|
"Pagine corsare"
Angela Molteni
Enigma
Pasolini
Appunti su Pier Paolo Pasolini, su
Petrolio,
sull'assassinio mai chiarito dello scrittore,
sulle connessioni con i casi Mattei-De
Mauro.
Protagonisti, ipotesi, testimonianze.
POSTILLA
[**]
Pier
Paolo Pasolini, Perché il processo
In un secondo
articolo di cui vi è qui di seguito un estratto, dopo l'articolo già
richiamato nel testo - cfr. "Pasolini fa alcuni
nomi", di cui costituisce una sorta di parte integrante [in particolare
si veda la nota 24: Processare la Dc (28 agosto 1975)], Pasolini
risponde ad alcuni suoi critici che l'avevano attaccato sulla stampa per
l'ipotesi di “processo alla Dc” da lui formulata:
«[…]
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi
dieci anni di cosiddetto benessere si è speso in tutto fuorché nei servizi
pubblici di prima necessità: ospedali, scuole, asili, ospizi, verde pubblico,
beni naturali cioè culturali.
I cittadini
italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di
cosiddetta tolleranza si è fatta ancora più profonda la divisione tra
Italia Settentrionale e Italia Meridionale, rendendo sempre più, i meridionali,
cittadini di seconda qualità.
I cittadini
italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di
cosiddetta civiltà tecnologica si siano compiuti così selvaggi disastri
edilizi, urbanistici, paesaggistici, ecologici, abbandonando, sempre selvaggiamente,
a se stessa la campagna.
I cittadini
italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di
cosiddetto progresso la “massa”, dal punto di vista umano, si sia così
depauperata e degradata.
I cittadini
italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di
cosiddetto laicismo l'unico discorso laico sia stato quello, laido, della
televisione (che si è unita alla scuola in una forse irriducibile opera
di diseducazione della gente).
I cittadini
italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di
cosiddetta democratizzazione (è quasi comico il dirlo: se mai “cultura”
è stata più accentratrice che la “cultura” diquesti dieci anni) i
decentramenti siano serviti unicamente come cinica copertura alle manovre
di un vecchio sottogoverno clerico-fascista divenuto meramente mafioso.
[…]
Un elenco,
anche sommario, ma, per quanto é possibile, completo e ragionato, dei
fenomeni, cioè delle colpe, non è mai stato fatto. Forse la cosa è considerata
insostenibile.
Perché,
ai capi di imputazione che ho qui sopra elencato, c'è molto altro da aggiungere
– sempre a proposito di ciò che gli italiani vogliono consapevolmente
sapere.
Gli italiani
vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sifar.
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo
del Sid. Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il
vero ruolo della Cia. Gli italiani vogliono consapevolmente sapere fino
a che punto la Mafia abbia partecipato alle decisioni del governo di Roma
o collaborato con esso.
Gli italiani
vogliono consapevolmente sapere quale sia la realtà dei cosiddetti golpe
fascisti. Gli italiani vogliono consapevolmente sapere da quali menti e
in quale sede sia stato varato il protto della “strategia della tensione”
(prima anticomunista e poi antifascista, indifferentemente). Gli italiani
vogliono consapevolmente sapere chi ha creato il caso Valpreda. Gli italiani
vogliono consapevolmente sapere chi sono gli esecutori materiali e i mandanti,
connazionali, delle stragi di Milano, di Brescia, di Bologna.
Ma gli
italiani – e questo è il nodo della questione – vogliono sapere tutte
queste cose insieme: e insieme agli altri potenziali reati col cui elenco
ho esordito. Fin che non si sapranno tutte queste cose insieme – e la
logica che le connette e le lega in un tutto unico non sarà lasciata alla
sola fantasia dei moralisti – la coscienza politica degli italiani non
potrà produrre nuova coscienza. Cioè l'Italia non potrà essere governata
[…].
Ma se (come
mi pare evidente, con immedicabile mortificazione) l'opinione pubblica
italiana […] non vuole sapere – o si accontenta di sospettare –,
il gioco democratico non è formale: è falso.
Inoltre
se la consapevole volontà di sapere dei cittadini italiani non ha la forza
di costringere il potere ad autocriticarsi e a smascherarsi – se non
altro secondo il modello americano –, ciò significa che il nostro è
un ben povero paese: anzi, diciamo pure, un paese miserabile.
Ci sono
inoltre delle cose (e a questo punto continuo, più che mai, nel puro spirito
della Stoà) che i cittadini italiani vogliono sapere, pur senza aver formulato
con la sufficiente chiarezza, io credo, la loro volontà di sapere: fatto
che si verifica là dove il gioco democratico, appunto, è falso; dove
tutti giocano con il potere; e dove la cecità dei politici è ormai ben
assodata.
Gli italiani
vogliono dunque sapere ancora cos'è con precisione la “condizione umana”
– politica e sociale – in cui sono stati e sono costretti a vivere
quasi come da un cataclisma naturale: prima, alle illusioni nefaste e degradanti
del benessere e poi dalle illusioni frustranti, no, non del ritorno della
povertà, ma del rientro del benessere.
Gli italiani
vogliono ancora sapere che cos'è, che limiti ha, che futuro prevede, la
“nuova cultura”- in senso antropologico – in cui essi vivono come
in sogno: una cultura livellatrice, degradante, volgare (specie nell'ultima
generazione).
Gli italiani
vogliono ancora sapere che cos'è, e come si definisce veramente,
il “nuovo tipo di potere” da cui tale cultura si è prodotta: visto
che il potere clerico-fascista è tramontato, e ormai esso ad altro non
costringe che a «lotte ritardate» (la condanna a morte degli antifranchisti,
i rapporti tra la vecchia e la nuova generazione mafiosa nel Mezzogiorno
ecc.).
Gli italiani
vogliono ancora sapere, soprattutto, che cos'è e come si definisce il
“nuovo modo di produzione” (da cui sono nati quel “nuovo potere”
e, quindi, quella “nuova cultura”): se per caso tale “nuovo modo
di produzione” – introducendo una nuova qualità di merce e perciò
una nuova qualità di umanità – non produca, per la prima volta nella
storia, “rapporti sociali immodificabili”: ossia sottratti e negati,
una volta per sempre, a ogni possibile forma di “alterità”.
Senza sapere
che cosa siano questo “nuovo modo di produzione”, questo “nuovo potere”
e questa “nuova cultura”, non si può governare: non si possono prendere
decisioni politiche (se non quelle che servono a tirare avanti fino al
giorno dopo, come fa Moro). I potenti democristiani che ci hanno governato
in questi ultimi dieci anni, non hanno saputo neanche porsi il problema
di tale “nuovo modo di produzione”, di tale “nuovo potere” e di
tale “nuova cultura”, se non nei meandri del loro Palazzo di pazzi:
e continuando a credere di servire il potere istituito clerico-fascista.
Ciò li ha portati ai tragici scompensi che hanno ridotto il nostro paese
in quello stato, che più volte ho paragonato alle macerie del 1945.
È questo
il vero reato politico di cui i potenti democristiani si sono resi colpevoli:
e per cui meriterebbero di essere trascinati in un'aula di tribunale e
processati.
Non dico,
con questo, che anche altri uomini politici non si siano posti i problemi
che non si son posti i sacrestani al potere, o che, come loro, non abbiano
saputo risolverli. Anche i comunisti hanno per esempio confuso il tenore
di vita dell'operaio con la sua vita, e lo sviluppo col progresso. Ma i
comunisti hanno compiuto – se hanno compiuto – degli errori teorici.
Essi non erano al governo, non detenevano il potere. Essi non derubavano
gli italiani. Sono coloro che si sono assunti delle responsabilità che
devono pagare, cari colleghi della “Stampa”, che, sono certo, siete
perfettamente d'accordo con me...
Un'ultima
osservazione che mi sembra, del resto, capitale. L'inchiesta sui golpe
(Tamburino, Vitalone...), l'inchiesta sulla morte di Pinelli, il processo
Valpreda, il processo Freda e Ventura, i vari processi contro i delitti
neofascisti... Perché non va avanti niente? Perché tutto è immobile
come in un cimitero? È spaventosamente chiaro. Perché tutte queste inchieste
e questi processi, una volta condotti a termine, ad altro non porterebbero
che al Processo di cui parlo io». [74].
[74] Pier Paolo Pasolini, Perché
il Processo, in Pasolini. Saggi sulla politica e sulla società,
cit., già in “Corriere della Sera”, 28 settembre 1975; poi in Lettere
luterane, Garzanti 1976 (prima pubblicazione postuma).
Enigma
Pasolini
Postilla
[***] - La strategia della tensione
 |
Enigma
Pasolini, di Angela Molteni - maggio 2010
Sommario
|
|
Vai
alla pagina principale
   
|