|
"Pagine corsare"
Angela Molteni
Enigma
Pasolini
Appunti su Pier Paolo Pasolini, su
Petrolio, sull'assassinio mai chiarito dello scrittore,
sulle connessioni con i casi Mattei-De
Mauro.
Protagonisti, ipotesi, testimonianze.
"Pelosi
trent'anni dopo: una nuova verità?
Pelosi,
com'è noto, ha mantenuto caparbiamente invariata la sua assunzione di
responsabilità quale unico colpevole dell'assassinio di Pier Paolo Pasolini
fino al 2005. Anni prima si era assistito, nel corso di una trasmissione
televisiva di Franca Leosini alla intervista in carcere di un uomo pressoché
quarantenne e pluridetenuto, Pelosi appunto, agghiacciante per l'assoluta,
cinica indifferenza con cui rispondeva alle domande della giornalista ribadendo
le proprie affermazioni quale unico autore dell'assassinio di Pier Paolo
Pasolini.
Poi, a
sorpresa, Pelosi apparve in televisione il 7 maggio 2005 affermando in
una nuova intervista di non essere stato l'autore del delitto Pasolini,
e dichiarando che l'omicidio sarebbe stato commesso da altre persone. Lui
non c'entrava affatto. Non fece i nomi di questi presunti colpevoli, asserendo
soltanto che essi avevano un “accento del Sud”: aggiunse poi, su Pasolini,
che era “un uomo gentile”, “che parlava italiano”, e col quale
il rapporto orale che aveva avuto si era svolto con quieta naturalezza
fino alla conclusione. Solo a quel punto erano apparsi i tre, sgusciando
all'improvviso dall´oscurità. In quella trasmissione televisiva “Ombre
sul giallo” a cui partecipò, presenti anche gli avvocati di parte civile
al processo del 1975, Nino Marazzita e Guido Calvi, Pelosi disse inoltre
di aver celato questa sua verità per timore di mettere a rischio l'incolumità
della propria famiglia.
Nella sentenza
di primo grado è riportata in parte la deposizione di Pelosi. Pasolini,
concluso un rapporto orale, lo avrebbe inseguito con un paletto trovato
a terra, avrebbe voluto “infilarglielo nel sedere o per lo meno lo aveva
appoggiato contro il sedere senza nemmeno abbassarmi i pantaloni”, e
lo aveva spaventato perché aveva “una faccia da matto”. L'inseguimento
era culminato in una colluttazione violentissima: “quindi la fuga in
macchina, Pasolini schiantato a terra”, […]. Pelosi poco dopo fu sorpreso
da una gazzella dei carabinieri mentre sfrecciava con l'auto di Pasolini sul
lungomare di Ostia: risultò privo di tracce di sporco, di sangue, di fango,
nella persona e nell'abbigliamento. Un solo piccolo taglio sulla fronte
era dovuto alla brusca frenata fatta quando era stato fermato dai carabinieri,
e aveva battuto il capo contro il volante.
Il racconto
del 2005 è di tutt'altro significato. «L´immagine del Pasolini sadico
sparisce oggi dalle parole del Pelosi uomo maturo: riappare la persona
gentile che conoscevamo. E questo non è di poco conto» [65].
«[…] Pino Pelosi, nella
sua nuova versione, non si limita ad accusare i tre sconosciuti. Descrive
un vero e proprio agguato che aveva come obiettivo Pier Paolo Pasolini
“sporco comunista”. È quanto urlavano i tre mentre pestavano selvaggiamente
lo scrittore. Gridavano: “sporco comunista”, “fetuso”, “pezzo
di merda”. Poi andarono via, in macchina, e [Pelosi] rimase solo. Da
questo momento in poi il nuovo racconto coincide con quello conosciuto
da tempo. Disperato e impaurito, Pelosi salì sulla macchina, la mise in
moto, inavvertitamente passò sopra il corpo di Pasolini agonizzante determinandone
la morte. Identica la prima parte della storia. E cioè l'incontro tra
il ragazzo di vita e lo scrittore nei pressi della stazione Termini di
Roma, la sosta in pizzeria, il viaggio fino all'Idroscalo, quel rapporto
sessuale consumato velocemente in macchina […]» [66].
Assieme alla
ritrattazione di Pelosi emerge la testimonianza – documentata tra l'altro
da un'intervista-deposizione raccolta dall'avvocato Guido Calvi e pubblicata
con il titolo Non abbiate paura della verità in “Diario” del
28 ottobre 2005 – di Sergio Citti, amico e collega di Pasolini, su una
sparizione delle “pizze” dell'ultimo film di Pasolini, Salò o le
120 giornate di Sodoma, e su un eventuale incontro con dei malavitosi
per ottenerne la restituzione. Ma subito dopo il delitto, nel 1975, la
testimonianza di Sergio Citti – che, come ho già ricordato, aveva girato
un filmato sul luogo dell'assassinio a Ostia a pochi giorni dall'omicidio,
non fu ammessa dai magistrati. Sergio Citti morirà purtroppo per l'aggravarsi del
suo stato di salute l'11 ottobre 2005. Solo qualche giorno prima la Procura di Roma
aveva deciso la chiusura di ulteriori indagini richieste a gran voce e sostenuta
anche da un appello di Carla Benedetti sottoscritto da centinaia di intellettuali.
Vi sono
poi altri testimoni non sentiti, come quello intervistato da Furio Colombo
per il quotidiano “La Stampa”, a Ostia davanti alle baracche dell'Idroscalo,
il 2 novembre 1975:
- Il mio cognome si scrive
co' due T, Salvitti Ennio. E lei tanto pe' correttezza?
- Lavoro per “La Stampa”, mi
chiamo Furio Colombo.
- “La Stampa”… Agnelli.
- Sì, Agnelli.
- Lo scriva che è tutto 'no schifo,
che erano in tanti, lo hanno massacrato quel poveraccio. Pe' mezz'ora ha
gridato mamma, mamma, mamma. Erano quattro, cinque.
- Ma lei questo lo ha detto alla
polizia?.
- Ma che, so' scemo? [67].
«Salvitti
Ennio è ancora vivo? Perché in tal caso potrebbe confermare la
scena plurale del delitto descritta nella ritrattazione di
Pino Pelosi. È un riscontro, come si dice in gergo giuridico. Anche questo,
come quello di Sergio Citti, era un indizio trascurabile?» [68]. Trascurabile
come quello del maglione verde o del plantare trovati all'interno dell'auto
di Pasolini e non di proprietà dello scrittore secondo quanto ripetuto
nel corso del processo da Graziella Chiarcossi, la quale, qualche ora prima,
aveva lavato e ripulito l'interno (e anche il baule) dell'Alfa di Pasolini?
Viene dunque
sollecitata nel 2005, da Guido Calvi e Antonio Marazzita, avvocati della
famiglia Pasolini, a seguito delle nuove dichiarazioni di Pelosi sulla
presenza all'Idroscalo di Ostia di altre persone di cui però non ha fatto
i nomi, un'ulteriore inchiesta alla Procura di Roma: il Comune di Roma,
nelle persone dell'allora sindaco Walter Veltroni e dell'assessore alla
Cultura Gianni Borgna, si costituisce parte offesa. Ripropongo un passo
della dichiarazione rilasciata a Paolo Di Stefano (“Corriere della Sera”,
7 agosto 2005) da Gianni Borgna, allora Assessore al Comune di Roma.
«Noi abbiamo sempre pensato
che non si tratta di un omicidio sessuale ma politico. In Italia dietrologia
è sinonimo di fantasticheria: invece purtroppo la nostra storia è fatta
di misteri. Nel caso di Pasolini si voleva eliminare una voce scomoda,
facendo passare il tutto per un delitto sessuale. Il caso Mattei è una
possibile chiave. In quei mesi le sue accuse politiche erano diventate
sempre più dure e circostanziate, cominciava a fare dei nomi. Bisognerebbe
collegare il suo omicidio con Petrolio e con il fatto che proprio
in quel periodo Pasolini maneggiava materiale inendiario».
La riapertura
di indagini ha vita breve e si conclude quattro mesi dopo con un nulla
di fatto e una nuova chiusura del procedimento: «È finita in archivio
la terza inchiesta sull'omicidio di Pier Paolo Pasolini. Secondo il Gip
del tribunale di Roma non ci sarebbero elementi utili per una diversa ricostruzione
del delitto, nessun particolare suscettibile di riscontro. E così ha messo
la parola fine alla terza inchiesta sull'omicidio del poeta e scrittore
avvenuta il 2 novembre del 1975 all'Idroscalo di Ostia. Con il provvedimento
d'archiviazione il Gip ha accolto le richieste del Procuratore capo Giovanni
Ferrara, dell'aggiunto Italo Ormanni e del Pm Diana De Martino. […] I
magistrati hanno riesaminato la vicenda, ma non hanno trovato riscontri.
Anche il medico-legale dell'epoca Giancarlo Umani Ronchi non le ha prese
sul serio. Secondo lui le lesioni riportate da Pasolini erano compatibili
con l'aggressione provocata da una sola persona» [69].
[65] Enzo Siciliano, Polveroni
e cattiva coscienza, così il paese mise tutto a tacere, “la Repubblica”
9 maggio 2005.
[66] Giovanni Maria Bellu, Pino
Pelosi: “Non sono stato io a ucciderlo”, “la Repubblica” 7
maggio 2005.
[67] L'intervista è proposta anche
nel film di Marco Tullio Giordana Pasolini: un delitto italiano,
1995.
[68] Gianni D'Elia, L'eresia
di Pasolini, Effigie, Milano 2005.
[69] Nota redazionale pubblicata
in “Liberazione”, 10 ottobre 2005.
Enigma
Pasolini
Un
crimine con amici
 |
Enigma
Pasolini, di Angela Molteni - maggio 2010
Sommario
|
|
Vai
alla pagina principale
   
|