Porzûs
di Angela Molteni.
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Una pagina della Resistenza italiana che
molti hanno tentato di riscrivere e sulla quale gli storici hanno
ancora pareri contrastanti. Mancava un lavoro cinematografico:
l'hanno realizzato Renzo Martinelli e Furio Scarpelli con il
film presentato alla Mostra di Venezia 1997. Che cosa disse Pier
Paolo Pasolini trentasei anni fa sulla tragica morte del fratello
Guido
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7 febbraio 1945: a
Porzûs un centinaio di "gappisti" comunisti alle dipendenze
degli sloveni massacra 22 partigiani della brigata "Osoppo". È
una pagina tragica della Resistenza. A guidare i gappisti era Mario
Toffanin, il comandante "Giacca", ora ottantacinquenne, condannato
nel 1952 per la strage. Guido Pasolini, fratello di Pier Paolo, era
tra i ventidue partigiani della brigata Osoppo che furono
uccisi.
Alla Mostra
Internazionale del Cinema di Venezia 1997, è stato presentato
il film di Renzo Martinelli e Furio Scarpelli che rievoca quegli
avvenimenti. Sono qui di seguito riportati alcuni commenti al film
e inoltre il brano "Mio fratello" nel quale Pier Paolo Pasolini il
15 luglio 1961 rispondeva a un lettore di "Vie Nuove" proprio sulla
morte del fratello Guido.
Tullio Kezich commenta così il film
Porzûs
(dal "Corriere della Sera" dell'1
settembre 1997)
Quando nell'aprile
'45 il IX Corpus dell'esercito jugoslavo liberò Trieste dai
nazisti ci fu chi espose alla finestra il tricolore. La risposta fu
una scarica di mitra. Nei giorni successivi centinaia di persone
sparirono e vennero massacrate senza processo. Alcuni erano
fascisti, altri no: unico comune denominatore fu che le vittime
erano tutte italiane. E quando non mise mano nei misfatti, il
Partito comunista finse di non vedere. Questo fu il genocidio di
cui le fucilazioni dei partigiani della Osoppo a Porzûs erano
state il sanguinoso "prossimamente".
Un episodio che ha le
sue radici in una lunga serie di soprusi e violenze, senza paragoni
su altri confini, con cui il fascismo aveva perseguitato sloveni e
croati: e va letto come espressione di uno spirito di vendetta
intinto di quella barbarie razzista riaffiorata recentemente in
Bosnia.
Al semplice annuncio
del film Porzûs molti si sono fregati le mani tutti
contenti di smascherare la "faccia sporca della Resistenza", che
Forattini nella rubrica Mascalzonate di "Panorama" effigia in veste
di Morte sdentata con falce e martello.
La verità è
che la strage della malga friulana anziché finire sul conto
dei contrasti nel movimento di liberazione va iscritta nella storia
dell'imperialismo balcanico, anche se i sicari furono italiani che
avevano subito il lavaggio del cervello titoista. Presentato a
Venezia, il film riaprendo la piaga ha avviato una proficua
discussione: tuttavia i suoi meriti si fermano
qui.
Credo si possa dire
che nella sceneggiatura scritta dal regista Renzo Martinelli con
Furio Scarpelli, nonostante le libertà dell'affabulazione, la
ricostruzione degli eventi risulta corretta. La scintilla scoppia
con il sopravvissuto Gabriele Ferzetti che mezzo secolo dopo va a
snidare nel suo rifugio sloveno Gastone Moschin, capoccia degli
assassini. C'era da aspettarsi ben altro dal confronto di due
attori di tale autorevolezza, ma il regista li spinge sopra le
righe e tra cachinni e sbocchi di sangue ne ricava una recitazione
un po' da grand Guignol e un po' da favola radiofonica. Per di
più i due "doppi" giovani dei contendenti non gli assomigliano
affatto e il tentativo di raccontarne l'invecchiamento con un
trucco da dottor Jekyll è uno degli spunti costernanti del
film.
Nel nutrito contorno
l'unico che fa simpatia è Gianni Cavina: ma come credere al
buon comunista che all'ultimo momento per non farsi assassino si
lascia assassinare? Questo è puro senno di poi; e per farlo
accettare ci voleva almeno la regia di un Costa-Gavras. E invece
Martinelli, imbevuto di stilemi pubblicitari, si scatena in
effettacci, botti, lampi, zumate e stacchi musicali. Quando non si
affida fiducioso a citazioni di musica
classica.
Insomma se la mostra
ha appena finito di celebrare Rossellini, questo è
l'anti-Rossellini: ve lo immaginate Paisà commentato da
un trio di Schubert?
Il resoconto dell'inviata del "Corriere
della Sera",
Giuseppina Manin (1 settembre
1997)
Porzûs, la
parola al film. Dopo attese, polemiche, accuse, minacce, ieri
è stata la volta della pellicola di Renzo Martinelli, accolta
in modo contrastante: con applausi a una proiezione, con gelo a
un'altra. Ma comunque sia andata, i riflettori sono stati tutti per
loro, per il regista e per gli interpreti di quella pagina "oscura"
della Resistenza di cui, come ha ricordato Martinelli, "non c
è traccia nei libri di storia". "Era tempo che se ne
parlasse", ha proseguito il quarantottenne regista milanese. "Se
gli americani hanno fatto decine di film critici sul Vietnam,
perché non accettare
Porzûs?"
Ma che fare in casi
come questi, dove la verità è pirandelliana, ognuno ha la
sua? "Gli unici due sopravvissuti a quei fatti, Mario Toffanin, che
guidò l'eccidio, ci ha intentato una causa; Aldo Bricco, il
solo scampato, sta a Pinerolo e non vuol parlare. Così ho
scelto di attenermi agli atti dei processi". Ben sapendo che, in
ogni caso, avrebbe scatenato tempeste. "Proteste e insulti non sono
mancati, ma ciò che più mi pesa è la disapprovazione
dei miei genitori, entrambi partigiani comunisti. Mio padre mi ha
quasi tolto il saluto. Così organizzerò una proiezione
speciale a Cesano Maderno, dove i miei vivono, per i partigiani del
paese. E mio padre e mia madre avranno la sorpresa di trovare il
film dedicato a loro". Infine una stoccata a Laudadio. "Non ha
voluto mettere Porzûs in gara, una scelta sbagliata.
Vuol dire che quando farò io un festival ricambierò il
favore".
Di giudizi non ha
voglia Gastone Moschin, che presta il volto duro e fiero a Geko
(alias Giacca, alias Toffanin). "A quei tempi avevo sedici anni, ma
ricordo amici di poco maggiori costretti a scegliere una parte o
l'altra. Non si poteva star neutrali, l'odio degli ultimi tempi fu
feroce. La guerra stravolge gli uomini, li rende belve. Quanto a
Giacca, lo ritengo un estremista del pensiero. Un
fanatico".
Aggiunge Gabriele
Ferzetti, nel film Storno (alias Centina, alias Bricco): "Io ho
partecipato alle brigate partigiane, ma ignoravo queste
atrocità. Nella Resistenza accadde quello che, meno
tragicamente, si ripeté negli anni Settanta tra i vari gruppi
del 'Movimento', tutti erano di sinistra ma si
odiavano".
E intanto, dal buio
delle sale spunta a sorpresa un altro Porzûs. "Io
quella storia la girai quattordici anni fa e nessuno la volle
distribuire", svela Enrico Mengotti, filmaker veneziano. "Ne avevo
fatto due versioni: un video che raccoglieva le testimonianze di
storici e politici dentro a quella storia (oggi quasi tutti
scomparsi) e un film che ne ricapitolava gli eventi. Ma nell'83 i
tempi però non erano ancora maturi per osare tanto. Entrambe
le opere furono rifiutate. Oggi vedendo questo nuovo
Porzûs non ho potuto fare a meno di provare
irritazione, anche perché l'ho trovato pieno di inesattezze.
La più grave l'aver dipinto la Turchetti come una spia dei
nazisti mentre è provato che non fu così. Inoltre è
pieno di ingenuità... Insomma, con tutta l'antipatia per
l'uomo, non posso dare torto a Toffanin che ne ha chiesto il
ritiro. Le sue ragioni sono certo altre, ma che il film falsi molti
fatti è indubitabile".
Dalle "lettere a Panorama" (n. 35 del 4
settembre 1997)
sono riportate le seguenti
testimonianze
Il regista Martinelli dice di avere ricostruito i fatti del
suo film Porzûs sulla base degli atti dei vari
processi, soprattutto su quello di Lucca del 1951-52. Quel processo
si svolse negli anni Cinquanta in piena guerra fredda, in un clima
ferocemente anticomunista. Fin dall'inizio delle indagini è
stato fatto ampio uso della carcerazione preventiva, con ricatti
quotidiani ad alcuni degli imputati che rimasero in prigione
parecchi anni prima di essere processati. E che dire dei testimoni
addomesticati, dei documenti accusatori confezionati ad hoc?
Con la storia non si scherza. Non si inventano i nomi, non si
inventano i personaggi, non si inventano situazioni e motivazioni,
non si istiga alla vendetta personale, come capita invece nel film
di Martinelli.
Qualche esempio. Storno non fu l'unico superstite. Si
salvarono altri due che passarono nelle file dei gap rimanendo al
Bosco Romagno per tutto il periodo delle esecuzioni dei loro
compagni. Uno dei due, Leo Patussi, nonostante avesse tradito i
suoi compagni, nel dopoguerra divenne generale dell'esercito.
Nessuno può affermare che l'esercito italiano sia un luogo in
cui gappisti o comunisti hanno fatto carriera. Evidentemente
Patussi venne premiato per qualche altro servigio reso in
quell'occasione. Sulle sue testimonianze e non su quelle di Storno
si basò gran parte della ricostruzione processuale.
Geko-Giacca non ha mai fatto parte della Divisione Garibaldi
Natisone, né ha partecipato al passaggio oltre Isonzo del '44,
né è stato ferito in quell'occasione, né nessuno ha
mai sostenuto che l'agguato tedesco sull'Isonzo fosse dovuto a una
spiata osoviana, né la ragazza uccisa alle malghe fu mai
accusata di questo. Tutto il film di Martinelli si basa su
quest'invenzione per addossare la responsabilità dei fatti ai
comandanti della Garibaldi Natisone.
Eppure anche solo basandosi sulle testimonianze processuali il
regista avrebbe potuto trovare delle interessanti e drammaticamente
efficaci, ma soprattutto vere, motivazioni alla rabbia di Geko: per
esempio gli accordi dei comandanti osoviani con tedeschi,
repubblichini e Decima Mas di Junio Valerio Borghese. E avrebbe
potuto verificare che Elda Turchetti era stata indicata più
volte come spia dalla radio alleata, proprio su segnalazione del
centro informazioni della Osoppo e per non rischiare di essere
uccisa dai partigiani andava in giro circondata da guardie del
corpo tedesche. Infine: nel film si dice che dei responsabili
dell'eccidio nessuno fece mai un giorno di prigione. Nella
realtà decine di partigiani furono a lungo incarcerati,
perché con Porzûs si processò e si represse tutta la
Resistenza garibaldina friulana.
Alessandra Kersevan,
Udine
* * *
Sono Giovanni Padoan, "Vanni", già commissario politico
della Divisione d'assalto Garibaldi-Natisone. Assolto per
insufficienza di prove nel processo che si svolse a Lucca
dall'ottobre '51 all'aprile '52, condannato a trent'anni al
processo d'assise d'appello a Firenze dal primo marzo al 30 aprile
'54 e poi amnistiato l'11 luglio
'59.
Il regista Martinelli dice di aver girato in lungo e in largo
per il Friuli ma non ha trovato il tempo e il modo di venire a
Cormons a parlare con me che volente o nolente sono ritenuto il
mandante della strage dalla Corte d'assise d'appello di Firenze. Si
è consultato Giacca che è stato il puro e semplice
esecutore della strage, esecutore ottuso e feroce ma sempre solo
tale.
Dieci anni prima della pubblicazione di Porzûs: due
volti della Resistenza di Marco Cesselli, io avevo già
pubblicato, nel febbraio del '66 Abbiamo lottato insieme
presso l'editore Del Bianco di Udine, nel quale respingevo la tesi
della responsabilità di Giacca e affermavo invece la
responsabilità di Franco (Ostelio Modesti) e di Ultra (Alfio
Tambosso, allora dirigenti della federazione del Pci di Udine). Fui
messo al bando dal Pci per molto tempo e si arrivò al limite
dell'espulsione. Nell'ottobre dell'84 davo alle stampe Un'epopea
partigiana alla frontiera tra due mondi, sempre presso
l'editore Del Bianco. Dimostrai che la Divisione Garibaldi-Natisone
non era mai stata coinvolta nel barbaro eccidio e che il mandante
principale era il comando sloveno, probabilmente attraverso la
lunga mano dell'Ozna (il servizio segreto di controspionaggio),
ribadendo anche la responsabilità di Franco e di Ultra che
avevano dato via libera a Giacca.
Ho sempre detto e affermato che fu un grave errore dare a
Giacca un simile compito: Giacca aveva già in tasca l'ordine
dell'Ozna, era come mandarlo a nozze. Difatti fucilò sul posto
Bolla (Francesco De Gregori), Enea (Gastone Valente) e la giovane
Elda Turchetti, presunta spia denunciata da Radio Londra. Dunque
Giacca fu il macellaio, l'esecutore ottuso e feroce, ma proprio per
questo non avrebbe mai potuto essere il
mandante.
Vorrei aggiungere che non sono d'accordo con lo storico
Giovanni De Luna quando afferma: "Ma la sinistra non ha mai
nascosto quei fatti". Purtroppo la sinistra e il Pci in modo
particolare si ostinarono a mantenere la tesi insostenibile della
responsabilità di Giacca. Il Pci invece di darsi alla ricerca
seria della verità sulla strage di Porzûs favorì
l'accumularsi delle incomprensioni.
Giovanni Padoan, "Vanni",
Cormons
"L'Espresso" (n. 35 del 4 settembre 1997)
contiene un lungo articolo intitolato "Ritratto dei due Pasolini da
giovani", tratto da un colloquio-intervista di Enzo Golino con Nico
Naldini, cugino dei fratelli Pasolini. Qui di seguito, un ampio
stralcio di tale documento
.
Era il 12 febbraio 1945. Guidalberto Pasolini, detto Guido,
fratello minore di Pier Paolo, cadde ucciso "da mano fraterna
nemica" nell'eccidio di Porzûs, un episodio fra i più
orrendi della lotta partigiana. Accertata ufficialmente la notizia
della morte un terribile giorno del maggio di quell'anno, Pier
Paolo e Susanna, la madre, "rimasero abbracciati per ore e ore, a
lungo, piangendo, in quel letto di sfollati, a Versuta. I figli dei
contadini, come usa dalle nostre parti, portavano dei doni funebri,
chi uova, chi farina. Fu la loro unica consolazione", ricorda Nico
Naldini, cugino dei due ragazzi
Pasolini.
Mesi dopo, il 21 agosto 1945, Pier Paolo scrisse all'amico
Luciano Serra parole inequivocabili sul dolore che gli aveva
schiacciato l'anima e sul senso di colpa che l'opprimeva: "Quel
ragazzo è stato di una generosità, di un coraggio. di una
innocenza che non si possono credere. E quanto è stato
migliore di tutti noi: io adesso vedo la sua immagine viva, coi
suoi capelli, il suo viso, la sua giacca, e mi sento afferrare da
un'angoscia così indicibile, così disumana". Un trauma
mai estinto.
La figura di Guido, sia per la tragica morte in giovane
età, sia perché oscurata dalla prorompente
personalità di Pier Paolo, oggi viene ricordata quasi soltanto
per la strage di Porzûs, a cui il regista Renzo Martinelli ha
dedicato un film, presentato il 31 agosto 1977 alla Mostra del
cinema di Venezia [...]
Fra quei patrioti uccisi [nell'eccidio di Porzûs] vi era
l'appena diciannovenne Guido Pasolini, iscritto al Partito
d'azione, arruolatosi nella brigata Osoppo, nome di battaglia
Ermes, nato a Belluno il 4 ottobre 1925 da Carlo Alberto Pasolini,
di professione militare, e da Susanna Colussi, insegnante. Abbiamo
chiesto a Nico Naldini, figlio di Enrichetta, sorella di Susanna,
di raccontare il rapporto che legava i due fratelli e altri
particolari della breve vita di Guido (tracce se ne trovano in
pagine di Enzo Siciliano e di Dacia Maraini, in lettere di Guido e
Pier Paolo e in altre testimonianze).
[...]
.
Naldini, con suo cugino Pier Paolo lei ha
avuto un felice
e dialettico rapporto dl fratellanza
edipica: il futuro
poeta corsaro, nato il 5 marzo 1922 a
Bologna,
esercitò con lei, di sette anni
più giovane, anche
il ruolo dl maestro di vita e di cultura.
Accadde lo stesso
anche fra Pier Paolo e il fratello Guido,
di tre anni più giovane?
Alcuni miei amici e io siamo stati
allievi della scuoletta privata di Pasolini nel
1944-1945. Il suo grande
ascendente pedagogico, ma anche le sue tecniche didattiche che si
erano imposte quasi in modo spontaneo, formavano già allora
un'idea sublime della scuola. Scuola socratica, se mai ce ne fu una
nella nostra epoca. Per prima cosa Pier Paolo ci fornì gli
strumenti della critica stilistica, [...] la lettura delle
"Georgiche" divenne, sotto la sua guida, un evento memorabile.
Guido invece non frequentava la scuoletta di Pier Paolo, e non solo
per ragioni di età: aveva scelto le severe matematiche, quasi
a ristabilire l'equilibrio in una famiglia dove prevalevano le
inclinazioni umanistiche di Susanna e di Pier Paolo. Per di
più, terminato il liceo scientifico, negli ultimi giorni del
maggio 1944 Guido decise di andare in montagna a combattere la
guerra di liberazione, abbandonando il rifugio di Versuta. Portava
con sé un tascapane pieno di bombe a mano ricoperte da uno
strato di panini imbottiti preparati dalla madre, i Canti orfici di
Dino Campana, e una rivoltella nascosta in una nicchia scavata
nelle pagine di un dizionario.
Com'era Guido
fisicamente?
Assomigliava a Pier Paolo, al padre, alla
madre?
Guido aveva la testa grossa di suo padre,
Pier Paolo gli zigomi alti di sua madre: un tratto, questo degli
zigomi alti, molto amato nelle donne che sono state sue amiche
(Elsa Morante, per esempio, o Silvana Mangano), che evidentemente
gli ricordavano la madre. Ma anche Guido aveva nel viso richiami
materni. Nei due figli si erano scontrate e mescolate le forti
eredità della linea genetica di entrambi i
genitori.
E il carattere, gli interessi
culturali?
Mentre Pier Paolo a 18 anni leggeva un
libro al giorno, pubblicava poesie, dipingeva, suonava il violino,
suscitando l'ammirazione di tutta la famiglia, Guido andava a
caccia e a pesca. Gli piaceva frequentare le baracche del tiro a
segno. Era un ragazzo molto coraggioso, votato all'azione, senza
per questo rinunciare a una sua vita intellettuale, non ritagliata
però su quella di Pier Paolo. Amava la musica classica, stava
per ore accanto alla radio ad ascoltare i concerti
dell'Eiar..
Naldini, la sua amicizia con Pier Paolo,
tra affetto
e complicità, si estendeva ben oltre
i legami di parentela.
Guido ne era geloso? Partecipava alla
vostra intesa?
No, anche perché la sua dignità di diciottenne non
gli consentiva di aggregarsi a me (e a i ragazzini miei coetanei)
nell'assidua frequentazione di Pier Paolo. Credo anzi che
osservasse con un certo distacco quel fanatismo letterario che Pier
Paolo mi aveva trasmesso. Mentre io recitavo i versi di Giuseppe
Ungaretti con un tono sicuramente petulante, andando su e giù
per le scale di casa, Guido leggeva dei libri quasi di nascosto. Un
austero riserbo gli impediva di misurarsi con Pier Paolo, di
accodarsi a noi nella dipendenza dal maestro e dalle sue grandi
capacità maieutiche.
Lei era amico di
Guido?
Non ho avuto il tempo di diventarlo.
Credo che lui mi vedesse, nell'ambito familiare, solo come un
segmento del tessuto parentale. Mi pare di ricordare che a volte
fosse indispettito dal fatto di avere un cuginetto campagnolo un
po' sdolcinato. .
Pier Paolo e Guido, accomunati da una
morte violenta:
sappiamo, da fonti orali e
scritte,
che si volevano un gran bene, e che
litigavano anche,
come accade nelle migliori famiglie. Ma
quali erano
i rapporti più segreti fra di
loro?
Si distinguevano, questi rapporti, per pudore e sobrietà.
Guido, a Casarsa, viveva un'esistenza che incrociava raramente
quella del fratello. Aveva i suoi amici, la sua bicicletta, i
pattini a rotelle, il flobert a pallini e, dopo, anche un vero
fucile da caccia. Era sempre in giro per la campagna con il suo
amico Renato Lena. In un laboratorio da falegname costruivano
velieri in miniatura con tanto di vele e cordami, alianti, e
pistole a tamburo, quelle di Tom Mix, un eroe dei fumetti di quegli
anni, una delle quali fu regalata anche a me. Nello scambio di
gesti e di parole, di pensieri e di sentimenti, Pier Paolo e Guido
avevano ereditato le caratteristiche del mondo contadino a cui
apparteneva la madre. In quel tipo di civiltà due fratelli
potevano passare una vita intera senza mai rivolgersi la parola se
non per qualche lavoro campestre. Così i ragazzi Pasolini,
frutto antropologico di un mondo dominato dalla figura
materna.
.
Quando si accorse che fra Pier Paolo e
Guido,
sia pure con questi limiti, cominciava a
stabilirsi
con maggiore consapevolezza il senso
dell'essere fratelli?
Dal racconto che mi fece Pier Paolo di un episodio doloroso.
Abitavano ancora a Bologna. Alcuni ragazzi, non riesco a
identificarli nel ricordo, una sera assente Pier Paolo,
cominciarono a sghignazzare su di lui pronunciando più d'una
volta una parola in dialetto: busone, che vuol dire omosessuale.
Guido, che ascoltava, prese subito le difese del fratello. Ne
nacque una rissa dalla quale uscì malconcio, con un taglio
sulla fronte. In ospedale gli fu diagnosticata una commozione
cerebrale. Pier Paolo andò a trovarlo ogni giorno, riempiendo
di riconoscenza il cuore di Guido, e gli fece diversi ritratti. Nei
cataloghi delle mostre di Pasolini questi ritratti vengono
scioccamente intitolati dai curatori, in modo anonimo, "Ragazzo a
letto" e simili.
.
Lei si sentiva escluso, come
cugino,
dal più stretto vincolo di parentela
che c'era
tra Pier Paolo e
Guido?
Per nulla. Anzi, mi sentivo in una posizione privilegiata.
Avevo 14 anni, Pier Paolo leggeva le mie poesie e ne discuteva come
se fossi stato un vero poeta. Era il segreto della sua pedagogia:
considerare tutto allo stesso livello di importanza e degno di
essere discusso. Anche le opinioni più arbitrarie e ostili,
come quelle dei giovani fascisti degli anni
Settanta.
Salvo poi scegliere secondo la propria
scala
di valori estetici, politici,
culturali...
Certo, ma nei rapporti con Guido c'era
quel riserbo di cui dicevo. Guido, però, stava già
differenziando i suoi interessi culturali, forse per non incrociare
troppo quelli del fratello ed evitare confronti. E amava Pier
Paolo, lo ammirava con una intensità quasi nascosta, ne
sentiva insomma la superiorità. [...] .
Enzo Siciliano, nella sua Vita di
Pasolini, scrive:
"Guido amava le ragazze". E cita frasi a
effetto indirizzate
a una certa Wilma su un cartoncino
pieno
di cancellature, mai spedito.
Guido
aveva avuto delle
ragazze?
Fino al momento in cui vissuto con noi, non mi pare. Lui e
Renato erano troppo presi dalle loro prodezze. [...] Dopo l'8
settembre 1943 il campo di aviazione e le caserme di Casarsa furono
occupati dai tedeschi. Nel campo di aviazione erano parcheggiati
diversi Junker 52, trimotori da trasporto che eccitarono l'istinto
avventuroso dei due ragazzi. Eludendo la sorveglianza delle
sentinelle, Guido e Renato penetravano all'interno degli aerei
prelevando ogni sorta di armi: un fucile Mauser, mitragliatrici,
nastri di cartucce. Un poco alla volta trasportarono il piccolo
arsenale fuori dal campo e lo nascosero in una boschina. Sono stato
testimone dell'impresa perché li seguivo, tenendomi però
al riparo di un fossato. Erano le res gestae di ragazzi coraggiosi
fino all'incoscienza tanto che Renato, in una di queste occasioni,
perse un occhio e rimase mutilato a una mano [...] un continuo
girotondo di rischi. Dopo il campo di aviazione di Casarsa andarono
in quello di Rivis. Alcune fotografie mostrano Guido e Renato, a
turno, nei pressi di uno Stukas con tanto di svastica. Le armi
dovevano servire per la guerra partigiana. Una notte Guido fu
prelevato dalla nostra abitazione di Casarsa da una banda di
fascisti. Prima di uscire, Guido sussurrò qualcosa a mia
madre. Aveva nascosto alcune armi in un buco sotto le assi del
pavimento. E così le ore successive le passammo a trasportare
le armi fino alla più vicina vasca di letame, dove le facemmo
sparire dentro i liquami. Tornato a casa dopo giorni di prigionia e
di bastonature, Guido incaricò me e alcuni miei amici di
acquistare dei barattoli di vernice. Il giorno dopo i muri di
Casarsa fiorirono di scritte: "Viva Mazzini, abbasso Mussolini",
oppure "L'ora ò vicina". Nelle vecchie case del paese ci sono
ancora le tracce di queste scritte.
Guido sapeva che Pier Paolo era
omosessuale?
Forse sì, ma non ne ha mai parlato dopo l'incidente di
Bologna a cui accennavo. Credo che fosse disposto ad accettare la
diversità del fratello, perché non si trattava di
qualcosa di estraneo che piombava fra di loro all'improvviso. La
vita di Pier Paolo, le sue amicizie, il legame con la madre, tutto
predisponeva a questa rivelazione. Che non sarebbe stata una
fastidiosa novità ma un dato del comportamento da mescolare
con l'esistenza intima e artistica di Pier Paolo.
.
Il matrimonio di Carlo Alberto e Susanna non andava bene.
Genitori che litigano, ragazzi che soffrono. Un classico. Si sa che
Pier Paolo aveva con il padre relazioni piuttosto conflittuali,
mentre era legato alla madre in modo quasi morboso... così
esclusivo da costituire una zona di luce dove tutte il resto era
confinato nell'ombra. Ombre e luci che si contrastavano fatalmente
malgrado la volontà di Susanna che nel suo ruolo materno, mai
avrebbe mostrato predilezioni o commesso ingiustizie verso l'uno o
l'altro dei suoi figli. Ma le intenzioni non bastano. Quel che non
era ammesso esplicitamente, cioè il rapporto esclusivo fra
Susanna e Pier Paolo, si rivelava però con lampante evidenza
agli occhi di Guido, che ne pativa. Ma anche lui obbediva, e senza
lamentarsi, a quella fatalità. Da qui la sua scelta per una
vita avventurosa, votata al rischio, forse desiderosa di
provocarlo. .
Una caratteristica che appartiene anche
ad alcuni
comportamenti di Pier Paolo negli ultimi
anni...
Ma quale considerazione
avevano
di Guido in famiglia, al confronto
con
un Pier Paolo dalla personalità cosi
spiccata?
Il modo in cui Guido veniva considerato da vivo non ha alcuna
relazione con il periodo successivo alla sua morte. Il coraggio, la
sfida al pericolo, la ricerca di emozioni forti, non esclusi il
patriottismo e l'anelito alla libertà, era ciò che
rimaneva per spiegare la drammatica fine alla malga di Porzûs.
E non è poco... Pier Paolo diceva che la morte di ciascuno di
noi opera un fulmineo montaggio a ritroso della nostra vita. Guido
si può definire così: un puro segno del
coraggio..
Come mai fu Guido, il più
giovane,
a fare la Resistenza, e non Pier
Paolo?
La tacita decisione che uno dei fratelli restasse a casa e
l'altro partisse per la guerra partigiana fu come una somma di
tutta la loro vita precedente. Spettava a Guido il rosso colore del
coraggio: tutto ve lo aveva destinato, anche i conflitti intimi, il
rapporto con la madre, con il fratello (che gli era stato maestro
di antifascismo), con il padre, il quale, nonostante i difetti, era
anche lui un uomo coraggioso. A Pier Paolo toccavano in sorte la
tranquillità degli studi, la carriera letteraria e,
soprattutto, la protezione dell'adorata
madre.
In quell'inferno che era la disperata
vitalità
di Pier Paolo l'azione non veniva
contemplata...
Una divisione di compiti così
perfetta non lasciava spazio a ripensamenti, rimorsi, pentimenti.
Ciascuno dei due fratelli stava facendo la sua parte. Guido, dalla
montagna, spediva lettere in cui si firmava Amelia e diceva che si
era dato con molto divertimento agli sport invernali. A Pier Paolo
chiedeva testi per canzoni che illustrassero il mondo partigiano, e
libri di storia moderna e contemporanea, per esempio L'età del
Risorgimento italiano di Adolfo Omodeo. Fra le lettere di Guido,
una in particolare la dice lunga sul conto del fratello. Eccone un
brano: "Il mio pensiero ritorna per una strana fissazione a Pier
Paolo; anche nei giorni passati ho pensato a lui intensamente...
Che cosa fa? Perché non mi scrive mai? Alle volte mi
ossessiona l'idea che lui pensi a me con una certa amara ironia: ne
rabbrividisco". Sono parole che valgono più di un commento.
[...]
Da Pier Paolo Pasolini, Le belle
bandiere. Dialoghi
1960-1965,
a cura di Giancarlo Ferretti (Editori
Riuniti, Roma 1977)
viene proposto il brano "Mio
fratello"
La lettera alla quale Pasolini rispondeva su "Vie Nuove", n.
28, a. XVI -15 luglio 1961 - è la
seguente:
Caro Pasolini, mi rivolgo a lei non
già per un dialogo o per esporre le mie idee e sentire poi la
sua opinione: le scrivo per chiederle di illuminarmi su un
avvenimento, cosa che nessuno può fare meglio di lei. La prego
quindi di rispondere a questa lettera un po' fuor del comune, anche
se ciò che sto per chiederle potrà arrecarle dispiacere.
Nella ricorrenza del 25 aprile, sui muri di Roma sono apparsi dei
manifesti fascisti i quali, con l'evidente scopo di gettar fango
sulla Resistenza, si chiedevano perché mai non si
commemorassero anche quei partigiani (e facevano alcuni nomi di
quei partigiani) trucidati per ordine dell'Internazionale
comunista. A questo manifesto come a tutti i manifesti ed altre
notizie fasciste, avrei dato poca importanza se non fosse stato
nominato fra gli altri "trucidati per ordine dell'Internazionale
comunista", suo fratello. Ciò mi ha stupito e mi ha indotto a
scriverle affinché voglia far conoscere a me e a tutti gli
altri, la storia di suo fratello ed onorare cosi la sua memoria che
hanno cercato di infangare.
Distinti saluti. Giovanni Venenzani,
Roma
.
Non so cosa sia questa Internazionale comunista: solo la
fantasia infantile e provinciale dei fascisti può immaginare
siffatte entità, nebulose e nemiche, veri e propri mostri del
sonno della ragione.
Non fosse che per questa orrenda genericità, il manifesto
di cui lei mi parla non dovrebbe nemmeno essere preso in
considerazione. Non rispondo a quel manifesto, dunque, ma a lei che
mi chiede notizie del mio povero fratello con animo così
amico.
La cosa si racconta in due parole: mia madre, mio fratello ed
io eravamo sfollati da Bologna in Friuli, a Casarsa. Mio fratello continuava i suoi studi a
Pordenone: faceva il liceo scientifico, aveva diciannove anni. Egli
è subito entrato nella Resistenza. Io, poco più grande di
lui, l'avevo convinto all'antifascismo più acceso, con la
passione dei catecumeni, perché anch'io, ragazzo, ero soltanto
da due anni venuto alla conoscenza che il mondo in cui ero
cresciuto senza nessuna prospettiva era un mondo ridicolo e
assurdo. Degli amici comunisti di Pordenone (io allora non avevo
ancora letto Marx, ed ero liberale, con tendenza al Partito
d'Azione) hanno portato con sé Guido ad una lotta attiva. Dopo
pochi mesi, egli è partito per la montagna, dove si
combatteva. Un editto di Graziani, che lo chiamava alle armi, era
stata la causa occasionale della sua partenza, la scusa davanti a
mia madre. L'ho accompagnato al treno, con la sua valigetta,
dov'era nascosta la rivoltella dentro un libro di poesia. Ci siamo
abbracciati: era l'ultima volta che lo
vedevo.
Sulle montagne, tra il Friuli e la Jugoslavia, Guido
combatté a lungo, valorosamente, per alcuni mesi: egli si era
arruolato nella divisione Osoppo, che operava nella zona della
Venezia Giulia insieme alla divisione Garibaldi. Furono giorni
terribili: mia madre sentiva che Guido non sarebbe tornato
più. Cento volte egli avrebbe potuto cadere combattendo contro
i fascisti e i tedeschi: perché era un ragazzo di una
generosità che non ammetteva nessuna debolezza, nessun
compromesso. Invece era destinato a morire in un modo più
tragico ancora.
Lei sa che la Venezia Giulia è al confine tra l'Italia e
la Jugoslavia: così, in quel periodo, la Jugoslavia tendeva ad
annettersi l'intero territorio e non soltanto quello che, in
realtà, le spettava. È sorta una lotta di nazionalismi,
insomma. Mio fratello, pur iscritto al Partito d'Azione, pur
intimamente socialista (è certo che oggi sarebbe stato al mio
fianco), non poteva accettare che un territorio italiano,
com'è il Friuli, potesse esser mira del nazionalismo
jugoslavo. Si oppose, e lottò. Negli ultimi mesi, nei monti
della Venezia Giulia la situazione era disperata, perché
ognuno era tra due fuochi. Come lei sa, la Resistenza jugoslava,
ancor più che quella italiana, era comunista: sicché
Guido, venne a trovarsi come nemici gli uomini di Tito, tra i quali
c'erano anche degli italiani, naturalmente le cui idee politiche
egli in quel momento sostanzialmente condivideva, ma di cui non
poteva condividere la politica immediata,
nazionalistica.
Egli morì in un modo che non mi regge il cuore di
raccontare: avrebbe potuto anche salvarsi, quel giorno: è
morto per correre in aiuto del suo comandante e dei suoi compagni.
Credo che non ci sia nessun comunista che possa disapprovare
l'operato del partigiano Guido Pasolini. Io sono orgoglioso di lui,
ed è il ricordo di lui, della sua generosità, della sua
passione, che mi obbliga a seguire la strada che seguo. Che la sua
morte sia avvenuta così, in una situazione complessa e
apparentemente difficile da giudicare, non mi dà nessuna
esitazione. Mi conferma soltanto nella convinzione che nulla è
semplice, nulla avviene senza complicazioni e sofferenze: e che
quello che conta soprattutto è la lucidità critica che
distrugge le parole e le convenzioni, e va a fondo nelle cose,
dentro la loro segreta e inalienabile
verità.
Pier Paolo Pasolini ricordò la
tragedia del fratello ucciso nella poesia "Vittoria", (in
Poesia in forma di rosa, ora in Bestemmia, Milano
1993)
Dove sono
le armi? Io non conosco
che quelle della mia
ragione:
e nella mia violenza
non c'è posto.
.
NEANCHE PER UN'OMBRA
DI AZIONE
NON INTELLETTUALE.
Faccio ridere
ora, se, suggerite dal
sogno,.
.
in un grigio mattino
che videro
morti, e altri morti
vedranno, ma per noi
non è che un
ennesimo mattino, grido.
.
parole di
lotta?
[...].
.
Se ne vanno... Aiuto,
ci voltano le schiene,
le loro schiene sotto
le eroiche giacche
di mendicanti, di
disertori... Sono così serene.
.
le montagne verso cui
ritornano, batte
così leggero il
mitra sul loro fianco, al passo
ch'è quello di
quando cala il sole, sulle intatte
.
forme della vita -
tornata uguale nel basso
e nel profondo! Aiuto,
se ne vanno! Tornano ai loro
silenti giorni di
Marzabotto o di Via Tasso....
.
Con la testa spaccata,
la nostra testa, tesoro
umile della famiglia,
grossa testa di secondogenito,
mio fratello riprende
il sanguinoso sonno, solo.
.
tra le foglie secche,
i caldi fieni
di un bosco delle
prealpi - nel dolore
e la pace d'una
interminabile Domenica....
.
Eppure, questo è
un giorno di vittoria!
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