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"Pagine corsare"
Angela Molteni
Enigma
Pasolini
Appunti su Pier Paolo Pasolini, su
Petrolio,
sull'assassinio mai chiarito dello scrittore,
sulle connessioni con i casi Mattei-De
Mauro.
Protagonisti, ipotesi, testimonianze.
Un crimine
con "amici"
L'ipotesi
più recente collega il delitto Pasolini alla lotta di potere che prendeva
forma in quegli anni nel settore petrolchimico, tra ENI e Montedison, tra
Enrico Mattei e Eugenio Cefis. Chi ha fornito elementi per formulare tale
ipotesi è il magistrato della Procura di Pavia Vincenzo Calia (ora Procuratore
aggiunto a Genova). Alle conclusioni a cui il magistrato è giunto, relative
all'ultima inchiesta da lui condotta per chiarire le modalità e le responsabilità
della morte di Enrico Mattei, si sono riferiti sia il poeta Gianni D'Elia
con il suoi libri L'eresia di Pasolini e Il Petrolio delle stragi.
postille a L'eresia di Pasolini (Effigie, 2005, 2006), sia
Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza con il volume Profondo nero. Mattei,
De Mauro, Pasolini. Un'unica pista all'origine delle stragi di Stato
(Chiarelettere, 2009). Lo Bianco e Rizza hanno anche raccolto in un filmato
alcune interviste e commenti, tra cui quello di Guido Calvi:
«C'è la pista legata a
Petrolio che anch'essa appare di qualche interesse perché Pasolini
aveva tentato in quel libro di ricostruire un quadro sociale e politico
di alcuni eventi, su vicende che… francamente non si sa bene come potesse
avere quelle notizie se non attraverso dei documenti che gli avevano fornito
proprio quelle informazioni... Ora, mi sembra che ci siano tutti gli elementi
per tentare una nuova indagine giudiziaria. Io credo che, per un dovere
direi quasi ontologico, si deve consentire che quella morte trovi un momento
di verità, trovi dei veri responsabili, una causa vera e non lasciare
che Pasolini in questo paese sia oscurato da quella morte».
Il documento
raccoglie le dichiarazioni di Pino Pelosi (trascritte nel libro di Lo Bianco-Rizza
- pp. 279-287), in cui tra l'altro egli afferma:
«[…] Quella sera io e
Pasolini avevamo un appuntamento al chiosco della stazione. L'avevamo fissato
una settimana prima, questo appuntamento, quando c'eravamo visti per la
prima volta. […] Una sera mi è capitato di conoscere Pasolini in quel
chiosco […] non l'avevo mai visto. E non sapevo nemmeno chi fosse. Che
si trattava di Pasolini me lo dissero gli amici che stavano fuori e ci
videro parlare. “Ma lo sai che quello è uno famoso?” – mi dissero
– “lo sai che con quello se possono fa' 'n sacco de soldi?”. [Ci
siamo dati] un appuntamento per il sabato successivo.
[…] Quella sera c'erano pure Franco
e Giuseppe Borsellino […] e quei due stavano tramando qualcosa, qualcosa
di brutto, me ne sono accorto subito, e perciò gli ho detto chiaro che
io non volevo partecipare, non ne volevo sapere nulla».
Su quanto specificamente
avvenne all'Idroscalo di Ostia, Pelosi dichiara:
«[…] Poi io sono uscito
dalla macchina, sono andato a urinare vicino alla rete… E in quel momento
è spuntata una macchina scura, non so se era un 1300 o un 1500, e una
moto. Sono arrivate in tutto cinque persone. A me m'ha bloccato subito
uno con la barba, sulla quarantina, m'ha detto: “Fatti i cazzi tua, pederasta”
ho preso una bastonata e un cazzotto. Ho visto che trascinavano Pasolini
fuori dalla macchina, e lo riempivano di pugni e calci, picchiavano forte.
Gridavano, ho sentito le urla, gli dicevano: “Sporco comunista, frocio,
carogna”. Ho avuto paura, mi sono allontanato nel buio. Sono tornato
quando tutto è finito».
Alla domanda
degli intervistatori “Dunque, gli aggressori erano cinque. Li conosceva?”,
Pelosi risponde:
«Due li conoscevo. Erano
Franco e Giuseppe Borsellino. Poi c'era questo che mi ha colpito, questo
con la barba: non lo conoscevo, ma l'ho visto da vicino che aveva una quarantina
d'anni. Gli altri due non so proprio chi fossero. […]
[Franco e Giuseppe Borsellino] erano
due amici miei. […] Erano due ladri di borgata, come me, ma in quel periodo
sia Franco sia Giuseppe erano diventati fascisti, so per certo che bazzicavano
la sezione del Msi al Tiburtino, andavano a fare politica. […] Secondo
me era una lezione, una punizione, forse dovuta al partito o alla politica.
Pasolini stava sul cacchio a qualcuno. Lo massacravano e gli dicevano:
“Sporco comunista, sporco frocio”.
Se tu uccidi qualcuno in questo
modo, o sei pazzo o hai una motivazione forte; siccome questi assassini
sono riusciti a sfuggire alla giustizia per trent'anni, pazzi non sono
certamente… E quindi avevano una ragione, una ragione importante per
fare quello che hanno fatto. E nessuno li ha mai toccati. […] I Borsellino
li ho rivisti. Uno, quello più piccolo, l'ho rivisto in carcere, era mezzo
strippato, drogato, stava al reparto dei matti. L'altro l'ho visto dopo
un sacco di tempo […] era sieropositivo. Non gli ho detto niente. Non
me ne fregava niente. Poi è morto».
La credibilità
di Pelosi – è da dire – è prossima allo zero: anzi, lo era già al
momento del processo nel lontano 1976, quando perfino il giudice Moro ribadì
che «ha saputo imbastire con estrema abilità una tesi difensiva che occultasse
la realtà di ciò che all'idroscalo era effettivamente avvenuto e ha mantenuto
tale tesi senza cedimenti lungo tutto l'arco dell'istruttoria e del dibattimento
[...]; ha mostrato di non lasciarsi sopraffare dagli avvenimenti ma di
saperli prevedere e controllare».
Si aggiunge
a queste ultime “rivelazioni” di Pelosi l'ulteriore testimonianza a
cui ho già fatto brevemente cenno, quella di Silvio Parrello, poeta e
pittore che ha un suo studio a Roma in zona Monteverde, quartiere Donna
Olimpia (la stessa zona in cui visse Pasolini tra il 1956 e il 1963). A
Parrello, amico di Pasolini – che si riferì a lui per farne uno dei
protagonisti, col nome di “Pecetto”, del suo romanzo Ragazzi di
vita – ho chiesto di esprimere un parere sulle recenti, “presunte
nuove rivelazioni” di Pelosi. Quella che segue è la risposta che mi
ha dato. Analoghe dichiarazioni Parrello ha rilasciato recentemente in
interviste ad alcuni periodici, e nel corso di una trasmissione televisiva,
“Chi l'ha
visto?” il 19 aprile 2010.
«[…] I due Borsellino
è sicuro che c'erano, ma ora sono morti, mentre Giuseppe Mastini detto
“Johnny lo Zingaro” era lì con loro a massacrare Pasolini, e Pino
non lo dice perché Johnny è ancora vivo, ha paura, ed è un suo amico;
molto probabilmente il famoso plantare – 41 piede destro – è proprio
di Johnny, che lo utilizzava dopo una ferita riportata durante una colluttazione
con la polizia. Johnny è attualmente in libertà vigilata, è uscito di
recente. Pino però non fa i nomi degli altri che realmente hanno ucciso
Pasolini. Sicuramente uno di loro aveva una casetta lì all'Idroscalo.
Secondo me c'era l'Alfa di Pasolini, la macchina che nella fuga ha demolito
una recinzione lasciando sul reticolato anche del sangue di Pier Paolo,
la moto Gilera dei ragazzi che l'avevano rubata qualche giorno prima e
una terza macchina targata Catania, auto-civetta dei picciotti mafiosi…
La macchina degli aggressori, uscita fuori strada dopo avere investito
Pasolini, venne portata nella carrozzeria di Scannella, al Portuense, da
Antonio Pinna che il 16 febbraio 1976 scomparve: la sua auto venne poi
trovata all'aeroporto di Fiumicino abbandonata, e di Antonio Pinna non
si seppe più nulla: scomparso, volatilizzato! Il Pinna, detto “Voilà”,
di Donna Olimpia, amico di Pier Paolo fin dagli anni di Ragazzi di vita,
era un assiduo frequentatore di Pasolini. Che cosa attingeva Pier Paolo
negli incontri col Pinna? Informazioni sulla malavita romana che gli servivano
poi come tematiche da utilizzare nei suoi romanzi, e notizie anche sui
rapporti tra personaggi politici e alcuni fuorilegge divenuti in seguito
brigatisti. Pino Pelosi mente perché è costituzionalmente un bugiardo
e conosceva Pier Paolo da vecchia data: si incontravano quando ne avevano
bisogno, perché con Pino si poteva fare solo sesso. […]». (12 giugno
2009)
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Pasolini, di Angela Molteni - maggio 2010
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