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Commenti e notizie La
profezia di Pasolini
* * * Nel mitico giugno del 1968, giusto trentacinque anni fa, Pierpaolo Pasolini scrisse una poesia e la scagliò contro gli studenti in rivolta e a difesa dei poliziotti. Suscitò un enorme scandalo. Si era appena concluso il maggio francese, nel corso del quale la polizia aveva picchiato in modo feroce, ed erano in corso le lotte degli studenti in tutto il mondo: dai college della California, alle università italiane e tedesche, a quelle di Praga e di altri paesi comunisti, fino alla Spagna e alla Grecia che erano paesi fascisti. Pasolini era un intellettuale comunista. Si tirò addosso l’ira del movimento studentesco e la condanna dei partiti di sinistra. Noi ragazzi di quell’epoca eravamo furiosi, trovavamo la poesia sciocca e conformista, subalterna alla destra, e giudicavamo Pasolini un intellettuale narcisista al quale piaceva solo stupire e salvare la sua individualità, cioè uno che rifiutava l’idea dell’intellettuale organico concepita da Gramsci. La cosa ci faceva soffrire. Perché avevamo letto i libri di Pasolini e visto i suoi film (Ragazzi di vita, Una vita violenta, il rivoluzionario Vangelo secondo Matteo, il poetico Uccellacci uccellini), li amavamo e erano stati decisivi nella nostra formazione e quindi nel farci diventare quei «contestatori» che lui ora condannava e insolentiva. Riletta oggi, la poesia di Pasolini, fa tutt’altro effetto. È una poesia bellissima, piena di dolcezze e di denunce feroci, di letteratura e di pensiero, e soprattutto di asprezze (forse discutibili, ma fortissime) e di geniali intuizioni politiche. Non era solo una poesia contro gli studenti. Diceva altre quattro cose importantissime. Prima, la borghesia sta conquistando il mondo, lo sta unificando e lo sta conducendo verso l’omologazione e il pensiero unico (Pasolini non usava il termine «pensiero unico» ma ne anticipava il concetto). Seconda, il mondo sempre più si va dividendo in ricchi e poveri (la categoria della classe operaia non basta più a capirlo). Terza, la politica come semplice ricerca del potere è una politica vecchia, perdente. Quarta, il sessantotto non è Rivoluzione ma è Guerra Civile: cioè è un fenomeno di ribaltamento dei rapporti di forza e delle idee guida all’interno della Borghesia. In quanto tale è un’offesa per il vecchio comunista, ma in quanto tale va accettato perché innova, perché «migliora», perché – diremmo oggi – è riformista. Poche settimane dopo la prima pubblicazione, l’Espresso – che allora era forse il più importante giornale italiano: sicuramente il più moderno e il più vivace) ospitò un «forum» (allora si chiamava semplicemente «dibattito») sulla poesia di Pasolini, al quale parteciparono Vittorio Foa, Claudio Petruccioli (che era il capo dei giovani comunisti) e lo stesso Pasolini. Il «forum» era diretto dal vicedirettore del giornale, Nello Ajello, e alla discussione erano stati invitati anche due studenti – anonimi – che però si limitarono a leggere una dichiarazione di condanna della poesia e poi se ne andarono. In quella discussione Pasolini disse cose che – se fosse vivo – potrebbe più o meno ripetere oggi, senza grandi modifiche. Gli interventi di Foa e Petruccioli invece sembrano vecchi di un secolo. Fa un effetto stranissimo. Sembra che Pasolini fosse l’unico ad avere avvertito l’importanza del ’68 e avere deciso di impegnare tutte le sue capacità di analisi nello studio di quel fenomeno (allora noi dicevamo: «analisi di classe»…). Gli altri non compivano nessuno sforzo di comprensione, si limitavano ad applicare alla cronaca di quei giorni i classici e un po’ burocratici strumenti interpretativi di sempre. Pasolini sosteneva che era in corso una guerra civile dentro la borghesia (e criticava l’assenza di vera rivoluzione in questa rivolta dei giovani), i dirigenti della sinistra invece vedevano solo la positiva spinta a sinistra di aree vaste e importanti di gioventù. Diciamo così: Pasolini viveva nella storia, i dirigenti politici nella cronaca. Pasolini nel futuro, gli altri nel passato recente. La poesia era lunghissima, non aveva metrica: solo ritmo e intensità. Era composta da più di duecento versi [l'Unità ne riporta alcuni, a fianco dell'articolo, ndr]. Nella discussione, svolta nella sede dell’Espresso, Pasolini da una parte e Foa e Petruccioli dall’altra si trovarono in disaccordo quasi su tutto. Ricopio alcuni brani di quel Forum: Foa: la poesia non mi piace, la trovo molto brutta… Pasolini ha una visione immobilistica della lotta di classe e del movimento operaio… Petruccioli: più che non capire la classe operaia, la ignora. Nel pensiero di Pasolini la classe operaia non c’è e non c’è mai stata. C’è una divisione dell’umanità in ricchi e poveri, gente che puzza o non puzza… gli sfugge un fatto importante, cioè questo: il ruolo degli strati sociali non è legato alla loro miserabilità ma alla loro collocazione concreta nel processo produttivo e quindi alla possibilità di acquisire coscienza rivoluzionaria… Pasolini: questi brutti versi io li ho scritti su più registri contemporaneamente: quindi sono tutti sdoppiati, cioè ironici e autoironici. Tutto è detto come tra virgolette… il pezzo sui poliziotti è un pezzo di ars retorica…. che potremmo definire captatio malevolentiae… Mi spiego meglio: il vero bersaglio della mia collera non sono i giovani, che ho voluto provocare per suscitare con essi un dibattito franco e fraterno; l’oggetto del mio disprezzo sono quegli adulti che si ricreano una specie di verginità adulando i ragazzi… Foa: È un pogrom quello che si prepara, non necessariamente di sangue ma un pogrom. In questo concorso di forze che cerca di isolare i giovani mancava la voce di un poeta. E la voce di un poeta è venuta… Petruccioli: La poesia di Pasolini è sbagliata e inopportuna: se l’obiettivo dei nostri avversari è dividere le nostre forze, allora il nostro obiettivo è unirle. Pasolini: Fino alla mia generazione i giovani avevano davanti a sé la borghesia come un oggetto, come un mondo separato. Potevamo guardare la borghesia così, oggettivamente, dal di fuori: il modo per guardarla oggettivamente ci era offerto dallo sguardo posato su di essa da ciò che non era borghese… Per un giovane di oggi questo è molto più difficile. Perché? Perché la borghesia sta trionfando… attraverso il neocapitalismo la borghesia sta per diventare la società stessa, sta per coincidere con la storia. * * * Cosa si può ricavare da questa lettura? Tre cose. La conferma che Pierpaolo Pasolini fu un eccezionale intellettuale, poeta e preveggente, assai più politico – meno qualunquista – di quanto si ritenesse ai suoi tempi (forse il più lucido intellettuale italiano del dopoguerra). La conferma che la parte più intelligente e moderna del nostro ceto politico (Foa e Petruccioli la rappresentavano) ha sempre avuto paura di lasciare gli schemi consolidati e di avventurarsi, liberi, nel cercare di capire cosa succederà dopodomani. E infine il sospetto che la poesia di Pasolini, riletta, piacerà - paradossalmente - a chi ha fatto il sessantotto e non lo rinnega, mentre farà un po’ orrore a chi oggi crede che il sessantotto fu una pazzia giovanile di cui bisogna vergognarsi. Forse
piacerà anche a quei due studenti (di cui non conosco il nome) che
non vollero partecipare al dibattito all’Espresso, e dissero a Pasolini
che, se voleva discutere con loro, «lo aspettavano sulle barricate».
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