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"Pagine corsare"
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Se Pasolini fosse ancora qui
di Marco Belpoliti, La Stampa 13 marzo 2002

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Qualche giorno fa, il 5 marzo, se fosse ancora vivo, Pier Paolo Pasolini avrebbe compiuto 80 anni. È difficile immaginare Pasolini invecchiato, lui così vitale e attivo. La sua immagine che si è confitta nella nostra memoria è quello di un cinquantenne elastico e nervoso, con il viso scavato, come nell'ultima intervista, sulle dune di Sabaudia, mentre corre verso l'alto con il cappotto lungo, i pantaloni a zampa d'elefante, il maglione a righe colorate, rosse e gialle. Fissando la macchina da presa da dietro gli immancabili occhiali scuri, con quella voce inconfondibile, Pasolini spiegava che le città costruite dal fascismo - squadrate, razionaliste, ideologiche - erano meno terribili delle città neocapitaliste, delle periferie urbane che lui percorreva la notte con la sua macchina, come una specie di Mister Hyde, mentre di giorno era invece il Dottor Jekyll, il più noto e discusso intellettuale italiano. 

Di Pasolini oggi tutti dicono di sentire la mancanza: delle sue affermazioni, provocazioni analisi, idee. Ma è davvero così? E se fosse ancora vivo, cosa scriverebbe oggi del potere mediatico delle televisioni berlusconiane, della globalizzazione, del conflitto d'interessi, della fine dei partiti tradizionali, di Mani Pulite, del fenomeno della Lega, dei nuovi immigrati dal Sud e dall'Est del Mondo, della vittoria di quel capitalismo di cui lui, in epoca non sospetta, aveva delineato la nascita e lo sviluppo nel nostro paese? 

Tra le tante cose che Pasolini potrebbe spiegarci - o che forse ci ha già spiegato, con vent'anni e più di anticipo - c'è la vittoria della destra, la cultura della destra di governo, il ruolo che hanno - o non hanno - gli intellettuali in questo blocco sociale, nel nuovo sistema di potere. In effetti, a leggere con attenzione le pagine dei suoi ultimi libri, Scritti corsari e Lettere luterane, in particolare, ma anche le interviste scritte e televisive, si può cercare di abbozzare, a posteriori, i termini di un suo giudizio, per approssimazione, s'intende, perché la cosa che più colpiva in Pasolini era la sua imprevedibilità, gli scatti improvvisi e il conseguente spiazzamento che provocavano. 

Scriveva con la stessa grinta con cui giocava a calcio nei campetti di periferia. La tesi principale di Pasolini sul neocapitalismo si può riassumere così: alla fine degli anni 60 il vecchio capitalismo ha lasciato il posto a un nuovo capitalismo, il cui potere si fonda sui consumi. Il Potere, rappresentato dalla Democrazia cristiana, non ha più avuto bisogno né della Chiesa né del mondo contadino che al cattolicesimo si rifaceva. Per questo ha liquidato tutti i valori tradizionali fondati sulla famiglia, sulla civiltà contadina. La Chiesa cattolica è diventata inutile al Potere. L'effetto è stato una «mutazione antropologica» degli italiani. Le culture locali, particolaristiche, i dialetti, i vecchi modi di vita sono stati cancellati dall'omologazione culturale. I figli dei contadini (ma anche degli operai) si sono vergognati di essere tali, della loro cultura, e hanno cominciato ad aspirare a uno stile di vita borghese, piccolo-borghese, scimmiottando le classi che avevano già raggiunto il benessere economico. La televisione e l'automobile hanno contribuito a questa mutazione. 

L'effetto è stato quello di stravolgere l'Italia intera, dal punto di vista del linguaggio, dei costumi, dei comportamenti, dei valori, del paesaggio. Nell'«articolo delle lucciole», pubblicato il 1° febbraio 1975, Pasolini parla del nuovo fascismo contrapposto al vecchio, del fascismo fascista e del fascismo democristiano. I sintomi di questo cambiamento Pasolini li legge nel comportamento e soprattutto nei volti dei giovani, diventati, a suo parere, bruttissimi e nevrotici. 

E la destra, la vecchia destra fascista, o quella liberale, che fine hanno fatto? Il neocapitalismo, scrive Pasolini, è una rivoluzione di destra che ha distrutto la destra. L'edonismo neo-laico è il nuovo volto della destra vincente. Anche la sinistra si è accodata a questa vittoria, pensando di governarla, di guidarla, in nome del Progresso, del cambiamento, mentre il valore della destra è lo Sviluppo (non a caso il tema è evocato anche nei discorsi degli attuali governanti). Inoltre, accanto al fascismo della destra neocapitalista c'è il fascismo degli antifascisti. 

In nome della grazia e della bellezza, Pasolini attacca il permissivismo edonista della società contemporanea, ma anche l'aborto, la sessualità libera, la nuova immagine della donna e dell'uomo. Il suo è un discorso paradossale, insieme estetico ed etico, erotico e pedagogico. Il tema dell'omosessualità non è secondario nella lettura che compie sulla società a lui contemporanea, e infatti la polemica più rovente è quella sull'aborto, che Pasolini associa alla pratica della sessualità della coppia eterosessuale. 

In Lettere luterane scrive che tutti gli italiani sono un po' fascisti per via della mancanza di una rivoluzione borghese. Il centro del suo discorso sulla destra - ma anche sulla sinistra - è qui. Come scrive in «Lettera luterana a Italo Calvino», pubblicata su Il Mondo due giorni prima della morte, le certezze che avevano confortato la sua generazione durante il periodo clerico-fascista, durato dagli anni '20 agli anni '60, ora non valevano più: «Le certezze laiche, razionali, democratiche, progressiste. Così come sono non valgono più. Il divenire storico è divenuto, e quelle certezze son rimaste com'erano». Pasolini scriveva questa frase parlando di un delitto all'epoca celebre, quello del Circeo. Ragazzi di orientamento neofascista massacrano due ragazze, dopo uno stupro. Pasolini non sta disquisendo di politica o di ideologia in astratto; scrive a partire da un fatto di cronaca che ha lasciato interdetta l'Italia intera. 

Salò-Sade, il suo ultimo film, uscito postumo, e ancor oggi sottoposto all'interdetto della censura, ruota intorno a questo tema. In quel film, dedicato agli ultimi giorni della Repubblica di Salò, a un certo punto la radio trasmette la lettura del canto XCIX tratto dai Cantos di Ezra Pound, sostenitore di Mussolini, punito dopo la guerra con la prigionia e l'internamento da parte degli Alleati. Prima Pound, poi i Carmina burana di Carl Orff. Pasolini usa il poeta per dire che il fascismo della società edonista è molto peggiore del fascismo storico. È una tesi azzardata, ma poggia su una considerazione oggi ancora attuale. 

Dice Pasolini, in un precedente articolo («1° marzo 1975. Cuore», Scritti corsari) rivolgendosi a Calvino: quando eravamo adolescenti c'era il fascismo, poi è venuta la Democrazia cristiana che ha continuato il fascismo; ed era giusto che noi reagissimo come abbiamo reagito; e soprattutto «era giusto che noi ricorressimo alla ragione per sconsacrare tutta la merda che i clerico-fascisti avevano consacrato. Dunque era giusto essere laici, illuministi, progressisti a qualunque patto». Ma oggi - anno 1975 - il nuovo potere consumistico e permissivo «si è valso proprio delle nostre conquiste mentali di laici, di illuministi, di razionalisti, per costruire la propria impalcatura di falso laicismo, di falso illuminismo, di falsa razionalità. Si è valso delle nostre sconsacrazioni per liberarsi di un passato che, con tutte le sue atroci e idiote consacrazioni, non gli serviva più». La conclusione del pezzo è coerente: «senza venire meno alla nostra tradizione mentale umanistica e razionalista, non bisogna aver più paura - come giustamente un tempo - di non screditare abbastanza il sacro o di avere un cuore». 

A distanza di 27 anni dalla morte di Pasolini l'impressione è che la questione sia ancora attuale: come accordare razionalità e irrazionalità, cuore e intelligenza, sacralità e laicità, tradizione umanistica e nuove culture, cercando una via d'uscita da un sistema economico e sociale che sembra, come già diceva Pasolini, fare a meno di tutti valori dell'uomo? 

La nuova destra di governo, neoedonista, i suoi intellettuali, televisivi e giornalistici - imitatori, almeno a parole, dell'aspetto provocatorio di Pasolini -, non sembrano avere molta voglia di confrontarsi con lui e con le questioni che ha posto. E neppure la sinistra, così svilita e incalzata da Pasolini vent'anni fa, non pare interessata a confrontarsi con la questione del permissivismo edonista, con il tema dei consumi. Forse teme un balzo all'indietro, una regressione (Pasolini fu liquidato come «irrazionalista») o forse ha solo paura che discutere della ragione e del razionalismo significhi regalare alla destra molto di sé. 

Ma non sarà che ancora una volta il problema prima che politico è antropologico e culturale? Se Pasolini fosse qui con noi, con la saggezza di un ottantenne, saprebbe come ricordarcelo. 
 







 


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