Casal
De’ Pazzi
di Renato Zero (1993)
Casal De’ Pazzi ai confini
di un mondo,
dove i poeti non crescono
più.
Genziane rosa affogate nel
fango.
L’incanto eterno, amori
di una gioventù,
resa impudica dall’ipocrisia.
Festa fuggevole di ripulse
fragili.
Miti rossori, ancor più
mite arrendersi.
Casal De’ Pazzi, alveari
di polvere.
Matrice amara, borgata natia.
Ragazzi in cerca, ragazzi
da vendere.
Anime escluse alluvionate
e tragiche,
che il fiume in piena non
porta mai via.
Di là dal ponte biciclette
ai margini.
E bulli e belli, criminosi
e poveri.
Bravate al danzo e bestemmiare
inutile.
C’è sempre un muro,
tra illusione e futuro.
Dimmi che ancora sei qui,
che esiste un cielo, per
il tuo volo.
Non è diverso per chi ci
va…
Dimmi di quella poesia
Come di rosa, ferita accesa
La voce tua che dà
La voce del tuo coraggio
a chi non ce l’ha.
Si spegne il sole a farsi
male.
Casal De’ Pazzi ragazzi
di vita
Sono ragazzi di morte ormai.
Non più speranza di uscire
dal limite.
Brucia ricchezza e guai
la meglio gioventù.
Diversa fame, diversa follia.
Festa fuggevole, amaro gioco
il vivere,
e per morire… un’altra
malattia.
Casal De’ Pazzi, dei pazzi
sognanti,
un’ideale e già volano
via.
Ali dischiuse dal fango
alle nuvole.
Angeli dagli amori così
liberi,
che non volendo si specchiano
in Dio.
Di là dal ponte, c’è
una Roma a perdere.
E gli atti impuri, ormai
non uccidono,
un’innocenza già abortita
al nascere.
Dimmi che ancora sei qui,
che esiste un cielo, per
il perdono,
e la violenza si fa pietà.
Dimmi di quella poesia
Come di rosa, ferita accesa
La voce tua che dà
La voce del tuo coraggio
a chi non ce l’ha.
E farsi male. E farsi male.
E farsi male..