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"Pagine corsare"
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Lontano da Manhattan
La morte di Jean-Claude Biette, aiuto regista di
Pasolini in Edipo re
di Adriano Aprà, il manifesto 13 giugno 2003

* * *

.Mi telefona Cristina Piccino: l'ha chiamata da Parigi Bernard Eisenschitz per dirle che è morto, all'improvviso, Jean-Claude Biette. Stupore, dolore, angoscia. Era malato? Telefono agli amici parigini, a Bernard e a quelli che condividono con lui l'avventura di Trafic, l'austero e appassionante trimestrale di cinema fondato assieme a Serge Daney (n. 1, inverno 1991). Raymond Bellour è incupito dallo choc, Sylvie Pierre è in lacrime. No, non era malato, anzi, stava benissimo: il suo ultimo film, Saltimbank, era stato presentato qualche giorno fa con successo alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes. Un ictus improvviso, o qualcosa del genere. Ha chiamato un'amica dicendo che non stava bene. Poi niente. Hanno dovuto sfondare la porta di casa... Nato nel 1942, aveva dunque 61 anni: ma, ai miei occhi, l'aria assai più giovane, quasi da ragazzo; e non è poi tanto che non lo vedevo.

L'ho conosciuto nel 1965, quando sbarcò a Roma senza una lira e con due numeri telefonici, quello di Gianni Amico e il mio, passatigli dai Cahiers du Cinéma, con i quali aveva cominciato a collaborare (memorabile la sua scoperta da Locarno, nel «petit journal» del dicembre 1965, di De Oliveira). Non sapevamo bene chi fosse. Ci spiegò che, a imitazione dell'amato Jean-Marie Straub, era scappato da Parigi per non fare il servizio militare. Era evidente che cercava il modo di sopravvivere. Io lavoravo nel più che confortevole ufficio di Gian Vittorio Baldi in via della Scrofa al progetto di una rivista internazionale trilingue sul documentario (che poi non si fece). Convinsi Baldi, assai pretestuosamente, a ingaggiare Jean-Claude, sia pure per due lire, come traduttore in francese da una lingua, l'italiano, che a mala pena parlottava ma di cui rapidissimamente si appropriò. Poi gli produsse anche un paio di cortometraggi che vidi all'epoca e che sarebbe bello ritirare fuori. È assieme a Jean-Claude che cominciammo, saranno stati i primi del '66, a vedere Pasolini nella sua casa di via Eufrate per tradurgli a voce (con me sorpreso che non sapesse bene il francese) gli scritti di Christian Metz sulla semiologia del cinema (il che fruttò i suoi liberi e poetici interventi in un campo peraltro così arido).

La forza della sopravvivenza, ma anche la sua brillante intelligenza, permisero a Jean-Claude di rivedere i sottotitoli in francese di Uccellacci e uccellini e di inventare il titolo: «Des oiseaux, petits et gros», nonché di fare da aiuto a Pasolini per l'Edipo Re in Marocco, e anche di rivestire la parte di un sacerdote in una scena assieme a Pier Paolo. Le incursioni attoriali dei critici erano allora correnti, e Jean-Claude proseguì con Straub-Huillet in Othon (1968-69), stavolta nel ruolo, più rilevante, del perfido Marciano, con dialoghi travolgenti in coppia con «Jubarite Semaran», cioè Jean-Marie stesso in veste insolita di attore.

Ero riuscito anche a strappargli qualche articolo per la rivista che allora dirigevo, Cinema & Film. Non si capiva bene se l'attività di scrittura critica lo interessasse davvero: quel poco che concedeva era comunque lavorato parola per parola (me ne rendevo conto traducendolo in italiano), e la sua pigrizia era dunque compensata dalla densità concettuale. Fra i tanti lavoretti, ci dev'essere stato anche un passaggio con me all'ufficio documentazione della Mostra di Pesaro. Poi ci dev'essere stata un'amnistia in Francia, e nel 1970 è potuto tornare nella sua Parigi, ma conservando sempre con l'Italia un rapporto privilegiato. L'ho visto, lì, saltuariamente ma regolarmente.

Qualche anno dopo, era il 1977, riuscì a debuttare come regista di lungometraggio con Le théâtre des matières, su cui scrisse un elogio sui Cahiers Serge Daney, e che non sono mai riuscito a vedere. Vidi invece il successivo Loin de Manhattan (1980), con la sua grande amica Laura Betti, e invitai entrambi nel 1981 al festival di Salsomaggiore, dove partecipò a una bella tavola rotonda sul nuovo cinema degli anni '60 assieme a Bargellini, Farassino, Gianni Amico, Stavros Tornes... (c'è una foto di gruppo che li ritrae tutti assieme). 

Devo ammettere che lo conosco meglio come critico che come cineasta. Dei suoi 8 lungometraggi ne ho visto solo un altro, Le complexe de Toulon (1995), che mi è piaciuto senza vero entusiasmo. Ma come critico l'ho sempre trovato prezioso e imprevedibile. Pur appartenendo alla «scuola Cahiers», le sue preferenze per gli autori erano eclettiche, e ancor di più quelle per i film di tali autori. Amava Rohmer e Jacques Tourneur, Eustache e gli Straub, Pasolini naturalmente e di recente, a sorpresa, Mario Soldati; e di Hawks, per esempio, preferiva Land of the Pharaohs (cioè La regina delle piramidi, 1955) a più reclamizzati capolavori. 

Nell'insieme aveva un gusto più marcatamente classico che moderno. Non ha mai scritto molto, e tuttavia doveva essere ben cosciente del valore di ciò che scriveva se ha sentito il bisogno (o altri per lui) di raccoglierlo in volume: Poétique des auteurs (1988) nelle edizioni dei Cahiers du Cinéma, poi di recente, per le edizioni P.O.L. di Trafic, Qu'est-ce qu'un cinéaste? (replica palese a Bazin) e Cinémanuel. Non va dimenticato inoltre che è stato lui a curare (assieme a Emmanuel Crimail) il libro postumo di Daney, L'exercice a été profitable, Monsieur. (scritto così, col punto finale: è la risposta che il giovane John Mohune dà al «padre» Stewart Granger nella versione doppiata in francese di Moonfleet, da noi Il covo dei contrabbandieri, 1955, l'amatissimo, da entrambi, film di Fritz Lang). (Da noi è stato tradotto dal Castoro come Il cinema e oltre. Diari 1988-1991). L'imminente Mostra di Pesaro lo ricorderà, il Festival di Torino progettava una retrospettiva. Se ne vanno sempre i migliori, e ci si rammenta di loro sempre troppo tardi. 
 










 


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