Angela Molteni, Enigma Pasolini - maggio 2010

"Pagine corsare"

Angela Molteni
Enigma Pasolini
Appunti su Pier Paolo Pasolini, su Petrolio, sull'assassinio mai chiarito dello scrittore,
sulle connessioni con i casi Mattei-De Mauro.
Protagonisti, ipotesi, testimonianze.

"Pelosi trent'anni dopo: una nuova verità?

     Pelosi, com'è noto, ha mantenuto caparbiamente invariata la sua assunzione di responsabilità quale unico colpevole dell'assassinio di Pier Paolo Pasolini fino al 2005. Anni prima si era assistito, nel corso di una trasmissione televisiva di Franca Leosini alla intervista in carcere di un uomo pressoché quarantenne e pluridetenuto, Pelosi appunto, agghiacciante per l'assoluta, cinica indifferenza con cui rispondeva alle domande della giornalista ribadendo le proprie affermazioni quale unico autore dell'assassinio di Pier Paolo Pasolini.
     Poi, a sorpresa, Pelosi apparve in televisione il 7 maggio 2005 affermando in una nuova intervista di non essere stato l'autore del delitto Pasolini, e dichiarando che l'omicidio sarebbe stato commesso da altre persone. Lui non c'entrava affatto. Non fece i nomi di questi presunti colpevoli, asserendo soltanto che essi avevano un “accento del Sud”: aggiunse poi, su Pasolini, che era “un uomo gentile”, “che parlava italiano”, e col quale il rapporto orale che aveva avuto si era svolto con quieta naturalezza fino alla conclusione. Solo a quel punto erano apparsi i tre, sgusciando all'improvviso dall´oscurità. In quella trasmissione televisiva “Ombre sul giallo” a cui partecipò, presenti anche gli avvocati di parte civile al processo del 1975, Nino Marazzita e Guido Calvi, Pelosi disse inoltre di aver celato questa sua verità per timore di mettere a rischio l'incolumità della propria famiglia.
     Nella sentenza di primo grado è riportata in parte la deposizione di Pelosi. Pasolini, concluso un rapporto orale, lo avrebbe inseguito con un paletto trovato a terra, avrebbe voluto “infilarglielo nel sedere o per lo meno lo aveva appoggiato contro il sedere senza nemmeno abbassarmi i pantaloni”, e lo aveva spaventato perché aveva “una faccia da matto”. L'inseguimento era culminato in una colluttazione violentissima: “quindi la fuga in macchina, Pasolini schiantato a terra”, […]. Pelosi poco dopo fu sorpreso da una gazzella dei carabinieri mentre sfrecciava con l'auto di Pasolini sul lungomare di Ostia: risultò privo di tracce di sporco, di sangue, di fango, nella persona e nell'abbigliamento. Un solo piccolo taglio sulla fronte era dovuto alla brusca frenata fatta quando era stato fermato dai carabinieri, e aveva battuto il capo contro il volante.
     Il racconto del 2005 è di tutt'altro significato. «L´immagine del Pasolini sadico sparisce oggi dalle parole del Pelosi uomo maturo: riappare la persona gentile che conoscevamo. E questo non è di poco conto» [65].

«[…] Pino Pelosi, nella sua nuova versione, non si limita ad accusare i tre sconosciuti. Descrive un vero e proprio agguato che aveva come obiettivo Pier Paolo Pasolini “sporco comunista”. È quanto urlavano i tre mentre pestavano selvaggiamente lo scrittore. Gridavano: “sporco comunista”, “fetuso”, “pezzo di merda”. Poi andarono via, in macchina, e [Pelosi] rimase solo. Da questo momento in poi il nuovo racconto coincide con quello conosciuto da tempo. Disperato e impaurito, Pelosi salì sulla macchina, la mise in moto, inavvertitamente passò sopra il corpo di Pasolini agonizzante determinandone la morte. Identica la prima parte della storia. E cioè l'incontro tra il ragazzo di vita e lo scrittore nei pressi della stazione Termini di Roma, la sosta in pizzeria, il viaggio fino all'Idroscalo, quel rapporto sessuale consumato velocemente in macchina […]» [66].

     Assieme alla ritrattazione di Pelosi emerge la testimonianza – documentata tra l'altro da un'intervista-deposizione raccolta dall'avvocato Guido Calvi e pubblicata con il titolo Non abbiate paura della verità in “Diario” del 28 ottobre 2005 – di Sergio Citti, amico e collega di Pasolini, su una sparizione delle “pizze” dell'ultimo film di Pasolini, Salò o le 120 giornate di Sodoma, e su un eventuale incontro con dei malavitosi per ottenerne la restituzione. Ma subito dopo il delitto, nel 1975, la testimonianza di Sergio Citti – che, come ho già ricordato, aveva girato un filmato sul luogo dell'assassinio a Ostia a pochi giorni dall'omicidio, non fu ammessa dai magistrati. Sergio Citti morirà purtroppo per l'aggravarsi del suo stato di salute l'11 ottobre 2005. Solo qualche giorno prima la Procura di Roma aveva deciso la chiusura di ulteriori indagini richieste a gran voce e sostenuta anche da un appello di Carla Benedetti sottoscritto da centinaia di intellettuali.
     Vi sono poi altri testimoni non sentiti, come quello intervistato da Furio Colombo per il quotidiano “La Stampa”, a Ostia davanti alle baracche dell'Idroscalo, il 2 novembre 1975:

- Il mio cognome si scrive co' due T, Salvitti Ennio. E lei tanto pe' correttezza?
- Lavoro per “La Stampa”, mi chiamo Furio Colombo.
- “La Stampa”… Agnelli.
- Sì, Agnelli.
- Lo scriva che è tutto 'no schifo, che erano in tanti, lo hanno massacrato quel poveraccio. Pe' mezz'ora ha gridato mamma, mamma, mamma. Erano quattro, cinque.
- Ma lei questo lo ha detto alla polizia?.
- Ma che, so' scemo? [67].

     «Salvitti Ennio è ancora vivo? Perché in tal caso potrebbe confermare  la scena  plurale  del delitto descritta nella ritrattazione di Pino Pelosi. È un riscontro, come si dice in gergo giuridico. Anche questo, come quello di Sergio Citti, era un indizio trascurabile?» [68]. Trascurabile come quello del maglione verde o del plantare trovati all'interno dell'auto di Pasolini e non di proprietà dello scrittore secondo quanto ripetuto nel corso del processo da Graziella Chiarcossi, la quale, qualche ora prima, aveva lavato e ripulito l'interno (e anche il baule) dell'Alfa di Pasolini?
     Viene dunque sollecitata nel 2005, da Guido Calvi e Antonio Marazzita, avvocati della famiglia Pasolini, a seguito delle nuove dichiarazioni di Pelosi sulla presenza all'Idroscalo di Ostia di altre persone di cui però non ha fatto i nomi, un'ulteriore inchiesta alla Procura di Roma: il Comune di Roma, nelle persone dell'allora sindaco Walter Veltroni e dell'assessore alla Cultura Gianni Borgna, si costituisce parte offesa. Ripropongo un passo della dichiarazione rilasciata a Paolo Di Stefano (“Corriere della Sera”, 7 agosto 2005) da Gianni Borgna, allora Assessore al Comune di Roma.

«Noi abbiamo sempre pensato che non si tratta di un omicidio sessuale ma politico. In Italia dietrologia è sinonimo di fantasticheria: invece purtroppo la nostra storia è fatta di misteri. Nel caso di Pasolini si voleva eliminare una voce scomoda, facendo passare il tutto per un delitto sessuale. Il caso Mattei è una possibile chiave. In quei mesi le sue accuse politiche erano diventate sempre più dure e circostanziate, cominciava a fare dei nomi. Bisognerebbe collegare il suo omicidio con Petrolio e con il fatto che proprio in quel periodo Pasolini maneggiava materiale inendiario».

     La riapertura di indagini ha vita breve e si conclude quattro mesi dopo con un nulla di fatto e una nuova chiusura del procedimento:  «È finita in archivio la terza inchiesta sull'omicidio di Pier Paolo Pasolini. Secondo il Gip del tribunale di Roma non ci sarebbero elementi utili per una diversa ricostruzione del delitto, nessun particolare suscettibile di riscontro. E così ha messo la parola fine alla terza inchiesta sull'omicidio del poeta e scrittore avvenuta il 2 novembre del 1975 all'Idroscalo di Ostia. Con il provvedimento d'archiviazione il Gip ha accolto le richieste del Procuratore capo Giovanni Ferrara, dell'aggiunto Italo Ormanni e del Pm Diana De Martino. […] I magistrati hanno riesaminato la vicenda, ma non hanno trovato riscontri. Anche il medico-legale dell'epoca Giancarlo Umani Ronchi non le ha prese sul serio. Secondo lui le lesioni riportate da Pasolini erano compatibili con l'aggressione provocata da una sola persona» [69].

 

[65] Enzo Siciliano, Polveroni e cattiva coscienza, così il paese mise tutto a tacere, “la Repubblica” 9 maggio 2005.
[66] Giovanni Maria Bellu, Pino Pelosi: “Non sono stato io a ucciderlo”, “la Repubblica” 7 maggio 2005.
[67] L'intervista è proposta anche nel film di Marco Tullio Giordana Pasolini: un delitto italiano, 1995.
[68] Gianni D'Elia, L'eresia di Pasolini, Effigie, Milano 2005.
[69] Nota redazionale pubblicata in “Liberazione”, 10 ottobre 2005.


Enigma Pasolini

Un crimine con amici


Enigma Pasolini, di Angela Molteni - maggio 2010
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