"Pagine corsare"
La morte di Laura Betti
... dai quotidiani italiani
Tutti i quotidiani italiani hanno dato
notizia della morte di Laura Betti. Molti hanno ricalcato soltanto lo scarno
comunicato delle Agenzie di stampa (si veda il lancio Ansa), altri hanno
scritto pezzi significativi che sono stati raccolti e che "Pagine corsare"
qui di seguito vi propone. Anche i maggiori quotidiani internazionali -
da quelli europei a quelli nordamericani - hanno segnalato la scomparsa
di Laura Betti perlopiù con brevi comunicati, salvo rare eccezioni:
due di queste sono rappresentate dagli articoli ripresi da due giornali
francesi, "l'Humanité" e "Libération" che "Pagine corsare"
vi propone.
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il
manifesto, Liberazione, Ansa,
La
Provincia, Il Resto del Carlino, La
Gazzetta di Parma,
l'Unità,
la
Repubblica, Il Corriere della Sera, La
Nazione, La Gazzetta del Mezzogiorno
il manifesto
1° agosto 2004
Necrologio di un'eroina
Pier Paolo Pasolini *
È invecchiata e morta:
ma son sicuro che nella sua tomba ella si sente bambina. Ella è
certamente fiera della sua morte, considerandola una morte speciale. Inoltre
pur ammettendo in parte di essere morta, appunto perché la sua morte,
essendo speciale, può essere ammessa, essa, nel tempo stesso, non
l'ammette: «la mia morte è provvisoria, è un fenomeno
passeggero», essa par dire, con l'aria di un personaggio di Gogol',
di Dostoiewsky, o di Kafka, «in alto loco si sta brigando perché
tale noiosa congiuntura venga superata e tutto torni come prima. Del resto,
io non ho soluzione di continuità: sono ciò che ero. La mia
possibilità di stupore non ha limiti perché io cado sempre
dalle nuvole, e rido, con meraviglia fanciulla». (Contemporaneamente,
là nella tomba, dice: «Io non son mai nelle nuvole, son sempre
coi piedi a terra, niente mi meraviglia perché, da sempre, so tutto».)
Ambiguità? No: doppio
gioco. Ché essa, la morta, Laura Betti, non era ambigua, anzi, era
tutta d'un pezzo: inarticolata come un fossile. Ella ha aderito alla sua
qualità reale di fossile, e infatti si è messa sul volto
una maschera inalterabile di pupattola bionda; (ma: «attenti, dietro
la pupattola che ammette di essere con la sua maschera, c'è una
tragica Marlene, una vera Garbo»). Nel momento stesso però
in cui concretava la sua fossilizzazione infantile adottandone la maschera,
eccola contraddire tutto questo recitando la parte di una molteplicità
di personaggi diversi fra loro, la cui caratteristica è sempre stata
quella di essere uno opposto all'altro.
La sua grande fortuna è
stata quella di avere evitato di vivere in uno dei tanti paesi dittatoriali
che ci sono al mondo; e soprattutto di avere evitato di finire in uno dei
tanti possibili campi di concentramento. Che terrificante vittima sarebbe
stata! Ma in un necrologio non si dicono queste cose.
Facendo di lei un esame
superficiale, molti le attribuirono in vita una volontà provinciale
di degradazione degli idoli. No, non era soltanto il sadismo di una provinciale
che giunta nel Centro dove abitano gli idoli, prova il piacere di profanarli
e di dissacrarli: in questa dolorosa operazione c'era il suo bisogno di
essere contemporaneamente «una» e «un'altra», «una»
che adora, e «un'altra» che sputa sull'oggetto adorato; «una»
che mitizza e «un'altra» che riduce.
Ma non era ambiguità,
ripeto. Il suo gioco era chiaro come il sole. Naturalmente, proponendosi
prima di tutto, come una delle leggi-chiave del suo codice, di non fare
mai, in alcun caso, pietà, essa, per il gioco dell'opposizione,
ha anche sempre voluto e ammesso anche di fare pietà. Ma la pietà
non è stata causata da una o dall'altra delle sue azioni o delle
sue situazioni: no, essa è sempre stata causata dall'eccessiva chiarezza
del suo gioco. Dunque è attraverso la pietà che essa è
stata costretta a provocare verso la sua persona, che è venuta fuori
la sua generosità: cioè qualcosa di eroico.
Questo è infatti
il necrologio di un'eroina. Bisogna aggiungere che era molto spiritosa
e un'eccellente cuoca.
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NOTA
* Questo
necrologio è stato scritto nel 1971 per «Vogue», immaginando
che fosse l'anno 2001.
Si veda in
"Pagine corsare" l'articolo integrale.
* * *
Disperata vitalità
di Gianfranco Capitta
Più che l'attrice
(girava da tempo più in Francia che da noi, e comunque restano i
suoi fantastici film), con Laura Betti mancherà l'intellettuale,
lucida e spietata conoscitrice della politica e dei politici, pasionaria
intemperante di ogni ambizioso. La persona più divertente e irresistibile
che sia passata a Roma, quasi un monumento contro la romanità deteriore
di abatini e generone, sempre pronta a partire lancia in resta contro le
ipocrisie e in favore della poesia. Quella di Pasolini certo, ma anche
quella della propria vita e della propria utopia. Un monumento solenne
come i suoi colorati cabani e le cappe fruscianti, ma anche resistente
come la pietra ad ogni intimidazione o sopruso. Una donna complessa e straordinaria,
né musa né vestale come oggi ripeteranno i giornali, ma che
a Pasolini pagava il prezzo di un'amicizia e di un patto stretti in anni
di spensierata e divertita gioventù, in cui la curiosità
di un mondo, per entrambi bolognesi, aveva scoperto immediatamente e con
lucidità l'orrido del potere romano. Forse neanche il poeta immaginava
quanto lei avrebbe potuto sviluppare il suo pensiero, scavare nella sua
eredità culturale, garantirgli una presenza forte in un'Italia sempre
più distratta, e sull'intero pianeta che non lo aveva conosciuto
prima. Ma dove lei lo ha portato instancabile, con i suoi testi e i suoi
film restaurati di smalto, arrivando per questa sua missione a prendere
di tanto in tanto l'odiatissimo aereo.
Le sue parole erano davvero
pietre, dietro quell'apparenza scherzosa da grande attrice. Aveva cominciato
cantando, e costringendo a scrivere per lei tutti gli intellettuali di
rango, da Gadda a Arbasino: «Ossigenarsi a Taranto, è stato
il primo errore...». E su quel milieu amato e adorato ma sempre da
fustigare, aveva esercitato la sua scrittura brillante, prima sul bovarismo
degli scrittori (Teta Veleta, pubblicato da Livio Garzanti che pubblicava
i suoi Pasolini e Volponi) poi con gli atti dei processi attorno a Pierpaolo.
Ragazza, era riuscita a
sedurre e irridere, piegandoli alla sua volontà, divi e potenti,
da Claudio Villa ai principi della finanza. Donna libera prima del tempo
e delle mode, aveva instaurato uno stile riconosciuto, da via Margutta
a Campo de' Fiori. Curiosa e generosa verso i giovani, non andava magari
per il sottile nei suoi rapporti di lavoro, quasi le bruciasse la fretta
di arrivare a fare, a scoprire, a denunciare. A fare teatro, attrice grandissima,
capace di modulare in un pianissimo i boati interiori di Orgia o
di Una disperata vitalità (quest'ultimo, ripreso da Martone,
aspetta da anni di essere mandato in onda dalla Rai!). Non amava le mezze
misure, nei rapporti con gli altri e tanto meno in cucina. Conoscitrice
esperta delle debolezze umane, era capace di far perdere lo stile ad Alberto
Moravia come a Felix Guattari, davanti a un pentolone di bolliti. Amava
spesso dare del tu ai potenti, e magari al femminile, «che suona
tutto più semplice», diceva. Ma la sua grandezza maggiore
restava nel pensiero, e nello spirito corrosivo, condannata allo scontro
perenne proprio con le reticenze del suo vecchio Pci. E tutto questo, senza
Laura, non c'è proprio più.
* * *
L'ultimo sguardo della
«Giaguara»
di Federico De Melis
Sempre pronta a straniare
le situazioni con la sua presenza generosa e roboante, Laura Betti è
stata un vero a-parte della scena culturale italiana, dall'apparizione
nella Dolce vita in qua. Aveva cominciato, prima, come cantante
jazz, e adesso la si può salutare riascoltando le canzoni che dopo,
con i suoi grossi timbri tra disperato e parodistico, interpretò
sui testi di Brecht per Weill e su quelli dei suoi amici scrittori, conosciuti
negli anni sessanta romani, quando lei era detta «la giaguara».
Con questi, Moravia e Pasolini soprattutto, aveva un rapporto tenero di
una tenerezza materna, l'altra faccia di una ferita immedicabile che la
portava, al contrario, a inscenare la vita in ogni momento, tirandola fino
allo strazio di sé e al grand-guignol. Questa stupenda confusione
ne ha fatto un'attrice trionfalmente lontana dai problemi tecnici dell'interpretazione,
sempre sprofondata in se stessa, nella sua cattiveria, nell'abbandono lunare,
nella disarmata onestà esistenziale: e andrà ricordata sul
resto, per quest'ultimo aspetto, la serva contadina di Teorema,
che vede tutto con il suo occhio vergine nel blocco morale e sessuale di
una famiglia alto-borghese in Padania, e finisce suicida sottoterra, «tenuta
quasi per mano - ha raccontato - dalla mamma di Pier Paolo». Questa
Emilia, un po' come il cannibale di Clementi perso tra le polveri dell'Etna
in Porcile, dà al senso
preistorico di Pasolini uno dei riscontri più alti, con quella solenne
crisi della presenza che addita l'inevitabile lacerarsi del mondo rurale.
Ma c'è un versante più propriamente fosco e perverso, poi,
che tra la signora fiorentina del Piccolo Archimede di Gianni Amelio,
inceppata dalla mancata maternità, e la fascista suina del bertolucciano
Novecento,
fin dentro la voce prestata ad Hélène Surgère per
«vestire» la signora Vaccari di Salò,
la Betti ha inteso come possibilità per dare corpo e calibrare un'immagine
di sé non di rado anche spesa, più o meno giocosamente, nel
tripudio delle occasioni sociali. Quest'immagine si fa aderente al massimo,
forse, con la Donna di Orgia di Pasolini,
interpretata nella controversa messinscena dello stesso scrittore allo
Stabile di Torino nell'inverno del 1968, e poi replicata nell'85. Lì
l'ancestralità della Betti, quella necessità di non perdere
contatto con il sorgivo fuori degli obblighi mondani (motivo eminentemente
pasoliniano), trovava il terreno fertile di una parte che mescola l'elegia
dei paesi verso le Prealpi e i Colli Euganei prima della rivoluzione neo-capitalistica
a un tenebroso desiderio di annullamento masochistico, per non vedere il
nuovo.
Il lato comico di Laura
Betti abbondava verso il surreale, e questa surrealtà pareva effettivamente
dettata dallo scarto culturale tra un mondo vivo amato nelle memorie profonde,
quasi archetipico secondo l'impronta, appunto, di Pasolini, e l'ordinario
di un'esistenza invivibile. Non ci poteva che essere il comico a suturare,
e lei lo farciva, ma anche lo elaborava, come nelle sue cucinate di base
emiliana a via di Montoro. Con l'apparizione del grasso turista vestito
di albicocca alla coloniale nella Terra
vista dalla luna, la Betti aveva dato alla comicità pasoliniana,
intrisa di Chaplin, cioè di malinconia controllata dal gestuale
e dal mimico, un momento di libertà cinica e disinteressata, la
stessa profusa nei Racconti di Canterbury
dalla donna di Bath, che nell'alcova incita l'arnese del vecchio marito
a fare il suo dovere. Ogni film era occasione di fiorita aneddotica, per
lei, come, in questo caso, i miracoli accaduti al «grosso carro di
Tespi» di una troupe che scorrazzava su e giù per l'Inghilterra
alla ricerca dello spirito di Chaucer.
Con Laura se ne va anche
una parte della nostra vita, spesa a ragionare e sragionare sul «paese
orribilmente sporco». Col protagonismo rapace che le era proprio,
dopo la morte di Pasolini promosse da Garzanti la pubblicazione di quell'inquietante
dossier dove si possono trovare, ad esempio, e in tutta serietà,
le note psichiatriche del professor Aldo Semerari dell'università
di Roma sullo scrittore «psicopatico dell'istinto», «anomalo
sessuale», «omofilo nel più assoluto senso della parola».
Da Paolo Volponi a Franco Fortini ad Andrea Zanzotto, Laura li aveva messi
tutti alle strette, per realizzare quel libro bianco, dal titolo Pasolini:
cronaca giudiziaria, persecuzione, morte.
Però, era divertente
come non capita più di incontrare. Un'altra razza: adesso me la
ricordo in un improbabile viaggio norvegese, stufa di tutti quei Munch,
dei fiordi, persino di Liv Ullmann.
* * *
La grazia di Laura
di Ida Dominjanni
C'era un immancabile rito
a casa di Laura, ogni inizio d'anno il giorno della Befana. Ci convocava
con l'intimazione di portare l'oggetto più detestato che avevamo
in casa, bene impacchettato e anonimo. I pacchetti si accatastavano sotto
l'albero numerati, e formavano il montepremi della tombola. Ambo, terno,
quaterna: chiunque vincesse conquistava l'oggetto rifiutato da un altro
- lo scarto di una storia, il residuo indesiderato di un amore, il ricordo
da dimenticare, il vestito passato di misura, la fotografia diventata insopportabile,
il soprammobile kitch incompatibile col gusto minimal di molte nostre abitazioni.
Passando di mano, scarti, residui e ricordi cambiavano di segno, trovavano
nuova accoglienza, si attaccavano a diverse esistenze: il circolo dell'amicizia
serve anche a questo, a riciclare le storie senza mandarle al macero. Laura
stessa arricchiva il montepremi con la sua generosità e la sua insofferenza:
poche befane fa diede via di tutto, più d'uno dei suoi meravigliosi
kaftani con cui si vestiva da quando il peso non le dava tregua, scarpe
stile anni '40 che nei '60 si era fatta fare su misura tutte uguali e tutte
di colore diverso, borse di ogni foggia, un paio di pellicce finte. Maschere
amate e poi gettate via - come gli idoli amati e dissacrati di cui parla
Pasolini nel suo necrologio dell'«una» e dell'«altra»
Laura. L'una e l'altra vivevano insieme in casa e insieme uscivano. Era
imprevedibile sapere quale delle due avresti trovato andando a farle visita
o accompagnandola al cinema o al teatro, e questo era il bello di Laura
e dei suoi mai scontati giudizi, sul cinema e sul teatro, sulla politica
e sulla vita. L'una e l'altra, insieme, facevano la sua irriducibile libertà:
un anticonformismo senza maniera, che veniva da dentro e non si era mai
arreso alle briglie che il tempo ha messo su molti anticonformismi di tempi
più facili. Anche della sua amicizia con Pierpaolo, come lo chiamava
lei, in cui per molte di noi più giovani era facile diagnosticare
il segno di un cedimento d'autonomia, lei restituiva il segno dell'amore
per la libertà. Lo stesso con cui ci strapazzava ruvidamente quando
le pareva che dell'essere donna qualcuna facesse un'ideologia. Lo stesso
con cui mi disse, una sera, di essere preoccupata per «la grazia»
che sentiva venire meno in molte relazioni di amicizia e di collaborazione.
La grazia, ecco. Senza la ruvidezza di Laura ne mancherà di più.
* * *
Dalla musica jazz al
cinema
Una vita vissuta avventurosamente.
E l'omaggio di Venezia
«Non ho mai creduto
che lo spettacolo debba andare avanti: lo spettacolo può fermarsi
in omaggio a qualcosa di più importante». Questo diceva Laura
Betti pochi mesi fa, in occasione del suo settantesimo compleanno, durante
un'intervista rilasciata a un'agenzia. Ieri mattina se n'è andata,
salutando tutti dall'ospedale dell'isola Tiberina. Ma lo spettacolo non
si fermerà. Laura Betti era a nata a Bologna il 1° maggio 1934,
infatti nella stessa intervista diceva «non so se festeggerò
i 70 anni. Finora non ho mai ricevuto uno straccio di regalo perché
quel giorno coincide con la festa dei lavoratori e tutti si dimenticano
del mio compleanno....». E poi aggiungeva «con tutto quel che
succede nel mondo non è che uno abbia una gran voglia di festeggiare.
Non è facile sopravvivere a questa marea di idiozie». Lingua
lunga, tagliente, mai diplomatica. Con le sue interpretazioni ha attraversato
l'intero mondo dello spettacolo, che non si ferma, ma che domani alle 12
al teatro Argentina, su iniziativa del comune di Roma, si ritroverà
per ricordarla. Aveva cominciato come cantante jazz, poi naturalmente teatro,
un'infinità di film, con i registi più prestigiosi Rossellini,
Blasetti, Bellocchio, Bertolucci e il grande sodalizio con Pasolini di
cui era musa, amica, interprete, complice. Nel 1968 aveva anche vinto una
coppa Volpi a Venezia come migliore attrice proprio con Teorema
di Pasolini. E dal Lido hanno già fatto sapere che la prossima Mostra
proporrà un omaggio a Laura. Dal 1980 dirigeva il Fondo Pier Paolo
Pasolini e nel 2001 aveva realizzato il film-documentario Pier
Paolo Pasolini e la ragione di un sogno, il più completo
mai realizzato sulla vita dello scrittore-regista e da lei stessa definito
«un delirio sano». E lo aveva presentato a Venezia, con la
sua voce fuori dagli schemi della gradevolezza, abbigliata con quei vestiti
indianeggianti che avvolgevano il suo corpo decisamente ingrossato. Impossibile
non notarla e quando cominciava a parlare impossibile non rimanerne rapiti.
Come un'infinità di intellettuali che nel corso degli anni sono
rimasti affascinati dalla sua vitalità prorompente, dalla imprevedibile
intelligenza, dalla straordinaria sensibilità e dalla cultura mai
accademica. Aveva dichiarato di voler tornare dietro la macchina da presa,
ma negli ultimi tempi la salute aveva cominciato a tradirla spesso. Ora
che se n'è andata avremo modo di vederla riproposta nei tanti film
che ha attraversato come presenza unica e irripetibile. (a.c.)
Liberazione
1° agosto 2004
Addio "tragica Marlene"
di Sara Pompei
Così Pier Paolo Pasolini
definiva la sua musa, Laura Betti, scomparsa ieri a Roma. Attrice, cantante,
era diventata regista per un film sul grande poeta «Una tragica Marlene,
una vera Garbo che si è messa sul volto una maschera inalterabile
di pupattola bionda». Così Pierpaolo Pasolini definiva Laura
Betti, morta a Roma nella notte tra venerdì e sabato.
Era nata il primo maggio
del 1934 a Bologna. Il suo esordio nel mondo dello spettacolo risale alla
fine degli anni cinquanta come cantante jazz nel varietà di Walter
Chiari "I Saltimbanchi" e nel "Cid" di Corneille con la compagnia di Enrico
Maria Salerno. Successivamente entra nella compagnia Brignone - Santuccio,
con cui prende parte a "Il crogiuolo" di Miller con la regia di Visconti.
Cantare è però il modo d'espressione più originale
per Laura Betti. La giaguara si impone sulla scena in quegli anni come
la cantante degli scrittori. Nello spettacolo "Giro a vuoto", del 1960,
interpreta canzoni con testi di Italo Calvino, Giorgio Bassani, Mario Soldati,
Ennio Flaiano, Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini.
Pioniera della contestazione,
conosciuta per il suo carattere caustico, agli inizi degli anni sessanta
comincia una lunga carriera, passando dal teatro al cinema. Lavora con
registi come Roberto Rossellini, Alessandro Blasetti, André Techiné,
Marco Bellocchio e Bernardo Bertolucci. Ma è con Pier Paolo Pasolini
che nasce un lungo sodalizio di anime in rivolta. Laura Betti è
testimone e partecipe della metamorfosi del linguaggio pasoliniano dalla
parola scritta alla parola orale. "Italie Magique", il dramma umoristico
sulla crisi delle ideologie, viene scritto per lei da Pasolini.
Molti sono i progetti che
testimoniano il legame tra i due. Per Pasolini, nel 1966, Laura Betti recita
una inconsapevole diva del cinema nel film "La
Ricotta". E' ancora lei a recitare la buffa Desdemona in "Cosa
sono le nuvole" e la turista
in "La terra vista dalla luna".
Nel 1968 è la serva Emilia nel film "Teorema"
con il quale la Betti vince la Coppa Volpi al Festival di Venezia. Infatti:
in una famiglia così tanto borghese come quella di "Teorema", la
serva Emilia è la sola a non essere borghese, ed è proprio
la sua non appartenenza alla classe - senza salvezza - a riservarle la
metamorfosi meno sofferta. Affrontare l'incontro con il sacro d'istinto,
con la logica arcaica del mito, e rivelarne infine la santità. Non
a caso un ruolo così emblematico è affidato da Pasolini a
Laura Betti. La collaborazione prosegue con "I
racconti di Canterbury" in cui è la donna di Bath che sintetizza
con la sua volgarità tutto lo sparlare moraleggiante dei personaggi
di Chaucer.
È un sodalizio artistico
durato fino alla morte di Pasolini, ed un legame d'affetto alimentato dalla
memoria, fino all'ultimo. Una memoria che Laura Betti ha continuato tenacemente
a tener viva con numerose iniziative, fondando e dirigendo per oltre vent'anni
il Fondo Pier Paolo Pasolini. Nel 2001 ha diretto il film-documentario
"Pier Paolo Pasolini e la ragione
di un sogno" che nelle sue intenzioni voleva essere il più completo
mai realizzato sulla vita dello scrittore, presentato fuori concorso alla
Mostra del Cinema di Venezia. «Ho fatto un film - spiegava Laura
Betti - sognando le parole di Pier Paolo immerse in tutto ciò che
da tempo non lo riguarda, come un'enfatica, mondana e stridente democrazia;
una falsa capacità di capire; una non troppo furtiva apologia della
bassa cultura, bassa, strisciante, penetrante e capace di una potente e
vorace assimilazione», per poi definire il film «un delirio
sano».
«Sono sicuro - così
Pasolini nel 1971 immaginava per Vogue un necrologio
dell'attrice per il 2001 - che nella sua tomba ella si sente bambina.
Ella è certamente fiera della sua morte, considerandola come una
morte speciale». E poi, «la mia morte è provvisoria,
è un fenomeno passeggero essa par dire con l'aria di un personaggio
di Gogol, Dostojewsky o di Kafka, in alto loco si sta sbrigando perché
tale noiosa congiuntura venga superata e tutto torni come prima».
* * *
Il ritratto
Un carattere difficile, fino
all'eccentricità. Una vitalità assolutamente fuori del comune,
anche per una protagonista dello spettacolo, com'era lei - sia pure di
uno spettacolo raffinato, spesso d'avanguardia, intellettualmente e culturalmente
sempre stimolante. E, soprattutto, una grande poliedricità d'artista:
attrice, cantante, cabarettista e a suo modo show woman, scrittrice, infaticabile
organizzatrice culturale. Questa era Laura Betti, un'altra che se n'è
andata troppo presto. Una di quelle personalità che comunque lasciano
il segno. Come dimenticare le sue interpretazioni di «cattiva»,
anzi cattivissima, come quella in Novecento, dove riesce a incarnare
alla perfezione la femminilità invidiosa e perversa della «donna
del fascista»? E il rapporto intensissimo con Pasolini, di cui è
stata musa ispiratrice, collaboratrice, attrice sensibilissima, prima di
esserne l'erede fedele e incollerita, ormai in aperta rottura con l'intero
establishment culturale? Il fatto è che, in Laura Betti non c'era
mai - credo non ci sia mai stata - quella tendenza ad adagiarsi comunque
in un ruolo (o in un successo) acquisito che rende gli intellettuali di
sinistra - o radical o alternativi - così frequentemente ripetitivi.
Non era nata per indurre pensieri o aspirazioni di "riposo", non acquietava
mai, fino al rischio della sgradevolezza. Al contrario, voleva sempre e
comunque inquietare, fuori dagli stilemi e oltre ogni conformismo.
Tra le performances che,
credo, di lei vanno oggi ricordate, c'è una magnifica incisione
di canzoni di Kurt Weill: un doppio LP dei primi anni '60 che contiene
una parte cospicua dell'Opera da tre soldi, compreso uno straordinario
duetto (Tango Ballade) con Vittorio De Sica e gli straordinari arrangiamenti
di Bruno Maderna. La Betti interpreta i canti di Brecht-Weill con uno stile
del tutto diverso da quello "originario" del cabaret tedesco: ma ne restituisce
intera l'attualità e la modernità, con la sua voce bella,
intensa, tagliente - una autentica «voce recitante» perfettamente
capace anche di slanci lirici e languori "decadenti". E va ricordata, a
mio parere, la sua partecipazione, con Paolo Poli, ad un romanzo sceneggiato
della Tv d'antan (tratto da Hans Fallada): lei e Poli introducevano (e
inframezzavano) le diverse puntate con ballate "moraleggianti". Facevano
insomma i cantastorie, quasi in funzione corale. Uno dei tanti esempi della
versatilità di Laura Betti - oltre che della qualità dei
programmi televisivi di quegli anni.
Con la sua scomparsa, perdiamo
una delle pochissime esponenti di una razza in via d'estinzione: l'attore\attrice
che è anche personaggio, capace di fare cultura, capace di imporre
vere tendenze, oltre tutte le mode. L'attore\attrice\cantante intero, non
solo e nemmeno forse soprattutto un mestiere.
Ansa
31 luglio 2004
Addio a Laura Betti,
attrice pioniera della contestazione
Laura Betti è morta
questa mattina alle 7 all'ospedale Fatebenefratelli, sull'isola Tiberina,
a Roma.
Da poco compiuti i settant'anni,
l'attrice (il cui vero cognome era Trombetti) era nata a Bologna il 1 maggio
1934. Attrice e regista aveva esordito nel mondo dello spettacolo nel 1958
come cantante jazz nel varieta' di Walter Chiari 'I saltimbanchi' cui era
seguita, un anno dopo, una parte nello spettacolo 'Giro a vuoto' entrato
nel cartellone della Biennale.
Pioniera della contestazione,
nota per il suo carattere caustico, passata al cinema negli anni Sessanta
ha lavorato con registi come Roberto Rossellini, Alessandro Blasetti, Marco
Bellocchio e Bernardo Bertolucci ma l'incontro piu' importante e' quello
con Pier Paolo Pasolini nel 1963 con cui recita in 'La ricotta' e poi arrivano:
'Che cosa sono le nuvole', 'La terra vista dalla luna', 'Teorema', con
cui nel 1968 vince una Coppa Volpi come migliore attrice a Venezia, e 'I
racconti di Canterbury'. Grande amica di Moravia e Pasolini, dal 1980 dirigeva
il 'Fondo Pier Paolo Pasolini' e nel 2001 aveva realizzato il film-documentario
'Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno', il piu' completo mai realizzato
sulla vita dello scrittore e definito dalla Betti ''un delirio sano''.
* * *
Veltroni, cinema e
cultura le debbono molto
''Per quello che ha fatto
e per quello che era, il cinema e la cultura italiana debbono molto a Laura
Betti''. Lo ha detto il sindaco Walter Veltroni, commentando la morte dell'artista,
ed aggiungendo che la Betti ''e' stata cantante, doppiatrice, attrice,
regista, scrittrice, appassionata organizzatrice dell'eredita' di Pier
Paolo Pasolini''. Veltroni ha detto inoltre:''E' stata una donna di straordinaria
cultura e fortissime curiosita' intellettuali, con un grande carattere,
a volte difficile, ma generoso. Ha conosciuto il successo a teatro molto
presto, ma ha saputo, con umilta' e ammirevole professionismo, mettere
in gioco la propria popolarita' per imparare il mestiere del cinema, lavorando
con Rossellini, Blasetti, Techine', Bellocchio, Bertolucci. L'incontro
con Pier Paolo Pasolini, nel '63, ha rappresentato per Laura una svolta
importantissima, l'inizio di un sodalizio intellettuale che, da ''La Ricotta''
a ''Teorema'' ( che le valse la Coppa VOlpi come migliore attrice a Venezia)
a ''I Racconti di Canterbury'' ha dato tra la fine degli anni '60 e l'inizio
dei '70 alcune tra le opere piu' belle della storia del cinema italiano.
Il film-documentario dedicato nel 2001 al suo grande amico e la gestione
del Fondo Pasolini hanno impegnato gli ultimi anni della vita di Laura.
Tutti quelli che l'hanno conosciuta rimpiangeranno ora la sua forza, le
sue passioni, le sue certezze''.
* * *
Pistone, personaggio
indimenticabile
ROMA - ''Con la morte di
Laura Betti viene a mancare un pezzo della cinematografia italiana. Un
volto, una voce e un personaggio assolutamente indimenticabile''. È
quanto afferma Gabriella Pistone, parlamentare dei Comunisti Italiani e
responsabile nazionale del dipartimento Spettacolo del Partito. ''Il suo
stile e la sua recitazione - sottolinea ancora Pistone - resteranno nelle
menti e nel cuore di tutti gli appassionati del cinema italiano e la partecipazione
ai film con Pier Paolo Pasolini, tra cui 'La ricotta', 'Che cosa sono le
nuvole', 'La terra vista dalla luna' e 'Teorema', sono momenti memorabili
e che sopravvivranno in ogni tempo''.
la Provincia
3 agosto 2004
L’addio a Laura Betti
La Roma del teatro, del cinema
e della cultura si è ritrovata questa mattina al Teatro Argentina
per ricordare Laura Betti le cui esequie religiose sono previste per oggoi
a Bologna nella Chiesa della Certosa alle 16 alla presenza del sindaco
Sergio Cofferati e del presidente e del direttore della cineteca di Bologna
Giuseppe Bertolucci e Gianluca Farinelli. Nella sala del Teatro Argentina,
gremita, si riconoscevano compagni di viaggio dell’attrice, cantante e
musa di Pier Paolo Pasolini: Ettore Scola, Citto Maselli, Fabio Mauri (uno
di maestri della scuola romana degli anni Sessanta) il critico Jacquline
Risset, il linguista ed ex ministro dell’Istruzione Tullio De Mauro.
All’Argentina c’erano anche
i giovani maestri come Francesca Archibugi, Mimmo Calopresti, Mario Martone,
il fratello di Laura Betti Sergio, l’assessore alla cultura di Roma Borgni.
E molti altri. Oggi, al termine della giornata in cui Laura Betti sarà
sepolta nel cimitero di Bologna, sua città natale, il Comune e la
Cineteca renderanno omaggio all’attrice con una serata in Piazza Maggiore.
Davanti al grande schermo in cui per un mese sono stati proiettati i film
delle rassegne estive della Cineteca, dalle 22 scorreranno prima alcune
sequenze con interpretazioni di Laura Betti e poi seguirà il film
Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno, scritto e diretto dall’attrice
nel 2001. Molte delle pellicole da cui è stata tratta la selezione
sono proprio di Pasolini (La ricotta, La terra vista dalla luna, Che cosa
sono le nuvole, Teorema, I racconti di Canterbury). Ma ci sono anche film
di Fellini (La dolce vita), Bellocchio (Il gabbiano), Bernardo Bertolucci
(Novecento), Paolo e Vittorio Taviani (Allonsanfan), Mario Bava (Reazione
a catena), Mario Martone (Una disperata vitalità), Catherine Breillat
(A mia sorella). Presentando il lavoro su Pasolini, la nota della Cineteca
sottolinea che si tratta di un film di montaggio «molto ben fatto,
pudico, toccante, che evoca anche un clima culturale e una società
letteraria ormai spariti». Il film presenta materiali sull' opera
e sulla vita dello scrittore-regista. Tra l’altro, interviste ad alcuni
bambini, una lezione universitaria in cui Pasolini parla del padre, i sopralluoghi
a Gerusalemme per Il Vangelo.
Il Resto del Carlino
31 luglio e 4 agosto
2004
Addio a Laura Betti,
donò a Bologna l'archivio di Pasolini
31 luglio - Erano state le
comuni radici bolognesi di Laura Betti - nata nel capoluogo emiliano il
primo maggio del 1934 - e di Pierpaolo Pasolini - che aveva fatto di Bologna,
dove aveva vissuto la sua giovinezza, la sua città d'elezione -
a convincere l'attrice, unita da un profondo legame di amicizia con lo
scrittore e regista scomparso, a donare alla Cineteca del capoluogo emiliano
il prezioso archivio pasoliniano.
L'opera - centinaia di documenti
che riassumono l'intera opera scritta di Pasolini, ma anche cassette, registrazioni
radiofoniche, audiovisivi, raccolte di quotidiani e periodici e alcuni
inediti - è ora custodita presso la biblioteca della Cineteca comunale
di Bologna e rappresenta la fonte più accreditata dell'opera pasoliniana
per i giovani studenti che intendono dedicarvi la tesi di laurea.
Una corposa sezione dell'archivio,
gìa meta di numerosi studiosi e studenti, è infatti dedicata
proprio alle tesi di laurea su Pasolini. L'annuncio della donazione venne
fatto a Bologna da Laura Betti il 28 novembre 2003: la donazione vera e
propria è stata formalizzata il 26 aprile 2004.
In una nota congiunta il
sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, il presidente e il direttore della
Cineteca, Giuseppe Bertolucci e Gian Luca Farinelli, «salutano con
commozione l'uscita di scena di Laura Betti, attrice, artista di grande
talento, combattente instancabile di mille battaglie in nome della poesia,
contro il degrado morale e culturale del nostro paese».
«Le comuni radici bolognesi
di Laura e Pier Paolo e il destino che indissolubilmente li legava - prosegue
il documento - hanno voluto che fosse la nostra città e la nostra
Cineteca l'ultimo porto del loro viaggio. Il Fondo, trasferito di recente
per volontà di Laura e del Comune nei locali della nostra biblioteca,
è già stato meta di numerose visite di studiosi e di studenti,
segnale di un interesse sempre vivo e sempre rinnovato, che impegna la
Cineteca a proseguire, con costanza e con passione, il prezioso, impagabile
lavoro della nostra amica Laura Betti».
* * *
L'attrice e regista
bolognese e romana d'adozione,
se ne è andata
la scorsa notte in un ospedale romano all'età di 70 anni
GLI ESORDI
Aveva esordito nel mondo dello spettacolo nel 1958 come cantante jazz nel
varietà di Walter Chiari «I Saltimbanchi».
LA CARRIERA Nel corso
della sua lunga carriera cinematografica lavora con registi del calibro
di Rossellini, Blasetti, Andrè Tichinè, Bellocchio e Bertolucci.
IL SODALIZIO Nel
1963 incontra Pier Paolo Pasolini con cui nasce un lungo sodalizio umano
e professionale
Laura Betti era nata a Bologna
nel 1934 ed aveva esordito nel mondo dello spettacolo nel 1958 come cantante
jazz nel varietà di Walter Chiari «I Saltimbanchi».
L'anno seguente a Milano
recita nello spettacolo 'Giro a vuoto', che ottiene un clamoroso successo
tanto da entrare nel cartellone della Biennale. All'inizio degli anni Sessanta
passa al cinema e nel corso della sua lunga carriera cinematografica lavora
con registi del calibro di Roberto Rossellini,Alessandro Blasetti, Andrè
Tichinè, Marco Bellocchio e Bernardo Bertolucci.
Nel 1963 incontra Pier Paolo
Pasolini con cui nasce un lungo sodalizio umano e professionale: con lui
recita in «La ricotta» cui seguiranno «Che cosasono le
nuvole» (1966), «La terra vista dalla luna» (1967), «Teorema»
(1968, con cui vince una Coppa Volpi come migliore attrice a Venezia),
e «I raccontidi Canterbury» (1972).Autrice di numerosi libri,
dal 1980 dirigeva il «Fondo Pier Paolo Pasolini».
Anche il suo ultimo lavoro
per il cinema da regista è dedicato a Pasolini: nel 2001 infatti
l'attrice aveva diretto il film-documentario «Pier Paolo Pasolini
e la ragione di un sogno», presentato alla Mostra del Cinema di Venezia.
* * *
"Ha
sempre amato la sua città". Ultimo viaggio con Pier Paolo
di Nicoletta Rossi
4 agosto - Ieri pomeriggio
nella chiesa della Certosa la cerimonia funebre dell'attrice morta a 70
anni.
L'OMELIA E I
DISCORSI "Dio le dirà: molto ti è stato perdonato perchè
molto hai amato" Con queste parole il 'parroco di Cinecittà', don
Virgilio Fantuzzi, ha salutato l'amica. Commosse parole di Giuseppe Bertolucci,
Goffredo Fofi e Angelo Guglielmi.
PASOLINI La messa
dedicata anche alla memoria del grande regista-scrittore. Il presidente
della Cineteca, Giuseppe Bertolucci., ha detto ancora grazie a Laura Betti
per la donazione del Fondo Pasolini.
AMICI Un rito senza
folla, poi la sepoltura nella tomba di famiglia. Presenti anche il sindaco
Cofferati e l'attrice Gianna Serra.
"Laura, anche a te, dove sei
ora, Colui che l’ha gia detto ad altre donne dirà: molto le è
stato perdonato, perchè molto ha amato". Con questa frase commovente
si conclude l’omelia-ricordo che don Virgilio Fantuzzi, il ‘parroco di
Cinecittà’, dedica all’amica Laura Betti.
Non ci sono frasi fatte
e ricordi di circostanza nelle parole del sacerdote, così come non
c’è retorica nelle parole di Angelo Guglielmi, di Giuseppe Bertolucci
e di Goffredo Fofi che interverranno dopo di lui.
«Laura - esordisce
il sacerdote nella cappella della Certosa - ci ha invitati qui per la sua
ultima performance. Lei che ha tanto parlato, recitato, cantato, adesso
è muta. Chi di voi ha visto Il vangelo secondo Matteo, ricorderà
che il Gesù ritratto da Pasolini era un uomo che diceva cose che
non sempre lo rendevano gradito. Laura faceva lo stesso. Prendeva di petto
le persone che si ritengono per bene. Non ti diceva mai sì subito,
ma poi faceva. Alla sua maniera è stata una donna molto generosa
e il Fondo Pasolini che ha donato a Bologna ne è la prova».
«Laura era tenace
- aggiunge -, eccessiva, debordante, invadente. Il suo modo di fare infastidiva
tanta gente, ma lei, soprattutto, voleva essere amata e lo faceva capire
sempre, in modo più o meno opportuno».
Poetico il ricordo di Giuseppe
Bertolucci: «Laura era un sostantivo, una casa, un corpo, un cibo.
Laura era il finale di un’ottavina, un ossimoro vivente di dolcezza e aggressività,
un mistero gaudioso e doloroso, una contadina della Bassa e la figlia ribelle
della borghesia bolognese. Laura era una militante faziosa e intollerante,
ma le idee sue e di Pier Paolo erano e sono ancora le uniche giuste. Laura
era una bolognese e portare qui il Fondo Pasolini, anche se siamo in un’epoca
di globalizzazione, è stato un atto d’amore per la sua città».
Concrete, piene di piccole
cose, le parole che all’attrice ha dedicato Angelo Guglielmi. «Strane
coincidenze — ha detto — hanno legato le nostre vite. Durante la guerra,
senza conoscerci eravamo entrambi a Roma, città aperta. Dopo il
’45 siamo tornati a Bologna e siamo diventati amici, come lo sono i ragazzi.
Ci vedevamo mattina, pomeriggio e sera e facevamo lunghissime chiacchierate
nella sua bella villa sui colli, vicino ai Giardini Margherita. Nel ’55
entrambi ci siamo trasferiti a Roma ma le nostre strade si sono divise
e non ci frequentavamo molto. La sua era un’amicizia capricciosa e difficile
da vivere. Alla gente Laura chiedeva l’esclusiva. Ma lei, soprattutto,
aveva a cuore una cosa: la sua libertà».
«Negli ultimi tempi
- ha concluso Goffredo Fofi - Laura cadeva e si rompeva continuamente.
Ma subito si rialzava, anche con lo spirito, e riprendeva la sua battaglia».
La Gazzetta di Parma
3 agosto 2004
Laura Betti, l'omaggio
di Bologna
La Roma del teatro, del cinema
e della cultura si è ritrovata ieri mattina al Teatro Argentina
per ricordare Laura Betti, l'attrice e regista scomparsa sabato all'età
di 70 anni. Nella sala gremita si riconoscevano tanti compagni di viaggio
dell'attrice, cantante nonchè «musa» di Pier Paolo Pasolini:
Ettore Scola, Citto Maselli, Fabio Mauri (uno di maestri della scuola romana
degli anni Sessanta), il critico Jacquline Risset, il linguista ed ex ministro
dell'Istruzione Tullio De Mauro. Ma anche giovani maestri come Francesca
Archibugi, Mimmo Calopresti, Mario Martone, il fratello di Laura Betti
Sergio, l'assessore alla cultura di Roma Borgni. E molti altri.
Oggi alle 16, nella chiesa
della Certosa a Bologna, sua città natale, si svolgeranno i funerali
alla presenza del sindaco Sergio Cofferati, del presidente e del direttora
della Cineteca della città felsinea, Giuseppe Bertolucci e Gianluca
Farinelli. Dopo la cerimonia religiosa, le due istituzioni renderanno poi
omaggio all'attrice con una serata in Piazza Maggiore.
Davanti al grande schermo
in cui per un mese sono stati proiettati i film delle rassegne estive della
Cineteca, dalle 22 scorreranno prima alcune sequenze con interpretazioni
di Laura Betti e poi seguirà il film Pier Paolo Pasolini e la
ragione di un sogno, scritto e diretto dall'attrice nel 2001.
Molte delle pellicole da
cui è stata tratta la selezione sono proprio di Pasolini (La ricotta,
La terra vista dalla luna, Che cosa sono le nuvole, Teorema, I racconti
di Canterbury). Ma ci sono anche film di Fellini (La dolce vita), Bellocchio
(Il gabbiano), Bernardo Bertolucci (Novecento), Paolo e Vittorio Taviani
(Allonsanfan), Mario Bava (Reazione a catena), Mario Martone (Una disperata
vitalità), Catherine Breillat (A mia sorella).
Presentando il lavoro su
Pasolini, la nota della Cineteca sottolinea che si tratta di un film di
montaggio «molto ben fatto, pudico, toccante, che evoca anche un
clima culturale e una società letteraria ormai spariti». Il
film presenta materiali sull' opera e sulla vita dello scrittore-regista.
Tra l'altro, interviste ad alcuni bambini, una lezione universitaria in
cui Pasolini parla del padre, i sopralluoghi a Gerusalemme per Il Vangelo,
una intervista ai calciatori del Bologna nella prima metà degli
anni '60. E ancora, pensieri sul cinema, sulla poesia, sul teatro, sulla
rivoluzione mancata, sul suicidio dell'intellettuale. L'ultima frase è:
«Perchè realizzare un'opera quando è così bello
sognarla soltanto?».
* * *
L'altra metà
di Pasolini
L'attrice e regista Laura
Betti è morta ieri mattina all'ospedale Fatebenefratelli sull'isola
Tiberina. Nata a Bologna, il suo vero cognome era Trombetti, e aveva da
poco compiuto 70 anni.
«Una tragica Marlene,
una vera Garbo» che si era «messa sul volto una maschera inalterabile
di pupattola bionda». Così la definì Pier Paolo Pasolini
nel 1971 immaginando per Vogue un necrologio dell'attrice per l'allora
lontano 2001.
«Un'eroina, una persona
molto spiritosa e un'eccellente cuoca» sottolineava Pasolini parlando
della sua amica attrice, con cui strinse un grande sodalizio artistico
e di anime. E immaginando la data della sua morte tre anni in anticipo
sulla realtà, aveva detto nel necrologio: «Sono sicuro che
nella sua tomba ella si sente bambina. Ella è certamente fiera della
sua morte, considerandola una morte speciale».
Contestatrice, anima in
rivolta, graffiante e ruvida, la Betti non era, spiega ancora Pasolini,
una persona ambigua, al contrario una donna «tutta d'un pezzo: inarticolata
come un fossile».
Sempre controcorrente come
il suo amico Pasolini, l'attrice e regista era entrata nel mondo dello
spettacolo come cantante jazz ed è stato proprio il suo modo di
usare la voce una delle sue forme di espressione più originali.
Definita da alcuni giornali romani dell'epoca «la giaguara»
perchè «aggressiva e intrigante», la Betti dopo il debutto
a metà anni '50 ne I saltimbanchi con Walter Chiari e nel Cid di
Corneille con la compagnia di Enrico Maria Salerno, diventa la cantante
degli scrittori interpretando per lo spettacolo Giro a vuoto nel 1960,
canzoni con testi di Soldati, Moravia, Flaiano, Calvino, Bassani e Pasolini.
Incontrato per la prima
volta nel 1956, Pasolini per lei ritaglia ruoli difficili muovendosi dal
teatro al cinema su percorsi originali. Diva del Cinema ne La Ricotta,
serva Emilia in Teorema, con cui vinse una coppa Volpi a Venezia
nel 1968 e donna di Bath ne I racconti di Canterbury, la Betti ha
lavorato anche con registi del calibro di Roberto Rossellini (Era notte
a Roma), Federico Fellini (La dolce vita), Marco Bellocchio
(Nel nome del padre), Bernardo Bertolucci (nel ruolo di Regina in
Novecento),
Mario Monicelli (Viaggio con Anita), ed è stata molto amica
di scrittori e artisti della scena letteraria di quegli anni, primo fra
tutti Moravia al quale era profondamente legata.
Direttrice del Fondo Pier
Paolo Pasolini, creato da lei nel 1980 e recentemente trasferito a Bologna,
la Betti era diventata regista lei stessa nel 2001 per lavorare al film-documentario
Pier
Paolo Pasolini e la ragione di un sogno che nelle sue intenzioni voleva
essere il più completo mai realizzato sulla vita dello scrittore,
evento fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2001.
«Ho fatto un film
- aveva spiegato nell'occasione - sognando le parole di Pier Paolo immerse
in tutto ciò che da tempo non lo riguarda, come un'enfatica, mondana
e stridente democrazia, una falsa capacità di capire, una non troppo
furtiva apologia della bassa cultura, bassa, strisciante, penetrante e
capace di una potente e vorace assimilazione» per poi aggiungere
che il film era «un delirio sano».
Impegnata negli ultimi anni
a tenere viva la memoria di Pasolini soprattutto fra i giovani, la Betti
ha girato il mondo per presentare rassegne cinematografiche sullo scrittore
al quale ha dedicato numerosi recital.
* * *
L'archivio nella «loro»
Bologna
Prima di morire è
riuscita a portare a Bologna l'archivio di Pier Paolo Pasolini e lo considerava
un risultato molto importante per custodire la memoria dello scrittore
e regista a cui era stata legata per tantissimi anni.
Laura Betti, bolognese di
nascita come Pasolini (lei nel 1934, lui nel 1922), nel novembre scorso
aveva concluso un accordo con l'ex sindaco Giorgio Guazzaloca, per trasferire
all'interno della sede della Cineteca l'intero patrimonio di libri, riviste,
foto, quadri, registrazioni magnetiche e digitali che documentano l'attività
dello scrittore e cineasta.
Con la franchezza di parole
che la contraddistingueva, alla conferenza stampa per spiegare i contenuti
dell'intesa, la Betti non nascose il fatto di essere molto dispiaciuta
che il materiale di Pasolini non avesse trovato degna e stabile collocazione
nella capitale. «Mi ero rotta un pò rotta i c... che per Roma
Pier Paolo fosse considerato un poeta friuliano. Quando mi sono accorta
che questa battaglia non riuscivo a vincerla, abbiamo fatto le valigie
per andare verso nord».
Il viaggio si concluse a
Bologna dove Guazzaloca e la Cineteca, presieduta da Giuseppe Bertolucci
e diretta da Gian Luca Farinelli, accolsero la proposta. Il materiale del
Fondo Pasolini - e la Betti teneva moltissimo alla sua catalogazione in
maniera rigorosa - è stato fisicamente trasferito nell'aprile scorso
e sarà custodito da un comitato scientifico, guidato dal senatore
Guido Calvi.
Ora Farinelli e Bertolucci,
con il neo-sindaco Cofferati, la ricordano in una nota congiunta in cui
si legge: «Il Comune di Bologna e la Cineteca salutano con commozione
l'uscita di scena di Laura Betti, attrice, artista di grande talento, combattente
instancabile di mille battaglie in nome della poesia, contro il degrado
morale e culturale del nostro paese».
l'Unità
31 luglio e 3 agosto
2004
Laura, la garbata
esuberanza
di Renato Nicolini
31 luglio - Laura Betti ci
ha lasciato, quasi in punta di piedi, a 70 anni, con quel garbo discreto
che era l'altra faccia, nota agli amici, della sua esuberanza polemica.
Era stata, da qualche tempo, sfrattata dalla sua casa romana di via di
Montoro, dove invitava le volte (ricorrenti, ma non troppo frequenti) che
aveva voglia di cucinare. Frequentata, tra gli altri, da Alberto Moravia
e da Enzo Siciliano, la sua piccola terrazza era l'esatto opposto della
Terrazza romana del film di Scola. Anziché di potere (reale) e di
(esibite) utopie, vi regnava, per quanto era possibile, il gioioso materialismo
del convito. Il Fondo Pasolini, sua ragione principale di vita per quasi
trent'anni, si era anch'esso separato da lei, trovando nuova casa (dopo
aspri contrasti che l'assessore romano Gianni Borgna ricorderà bene)
a Bologna. Da qualche tempo era diventato difficile incontrarla, credo
perché (lei così ricca di istintiva mitologia, tra il mondo
familiare del dialetto - Teta Veleta si intitola il suo libro -
ed il modello classico) voleva tenere per sé lo spettacolo dei fastidi
dell'età.
Ricordo la prima volta che
l'ho vista, quando fece letteralmente irruzione, senza che nessuno riuscisse
a fermarla, nel mio ufficio d'assessore alla cultura di Roma, nel '77,
protestando a voce spiegata perché non l'avevo ancora chiamata,
nonostante stessi organizzando con Giuseppe Zigaina la mostra dei disegni
di Pasolini a Palazzo Braschi. Nonostante non abbia allora acconsentito
a nessuna delle sue tante richieste, è nata un'amicizia, frutto
delle diversità e della curiosità. Anche l'ultima volta che
l'ho incontrata è stato sotto il segno di Pasolini, quando il Fondo
aveva trovato provvisorio riparo presso la Fondazione Di Vittorio di Sergio
Cofferati.
Così come la perdurante
attualità e fortuna critica di Pasolini si era troppo dilatata per
essere contenuta nelle sole iniziative del Fondo (penso in primo luogo
a Petrolio, la rassegna al centro della prima stagione del Mercadante Teatro
Stabile di Napoli) - faremmo però torto a Laura Betti se limitassimo
la sua importanza per la cultura europea al solo rapporto con Pasolini.
Scrivo europea e non italiana, perché Laura Betti era Commendatore
dell'Ordine delle Arti e delle Lettere della Repubblica Francese istituito
da Jack Lang. La cultura francese ha saputo rendere piena giustizia, negli
ultimi vent'anni, al valore di molti intellettuali irregolari di casa nostra.
L'esempio più significativo
è quello di Carmelo Bene, in Francia considerato, prima ancora che
un grandissimo attore, un uomo di pensiero - un esponente di spicco della
forma oggi possibile, dopo il Ventesimo Secolo, di filosofia, intesa come
desiderio e ricerca della verità anche attraverso l'arte e i poeti.
Laura Betti era un'attrice di questo tipo - in modo ugualmente istintivo,
dove il pensiero non è sovrapposto alla recitazione, ma è
la sua essenza ed il suo risultato.
Il primo ricordo di lei
attrice che ho è una canzone, che ascoltavo ancora studente di architettura,
agli inizi degli Anni Sessanta, che parlava di «millecento ferme
sulla via/ con i vetri appannati/ di bugie e di fiati/ dove si va, diciamo
così, a fare all'amore./ No, non dico a scambiarsi qualche bacio…».
La memoria mi tradisce, ma esprimeva con tenerezza indicibile l'orrore
nascosto ed i desideri celati di quegli Anni Cinquanta.
Oggi penso in primo luogo
a come l'attrice Laura Betti sapeva dare pieno senso alla parola poetica
di Pasolini, nel recital Una disperata vitalità - dove il
suono della sua voce arricchiva i concetti di tutta la contraddittoria
pienezza del corpo e della vita, di fronte alla quale bisogna essere in
primo luogo sgomenti e perplessi. O alla sua folgorante presenza in
America, uno straordinario film in bianco e nero tratto dal romanzo
di Kafka. Naturalmente, non è possibile dimenticarla in Teorema,
il film più filosofico di Pasolini. O nel Piccolo Archimede
di Gianni Amelio. Ma forse la sua interpretazione più profonda,
giocata su molteplici registri, esplicitamente dialettica rispetto al personaggio,
l'ha data nel ritratto della diabolica erotomane sadica e fascista in Novecento
di Bernardo Bertolucci - una sorta di versione femminile del Marlon Brando
di Apocalypse Now.
Ma in lei l'attrice non
è separabile dalle sue curiosità; dai circoli della prima
avanguardia che si formava provenendo da tutt'Italia a Roma nei primi Anni
Cinquanta, da Elsa Morante a Pasolini a Cobelli, fino al giovane Luca Ronconi
(per cui Laura recitò nel primo Candelaio) ed al suo organizzatore,
allora altrettanto giovane, Paolo Radaelli - nel segno del carisma e del
fascino e non del potere; dal suo sperimentalismo, che l'ha portata a cantare
Brecht e Kurt Weill con Vittorio De Sica, e a recitare in Francia in un
film con Jerry Lewis. È difficile pensare che questa straordinaria
vitalità oggi debba restare viva soltanto nella memoria.
* * *
Morta Laura Betti,
una vita con rabbia
di red.
31 luglio - Laura Betti è
morta. L’attrice, cantante, regista che aveva colmato le cronache degli
anni Sessanta e Settanta per il suo sodalizio artistico e personale con
Pier Paolo Pisolini è spirata in un ospedale romano. Era nata a
Bologna il 1 maggio 1934 il suo vero nome era Trombetti.
«Una tragica Marlene,
una vera Garbo» che si era «messa sul volto una maschera inalterabile
di pupattola bionda». Così Pier Paolo Pasolini definiva la
Betti nel 1971 immaginando per il mensile Vogue un necrologio dell'attrice,
fissando la sua morte nel 2001.
Il suo esordio nel cinema
fu nei primi anni sessanta; cominciò allora una lunga carriera che
la vide diretta da registi del calibro di Roberto Rossellini, Alessandro
Blasetti, André Techiné, Marco Bellocchio e Bernardo Bertolucci.
Uno degli incontri più importanti della sua vita, quello con Pier
Paolo Pasolini, avvenne nel 1963 e fu l'inizio di un sodalizio durato dodici
anni, fino alla morte del regista e scrittore, e di un affetto, alimentato
dalla memoria, che si è conservato per oltre quarant'anni, fino
ad oggi.
Con Pasolini recitò
ne La Ricotta cui seguirono nel 1966 Che cosa sono le nuvole,
l'anno seguente La terra vista dalla luna e, nel 1968, Teorema
con il quale la Betti vinse la Coppa Volpi al Festival di Venezia. La collaborazione
con Pasolini proseguì nel 1972 con I racconti di Canterbury.
Carattere caustico, protagonista
di celebri polemiche, folgorante nelle battute, ha scritto numerosi volumi
e ha diretto per oltre vent'anni il Fondo Pier Paolo Pisolini. E proprio
a lui dedicò nel 2001 il suo ultimo lavoro: il film documentario
Pier
Paolo Pasolini e la ragione di un sogno presentato alla mostra del
cinema di Venezia.
Direttrice del Fondo Pier
Paolo Pasolini, creato da lei nel 1980 e recentemente trasferito a Bologna,
la Betti era diventata regista lei stessa nel 2001 per lavorare al film-documentario
Pier
Paolo Pasolini e la ragione di un sogno che nelle sue intenzioni voleva
essere il più completo mai realizzato sulla vita dello scrittore,
evento fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2001.
«Ho fatto un film
- aveva spiegato la Betti - sognando le parole di Pier Paolo immerse in
tutto ciò che da tempo non lo riguarda, come un'enfatica, mondana
e stridente democrazia, una falsa capacità di capire, una non troppo
furtiva apologia della bassa cultura, bassa, strisciante, penetrante e
capace di una potente e vorace assimilazione» per poi aggiungere
che il film era «un delirio sano». Impegnata negli ultimi anni
a tenere viva la memoria di Pasolini soprattutto fra i giovani, la Betti
ha girato il mondo per presentare rassegne cinematografiche sullo scrittore
al quale ha dedicato numerosi recital.
«Con Laura se ne va
anche un po’ di noi e del nostro mondo. La ricorderemo con amore e con
gratitudine». È il commento di Franco Grillini che così
ricorda l'attrice scomparsa:«era prima di tutto una amica. Mi chiamava
a volte con la sua voce ruvida e canzonatoria. Ci siamo sentiti spesso
per il Fondo Pasolini di cui era la gelosissima custode e gestore certosina.
Ma Laura era una grandissima amica degli omosessuali italiani e lo ha dimostrato
in numerose occasioni».
* * *
L'addio alla Betti:
«Ciao Laura, amica dolce e insopportabile»
di Natascia Ronchetti
3 agosto - Laura Betti ha
ricevuto ieri l’ultimo saluto della sua città, nella Certosa. Sarà
cremata; l’urna con le ceneri deposta nella tomba di famiglia, i Trombetti
(che per lei hanno voluto il funerale religioso) insieme al nonno glottologo
e al papà che la fecero crescere intemperante tra la vecchie mura.
L’hanno accompagnata ieri, vecchi e sconosciuti amici, la nipote, la cognata,
il sindaco di Bologna Sergio Cofferati e Guglielmi. E poi Goffredo Fofi,
Giuseppe Bertolucci, Vittorio Boarini, il presidente del Consiglio provinciale
Maurizio Cevenini, Davide Ferrari, consigliere comunale Ds, presidente
della Casa dei Pensieri. Nell’omelia funebre del sacerdote Virgilio Fantuzzi
(critico cinematografico e amico di Laura) il ritratto di una «provocatrice
nata, personalità contraddittoria», spesso «eccessiva,
debordante e invadente», ma capace di restituire la vita a chi la
stava perdendo, come fece con «Sergio Citti che poi di lei disse:
Laura mi ha salvato». Una donna «con una sete inesauribile
d’amore che chiedeva e dava, e quello che aveva ottenuto lo difendeva con
i denti. Volle bene a Pasolini in anni in cui pochi gli volevano bene.
Adesso sarà accolta a braccia aperte da colui che un giorno disse
a un’altra donna: molto le è stato perdonato perché molto
ha amato».
Sono arrivati lenti e silenziosi
ieri, amici, parenti, concittadini che l’ammirarono. «Solo la morte
è il lasciapassare definitivo a un’identità», dice
Giuseppe Bertolucci. E allora, dopo la morte, ecco l’affresco di una donna
che «fu un ossimoro vivente», tra dolcezza e aggressività,
generosità ed eccesso, «fedele e infedele a se stessa».
Protesse con una protervia furiosa la memoria di Pasolini, «la sua
visione del mondo», quei pensieri «corsari» profetici,
dice Bertolucci, che poi «il tempo ha disgraziatamente confermato».
Ricorda Davide Ferrari,
che le fu amico accettando di arrendersi come altri al suo carattere impossibile,
che Laura di Pasolini diceva: ogni volta che c’è una polemica alla
fine vince lui. Lei un anno fa donò al Comune di Bologna il Fondo
Pasolini, una parte è già stata catalogata. Il Comune sta
pensando a iniziative per il trentennale della morte del regista-scrittore,
nel 2005; Casa dei Pensieri sta lavorando a un convegno sul pensiero di
quello che è uno degli autori italiani più studiati nel mondo.
Ieri tanti aneddoti e ricordi aiutavano i presenti a ricollocare spezzoni
di Laura nel percorso che fece insieme a Pasolini in vita, e poi sola con
la sua memoria. Anticonformista fin da giovane, alla madre che le rimproverava
nudità troppo esibite rispondeva gaia e indifferente: questa è
tutta roba battezzata.
La vecchiaia e le difficoltà
della vita l’avevano segnata con un’obesità quasi invalidante. Da
ragazza fu bella. E raccontava, dice Ferrari, di quando ebbe «una
breve love story con Marlon Brando, e di lui diceva che era di una bellezza
di fronte alla quale bisognava solo mettersi in adorazione. Mia zia andò
a scuola con lei, le compagne di classe ne parlavano come della donna coraggiosa
che aveva saputo conquistare la trasgressione, anche a costo di follie».
Cevenini era un giovanotto quando la conobbe a un’iniziativa bolognese
del Pci. 1975, o giù di lì. «Trascinò tutti
a parlare fino quasi al mattino di idee rivoluzionarie. Noi eravamo tutti
ragazzi, lei aveva un fascino notevole, era carismatica».
la Repubblica
31 luglio 2004
Morta a Roma Laura
Betti amica e Musa di Pasolini
di Claudia Morgoglione
L'ultima sua apparizione
ufficiale, nel mondo del cinema, risale al settembre 2001, quando presentò
alla Mostra di Venezia, da regista, il film-documentario sull'uomo che
più di tutti la sentì vicina: Pierpaolo Pasolini e le
ragioni di un sogno, omaggio struggente ma sobrio al grande intellettuale
scomparso tragicamente. E ora anche la sua migliore amica e Musa, lei,
Laura Betti, se ne è andata: l'attrice è morta alle 7 di
stamattina in un ospedale romano. Aveva settant'anni.
Una vita segnata dall'amicizia
col poeta-scrittore-regista: basta pensare che diretta proprio da Pasolini,
in Teorema, la Betti conquistò la Coppa Volpi per la migliore
interpretazione, a Venezia, nel 1968. Tre anni dopo, nel 1971, lo scrittore
su una rivista pubblicò perfino un necrologio anticipato su di lei,
immaginando la scomparsa nel 2001: nel testo la definisce, tra l'altro,
una "tragica Marlene", una "vera Garbo". E aggiunge: "Son sicuro che nella
sua tomba ella si sente bambina. Ella è certamente fiera della sua
morte, considerandola una morte speciale".
E invece nel 2001, sempre
alla Mostra della Laguna, ecco la Betti vivissima e di nuovo alla ribalta,
questa volta dietro la macchina da presa. Una sorta di testamento spirituale,
il suo documentario su Pasolini, che strappò un lungo applauso al
popolo del Festival.
Poi, da parte della donna,
il silenzio. A parte qualche piccola parte in film recentissimi, come La
felicità non costa niente di Mimmo Calopresti. E adesso la morte,
la scomparsa di una delle figure carismatiche dello spettacolo: un punto
di riferimento per tanti, amica fraterna di intellettuali come Alberto
Moravia.
Così non sorprende
che siano tante le manifestazioni di cordoglio: a cominciare dal sindaco
di Roma, Walter Veltroni, che di lei ricorda la "straordinaria cultura
e le fortissime curiosità intellettuali, con un grande carattere,
a volte difficile ma generoso. Ha conosciuto il successo a teatro molto
presto, ma ha saputo, con umiltà e ammirevole professionismo, mettere
in gioco la propria popolarità per imparare il mestiere del cinema".
Ma facciamo un passo indietro.
Nata a Bologna nel 1934, ma romana d'adozione artistica, Laura Betti (vero
cognome, Trombetti) esordisce nel mondo dello spettacolo nel 1958 come
cantante jazz, nello spettacolo di Walter Chiari I saltimbanchi.
Ma a cambiare il suo destino è l'incontro, nel 1963, con Pasolini:
nasce una grandissima amicizia, ma anche un sodalizio professionale. Per
lui, infatti, lei recita in La ricotta, La terra vista dalla
luna, Teorema, I racconti di Canterbury.
Certo, nel suo curriculum
ci sono anche altri registi: fra i tanti Roberto Rossellini (Era notte
a Roma, 1960); Marco Bellocchio (Nel nome del padre, 1972);
i fratelli Taviani (Allonsanfan, 1973); Bernardo Bertolucci (Novecento,
1976, e La luna, 1979).
Questo sul fronte della
recitazione al cinema. Perché, per il resto, la Betti è stata
anche, ad esempio, scrittrice e doppiatrice. E, negli ultimi 25 anni di
vita, appassionata divulgatrice dell'eredità del migliore amico
scomparso: dal 1980 dirigeva infatti il Fondo Pierpaolo Pasolini. Ecco
perché non sorprende che l'ultimo applauso, da un pubblico numeroso
ed entusiasta, l'abbia ricevuto a Venezia per il documentario su di lui.
Intanto già stamattina,
appena diffusa la notizia della morte, la Mostra edizione 2004 ha annunciato
un probabile omaggio alla sua opera. Con modi e tempi da definire. Nel
frattempo lunedì prossimo a Roma, sul palcoscenico del Teatro Argentina,
ci sarà la rievocazione organizzata dal Comune.
* * *
Intervista a Mimmo
Calopresti, uno degli ultimi registi a dirigere Laura Betti
di Chiara Ugolini
Mimmo Calopresti aveva scelto
la grande attrice per il ruolo di una suora guardiana che Sergio, il protagonista
di "La felicità non costa niente", interpretato dallo stesso regista,
incontra mentre cerca la donna che ama ed è scomparsa (Francesca
Neri).
Riconoscendo un maglione
suo fra gli stracci di un barbone Sergio arriva al convento, dove la suora
non si trattiene dal guardarlo mentre si spoglia («Che fa sorella
guarda?», «Certo, non sono mica scema»).
L'intervista
Lei è l'ultimo
regista che la ha diretta. Che ricordo ha di quel set?
Il mio ricordo di Laura
è recente, l'ho vista solo qualche giorno fa in ospedale. Stava
male ma lì, come sul set, era la Laura Betti di sempre: arriva in
maniera esagerata, si arrabbiava e poi improvvisamente faceva quello che
doveva fare. Cercava di essere la più brava e le piaceva farselo
dire, anche con le sue stranezze a cui ha abituato tutti noi.
Lei aveva la fama di essere
un'attrice difficile, ma capace di grande ironia come quando ha interpretato
una diva capricciosa ne 'La ricotta' di Pasolini...
Era assolutamente divertente,
si rideva molto con lei... di tutto e di tutti. Era capace di essere ferocemente
cattiva con gli altri, ma poi tutto si risolveva in una risata che era
veramente solo sua, molto rumorosa e divertente.
Anche il ruolo di suora
guardiana ne 'La felicità non costa niente" è molto ironico.
Come ha pensato a lei?
Mi divertiva il fatto che
la sua cattiveria si trasformava sempre in una grande dolcezza anche se
venata da presa in giro. Era capace di questo ed il personaggio del film
era legate a come la conoscevo io.
E' vero, come diceva anche
Pasolini, che Laura Betti, oltre ad una grande attrice era una cuoca eccellente?
Il cibo è stato il
problema della sua vita per certi aspetti, la sua lotta contro il cibo
è durata molto. Ora che non poteva mangiare invitava i suoi amici
ed era felice di vederli mangiare al suo posto anche se avrebbe preferito
farlo lei. Cucinava sempre cose buonissime, era molto piacevole andare
a casa sua.
Il Corriere della Sera
31 luglio 2004
Si è spenta
nella notte Laura Betti
LA VITA - Laura Betti
era nata a Bologna il 1 maggio 1934. Attrice e regista aveva esordito nel
mondo dello spettacolo nel 1958 come cantante jazz nel varietà di
Walter Chiari «I saltimbanchi» cui era seguita, un anno dopo,
una parte nello spettacolo «Giro a vuoto» entrato nel cartellone
della Biennale. Pioniera della contestazione era nota per il suo carattere
caustico.
IL CINEMA - Passata
al cinema negli anni Sessanta ha lavorato con registi come Roberto Rossellini,
Alessandro Blasetti, Marco
Bellocchio e Bernardo Bertolucci,
ma l'incontro più importante è quello con Pier Paolo Pasolini.
Nel 1963 per lui recita in «La
ricotta» e poi arrivano:
«Che cosa sono le nuvole», «La terra vista dalla luna»,
«I racconti di Canterbury». Sempre per una parte in «Teorema»
di Pasolini nel 1968 vince la Coppa Volpi come migliore attrice a Venezia.
LE AMICIZIE - Oltre
ad aver lavorato con lui fu anche grande amica di Pasolini, così
come di Moravia. Prova ne è che dal 1980
dirigeva il «Fondo
Pier Paolo Pasolini» e nel 2001 aveva realizzato il film-documentario
«Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno», il più
completo mai realizzato sulla vita dello scrittore e definito dalla Betti
«un delirio sano».
PER RICORDARLA - Il
comune di Roma le dedicherà una manifestazione lunedì alle
12.00 al teatro Argentina. A tale manifestazione parteciperanno gli amici
più cari dell'attrice.
La Nazione
31 luglio 2004
È morta l'attrice
e regista Laura Betti
Laura Betti era nata a Bologna
nel 1934 ed aveva esordito nel mondo dello spettacolo nel 1958 come cantante
jazz nel varietà di Walter Chiari «I Saltimbanchi».
L'anno seguente a Milano
recita nello spettacolo «Giro a vuoto», che ottiene un clamoroso
successo tanto da entrare nel cartellone della Biennale. All'inizio degli
anni Sessanta passa al cinema e nel corso della sua lunga carriera cinematografica
lavora
con registi del calibro di Roberto Rossellini, Alessandro Blasetti, Andrè
Tichinè, Marco Bellocchio e Bernardo Bertolucci.
Nel 1963 incontra Pier Paolo
Pasolini con cui nasce un lungo sodalizio umano e professionale: con lui
recita in «La ricotta» cui seguiranno «Che cosa sono
le nuvole» (1966), «La terra vista dalla luna» (1967),
«Teorema» (1968, con cui vince una Coppa Volpi come migliore
attrice a Venezia), e «I racconti di Canterbury» (1972).
Autrice di numerosi libri,
dal 1980 dirigeva il «Fondo Pier Paolo Pasolini».
Anche il suo ultimo lavoro
per il cinema da regista è dedicato a Pasolini: nel 2001 infatti
l'attrice aveva diretto il film-documentario «Pier Paolo Pasolini
e la ragione di un sogno», presentato alla Mostra del Cinema di Venezia.
La Gazzetta del Mezzogiorno
31 luglio 2004
Si è spenta
Laura Betti, musa e grande amica di Pasolini
È morta la scorsa
notte in un ospedale romano l’attrice Laura Betti. Da poco compiuti i settant’anni,
Laura Betti era nata a Bologna il 1 maggio 1934.
Attrice e regista aveva
esordito nel mondo dello spettacolo nel 1958 come cantante jazz nel varietà
di Walter Chiari 'I saltimbanchi' cui era seguita, un anno dopo, una parte
nello spettacolo 'Giro a vuoto' entrato nel cartellone della Biennale.
Pioniera della contestazione, nota per il suo carattere caustico, passata
al cinema negli anni Sessanta ha lavorato con registi come Roberto Rossellini,
Alessandro Blasetti, Marco Bellocchio e Bernardo Bertolucci ma l’incontro
più importante è quello con Pier Paolo Pasolini nel 1963
con cui recita in 'La ricotta' e poi arrivano: 'Che cosa sono le nuvole',
'La terra vista dalla luna', 'Teorema', con cui nel 1968 vince una Coppa
Volpi come migliore attrice a Venezia, e ’I racconti di Canterbury’.
Grande amica di Moravia
e Pasolini, dal 1980 dirigeva il 'Fondo Pier Paolo Pasolini' e nel 2001
aveva realizzato il film-documentario 'Pier Paolo Pasolini e la ragione
di un sogno', il più completo mai realizzato sulla vita dello scrittore
e definito dalla Betti «un delirio sano».
Laura Betti, il cui vero
cognome era Trombetti, è morta questa mattina alle 7.00 all’ospedale
Fatebenefratelli sull’isola Tiberina, a Roma.
* * *
Vedi anche l'intervista
a Laura Betti di Roberto Andreotti e Federico De Melis
proposta il 4 settembre
2004 da "Alias", supplemento settimanale del quotidiano "il
manifesto"
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