Chiarcossi.
[55] AA.VV., Dossier delitto Pasolini, cit. Tratto dalla relazione peritale del professor Faustino Durante (esame necroscopico).
[56] L'incredibile reo confesso, di Paolo Berti, in “L'Europeo”, 21 novembre 1975.
[57] Pelosi e gli avvocati, di Paolo Berti, in “L'Europeo”, 21 novembre 1975.
[58] AA.VV., Dossier delitto Pasolini, cit.
[59] Dalla sentenza del processo di primo grado al processo a Pino Pelosi per l'omicidio di Pier Paolo Pasolini, aprile 1976, in AA.VV., Dossier delitto Pasolini, cit.
[60] Dalla sentenza del processo di appello al processo a Pino Pelosi per l'omicidio di Pier Paolo Pasolini, dicembre 1976, in AA.VV., Dossier delitto Pasolini, cit.
[61] Giorgio Galli, Un delitto politico, in AA.VV., Dossier delitto Pasolini, cit.
[62] Giovanni Maria Bellu, “I carabinieri ci dissero: stuprate Franca Ra-me”. E il giudice accusa cinque neofascisti, “la Repubblica”, 10 febbraio 1998. «Furono alcuni ufficiali dei carabinieri a ordinare lo stupro di Franca Rame. L'aveva detto dieci anni fa l'ex neofascista Angelo Izzo, l'ha confermato al giudice istruttore Guido Salvini un esponente di spicco della destra milanese, Biagio Pitarresi».
[63] Si tratta dell'avvocato Rocco Mangia, il quale si servì nel processo a Pino Pelosi per l'omicidio di Pasolini della consulenza di Aldo Semerari, accreditato psichiatra forense ed esperto criminologo, contemporaneamente collaboratore dei servizi segreti; più avanti si iscrisse alla P2. Nei processi fatti ai componenti della Banda della Magliana, Semerari ha fatto perizie psichiatriche “su misura” per agevolare la loro uscita dal carcere: un accordo segreto preso con loro per ottenere finanziamenti per il gruppo di estrema destra che aveva costituito. Ha avuto un ruolo anche in un processo famoso, quello a Braibanti. La sua vocazione al doppiogiochismo lo portò a collaborare anche con Raffaele Cutolo, davanti alla villa del quale Semerari sarà assassinato (e smembrato) nel 1982.
[64] Giorgio Galli, Un delitto politico, in AA.VV., Dossier delitto Pasolini, cit.

[*****] Quinta postilla: Dall'arringa dell'avvocato di parte civile Guido Calvi al processo per l'assassinio di Pier Paolo Pasolini (1976).


Enigma Pasolini

Pelosi trent'anni dopo: una nuova verità?


Enigma Pasolini, di Angela Molteni - maggio 2010
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