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"Pagine corsare"
Angela Molteni
Enigma
Pasolini
Appunti su Pier Paolo Pasolini, su
Petrolio,
sull'assassinio mai chiarito dello scrittore,
sulle connessioni con i casi Mattei-De
Mauro.
Protagonisti, ipotesi, testimonianze.
Delitto
Pasolini: un enigma da sciogliere
Voglio ora
ricordare sinteticamente alcuni aspetti che caratterizzarono le indagini
condotte nel 1975, dopo l'assassinio di Pier Paolo Pasolini, e le sentenze
dei processi di primo grado e di appello del 1976. Una documentazione molto
più approfondita si trova nella sezione “processi”
di pasolini.net, a disposizione di chi voglia maggiormente addentrarsi
nella tragica vicenda del delitto che ha tolto a tutti noi una voce essenziale
per la cultura e anche per la comprensione della storia del nostro Paese
negli ultimi sessant'anni.
Le circostanze
della morte di Pasolini non sono ad oggi ancora del tutto chiare, ed è
per questo motivo che nel corso dei trentacinque anni che ci separano dalla
scomparsa dello scrittore-regista sono state avanzate alcune richieste
alla Procura competente di Roma che tendevano a ottenere ulteriori indagini.
Il suo omicidio rimane irrisolto, specialmente dopo le ritrattazioni e
le rivelazioni di Pino Pelosi (2005 e 2009) e dopo i rilievi suggeriti
nel 2004 nella formulazione della sua relazione dal Pm Calia.
Nel 1975,
le indagini condotte piuttosto superficialmente e con incurie gravi, le
contraddizioni nelle deposizioni rese dall'omicida (Pino Pelosi, che confessò
e continuò a sostenere per trent'anni di essere stato l'unico colpevole),
un intervento dei servizi segreti di cui si vociferò durante le indagini
e che ho già ricordato, nessuna attenzione prestata a una denuncia nella
quale erano indicate le prime due cifre della targa di un'automobile che
avrebbe seguito quella di Pasolini la sera dell'omicidio, e alcuni aspetti
contraddittori riscontrati negli atti processuali, sono fattori che –
come hanno ripetutamente sottolineato negli anni seguenti, oltre all'avvocato
Guido Calvi, gli amici più intimi di Pasolini, in particolare Laura Betti
e Sergio Citti – lasciano aperte le porte a più di un dubbio, specialmente
per quanto riguarda la partecipazione di altre persone oltre a Pelosi all'aggressione
a Pasolini. Un elemento sostenuto da molti e alla fine accolto anche dai
giudici durante il processo di primo grado.
Per
anni l'opinione pubblica venne tenuta all'oscuro sulle indagini e sui processi.
Una disinformazione che dava rilievo soltanto al parere della polizia –
parere unico e inconfutabile, costruito tuttavia su luoghi comuni – che
lo definì un “delitto tra omosessuali, scaturito in circostanze sordide”.
Per quale motivo vi è stato un tale accanimento nel privilegiare una versione
a senso unico? Per coprire quali realtà alternative? E con l'avallo, o
su mandato, di chi? A quale livello investigativo o politico?
Tante,
troppe cose non quadrano nella ricostruzione che, al processo, è stata
fatta del delitto. Troppi sono stati gli errori e le omissioni nelle indagini
per convincere che fossero casuali e non nascondessero invece una precisa
strategia.
Vi sono
molte incertezze per quanto riguarda le ore successive al ritrovamento
del corpo. Incertezze che si riproposero anche in tribunale: superficialità
e pressappochismo delle indagini condotte dalla squadra mobile, interrogatori
della polizia, deposizioni alla polizia e al processo contro Pino Pelosi,
ricusazione di alcuni testimoni, cambio di avvocati dello stesso Pelosi,
totale incuria dei reperti raccolti, lacune nelle perizie sul corpo di
Pasolini della difesa di Pelosi.
Uno dei
reperti, l'Alfa Gt di Pasolini, fu sequestrata a Pelosi dai carabinieri
che lo fermarono, in fuga, sul lungomare di Ostia. Almeno, così raccontano
le cronache. L'auto, fino alla mattina del 5 novembre, rimase all'aperto,
in mezzo al cortile di un garage dell'Arma: senza alcuna sorveglianza e
con le portiere aperte. Chiunque avrebbe potuto avervi accesso e manomettere
eventuali prove. La pioggia caduta in quei giorni lavò perfino le tracce
di sangue che si trovavano sul tetto della vettura, dal lato del passeggero,
in corrispondenza con la portiera dell'auto. E ci vollero tre giorni perché
gli agenti si accorgessero di un maglione verde macchiato di sangue e di
un plantare destro misura 41, entrambi non appartenenti alla vittima, che
si trovavano all'interno dell'auto.
Domenica
2 novembre, dopo il rinvenimento di un cadavere da parte di una donna,
occupante di una delle baracche, quest'ultima chiamò la polizia; gli agenti
giunsero a Ostia alle 6,40. Sul luogo del delitto vi era già una piccola
folla: abitanti delle baracche, curiosi, ragazzini che giocavano al pallone
che in qualche caso rotolò in prossimità del corpo dello scrittore. Nessuno
pensò ad allontanarli, né a recintare il luogo ove giaceva Pasolini,
subito riconosciuto dagli agenti (poi seguirono i riconoscimenti ufficiali).
Quindi
eventuali tracce, per esempio quelle delle ruote dell'auto di Pasolini
(perché si potesse verificare il reale percorso del mezzo), sono andate
perdute dal passaggio reiterato di altre auto e di persone appiedate. Si
formò in tal modo una miriade di altre tracce non pertinenti con il delitto.
Gli agenti
non tracciarono alcun segnale nei punti esatti riferiti al ritrovamento
del corpo di Pasolini, né altri in cui erano stati individuati alcuni
reperti, per esempio le tavolette di legno usate nel corso dell'aggressione.
Come già riferito, i carabinieri non si resero nemmeno conto che sul sedile
posteriore dell'Alfa Gt di Pasolini si trovassero un maglione verde e un
plantare, oggetti non appartenenti a Pasolini, come successivamente testimoniò
dinanzi ai giudici la cugina Graziella Chiarcossi [54].
E ancora:
nella notte tra il 2 e il 3 novembre la zona non fu sorvegliata; la polizia
che infatti tornò a Ostia soltanto nella tarda mattinata di lunedì 3
per ricostruire il caso, non adottando però cautele di sorta, e quando
le tracce dell'omicidio erano ormai inesistenti.
Soltanto
il mercoledì successivo gli investigatori iniziarono a interrogare gli
abitanti delle baracche, nonché i frequentatori del bar presso la Stazione
Termini – luogo in cui “Pelosi prima versione” aveva raccontato di
essere stato “adescato” da Pasolini. Infine – e ha davvero dell'inammissibile
– sul luogo del delitto non fu mai convocato un medico legale. Il corpo
di Pasolini, dopo la rimozione, venne lavato prima che la polizia scientifica
potesse effettuare gli esami necessari.
È possibile
che la polizia abbia commesso così tanti e clamorosi errori tutti insieme?
O che siano state trascurate le più elementari procedure investigative
per un omicidio di tale portata? Oppure ancora: è ipotizzabile che vi
sia stato un intervento di qualche autorità, superiore ai poteri degli
stessi organismi inquirenti?
Dopo una
tale, pessima conduzione delle indagini ci si aspetterebbe che il massimo
responsabile di tali negligenze venisse quanto meno sospeso dall'incarico.
Invece il dottor Ferdinando Masone, capo della squadra mobile di Roma durante
le indagini, ha fatto carriera: è diventato questore di Palermo e poi
di Roma, e in seguito Capo della Polizia. Ruolo che ha ricoperto fino al
2000, quando è stato promosso ulteriormente, diventando segretario generale
del CESIS, il Comitato Esecutivo per i Servizi di Informazione e Sicurezza,
cioè l'ente che coordina l'attività dei servizi segreti (SISMI e SISDE)
in nome del presidente del consiglio.
Un altro
elemento da considerare è quello riguardante le perizie necroscopiche
medico-legali illustrate al tribunale dai periti di parte: quella della
difesa di Pelosi, per esempio, era stata sommaria, e non era stata individuata
alcuna traccia di pneumatici dell'auto che avevano schiacciato ripetutamente
il corpo di Pasolini: lo scrittore era in condizioni gravissime, ma ancora
vivo quando quei sormontamenti fecero sì che il suo cuore scoppiasse.
La perizia
demandata al professor Faustino Durante dagli avvocati di parte civile
Guido Calvi e Antonio Marazzita fu invece molto minuziosa ed ebbe un peso
determinante nella formulazione della sentenza di primo grado. Il professore
dimostrò nel corso del processo come Pasolini fosse stato ridotto a “un
grumo di sangue” e che gli oggetti contundenti utilizzati per colpirlo
– e non ritrovati sul luogo del delitto – non potevano essere individuati
soltanto nel bastone e nelle due tavolette di legno marcito repertate.
Il quadro complessivo e incontestabile che se ne ricavò fu quello di un
omicidio che per le gravi, numerose e profonde ferite inferte non avrebbe
potuto essere commesso dal solo Pino Pelosi, ma attuato con il concorso
di altre persone. In particolare, se ne avvalse anche l’avvocato Guido
Calvi nella sua arringa, una sintesi della quale è qui riportata alla
quinta postilla.
Qui di
seguito si può leggere per sommi capi la relazione di Faustino Durante:
i numeri tra parentesi indicano le relative pagine della relazione integrale.
«[…]
a) Presenza di “materiale ferroso”
sulla canottiera, sul capo, sul collo, sulle spalle e sugli arti superiori
“specie alle superfici laterali” (pp. 4 e 5). Tale materiale non è
presente sulla parte inferiore della canottiera e sui pantaloni.
b) Presenza di due larghe e del
tutto simili escoriazioni ecchimotiche comprendenti soluzioni di continuo
alle regioni frontali laterali (pp. 6, 11, 12, 14).
c) Ecchimosi escoriata della regione
zigomatica e masseterica di sinistra (p. 5).
d) Frattura in due punti della branca
orizzontale di sinistra della mandibola e lussazione dell'articolazione
temporo-mandibolare di sinistra (pp. 15 e 16). Assenza di lesioni a carico
della branca mandibolare di destra.
e) La piramide nasale risulta appiattita
da sinistra verso destra (p. 11).
f ) Lesione trasversale a carico
del padiglione auricolare destro (pp. 16, 18). È assente qualsivoglia
alterazione cutanea nelle zone superiori al padiglione auricolare stesso.
g) Interessamento della regione
occipito-parietale destra da “serie duplice soluzioni di continuo lineari
pressoché trasversali e parallele tra di loro della lunghezza di cm 2
e cm 4,5 essendo la prima – costituita da tre soluzioni di continuo –
localizzata posteriormente alla inserzione del padiglione auricolare destro,
la seconda – costituita da quattro soluzioni di continuo – localizzata
più medialmente, pressoché sulla linea mediana del capo...”, le lesioni
sono “svasate a carico del margine inferiore”, e la svasatura è “più
accentuata nel gruppo situato medialmente” (pp. 18, 19).
h) Vasta lesione situata superiormente
e posteriormente al padiglione auricolare sinistro. Tale lesione è scollata
“specie nella parte inferiore” (pp. 23, 24).
i) Lesione al padiglione auricolare
sinistro. Il padiglione è “ampiamente strappato sul suo impianto”
e interessato dalla lesione stessa in corrispondenza del suo “terzo medio
superiore” (p. 25).
l) Tumefazione della regione latero-cervicale
sinistra con escoriazioni seriate “prevalentemente trasversali” (pp.
25, 26).
m) Numerose escoriazioni sulle regioni
posteriori della spalla sinistra, sulla regione dorsale in posizione o
“trasversale” o “obliqua” (p. 28); non infiltrate e non “figurate”
(pp. 28 e 29). “Detto complesso si estende sino alla regione lombare
essendo più accentuata la infiltrazione emorragica proprio a carico delle
lesioni localizzate in questa sede come alla base dell'emitorace sinistro”
(p. 29).
n) Escoriazioni trasversali alla
base degli emitoraci, anteriormente, e all'addome (pp. 31, 32, 33). Non
infiltrate.
o) Escoriazione in corrispondenza
della spina iliaca anterosuperiore di sinistra. Tale zona è ecchimotica
(p. 33).
p) Numerose escoriazioni agli emitoraci,
anteriormente, senza infiltrazione (pp. 31, 32, 33, 34).
q) Soluzione di continuo al braccio
sinistro (pp. 36 e 37).
r) “Complesso lesivo a forma di
grossolana losanga di cm 6x3 che su di un fondo ecchimotico mostra figurazioni
escoriative di colore rosso-grigiastro” (p. 37, dorso avambraccio sinistro).
s) Complesso ecchimotico al dorso
della mano sinistra con frattura di alcune falangi e lesione da taglio
al primo dito (p. 40).
t) Frattura dello sterno a livello
del III spazio; frattura della IV e V costola di destra lungo la linea
emiclaveare, frattura della VII e VIII costola di destra lungo la linea
ascellare posteriore; a sinistra frattura della VI e VII costola in due
punti; sulla linea emiclaveare e sulla linea ascellare anteriore, frattura
dell'VIII e della IX costola sulla linea ascellare anteriore. Complessivamente
10 fratture costali (p. 48).
u) Lacerazioni capsulari del fegato
lunghe 15 e 7 cm a carico della superficie antero-laterale del lobo destro
e della superficie del lobo sinistro (p. 51).
v) Assenza di infiltrazioni
ematiche delle pareti toraciche, di quelle addominali
e di ogni regione degli arti inferiori (p. 51 e altre) […]
[55].»
Il 14 novembre
1975, intanto, era apparso sul numero 46 dell'“Europeo” un articolo
della giornalista Oriana Fallaci, dove si ipotizzava che nel delitto vi
fossero una premeditazione e il concorso di ignoti. Ma la giornalista in
seguito si rifiutò di citare nel processo i testimoni della sua “contro-inchiesta”
e per questo fu anche sanzionata per reticenza.
Altri articoli
apparvero sul numero del settimanale “L'Europeo” già citato:
«[…] i due difensori
nominati per primi da Giuseppe Pelosi, incredibile reo confesso del delitto,
si dichiarano convinti che le cose non stanno come il ragazzo le ha raccontate
ai giudici quando si è accusato. Dicono, prima di essere estromessi dal
processo, gli avvocati di Pelosi Tommaso e Vincenzo Spaltro: “Noi concordiamo
con le notizie date dall''Europeo' che sul posto del delitto c'erano altre
persone. La storia raccontata dalla Fallaci ci persuade in questo senso:
noi siamo convinti che Giuseppe Pelosi non è l'assassino,
per la semplice ragione che non ha la capacità fisica né
psichica di commettere un omicidio. E anche per altri motivi”» [56].
E ancora:
«[…] La gestione del
processo sarà politica; sarà la possibile occasione per demolire l'intera
figura di Pasolini, per infangare anche il suo impegno nella società italiana,
le idee che egli portava avanti. La linea di difesa di Pelosi che ora verrà
sostenuta […] mirerà proprio a questo: Pasolini è un mostro corruttore.
Pelosi è uno che ha difeso il proprio onore e la propria integrità. È
casuale che il paladino di questa tesi sia l'avvocato difensore dei fascisti
che ammazzarono la ragazza al Circeo, Rocco Mangia del Foro di Roma?»
[57].
Dieci anni
dopo, i mezzi di informazione iniziarono a sostenere l'ipotesi della Fallaci,
dipingendo Pelosi come ragazzo di vita abitudinario della Stazione Termini,
la cui funzione era stata quella di esca per un'azione punitiva della quale
si ipotizzarono quali mandanti avversari politici e quali esecutori malavitosi
prezzolati.
Nel corso
del processo emersero ulteriori elementi su Pino Pelosi, l'unica persona
che fino al 2005 è stato l'unico reo confesso dell'omicidio e che come
tale fu processato e condannato a nove anni e sette mesi di carcere.
Molti verbali
di audizione sono reperibili nel Dossier delitto Pasolini edito
da Kaos (2008) che contiene gli atti del processo ed i testi delle sentenze
di primo grado, di appello e di cassazione, l'arringa processuale dell'avvocato
di parte civile Guido Calvi [*****], nonché la perizia medico-legale sul
corpo di Pasolini del professor Faustino Durante che così si concludeva:
«[…] l'esame approfondito
di tutti i dati obiettivi (sopralluogo, interrogatori di Pelosi, reperti,
bastone, tavola, vesti, lesioni di Pasolini) da una parte smentisce il
racconto di Pelosi sulla dinamica di tutta l'aggressione, e dall'altra
induce ad avanzare con fondatezza l'ipotesi che Pasolini sia stato vittima
dell'aggressione di più persone» [58].
Come ho accennato,
la relazione Durante fu talmente circostanziata da consentire al collegio
giudicante (Presidente Alfredo Carlo Moro) che emise la sentenza di primo
grado il 26 aprile 1976 di concluderla dichiarando Pelosi colpevole del
delitto di omicidio volontario in concorso con ignoti («Ritiene
il collegio che dagli atti emerga in modo imponente la prova che quella
notte all'Idroscalo il Pelosi non era solo […]» [59]).
Nel dicembre
del 1976, però, con sentenza della Corte d'appello intervenuta con estrema
e inusuale rapidità, venne confermata la condanna per omicidio volontario
nei confronti di Pelosi, ma fu escluso il concorso di altre persone.
L'intervento
della Corte d'Appello appare suggerito dall'urgenza di evitare nuove indagini,
che infatti non furono effettuate. E che non si fecero neppure in anni
successivi, ancorché fossero richieste espressamente per la presenza di
nuovi elementi che avrebbero potuto gettare nuova luce sulle reali dinamiche
dell'omicidio. In particolare non venne accolta la richiesta di rendere
testimonianza avanzata da Sergio Citti su una sparizione di bobine dell'ultimo
film, Salò o le 120 giornate di Sodoma (girato da Pasolini
nella prima metà del 1975) e su un eventuale incontro dello
scrittore con dei malavitosi per trattare la restituzione delle pellicole.
La cassazione,
infine, confermò la sentenza di appello: «Attenta considerazione meritano
poi, e soprattutto, la sproporzione fra le lesioni riportate da Pasolini
e quelle riscontrate sull'imputato, la scarsità delle tracce di sangue
di Pasolini sui vestiti di Pelosi [...] Che questi elementi possano spiegarsi
con la partecipazione di più persone è indubbio; che ne siano indici
sicuri e incontrovertibili è da negare [...] la sproporzione delle lesioni
subite dai due contendenti può trovare piena spiegazione proprio ipotizzando
che, invece che essere stato aggredito, sia stato Pelosi ad aggredire Pasolini,
cogliendolo di sorpresa e menomandone fin dall'inizio la capacità di difendersi.
Questa supposizione non è affatto contraddetta, come invece si prospetta
nella sentenza impugnata, dall'agilità e robustezza fisica di Pasolini,
che peraltro era di complessione fisica assai minuta (59 kg di peso e 1,67
m di altezza), poiché Pelosi poté valersi non soltanto della maggiore
vigoria della giovane età, ma verosimilmente di una determinazione a offendere
che in Pasolini mancò, e con tutta probabilità lo portò a colpire duramente
per primo e d'improvviso...» [60].
Giorgio
Galli, per Dossier delitto Pasolini, scrive un pezzo dal titolo
Un delitto politico [61] in cui sull'assassinio dello scrittore-regista
dice tra l'altro:
«[…] L'assassinio di
Pier Paolo Pasolini è uno dei molti delitti rimasti impuniti e avvolti
nel mistero che costellano la storia politica italiana. Le origini di tali
oscuri e irrisolti fatti delittuosi risalgono alla stessa genesi della
successione della democrazia rappresentativa al fascismo […]. Il delitto
della notte tra l'1 e il 2 novembre, tra il giorno dei Santi e il giorno
dei Morti del cruciale 1975 (l'anno del “terremoto elettorale”), si
colloca al centro di quella seconda fase, che iniziata appunto con Piazza
Fontana e con la “strategia della tensione”, si concluderà virtualmente
all'inizio del 1982 […] Pasolini viene ucciso quando trame e complotti
sono all'ordine del giorno […] La posizione pubblica di Pasolini fa sospettare
un agguato, e subito compare qualche scritta – “Pasolini come Matteotti”
– che si collega alle denunce della sinistra contro ipotizzate “trame
nere”. […] Qual era l'obiettivo dell'agguato? Personalmente ritengo
probabile una delle “causali” suggerite dal Tribunale: si voleva “dare
una lezione” a Pasolini, ma non per uno “sgarbo”, bensì per quello
che egli rappresentava nel momento politico, così come, un paio d'anni
prima per la stessa ragione, si era voluta dare una “lezione” all'attrice
Franca Rame. […]» [62].
E ancora Giorgio
Galli, delineando un profilo di Pino Pelosi, aggiunge:
«Pelosi, come risultato
dalle perizie e dal comportamento, è un ragazzo rozzo ma scaltro, che
per oltre un anno – dal momento dell'omicidio alla sentenza d'appello
– non cede di un millimetro dalla sua inattendibile versione […] sgusciando
abilmente tra reticenze, bugie e contraddizioni. Va infine rilevato che
Pelosi sin dall'inizio cambia avvocato, scegliendo quello che ha difeso
i giovani di destra autori di un altro atroce delitto al Circeo (una ragazza
massacrata, un'altra gravemente ferita)» [63].
Se Pelosi e gli amici del suo ambiente
avevano dunque interesse a un Pasolini vivo; se non poteva sfuggire il
rischio che si correva uccidendo un uomo di grande notorietà a difesa
della cui memoria metà del Paese avrebbe chiesto una punizione esemplare
per un assassinio tanto feroce, che cosa poteva indurre un ragazzo diciassettenne
a comportarsi come si è comportato, prima e dopo il delitto – sino a
vantarsi, appena giunto in carcere come colpevole di un semplice furto
d'auto, di aver ucciso Pasolini, e arrivando a mimare le sequenze del delitto
per il fotografo di un settimanale?
Vi è una sola situazione che può
dare una risposta coerente e convincente a tutte queste domande: Pelosi
è stato contattato per attirare Pasolini in un agguato: ha avuto una grossa
ricompensa per farlo; gli è stato garantito che sarebbe stato adeguatamente
protetto e tutelato.
[…] Questa ipotesi richiede una
spiegazione su chi e perché abbia contattato Pelosi a quello scopo. Sul
“chi” non occorre affaticare la fantasia: le cronache di quegli anni
sono gremite di poteri occulti, di servizi deviati, del crimine organizzato
che fornisce strutture e operatori per azioni di finta destabilizzazione
e di autentica stabilizzazione politica. Non vi è che l'imbarazzo
della scelta. Pelosi è stato uno strumento […]» [64].
[54] Al Museo Criminologico di Roma
vi sono due teche dedicate al delitto: vi si trovano i reperti di Pasolini
(la camicia, gli stivaletti, la tessera da giornalista, gli occhiali ecc.),
e quelli di Pelosi (le scarpe, un anello con pietra rossa e la scritta
“United States Army” trovato a una cinquantina di metri dal luogo del
delitto. “Perso nella colluttazione”, disse Pelosi in una delle sue
ricostruzioni). Vi si conservano anche il plantare e il maglione verde.
La cugina-testimone è Graziella Chiarcossi.
[55] AA.VV., Dossier delitto
Pasolini, cit. Tratto dalla relazione peritale del professor Faustino
Durante (esame necroscopico).
[56] L'incredibile reo confesso,
di Paolo Berti, in “L'Europeo”, 21 novembre 1975.
[57] Pelosi e gli avvocati,
di Paolo Berti, in “L'Europeo”, 21 novembre 1975.
[58] AA.VV., Dossier delitto
Pasolini, cit.
[59] Dalla sentenza del processo
di primo grado al processo a Pino Pelosi per l'omicidio di Pier Paolo Pasolini,
aprile 1976, in AA.VV., Dossier delitto Pasolini, cit.
[60] Dalla sentenza del processo
di appello al processo a Pino Pelosi per l'omicidio di Pier Paolo Pasolini,
dicembre 1976, in AA.VV., Dossier delitto Pasolini, cit.
[61] Giorgio Galli, Un delitto
politico, in AA.VV., Dossier delitto Pasolini, cit.
[62] Giovanni Maria Bellu, “I
carabinieri ci dissero: stuprate Franca Ra-me”. E il giudice accusa cinque
neofascisti, “la Repubblica”, 10 febbraio 1998. «Furono alcuni ufficiali
dei carabinieri a ordinare lo stupro di Franca Rame. L'aveva detto dieci
anni fa l'ex neofascista Angelo Izzo, l'ha confermato al giudice istruttore
Guido Salvini un esponente di spicco della destra milanese, Biagio Pitarresi».
[63] Si tratta dell'avvocato Rocco
Mangia, il quale si servì nel processo a Pino Pelosi per l'omicidio di
Pasolini della consulenza di Aldo Semerari, accreditato psichiatra forense
ed esperto criminologo, contemporaneamente collaboratore dei servizi segreti;
più avanti si iscrisse alla P2. Nei processi fatti ai componenti della
Banda della Magliana, Semerari ha fatto perizie psichiatriche “su misura”
per agevolare la loro uscita dal carcere: un accordo segreto preso con
loro per ottenere finanziamenti per il gruppo di estrema destra che aveva
costituito. Ha avuto un ruolo anche in un processo famoso, quello a Braibanti.
La sua vocazione al doppiogiochismo lo portò a collaborare anche con Raffaele
Cutolo, davanti alla villa del quale Semerari sarà assassinato (e smembrato)
nel 1982.
[64] Giorgio Galli, Un delitto
politico, in AA.VV., Dossier delitto Pasolini, cit.
[*****] Quinta postilla: Dall'arringa
dell'avvocato di parte civile Guido Calvi al processo per l'assassinio
di Pier Paolo Pasolini (1976).
Enigma
Pasolini
Pelosi
trent'anni dopo: una nuova verità?
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Enigma
Pasolini, di Angela Molteni - maggio 2010
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