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"Pagine corsare"
La morte di Laura Betti
... dai quotidiani italiani


Tutti i quotidiani italiani hanno dato notizia della morte di Laura Betti. Molti hanno ricalcato soltanto lo scarno comunicato delle Agenzie di stampa (si veda il lancio Ansa), altri hanno scritto pezzi significativi che sono stati raccolti e che "Pagine corsare" qui di seguito vi propone. Anche i maggiori quotidiani internazionali - da quelli europei a quelli nordamericani - hanno segnalato la scomparsa di Laura Betti perlopiù con brevi comunicati, salvo rare eccezioni: due di queste sono rappresentate dagli articoli ripresi da due giornali francesi, "l'Humanité" e "Libération" che "Pagine corsare" vi propone. 
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il manifesto, Liberazione, Ansa, La Provincia, Il Resto del Carlino, La Gazzetta di Parma,
l'Unità, la Repubblica, Il Corriere della Sera, La Nazione, La Gazzetta del Mezzogiorno

il manifesto
1° agosto 2004

Necrologio di un'eroina
Pier Paolo Pasolini *

È invecchiata e morta: ma son sicuro che nella sua tomba ella si sente bambina. Ella è certamente fiera della sua morte, considerandola una morte speciale. Inoltre pur ammettendo in parte di essere morta, appunto perché la sua morte, essendo speciale, può essere ammessa, essa, nel tempo stesso, non l'ammette: «la mia morte è provvisoria, è un fenomeno passeggero», essa par dire, con l'aria di un personaggio di Gogol', di Dostoiewsky, o di Kafka, «in alto loco si sta brigando perché tale noiosa congiuntura venga superata e tutto torni come prima. Del resto, io non ho soluzione di continuità: sono ciò che ero. La mia possibilità di stupore non ha limiti perché io cado sempre dalle nuvole, e rido, con meraviglia fanciulla». (Contemporaneamente, là nella tomba, dice: «Io non son mai nelle nuvole, son sempre coi piedi a terra, niente mi meraviglia perché, da sempre, so tutto».)
Ambiguità? No: doppio gioco. Ché essa, la morta, Laura Betti, non era ambigua, anzi, era tutta d'un pezzo: inarticolata come un fossile. Ella ha aderito alla sua qualità reale di fossile, e infatti si è messa sul volto una maschera inalterabile di pupattola bionda; (ma: «attenti, dietro la pupattola che ammette di essere con la sua maschera, c'è una tragica Marlene, una vera Garbo»). Nel momento stesso però in cui concretava la sua fossilizzazione infantile adottandone la maschera, eccola contraddire tutto questo recitando la parte di una molteplicità di personaggi diversi fra loro, la cui caratteristica è sempre stata quella di essere uno opposto all'altro.
La sua grande fortuna è stata quella di avere evitato di vivere in uno dei tanti paesi dittatoriali che ci sono al mondo; e soprattutto di avere evitato di finire in uno dei tanti possibili campi di concentramento. Che terrificante vittima sarebbe stata! Ma in un necrologio non si dicono queste cose.
Facendo di lei un esame superficiale, molti le attribuirono in vita una volontà provinciale di degradazione degli idoli. No, non era soltanto il sadismo di una provinciale che giunta nel Centro dove abitano gli idoli, prova il piacere di profanarli e di dissacrarli: in questa dolorosa operazione c'era il suo bisogno di essere contemporaneamente «una» e «un'altra», «una» che adora, e «un'altra» che sputa sull'oggetto adorato; «una» che mitizza e «un'altra» che riduce.
Ma non era ambiguità, ripeto. Il suo gioco era chiaro come il sole. Naturalmente, proponendosi prima di tutto, come una delle leggi-chiave del suo codice, di non fare mai, in alcun caso, pietà, essa, per il gioco dell'opposizione, ha anche sempre voluto e ammesso anche di fare pietà. Ma la pietà non è stata causata da una o dall'altra delle sue azioni o delle sue situazioni: no, essa è sempre stata causata dall'eccessiva chiarezza del suo gioco. Dunque è attraverso la pietà che essa è stata costretta a provocare verso la sua persona, che è venuta fuori la sua generosità: cioè qualcosa di eroico.
Questo è infatti il necrologio di un'eroina. Bisogna aggiungere che era molto spiritosa e un'eccellente cuoca.

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NOTA
* Questo necrologio è stato scritto nel 1971 per «Vogue», immaginando che fosse l'anno 2001. 
   Si veda in "Pagine corsare" l'articolo integrale.

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Disperata vitalità
di Gianfranco Capitta

Più che l'attrice (girava da tempo più in Francia che da noi, e comunque restano i suoi fantastici film), con Laura Betti mancherà l'intellettuale, lucida e spietata conoscitrice della politica e dei politici, pasionaria intemperante di ogni ambizioso. La persona più divertente e irresistibile che sia passata a Roma, quasi un monumento contro la romanità deteriore di abatini e generone, sempre pronta a partire lancia in resta contro le ipocrisie e in favore della poesia. Quella di Pasolini certo, ma anche quella della propria vita e della propria utopia. Un monumento solenne come i suoi colorati cabani e le cappe fruscianti, ma anche resistente come la pietra ad ogni intimidazione o sopruso. Una donna complessa e straordinaria, né musa né vestale come oggi ripeteranno i giornali, ma che a Pasolini pagava il prezzo di un'amicizia e di un patto stretti in anni di spensierata e divertita gioventù, in cui la curiosità di un mondo, per entrambi bolognesi, aveva scoperto immediatamente e con lucidità l'orrido del potere romano. Forse neanche il poeta immaginava quanto lei avrebbe potuto sviluppare il suo pensiero, scavare nella sua eredità culturale, garantirgli una presenza forte in un'Italia sempre più distratta, e sull'intero pianeta che non lo aveva conosciuto prima. Ma dove lei lo ha portato instancabile, con i suoi testi e i suoi film restaurati di smalto, arrivando per questa sua missione a prendere di tanto in tanto l'odiatissimo aereo.
Le sue parole erano davvero pietre, dietro quell'apparenza scherzosa da grande attrice. Aveva cominciato cantando, e costringendo a scrivere per lei tutti gli intellettuali di rango, da Gadda a Arbasino: «Ossigenarsi a Taranto, è stato il primo errore...». E su quel milieu amato e adorato ma sempre da fustigare, aveva esercitato la sua scrittura brillante, prima sul bovarismo degli scrittori (Teta Veleta, pubblicato da Livio Garzanti che pubblicava i suoi Pasolini e Volponi) poi con gli atti dei processi attorno a Pierpaolo.
Ragazza, era riuscita a sedurre e irridere, piegandoli alla sua volontà, divi e potenti, da Claudio Villa ai principi della finanza. Donna libera prima del tempo e delle mode, aveva instaurato uno stile riconosciuto, da via Margutta a Campo de' Fiori. Curiosa e generosa verso i giovani, non andava magari per il sottile nei suoi rapporti di lavoro, quasi le bruciasse la fretta di arrivare a fare, a scoprire, a denunciare. A fare teatro, attrice grandissima, capace di modulare in un pianissimo i boati interiori di Orgia o di Una disperata vitalità (quest'ultimo, ripreso da Martone, aspetta da anni di essere mandato in onda dalla Rai!). Non amava le mezze misure, nei rapporti con gli altri e tanto meno in cucina. Conoscitrice esperta delle debolezze umane, era capace di far perdere lo stile ad Alberto Moravia come a Felix Guattari, davanti a un pentolone di bolliti. Amava spesso dare del tu ai potenti, e magari al femminile, «che suona tutto più semplice», diceva. Ma la sua grandezza maggiore restava nel pensiero, e nello spirito corrosivo, condannata allo scontro perenne proprio con le reticenze del suo vecchio Pci. E tutto questo, senza Laura, non c'è proprio più.

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L'ultimo sguardo della «Giaguara»
di Federico De Melis

Sempre pronta a straniare le situazioni con la sua presenza generosa e roboante, Laura Betti è stata un vero a-parte della scena culturale italiana, dall'apparizione nella Dolce vita in qua. Aveva cominciato, prima, come cantante jazz, e adesso la si può salutare riascoltando le canzoni che dopo, con i suoi grossi timbri tra disperato e parodistico, interpretò sui testi di Brecht per Weill e su quelli dei suoi amici scrittori, conosciuti negli anni sessanta romani, quando lei era detta «la giaguara». Con questi, Moravia e Pasolini soprattutto, aveva un rapporto tenero di una tenerezza materna, l'altra faccia di una ferita immedicabile che la portava, al contrario, a inscenare la vita in ogni momento, tirandola fino allo strazio di sé e al grand-guignol. Questa stupenda confusione ne ha fatto un'attrice trionfalmente lontana dai problemi tecnici dell'interpretazione, sempre sprofondata in se stessa, nella sua cattiveria, nell'abbandono lunare, nella disarmata onestà esistenziale: e andrà ricordata sul resto, per quest'ultimo aspetto, la serva contadina di Teorema, che vede tutto con il suo occhio vergine nel blocco morale e sessuale di una famiglia alto-borghese in Padania, e finisce suicida sottoterra, «tenuta quasi per mano - ha raccontato - dalla mamma di Pier Paolo». Questa Emilia, un po' come il cannibale di Clementi perso tra le polveri dell'Etna in Porcile, dà al senso preistorico di Pasolini uno dei riscontri più alti, con quella solenne crisi della presenza che addita l'inevitabile lacerarsi del mondo rurale. Ma c'è un versante più propriamente fosco e perverso, poi, che tra la signora fiorentina del Piccolo Archimede di Gianni Amelio, inceppata dalla mancata maternità, e la fascista suina del bertolucciano Novecento, fin dentro la voce prestata ad Hélène Surgère per «vestire» la signora Vaccari di Salò, la Betti ha inteso come possibilità per dare corpo e calibrare un'immagine di sé non di rado anche spesa, più o meno giocosamente, nel tripudio delle occasioni sociali. Quest'immagine si fa aderente al massimo, forse, con la Donna di Orgia di Pasolini, interpretata nella controversa messinscena dello stesso scrittore allo Stabile di Torino nell'inverno del 1968, e poi replicata nell'85. Lì l'ancestralità della Betti, quella necessità di non perdere contatto con il sorgivo fuori degli obblighi mondani (motivo eminentemente pasoliniano), trovava il terreno fertile di una parte che mescola l'elegia dei paesi verso le Prealpi e i Colli Euganei prima della rivoluzione neo-capitalistica a un tenebroso desiderio di annullamento masochistico, per non vedere il nuovo.
Il lato comico di Laura Betti abbondava verso il surreale, e questa surrealtà pareva effettivamente dettata dallo scarto culturale tra un mondo vivo amato nelle memorie profonde, quasi archetipico secondo l'impronta, appunto, di Pasolini, e l'ordinario di un'esistenza invivibile. Non ci poteva che essere il comico a suturare, e lei lo farciva, ma anche lo elaborava, come nelle sue cucinate di base emiliana a via di Montoro. Con l'apparizione del grasso turista vestito di albicocca alla coloniale nella Terra vista dalla luna, la Betti aveva dato alla comicità pasoliniana, intrisa di Chaplin, cioè di malinconia controllata dal gestuale e dal mimico, un momento di libertà cinica e disinteressata, la stessa profusa nei Racconti di Canterbury dalla donna di Bath, che nell'alcova incita l'arnese del vecchio marito a fare il suo dovere. Ogni film era occasione di fiorita aneddotica, per lei, come, in questo caso, i miracoli accaduti al «grosso carro di Tespi» di una troupe che scorrazzava su e giù per l'Inghilterra alla ricerca dello spirito di Chaucer.
Con Laura se ne va anche una parte della nostra vita, spesa a ragionare e sragionare sul «paese orribilmente sporco». Col protagonismo rapace che le era proprio, dopo la morte di Pasolini promosse da Garzanti la pubblicazione di quell'inquietante dossier dove si possono trovare, ad esempio, e in tutta serietà, le note psichiatriche del professor Aldo Semerari dell'università di Roma sullo scrittore «psicopatico dell'istinto», «anomalo sessuale», «omofilo nel più assoluto senso della parola». Da Paolo Volponi a Franco Fortini ad Andrea Zanzotto, Laura li aveva messi tutti alle strette, per realizzare quel libro bianco, dal titolo Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte.
Però, era divertente come non capita più di incontrare. Un'altra razza: adesso me la ricordo in un improbabile viaggio norvegese, stufa di tutti quei Munch, dei fiordi, persino di Liv Ullmann.

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La grazia di Laura
di Ida Dominjanni

C'era un immancabile rito a casa di Laura, ogni inizio d'anno il giorno della Befana. Ci convocava con l'intimazione di portare l'oggetto più detestato che avevamo in casa, bene impacchettato e anonimo. I pacchetti si accatastavano sotto l'albero numerati, e formavano il montepremi della tombola. Ambo, terno, quaterna: chiunque vincesse conquistava l'oggetto rifiutato da un altro - lo scarto di una storia, il residuo indesiderato di un amore, il ricordo da dimenticare, il vestito passato di misura, la fotografia diventata insopportabile, il soprammobile kitch incompatibile col gusto minimal di molte nostre abitazioni. Passando di mano, scarti, residui e ricordi cambiavano di segno, trovavano nuova accoglienza, si attaccavano a diverse esistenze: il circolo dell'amicizia serve anche a questo, a riciclare le storie senza mandarle al macero. Laura stessa arricchiva il montepremi con la sua generosità e la sua insofferenza: poche befane fa diede via di tutto, più d'uno dei suoi meravigliosi kaftani con cui si vestiva da quando il peso non le dava tregua, scarpe stile anni '40 che nei '60 si era fatta fare su misura tutte uguali e tutte di colore diverso, borse di ogni foggia, un paio di pellicce finte. Maschere amate e poi gettate via - come gli idoli amati e dissacrati di cui parla Pasolini nel suo necrologio dell'«una» e dell'«altra» Laura. L'una e l'altra vivevano insieme in casa e insieme uscivano. Era imprevedibile sapere quale delle due avresti trovato andando a farle visita o accompagnandola al cinema o al teatro, e questo era il bello di Laura e dei suoi mai scontati giudizi, sul cinema e sul teatro, sulla politica e sulla vita. L'una e l'altra, insieme, facevano la sua irriducibile libertà: un anticonformismo senza maniera, che veniva da dentro e non si era mai arreso alle briglie che il tempo ha messo su molti anticonformismi di tempi più facili. Anche della sua amicizia con Pierpaolo, come lo chiamava lei, in cui per molte di noi più giovani era facile diagnosticare il segno di un cedimento d'autonomia, lei restituiva il segno dell'amore per la libertà. Lo stesso con cui ci strapazzava ruvidamente quando le pareva che dell'essere donna qualcuna facesse un'ideologia. Lo stesso con cui mi disse, una sera, di essere preoccupata per «la grazia» che sentiva venire meno in molte relazioni di amicizia e di collaborazione. La grazia, ecco. Senza la ruvidezza di Laura ne mancherà di più.

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Dalla musica jazz al cinema
Una vita vissuta avventurosamente. E l'omaggio di Venezia

«Non ho mai creduto che lo spettacolo debba andare avanti: lo spettacolo può fermarsi in omaggio a qualcosa di più importante». Questo diceva Laura Betti pochi mesi fa, in occasione del suo settantesimo compleanno, durante un'intervista rilasciata a un'agenzia. Ieri mattina se n'è andata, salutando tutti dall'ospedale dell'isola Tiberina. Ma lo spettacolo non si fermerà. Laura Betti era a nata a Bologna il 1° maggio 1934, infatti nella stessa intervista diceva «non so se festeggerò i 70 anni. Finora non ho mai ricevuto uno straccio di regalo perché quel giorno coincide con la festa dei lavoratori e tutti si dimenticano del mio compleanno....». E poi aggiungeva «con tutto quel che succede nel mondo non è che uno abbia una gran voglia di festeggiare. Non è facile sopravvivere a questa marea di idiozie». Lingua lunga, tagliente, mai diplomatica. Con le sue interpretazioni ha attraversato l'intero mondo dello spettacolo, che non si ferma, ma che domani alle 12 al teatro Argentina, su iniziativa del comune di Roma, si ritroverà per ricordarla. Aveva cominciato come cantante jazz, poi naturalmente teatro, un'infinità di film, con i registi più prestigiosi Rossellini, Blasetti, Bellocchio, Bertolucci e il grande sodalizio con Pasolini di cui era musa, amica, interprete, complice. Nel 1968 aveva anche vinto una coppa Volpi a Venezia come migliore attrice proprio con Teorema di Pasolini. E dal Lido hanno già fatto sapere che la prossima Mostra proporrà un omaggio a Laura. Dal 1980 dirigeva il Fondo Pier Paolo Pasolini e nel 2001 aveva realizzato il film-documentario Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno, il più completo mai realizzato sulla vita dello scrittore-regista e da lei stessa definito «un delirio sano». E lo aveva presentato a Venezia, con la sua voce fuori dagli schemi della gradevolezza, abbigliata con quei vestiti indianeggianti che avvolgevano il suo corpo decisamente ingrossato. Impossibile non notarla e quando cominciava a parlare impossibile non rimanerne rapiti. Come un'infinità di intellettuali che nel corso degli anni sono rimasti affascinati dalla sua vitalità prorompente, dalla imprevedibile intelligenza, dalla straordinaria sensibilità e dalla cultura mai accademica. Aveva dichiarato di voler tornare dietro la macchina da presa, ma negli ultimi tempi la salute aveva cominciato a tradirla spesso. Ora che se n'è andata avremo modo di vederla riproposta nei tanti film che ha attraversato come presenza unica e irripetibile. (a.c.)


Liberazione
1° agosto 2004

Addio "tragica Marlene"
di Sara Pompei 

Così Pier Paolo Pasolini definiva la sua musa, Laura Betti, scomparsa ieri a Roma. Attrice, cantante, era diventata regista per un film sul grande poeta «Una tragica Marlene, una vera Garbo che si è messa sul volto una maschera inalterabile di pupattola bionda». Così Pierpaolo Pasolini definiva Laura Betti, morta a Roma nella notte tra venerdì e sabato.
Era nata il primo maggio del 1934 a Bologna. Il suo esordio nel mondo dello spettacolo risale alla fine degli anni cinquanta come cantante jazz nel varietà di Walter Chiari "I Saltimbanchi" e nel "Cid" di Corneille con la compagnia di Enrico Maria Salerno. Successivamente entra nella compagnia Brignone - Santuccio, con cui prende parte a "Il crogiuolo" di Miller con la regia di Visconti. Cantare è però il modo d'espressione più originale per Laura Betti. La giaguara si impone sulla scena in quegli anni come la cantante degli scrittori. Nello spettacolo "Giro a vuoto", del 1960, interpreta canzoni con testi di Italo Calvino, Giorgio Bassani, Mario Soldati, Ennio Flaiano, Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini.
Pioniera della contestazione, conosciuta per il suo carattere caustico, agli inizi degli anni sessanta comincia una lunga carriera, passando dal teatro al cinema. Lavora con registi come Roberto Rossellini, Alessandro Blasetti, André Techiné, Marco Bellocchio e Bernardo Bertolucci. Ma è con Pier Paolo Pasolini che nasce un lungo sodalizio di anime in rivolta. Laura Betti è testimone e partecipe della metamorfosi del linguaggio pasoliniano dalla parola scritta alla parola orale. "Italie Magique", il dramma umoristico sulla crisi delle ideologie, viene scritto per lei da Pasolini.
Molti sono i progetti che testimoniano il legame tra i due. Per Pasolini, nel 1966, Laura Betti recita una inconsapevole diva del cinema nel film "La Ricotta". E' ancora lei a recitare la buffa Desdemona in "Cosa sono le nuvole" e la turista in "La terra vista dalla luna". Nel 1968 è la serva Emilia nel film "Teorema" con il quale la Betti vince la Coppa Volpi al Festival di Venezia. Infatti: in una famiglia così tanto borghese come quella di "Teorema", la serva Emilia è la sola a non essere borghese, ed è proprio la sua non appartenenza alla classe - senza salvezza - a riservarle la metamorfosi meno sofferta. Affrontare l'incontro con il sacro d'istinto, con la logica arcaica del mito, e rivelarne infine la santità. Non a caso un ruolo così emblematico è affidato da Pasolini a Laura Betti. La collaborazione prosegue con "I racconti di Canterbury" in cui è la donna di Bath che sintetizza con la sua volgarità tutto lo sparlare moraleggiante dei personaggi di Chaucer.
È un sodalizio artistico durato fino alla morte di Pasolini, ed un legame d'affetto alimentato dalla memoria, fino all'ultimo. Una memoria che Laura Betti ha continuato tenacemente a tener viva con numerose iniziative, fondando e dirigendo per oltre vent'anni il Fondo Pier Paolo Pasolini. Nel 2001 ha diretto il film-documentario "Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno" che nelle sue intenzioni voleva essere il più completo mai realizzato sulla vita dello scrittore, presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. «Ho fatto un film - spiegava Laura Betti - sognando le parole di Pier Paolo immerse in tutto ciò che da tempo non lo riguarda, come un'enfatica, mondana e stridente democrazia; una falsa capacità di capire; una non troppo furtiva apologia della bassa cultura, bassa, strisciante, penetrante e capace di una potente e vorace assimilazione», per poi definire il film «un delirio sano».
«Sono sicuro - così Pasolini nel 1971 immaginava per Vogue un necrologio dell'attrice per il 2001 - che nella sua tomba ella si sente bambina. Ella è certamente fiera della sua morte, considerandola come una morte speciale». E poi, «la mia morte è provvisoria, è un fenomeno passeggero essa par dire con l'aria di un personaggio di Gogol, Dostojewsky o di Kafka, in alto loco si sta sbrigando perché tale noiosa congiuntura venga superata e tutto torni come prima».

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Il ritratto

Un carattere difficile, fino all'eccentricità. Una vitalità assolutamente fuori del comune, anche per una protagonista dello spettacolo, com'era lei - sia pure di uno spettacolo raffinato, spesso d'avanguardia, intellettualmente e culturalmente sempre stimolante. E, soprattutto, una grande poliedricità d'artista: attrice, cantante, cabarettista e a suo modo show woman, scrittrice, infaticabile organizzatrice culturale. Questa era Laura Betti, un'altra che se n'è andata troppo presto. Una di quelle personalità che comunque lasciano il segno. Come dimenticare le sue interpretazioni di «cattiva», anzi cattivissima, come quella in Novecento, dove riesce a incarnare alla perfezione la femminilità invidiosa e perversa della «donna del fascista»? E il rapporto intensissimo con Pasolini, di cui è stata musa ispiratrice, collaboratrice, attrice sensibilissima, prima di esserne l'erede fedele e incollerita, ormai in aperta rottura con l'intero establishment culturale? Il fatto è che, in Laura Betti non c'era mai - credo non ci sia mai stata - quella tendenza ad adagiarsi comunque in un ruolo (o in un successo) acquisito che rende gli intellettuali di sinistra - o radical o alternativi - così frequentemente ripetitivi. Non era nata per indurre pensieri o aspirazioni di "riposo", non acquietava mai, fino al rischio della sgradevolezza. Al contrario, voleva sempre e comunque inquietare, fuori dagli stilemi e oltre ogni conformismo.
Tra le performances che, credo, di lei vanno oggi ricordate, c'è una magnifica incisione di canzoni di Kurt Weill: un doppio LP dei primi anni '60 che contiene una parte cospicua dell'Opera da tre soldi, compreso uno straordinario duetto (Tango Ballade) con Vittorio De Sica e gli straordinari arrangiamenti di Bruno Maderna. La Betti interpreta i canti di Brecht-Weill con uno stile del tutto diverso da quello "originario" del cabaret tedesco: ma ne restituisce intera l'attualità e la modernità, con la sua voce bella, intensa, tagliente - una autentica «voce recitante» perfettamente capace anche di slanci lirici e languori "decadenti". E va ricordata, a mio parere, la sua partecipazione, con Paolo Poli, ad un romanzo sceneggiato della Tv d'antan (tratto da Hans Fallada): lei e Poli introducevano (e inframezzavano) le diverse puntate con ballate "moraleggianti". Facevano insomma i cantastorie, quasi in funzione corale. Uno dei tanti esempi della versatilità di Laura Betti - oltre che della qualità dei programmi televisivi di quegli anni.
Con la sua scomparsa, perdiamo una delle pochissime esponenti di una razza in via d'estinzione: l'attore\attrice che è anche personaggio, capace di fare cultura, capace di imporre vere tendenze, oltre tutte le mode. L'attore\attrice\cantante intero, non solo e nemmeno forse soprattutto un mestiere. 


Ansa
31 luglio 2004

Addio a Laura Betti, attrice pioniera della contestazione

Laura Betti è morta questa mattina alle 7 all'ospedale Fatebenefratelli, sull'isola Tiberina, a Roma.
Da poco compiuti i settant'anni, l'attrice (il cui vero cognome era Trombetti) era nata a Bologna il 1 maggio 1934. Attrice e regista aveva esordito nel mondo dello spettacolo nel 1958 come cantante jazz nel varieta' di Walter Chiari 'I saltimbanchi' cui era seguita, un anno dopo, una parte nello spettacolo 'Giro a vuoto' entrato nel cartellone della Biennale.
Pioniera della contestazione, nota per il suo carattere caustico, passata al cinema negli anni Sessanta ha lavorato con registi come Roberto Rossellini, Alessandro Blasetti, Marco Bellocchio e Bernardo Bertolucci ma l'incontro piu' importante e' quello con Pier Paolo Pasolini nel 1963 con cui recita in 'La ricotta' e poi arrivano: 'Che cosa sono le nuvole', 'La terra vista dalla luna', 'Teorema', con cui nel 1968 vince una Coppa Volpi come migliore attrice a Venezia, e 'I racconti di Canterbury'. Grande amica di Moravia e Pasolini, dal 1980 dirigeva il 'Fondo Pier Paolo Pasolini' e nel 2001 aveva realizzato il film-documentario 'Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno', il piu' completo mai realizzato sulla vita dello scrittore e definito dalla Betti ''un delirio sano''.

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Veltroni, cinema e cultura le debbono molto

''Per quello che ha fatto e per quello che era, il cinema e la cultura italiana debbono molto a Laura Betti''. Lo ha detto il sindaco Walter Veltroni, commentando la morte dell'artista, ed aggiungendo che la Betti ''e' stata cantante, doppiatrice, attrice, regista, scrittrice, appassionata organizzatrice dell'eredita' di Pier Paolo Pasolini''. Veltroni ha detto inoltre:''E' stata una donna di straordinaria cultura e fortissime curiosita' intellettuali, con un grande carattere, a volte difficile, ma generoso. Ha conosciuto il successo a teatro molto presto, ma ha saputo, con umilta' e ammirevole professionismo, mettere in gioco la propria popolarita' per imparare il mestiere del cinema, lavorando con Rossellini, Blasetti, Techine', Bellocchio, Bertolucci. L'incontro con Pier Paolo Pasolini, nel '63, ha rappresentato per Laura una svolta importantissima, l'inizio di un sodalizio intellettuale che, da ''La Ricotta'' a ''Teorema'' ( che le valse la Coppa VOlpi come migliore attrice a Venezia) a ''I Racconti di Canterbury'' ha dato tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70 alcune tra le opere piu' belle della storia del cinema italiano. Il film-documentario dedicato nel 2001 al suo grande amico e la gestione del Fondo Pasolini hanno impegnato gli ultimi anni della vita di Laura. Tutti quelli che l'hanno conosciuta rimpiangeranno ora la sua forza, le sue passioni, le sue certezze''.

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Pistone, personaggio indimenticabile

ROMA - ''Con la morte di Laura Betti viene a mancare un pezzo della cinematografia italiana. Un volto, una voce e un personaggio assolutamente indimenticabile''. È quanto afferma Gabriella Pistone, parlamentare dei Comunisti Italiani e responsabile nazionale del dipartimento Spettacolo del Partito. ''Il suo stile e la sua recitazione - sottolinea ancora Pistone - resteranno nelle menti e nel cuore di tutti gli appassionati del cinema italiano e la partecipazione ai film con Pier Paolo Pasolini, tra cui 'La ricotta', 'Che cosa sono le nuvole', 'La terra vista dalla luna' e 'Teorema', sono momenti memorabili e che sopravvivranno in ogni tempo''.


la Provincia
3 agosto 2004

L’addio a Laura Betti

La Roma del teatro, del cinema e della cultura si è ritrovata questa mattina al Teatro Argentina per ricordare Laura Betti le cui esequie religiose sono previste per oggoi a Bologna nella Chiesa della Certosa alle 16 alla presenza del sindaco Sergio Cofferati e del presidente e del direttore della cineteca di Bologna Giuseppe Bertolucci e Gianluca Farinelli. Nella sala del Teatro Argentina, gremita, si riconoscevano compagni di viaggio dell’attrice, cantante e musa di Pier Paolo Pasolini: Ettore Scola, Citto Maselli, Fabio Mauri (uno di maestri della scuola romana degli anni Sessanta) il critico Jacquline Risset, il linguista ed ex ministro dell’Istruzione Tullio De Mauro.

All’Argentina c’erano anche i giovani maestri come Francesca Archibugi, Mimmo Calopresti, Mario Martone, il fratello di Laura Betti Sergio, l’assessore alla cultura di Roma Borgni. E molti altri. Oggi, al termine della giornata in cui Laura Betti sarà sepolta nel cimitero di Bologna, sua città natale, il Comune e la Cineteca renderanno omaggio all’attrice con una serata in Piazza Maggiore. Davanti al grande schermo in cui per un mese sono stati proiettati i film delle rassegne estive della Cineteca, dalle 22 scorreranno prima alcune sequenze con interpretazioni di Laura Betti e poi seguirà il film Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno, scritto e diretto dall’attrice nel 2001. Molte delle pellicole da cui è stata tratta la selezione sono proprio di Pasolini (La ricotta, La terra vista dalla luna, Che cosa sono le nuvole, Teorema, I racconti di Canterbury). Ma ci sono anche film di Fellini (La dolce vita), Bellocchio (Il gabbiano), Bernardo Bertolucci (Novecento), Paolo e Vittorio Taviani (Allonsanfan), Mario Bava (Reazione a catena), Mario Martone (Una disperata vitalità), Catherine Breillat (A mia sorella). Presentando il lavoro su Pasolini, la nota della Cineteca sottolinea che si tratta di un film di montaggio «molto ben fatto, pudico, toccante, che evoca anche un clima culturale e una società letteraria ormai spariti». Il film presenta materiali sull' opera e sulla vita dello scrittore-regista. Tra l’altro, interviste ad alcuni bambini, una lezione universitaria in cui Pasolini parla del padre, i sopralluoghi a Gerusalemme per Il Vangelo.


Il Resto del Carlino
31 luglio e 4 agosto 2004

Addio a Laura Betti, donò a Bologna l'archivio di Pasolini

31 luglio - Erano state le comuni radici bolognesi di Laura Betti - nata nel capoluogo emiliano il primo maggio del 1934 - e di Pierpaolo Pasolini - che aveva fatto di Bologna, dove aveva vissuto la sua giovinezza, la sua città d'elezione - a convincere l'attrice, unita da un profondo legame di amicizia con lo scrittore e regista scomparso, a donare alla Cineteca del capoluogo emiliano il prezioso archivio pasoliniano.

L'opera - centinaia di documenti che riassumono l'intera opera scritta di Pasolini, ma anche cassette, registrazioni radiofoniche, audiovisivi, raccolte di quotidiani e periodici e alcuni inediti - è ora custodita presso la biblioteca della Cineteca comunale di Bologna e rappresenta la fonte più accreditata dell'opera pasoliniana per i giovani studenti che intendono dedicarvi la tesi di laurea.

Una corposa sezione dell'archivio, gìa meta di numerosi studiosi e studenti, è infatti dedicata proprio alle tesi di laurea su Pasolini. L'annuncio della donazione venne fatto a Bologna da Laura Betti il 28 novembre 2003: la donazione vera e propria è stata formalizzata il 26 aprile 2004.

In una nota congiunta il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, il presidente e il direttore della Cineteca, Giuseppe Bertolucci e Gian Luca Farinelli, «salutano con commozione l'uscita di scena di Laura Betti, attrice, artista di grande talento, combattente instancabile di mille battaglie in nome della poesia, contro il degrado morale e culturale del nostro paese».

«Le comuni radici bolognesi di Laura e Pier Paolo e il destino che indissolubilmente li legava - prosegue il documento - hanno voluto che fosse la nostra città e la nostra Cineteca l'ultimo porto del loro viaggio. Il Fondo, trasferito di recente per volontà di Laura e del Comune nei locali della nostra biblioteca, è già stato meta di numerose visite di studiosi e di studenti, segnale di un interesse sempre vivo e sempre rinnovato, che impegna la Cineteca a proseguire, con costanza e con passione, il prezioso, impagabile lavoro della nostra amica Laura Betti».

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L'attrice e regista bolognese e romana d'adozione,
se ne è andata la scorsa notte in un ospedale romano all'età di 70 anni

GLI ESORDI Aveva esordito nel mondo dello spettacolo nel 1958 come cantante jazz nel varietà di Walter Chiari «I Saltimbanchi».
LA CARRIERA Nel corso della sua lunga carriera cinematografica lavora con registi del calibro di Rossellini, Blasetti, Andrè Tichinè, Bellocchio e Bertolucci.
IL SODALIZIO Nel 1963 incontra Pier Paolo Pasolini con cui nasce un lungo sodalizio umano e professionale
Laura Betti era nata a Bologna nel 1934 ed aveva esordito nel mondo dello spettacolo nel 1958 come cantante jazz nel varietà di Walter Chiari «I Saltimbanchi».
L'anno seguente a Milano recita nello spettacolo 'Giro a vuoto', che ottiene un clamoroso successo tanto da entrare nel cartellone della Biennale. All'inizio degli anni Sessanta passa al cinema e nel corso della sua lunga carriera cinematografica lavora con registi del calibro di Roberto Rossellini,Alessandro Blasetti, Andrè Tichinè, Marco Bellocchio e Bernardo Bertolucci.
Nel 1963 incontra Pier Paolo Pasolini con cui nasce un lungo sodalizio umano e professionale: con lui recita in «La ricotta» cui seguiranno «Che cosasono le nuvole» (1966), «La terra vista dalla luna» (1967), «Teorema» (1968, con cui vince una Coppa Volpi come migliore attrice a Venezia), e «I raccontidi Canterbury» (1972).Autrice di numerosi libri, dal 1980 dirigeva il «Fondo Pier Paolo Pasolini».
Anche il suo ultimo lavoro per il cinema da regista è dedicato a Pasolini: nel 2001 infatti l'attrice aveva diretto il film-documentario «Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno», presentato alla Mostra del Cinema di Venezia.

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 "Ha sempre amato la sua città". Ultimo viaggio con Pier Paolo
di Nicoletta Rossi

4 agosto - Ieri pomeriggio nella chiesa della Certosa la cerimonia funebre dell'attrice morta a 70 anni.

L'OMELIA E I DISCORSI "Dio le dirà: molto ti è stato perdonato perchè molto hai amato" Con queste parole il 'parroco di Cinecittà', don Virgilio Fantuzzi, ha salutato l'amica. Commosse parole di Giuseppe Bertolucci, Goffredo Fofi e Angelo Guglielmi.
PASOLINI La messa dedicata anche alla memoria del grande regista-scrittore. Il presidente della Cineteca, Giuseppe Bertolucci., ha detto ancora grazie a Laura Betti per la donazione del Fondo Pasolini.
AMICI Un rito senza folla, poi la sepoltura nella tomba di famiglia. Presenti anche il sindaco Cofferati e l'attrice Gianna Serra.
"Laura, anche a te, dove sei ora, Colui che l’ha gia detto ad altre donne dirà: molto le è stato perdonato, perchè molto ha amato". Con questa frase commovente si conclude l’omelia-ricordo che don Virgilio Fantuzzi, il ‘parroco di Cinecittà’, dedica all’amica Laura Betti.
Non ci sono frasi fatte e ricordi di circostanza nelle parole del sacerdote, così come non c’è retorica nelle parole di Angelo Guglielmi, di Giuseppe Bertolucci e di Goffredo Fofi che interverranno dopo di lui.
«Laura - esordisce il sacerdote nella cappella della Certosa - ci ha invitati qui per la sua ultima performance. Lei che ha tanto parlato, recitato, cantato, adesso è muta. Chi di voi ha visto Il vangelo secondo Matteo, ricorderà che il Gesù ritratto da Pasolini era un uomo che diceva cose che non sempre lo rendevano gradito. Laura faceva lo stesso. Prendeva di petto le persone che si ritengono per bene. Non ti diceva mai sì subito, ma poi faceva. Alla sua maniera è stata una donna molto generosa e il Fondo Pasolini che ha donato a Bologna ne è la prova».
«Laura era tenace - aggiunge -, eccessiva, debordante, invadente. Il suo modo di fare infastidiva tanta gente, ma lei, soprattutto, voleva essere amata e lo faceva capire sempre, in modo più o meno opportuno».
Poetico il ricordo di Giuseppe Bertolucci: «Laura era un sostantivo, una casa, un corpo, un cibo. Laura era il finale di un’ottavina, un ossimoro vivente di dolcezza e aggressività, un mistero gaudioso e doloroso, una contadina della Bassa e la figlia ribelle della borghesia bolognese. Laura era una militante faziosa e intollerante, ma le idee sue e di Pier Paolo erano e sono ancora le uniche giuste. Laura era una bolognese e portare qui il Fondo Pasolini, anche se siamo in un’epoca di globalizzazione, è stato un atto d’amore per la sua città».
Concrete, piene di piccole cose, le parole che all’attrice ha dedicato Angelo Guglielmi. «Strane coincidenze — ha detto — hanno legato le nostre vite. Durante la guerra, senza conoscerci eravamo entrambi a Roma, città aperta. Dopo il ’45 siamo tornati a Bologna e siamo diventati amici, come lo sono i ragazzi. Ci vedevamo mattina, pomeriggio e sera e facevamo lunghissime chiacchierate nella sua bella villa sui colli, vicino ai Giardini Margherita. Nel ’55 entrambi ci siamo trasferiti a Roma ma le nostre strade si sono divise e non ci frequentavamo molto. La sua era un’amicizia capricciosa e difficile da vivere. Alla gente Laura chiedeva l’esclusiva. Ma lei, soprattutto, aveva a cuore una cosa: la sua libertà».
«Negli ultimi tempi - ha concluso Goffredo Fofi - Laura cadeva e si rompeva continuamente. Ma subito si rialzava, anche con lo spirito, e riprendeva la sua battaglia».

La Gazzetta di Parma
3 agosto 2004

Laura Betti, l'omaggio di Bologna

La Roma del teatro, del cinema e della cultura si è ritrovata ieri mattina al Teatro Argentina per ricordare Laura Betti, l'attrice e regista scomparsa sabato all'età di 70 anni. Nella sala gremita si riconoscevano tanti compagni di viaggio dell'attrice, cantante nonchè «musa» di Pier Paolo Pasolini: Ettore Scola, Citto Maselli, Fabio Mauri (uno di maestri della scuola romana degli anni Sessanta), il critico Jacquline Risset, il linguista ed ex ministro dell'Istruzione Tullio De Mauro. Ma anche giovani maestri come Francesca Archibugi, Mimmo Calopresti, Mario Martone, il fratello di Laura Betti Sergio, l'assessore alla cultura di Roma Borgni. E molti altri.
Oggi alle 16, nella chiesa della Certosa a Bologna, sua città natale, si svolgeranno i funerali alla presenza del sindaco Sergio Cofferati, del presidente e del direttora della Cineteca della città felsinea, Giuseppe Bertolucci e Gianluca Farinelli. Dopo la cerimonia religiosa, le due istituzioni renderanno poi omaggio all'attrice con una serata in Piazza Maggiore.
Davanti al grande schermo in cui per un mese sono stati proiettati i film delle rassegne estive della Cineteca, dalle 22 scorreranno prima alcune sequenze con interpretazioni di Laura Betti e poi seguirà il film Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno, scritto e diretto dall'attrice nel 2001.
Molte delle pellicole da cui è stata tratta la selezione sono proprio di Pasolini (La ricotta, La terra vista dalla luna, Che cosa sono le nuvole, Teorema, I racconti di Canterbury). Ma ci sono anche film di Fellini (La dolce vita), Bellocchio (Il gabbiano), Bernardo Bertolucci (Novecento), Paolo e Vittorio Taviani (Allonsanfan), Mario Bava (Reazione a catena), Mario Martone (Una disperata vitalità), Catherine Breillat (A mia sorella).
Presentando il lavoro su Pasolini, la nota della Cineteca sottolinea che si tratta di un film di montaggio «molto ben fatto, pudico, toccante, che evoca anche un clima culturale e una società letteraria ormai spariti». Il film presenta materiali sull' opera e sulla vita dello scrittore-regista. Tra l'altro, interviste ad alcuni bambini, una lezione universitaria in cui Pasolini parla del padre, i sopralluoghi a Gerusalemme per Il Vangelo, una intervista ai calciatori del Bologna nella prima metà degli anni '60. E ancora, pensieri sul cinema, sulla poesia, sul teatro, sulla rivoluzione mancata, sul suicidio dell'intellettuale. L'ultima frase è: «Perchè realizzare un'opera quando è così bello sognarla soltanto?».

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L'altra metà di Pasolini

L'attrice e regista Laura Betti è morta ieri mattina all'ospedale Fatebenefratelli sull'isola Tiberina. Nata a Bologna, il suo vero cognome era Trombetti, e aveva da poco compiuto 70 anni.
«Una tragica Marlene, una vera Garbo» che si era «messa sul volto una maschera inalterabile di pupattola bionda». Così la definì Pier Paolo Pasolini nel 1971 immaginando per Vogue un necrologio dell'attrice per l'allora lontano 2001.
«Un'eroina, una persona molto spiritosa e un'eccellente cuoca» sottolineava Pasolini parlando della sua amica attrice, con cui strinse un grande sodalizio artistico e di anime. E immaginando la data della sua morte tre anni in anticipo sulla realtà, aveva detto nel necrologio: «Sono sicuro che nella sua tomba ella si sente bambina. Ella è certamente fiera della sua morte, considerandola una morte speciale».
Contestatrice, anima in rivolta, graffiante e ruvida, la Betti non era, spiega ancora Pasolini, una persona ambigua, al contrario una donna «tutta d'un pezzo: inarticolata come un fossile».
Sempre controcorrente come il suo amico Pasolini, l'attrice e regista era entrata nel mondo dello spettacolo come cantante jazz ed è stato proprio il suo modo di usare la voce una delle sue forme di espressione più originali. Definita da alcuni giornali romani dell'epoca «la giaguara» perchè «aggressiva e intrigante», la Betti dopo il debutto a metà anni '50 ne I saltimbanchi con Walter Chiari e nel Cid di Corneille con la compagnia di Enrico Maria Salerno, diventa la cantante degli scrittori interpretando per lo spettacolo Giro a vuoto nel 1960, canzoni con testi di Soldati, Moravia, Flaiano, Calvino, Bassani e Pasolini.
Incontrato per la prima volta nel 1956, Pasolini per lei ritaglia ruoli difficili muovendosi dal teatro al cinema su percorsi originali. Diva del Cinema ne La Ricotta, serva Emilia in Teorema, con cui vinse una coppa Volpi a Venezia nel 1968 e donna di Bath ne I racconti di Canterbury, la Betti ha lavorato anche con registi del calibro di Roberto Rossellini (Era notte a Roma), Federico Fellini (La dolce vita), Marco Bellocchio (Nel nome del padre), Bernardo Bertolucci (nel ruolo di Regina in Novecento), Mario Monicelli (Viaggio con Anita), ed è stata molto amica di scrittori e artisti della scena letteraria di quegli anni, primo fra tutti Moravia al quale era profondamente legata.
Direttrice del Fondo Pier Paolo Pasolini, creato da lei nel 1980 e recentemente trasferito a Bologna, la Betti era diventata regista lei stessa nel 2001 per lavorare al film-documentario Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno che nelle sue intenzioni voleva essere il più completo mai realizzato sulla vita dello scrittore, evento fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2001.
«Ho fatto un film - aveva spiegato nell'occasione - sognando le parole di Pier Paolo immerse in tutto ciò che da tempo non lo riguarda, come un'enfatica, mondana e stridente democrazia, una falsa capacità di capire, una non troppo furtiva apologia della bassa cultura, bassa, strisciante, penetrante e capace di una potente e vorace assimilazione» per poi aggiungere che il film era «un delirio sano».
Impegnata negli ultimi anni a tenere viva la memoria di Pasolini soprattutto fra i giovani, la Betti ha girato il mondo per presentare rassegne cinematografiche sullo scrittore al quale ha dedicato numerosi recital.

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L'archivio nella «loro» Bologna

Prima di morire è riuscita a portare a Bologna l'archivio di Pier Paolo Pasolini e lo considerava un risultato molto importante per custodire la memoria dello scrittore e regista a cui era stata legata per tantissimi anni.
Laura Betti, bolognese di nascita come Pasolini (lei nel 1934, lui nel 1922), nel novembre scorso aveva concluso un accordo con l'ex sindaco Giorgio Guazzaloca, per trasferire all'interno della sede della Cineteca l'intero patrimonio di libri, riviste, foto, quadri, registrazioni magnetiche e digitali che documentano l'attività dello scrittore e cineasta.
Con la franchezza di parole che la contraddistingueva, alla conferenza stampa per spiegare i contenuti dell'intesa, la Betti non nascose il fatto di essere molto dispiaciuta che il materiale di Pasolini non avesse trovato degna e stabile collocazione nella capitale. «Mi ero rotta un pò rotta i c... che per Roma Pier Paolo fosse considerato un poeta friuliano. Quando mi sono accorta che questa battaglia non riuscivo a vincerla, abbiamo fatto le valigie per andare verso nord».
Il viaggio si concluse a Bologna dove Guazzaloca e la Cineteca, presieduta da Giuseppe Bertolucci e diretta da Gian Luca Farinelli, accolsero la proposta. Il materiale del Fondo Pasolini - e la Betti teneva moltissimo alla sua catalogazione in maniera rigorosa - è stato fisicamente trasferito nell'aprile scorso e sarà custodito da un comitato scientifico, guidato dal senatore Guido Calvi.
Ora Farinelli e Bertolucci, con il neo-sindaco Cofferati, la ricordano in una nota congiunta in cui si legge: «Il Comune di Bologna e la Cineteca salutano con commozione l'uscita di scena di Laura Betti, attrice, artista di grande talento, combattente instancabile di mille battaglie in nome della poesia, contro il degrado morale e culturale del nostro paese».


l'Unità
31 luglio e 3 agosto 2004
Laura, la garbata esuberanza
di Renato Nicolini

31 luglio - Laura Betti ci ha lasciato, quasi in punta di piedi, a 70 anni, con quel garbo discreto che era l'altra faccia, nota agli amici, della sua esuberanza polemica. Era stata, da qualche tempo, sfrattata dalla sua casa romana di via di Montoro, dove invitava le volte (ricorrenti, ma non troppo frequenti) che aveva voglia di cucinare. Frequentata, tra gli altri, da Alberto Moravia e da Enzo Siciliano, la sua piccola terrazza era l'esatto opposto della Terrazza romana del film di Scola. Anziché di potere (reale) e di (esibite) utopie, vi regnava, per quanto era possibile, il gioioso materialismo del convito. Il Fondo Pasolini, sua ragione principale di vita per quasi trent'anni, si era anch'esso separato da lei, trovando nuova casa (dopo aspri contrasti che l'assessore romano Gianni Borgna ricorderà bene) a Bologna. Da qualche tempo era diventato difficile incontrarla, credo perché (lei così ricca di istintiva mitologia, tra il mondo familiare del dialetto - Teta Veleta si intitola il suo libro - ed il modello classico) voleva tenere per sé lo spettacolo dei fastidi dell'età.
Ricordo la prima volta che l'ho vista, quando fece letteralmente irruzione, senza che nessuno riuscisse a fermarla, nel mio ufficio d'assessore alla cultura di Roma, nel '77, protestando a voce spiegata perché non l'avevo ancora chiamata, nonostante stessi organizzando con Giuseppe Zigaina la mostra dei disegni di Pasolini a Palazzo Braschi. Nonostante non abbia allora acconsentito a nessuna delle sue tante richieste, è nata un'amicizia, frutto delle diversità e della curiosità. Anche l'ultima volta che l'ho incontrata è stato sotto il segno di Pasolini, quando il Fondo aveva trovato provvisorio riparo presso la Fondazione Di Vittorio di Sergio Cofferati.
Così come la perdurante attualità e fortuna critica di Pasolini si era troppo dilatata per essere contenuta nelle sole iniziative del Fondo (penso in primo luogo a Petrolio, la rassegna al centro della prima stagione del Mercadante Teatro Stabile di Napoli) - faremmo però torto a Laura Betti se limitassimo la sua importanza per la cultura europea al solo rapporto con Pasolini. Scrivo europea e non italiana, perché Laura Betti era Commendatore dell'Ordine delle Arti e delle Lettere della Repubblica Francese istituito da Jack Lang. La cultura francese ha saputo rendere piena giustizia, negli ultimi vent'anni, al valore di molti intellettuali irregolari di casa nostra.
L'esempio più significativo è quello di Carmelo Bene, in Francia considerato, prima ancora che un grandissimo attore, un uomo di pensiero - un esponente di spicco della forma oggi possibile, dopo il Ventesimo Secolo, di filosofia, intesa come desiderio e ricerca della verità anche attraverso l'arte e i poeti. Laura Betti era un'attrice di questo tipo - in modo ugualmente istintivo, dove il pensiero non è sovrapposto alla recitazione, ma è la sua essenza ed il suo risultato.
Il primo ricordo di lei attrice che ho è una canzone, che ascoltavo ancora studente di architettura, agli inizi degli Anni Sessanta, che parlava di «millecento ferme sulla via/ con i vetri appannati/ di bugie e di fiati/ dove si va, diciamo così, a fare all'amore./ No, non dico a scambiarsi qualche bacio…». La memoria mi tradisce, ma esprimeva con tenerezza indicibile l'orrore nascosto ed i desideri celati di quegli Anni Cinquanta.
Oggi penso in primo luogo a come l'attrice Laura Betti sapeva dare pieno senso alla parola poetica di Pasolini, nel recital Una disperata vitalità - dove il suono della sua voce arricchiva i concetti di tutta la contraddittoria pienezza del corpo e della vita, di fronte alla quale bisogna essere in primo luogo sgomenti e perplessi. O alla sua folgorante presenza in America, uno straordinario film in bianco e nero tratto dal romanzo di Kafka. Naturalmente, non è possibile dimenticarla in Teorema, il film più filosofico di Pasolini. O nel Piccolo Archimede di Gianni Amelio. Ma forse la sua interpretazione più profonda, giocata su molteplici registri, esplicitamente dialettica rispetto al personaggio, l'ha data nel ritratto della diabolica erotomane sadica e fascista in Novecento di Bernardo Bertolucci - una sorta di versione femminile del Marlon Brando di Apocalypse Now.
Ma in lei l'attrice non è separabile dalle sue curiosità; dai circoli della prima avanguardia che si formava provenendo da tutt'Italia a Roma nei primi Anni Cinquanta, da Elsa Morante a Pasolini a Cobelli, fino al giovane Luca Ronconi (per cui Laura recitò nel primo Candelaio) ed al suo organizzatore, allora altrettanto giovane, Paolo Radaelli - nel segno del carisma e del fascino e non del potere; dal suo sperimentalismo, che l'ha portata a cantare Brecht e Kurt Weill con Vittorio De Sica, e a recitare in Francia in un film con Jerry Lewis. È difficile pensare che questa straordinaria vitalità oggi debba restare viva soltanto nella memoria.

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Morta Laura Betti, una vita con rabbia
di red.

31 luglio - Laura Betti è morta. L’attrice, cantante, regista che aveva colmato le cronache degli anni Sessanta e Settanta per il suo sodalizio artistico e personale con Pier Paolo Pisolini è spirata in un ospedale romano. Era nata a Bologna il 1 maggio 1934 il suo vero nome era Trombetti.
«Una tragica Marlene, una vera Garbo» che si era «messa sul volto una maschera inalterabile di pupattola bionda». Così Pier Paolo Pasolini definiva la Betti nel 1971 immaginando per il mensile Vogue un necrologio dell'attrice, fissando la sua morte nel 2001.
Il suo esordio nel cinema fu nei primi anni sessanta; cominciò allora una lunga carriera che la vide diretta da registi del calibro di Roberto Rossellini, Alessandro Blasetti, André Techiné, Marco Bellocchio e Bernardo Bertolucci. Uno degli incontri più importanti della sua vita, quello con Pier Paolo Pasolini, avvenne nel 1963 e fu l'inizio di un sodalizio durato dodici anni, fino alla morte del regista e scrittore, e di un affetto, alimentato dalla memoria, che si è conservato per oltre quarant'anni, fino ad oggi.
Con Pasolini recitò ne La Ricotta cui seguirono nel 1966 Che cosa sono le nuvole, l'anno seguente La terra vista dalla luna e, nel 1968, Teorema con il quale la Betti vinse la Coppa Volpi al Festival di Venezia. La collaborazione con Pasolini proseguì nel 1972 con I racconti di Canterbury.
Carattere caustico, protagonista di celebri polemiche, folgorante nelle battute, ha scritto numerosi volumi e ha diretto per oltre vent'anni il Fondo Pier Paolo Pisolini. E proprio a lui dedicò nel 2001 il suo ultimo lavoro: il film documentario Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno presentato alla mostra del cinema di Venezia.
Direttrice del Fondo Pier Paolo Pasolini, creato da lei nel 1980 e recentemente trasferito a Bologna, la Betti era diventata regista lei stessa nel 2001 per lavorare al film-documentario Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno che nelle sue intenzioni voleva essere il più completo mai realizzato sulla vita dello scrittore, evento fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2001.
«Ho fatto un film - aveva spiegato la Betti - sognando le parole di Pier Paolo immerse in tutto ciò che da tempo non lo riguarda, come un'enfatica, mondana e stridente democrazia, una falsa capacità di capire, una non troppo furtiva apologia della bassa cultura, bassa, strisciante, penetrante e capace di una potente e vorace assimilazione» per poi aggiungere che il film era «un delirio sano». Impegnata negli ultimi anni a tenere viva la memoria di Pasolini soprattutto fra i giovani, la Betti ha girato il mondo per presentare rassegne cinematografiche sullo scrittore al quale ha dedicato numerosi recital.
«Con Laura se ne va anche un po’ di noi e del nostro mondo. La ricorderemo con amore e con gratitudine». È il commento di Franco Grillini che così ricorda l'attrice scomparsa:«era prima di tutto una amica. Mi chiamava a volte con la sua voce ruvida e canzonatoria. Ci siamo sentiti spesso per il Fondo Pasolini di cui era la gelosissima custode e gestore certosina. Ma Laura era una grandissima amica degli omosessuali italiani e lo ha dimostrato in numerose occasioni».

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L'addio alla Betti: «Ciao Laura, amica dolce e insopportabile»
di Natascia Ronchetti

3 agosto - Laura Betti ha ricevuto ieri l’ultimo saluto della sua città, nella Certosa. Sarà cremata; l’urna con le ceneri deposta nella tomba di famiglia, i Trombetti (che per lei hanno voluto il funerale religioso) insieme al nonno glottologo e al papà che la fecero crescere intemperante tra la vecchie mura. L’hanno accompagnata ieri, vecchi e sconosciuti amici, la nipote, la cognata, il sindaco di Bologna Sergio Cofferati e Guglielmi. E poi Goffredo Fofi, Giuseppe Bertolucci, Vittorio Boarini, il presidente del Consiglio provinciale Maurizio Cevenini, Davide Ferrari, consigliere comunale Ds, presidente della Casa dei Pensieri. Nell’omelia funebre del sacerdote Virgilio Fantuzzi (critico cinematografico e amico di Laura) il ritratto di una «provocatrice nata, personalità contraddittoria», spesso «eccessiva, debordante e invadente», ma capace di restituire la vita a chi la stava perdendo, come fece con «Sergio Citti che poi di lei disse: Laura mi ha salvato». Una donna «con una sete inesauribile d’amore che chiedeva e dava, e quello che aveva ottenuto lo difendeva con i denti. Volle bene a Pasolini in anni in cui pochi gli volevano bene. Adesso sarà accolta a braccia aperte da colui che un giorno disse a un’altra donna: molto le è stato perdonato perché molto ha amato».
Sono arrivati lenti e silenziosi ieri, amici, parenti, concittadini che l’ammirarono. «Solo la morte è il lasciapassare definitivo a un’identità», dice Giuseppe Bertolucci. E allora, dopo la morte, ecco l’affresco di una donna che «fu un ossimoro vivente», tra dolcezza e aggressività, generosità ed eccesso, «fedele e infedele a se stessa». Protesse con una protervia furiosa la memoria di Pasolini, «la sua visione del mondo», quei pensieri «corsari» profetici, dice Bertolucci, che poi «il tempo ha disgraziatamente confermato».
Ricorda Davide Ferrari, che le fu amico accettando di arrendersi come altri al suo carattere impossibile, che Laura di Pasolini diceva: ogni volta che c’è una polemica alla fine vince lui. Lei un anno fa donò al Comune di Bologna il Fondo Pasolini, una parte è già stata catalogata. Il Comune sta pensando a iniziative per il trentennale della morte del regista-scrittore, nel 2005; Casa dei Pensieri sta lavorando a un convegno sul pensiero di quello che è uno degli autori italiani più studiati nel mondo. Ieri tanti aneddoti e ricordi aiutavano i presenti a ricollocare spezzoni di Laura nel percorso che fece insieme a Pasolini in vita, e poi sola con la sua memoria. Anticonformista fin da giovane, alla madre che le rimproverava nudità troppo esibite rispondeva gaia e indifferente: questa è tutta roba battezzata.
La vecchiaia e le difficoltà della vita l’avevano segnata con un’obesità quasi invalidante. Da ragazza fu bella. E raccontava, dice Ferrari, di quando ebbe «una breve love story con Marlon Brando, e di lui diceva che era di una bellezza di fronte alla quale bisognava solo mettersi in adorazione. Mia zia andò a scuola con lei, le compagne di classe ne parlavano come della donna coraggiosa che aveva saputo conquistare la trasgressione, anche a costo di follie». Cevenini era un giovanotto quando la conobbe a un’iniziativa bolognese del Pci. 1975, o giù di lì. «Trascinò tutti a parlare fino quasi al mattino di idee rivoluzionarie. Noi eravamo tutti ragazzi, lei aveva un fascino notevole, era carismatica».


la Repubblica
31 luglio 2004
Morta a Roma Laura Betti amica e Musa di Pasolini
di Claudia Morgoglione

L'ultima sua apparizione ufficiale, nel mondo del cinema, risale al settembre 2001, quando presentò alla Mostra di Venezia, da regista, il film-documentario sull'uomo che più di tutti la sentì vicina: Pierpaolo Pasolini e le ragioni di un sogno, omaggio struggente ma sobrio al grande intellettuale scomparso tragicamente. E ora anche la sua migliore amica e Musa, lei, Laura Betti, se ne è andata: l'attrice è morta alle 7 di stamattina in un ospedale romano. Aveva settant'anni.
Una vita segnata dall'amicizia col poeta-scrittore-regista: basta pensare che diretta proprio da Pasolini, in Teorema, la Betti conquistò la Coppa Volpi per la migliore interpretazione, a Venezia, nel 1968. Tre anni dopo, nel 1971, lo scrittore su una rivista pubblicò perfino un necrologio anticipato su di lei, immaginando la scomparsa nel 2001: nel testo la definisce, tra l'altro, una "tragica Marlene", una "vera Garbo". E aggiunge: "Son sicuro che nella sua tomba ella si sente bambina. Ella è certamente fiera della sua morte, considerandola una morte speciale".
E invece nel 2001, sempre alla Mostra della Laguna, ecco la Betti vivissima e di nuovo alla ribalta, questa volta dietro la macchina da presa. Una sorta di testamento spirituale, il suo documentario su Pasolini, che strappò un lungo applauso al popolo del Festival.
Poi, da parte della donna, il silenzio. A parte qualche piccola parte in film recentissimi, come La felicità non costa niente di Mimmo Calopresti. E adesso la morte, la scomparsa di una delle figure carismatiche dello spettacolo: un punto di riferimento per tanti, amica fraterna di intellettuali come Alberto Moravia.
Così non sorprende che siano tante le manifestazioni di cordoglio: a cominciare dal sindaco di Roma, Walter Veltroni, che di lei ricorda la "straordinaria cultura e le fortissime curiosità intellettuali, con un grande carattere, a volte difficile ma generoso. Ha conosciuto il successo a teatro molto presto, ma ha saputo, con umiltà e ammirevole professionismo, mettere in gioco la propria popolarità per imparare il mestiere del cinema".
Ma facciamo un passo indietro. Nata a Bologna nel 1934, ma romana d'adozione artistica, Laura Betti (vero cognome, Trombetti) esordisce nel mondo dello spettacolo nel 1958 come cantante jazz, nello spettacolo di Walter Chiari I saltimbanchi. Ma a cambiare il suo destino è l'incontro, nel 1963, con Pasolini: nasce una grandissima amicizia, ma anche un sodalizio professionale. Per lui, infatti, lei recita in La ricotta, La terra vista dalla luna, Teorema, I racconti di Canterbury.
Certo, nel suo curriculum ci sono anche altri registi: fra i tanti Roberto Rossellini (Era notte a Roma, 1960); Marco Bellocchio (Nel nome del padre, 1972); i fratelli Taviani (Allonsanfan, 1973); Bernardo Bertolucci (Novecento, 1976, e La luna, 1979).
Questo sul fronte della recitazione al cinema. Perché, per il resto, la Betti è stata anche, ad esempio, scrittrice e doppiatrice. E, negli ultimi 25 anni di vita, appassionata divulgatrice dell'eredità del migliore amico scomparso: dal 1980 dirigeva infatti il Fondo Pierpaolo Pasolini. Ecco perché non sorprende che l'ultimo applauso, da un pubblico numeroso ed entusiasta, l'abbia ricevuto a Venezia per il documentario su di lui.
Intanto già stamattina, appena diffusa la notizia della morte, la Mostra edizione 2004 ha annunciato un probabile omaggio alla sua opera. Con modi e tempi da definire. Nel frattempo lunedì prossimo a Roma, sul palcoscenico del Teatro Argentina, ci sarà la rievocazione organizzata dal Comune.

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Intervista a Mimmo Calopresti, uno degli ultimi registi a dirigere Laura Betti
di Chiara Ugolini

Mimmo Calopresti aveva scelto la grande attrice per il ruolo di una suora guardiana che Sergio, il protagonista di "La felicità non costa niente", interpretato dallo stesso regista, incontra mentre cerca la donna che ama ed è scomparsa (Francesca Neri).
Riconoscendo un maglione suo fra gli stracci di un barbone Sergio arriva al convento, dove la suora non si trattiene dal guardarlo mentre si spoglia («Che fa sorella guarda?», «Certo, non sono mica scema»).
 

L'intervista

Lei è l'ultimo regista che la ha diretta. Che ricordo ha di quel set?
Il mio ricordo di Laura è recente, l'ho vista solo qualche giorno fa in ospedale. Stava male ma lì, come sul set, era la Laura Betti di sempre: arriva in maniera esagerata, si arrabbiava e poi improvvisamente faceva quello che doveva fare. Cercava di essere la più brava e le piaceva farselo dire, anche con le sue stranezze a cui ha abituato tutti noi.

Lei aveva la fama di essere un'attrice difficile, ma capace di grande ironia come quando ha interpretato una diva capricciosa ne 'La ricotta' di Pasolini...
Era assolutamente divertente, si rideva molto con lei... di tutto e di tutti. Era capace di essere ferocemente cattiva con gli altri, ma poi tutto si risolveva in una risata che era veramente solo sua, molto rumorosa e divertente.

Anche il ruolo di suora guardiana ne 'La felicità non costa niente" è molto ironico. Come ha pensato a lei?
Mi divertiva il fatto che la sua cattiveria si trasformava sempre in una grande dolcezza anche se venata da presa in giro. Era capace di questo ed il personaggio del film era legate a come la conoscevo io.

E' vero, come diceva anche Pasolini, che Laura Betti, oltre ad una grande attrice era una cuoca eccellente?
Il cibo è stato il problema della sua vita per certi aspetti, la sua lotta contro il cibo è durata molto. Ora che non poteva mangiare invitava i suoi amici ed era felice di vederli mangiare al suo posto anche se avrebbe preferito farlo lei. Cucinava sempre cose buonissime, era molto piacevole andare a casa sua.


Il Corriere della Sera
31 luglio 2004

Si è spenta nella notte Laura Betti

LA VITA - Laura Betti era nata a Bologna il 1 maggio 1934. Attrice e regista aveva esordito nel mondo dello spettacolo nel 1958 come cantante jazz nel varietà di Walter Chiari «I saltimbanchi» cui era seguita, un anno dopo, una parte nello spettacolo «Giro a vuoto» entrato nel cartellone della Biennale. Pioniera della contestazione era nota per il suo carattere caustico.

IL CINEMA - Passata al cinema negli anni Sessanta ha lavorato con registi come Roberto Rossellini, Alessandro Blasetti, Marco
Bellocchio e Bernardo Bertolucci, ma l'incontro più importante è quello con Pier Paolo Pasolini. Nel 1963 per lui recita in «La
ricotta» e poi arrivano: «Che cosa sono le nuvole», «La terra vista dalla luna», «I racconti di Canterbury». Sempre per una parte in «Teorema» di Pasolini nel 1968 vince la Coppa Volpi come migliore attrice a Venezia.

LE AMICIZIE - Oltre ad aver lavorato con lui fu anche grande amica di Pasolini, così come di Moravia. Prova ne è che dal 1980
dirigeva il «Fondo Pier Paolo Pasolini» e nel 2001 aveva realizzato il film-documentario «Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno», il più completo mai realizzato sulla vita dello scrittore e definito dalla Betti «un delirio sano».

PER RICORDARLA - Il comune di Roma le dedicherà una manifestazione lunedì alle 12.00 al teatro Argentina. A tale manifestazione parteciperanno gli amici più cari dell'attrice.


La Nazione
31 luglio 2004

È morta l'attrice e regista Laura Betti

Laura Betti era nata a Bologna nel 1934 ed aveva esordito nel mondo dello spettacolo nel 1958 come cantante jazz nel varietà di Walter Chiari «I Saltimbanchi».
L'anno seguente a Milano recita nello spettacolo «Giro a vuoto», che ottiene un clamoroso successo tanto da entrare nel cartellone della Biennale. All'inizio degli anni Sessanta passa al cinema e nel corso della sua lunga carriera cinematografica lavora con registi del calibro di Roberto Rossellini, Alessandro Blasetti, Andrè Tichinè, Marco Bellocchio e Bernardo Bertolucci.
Nel 1963 incontra Pier Paolo Pasolini con cui nasce un lungo sodalizio umano e professionale: con lui recita in «La ricotta» cui seguiranno «Che cosa sono le nuvole» (1966), «La terra vista dalla luna» (1967), «Teorema» (1968, con cui vince una Coppa Volpi come migliore attrice a Venezia), e «I racconti di Canterbury» (1972).
Autrice di numerosi libri, dal 1980 dirigeva il «Fondo Pier Paolo Pasolini».
Anche il suo ultimo lavoro per il cinema da regista è dedicato a Pasolini: nel 2001 infatti l'attrice aveva diretto il film-documentario «Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno», presentato alla Mostra del Cinema di Venezia.


La Gazzetta del Mezzogiorno
31 luglio 2004

Si è spenta Laura Betti, musa e grande amica di Pasolini

È morta la scorsa notte in un ospedale romano l’attrice Laura Betti. Da poco compiuti i settant’anni, Laura Betti era nata a Bologna il 1 maggio 1934. 
Attrice e regista aveva esordito nel mondo dello spettacolo nel 1958 come cantante jazz nel varietà di Walter Chiari 'I saltimbanchi' cui era seguita, un anno dopo, una parte nello spettacolo 'Giro a vuoto' entrato nel cartellone della Biennale. Pioniera della contestazione, nota per il suo carattere caustico, passata al cinema negli anni Sessanta ha lavorato con registi come Roberto Rossellini, Alessandro Blasetti, Marco Bellocchio e Bernardo Bertolucci ma l’incontro più importante è quello con Pier Paolo Pasolini nel 1963 con cui recita in 'La ricotta' e poi arrivano: 'Che cosa sono le nuvole', 'La terra vista dalla luna', 'Teorema', con cui nel 1968 vince una Coppa Volpi come migliore attrice a Venezia, e ’I racconti di Canterbury’. 
Grande amica di Moravia e Pasolini, dal 1980 dirigeva il 'Fondo Pier Paolo Pasolini' e nel 2001 aveva realizzato il film-documentario 'Pier Paolo Pasolini e la ragione di un sogno', il più completo mai realizzato sulla vita dello scrittore e definito dalla Betti «un delirio sano».
Laura Betti, il cui vero cognome era Trombetti, è morta questa mattina alle 7.00 all’ospedale Fatebenefratelli sull’isola Tiberina, a Roma.

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Vedi anche l'intervista a Laura Betti di Roberto Andreotti e Federico De Melis
proposta il 4 settembre 2004 da "Alias", supplemento settimanale del quotidiano "il manifesto"
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