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La morte di Laura Betti ... dai quotidiani italiani la Repubblica,
Il
Foglio, Il Corriere della Sera, Il
Messaggero,
La
missione di Laura Betti
Laura,che
ripagò con una lettera mutilata
Laura Betti è stata sepolta ieri nella sua Bologna. Sua? Ma che dico. Tempo un anno, due, anche quel nuovo vecchio amore, nato da una colossale litigata con la sua Roma, sarebbe finito in un colossale alterco. Prepotente, la ricordava ieri Arbasino, bambinaccia di un tempo in cui la fatale mescolanza di arte e politica, di mestiere e ideologia, non volgeva al placido martirio mediatico e sindacalizzato bensì allo scherzo irriverente, alla perfidia. Un giorno Laura aveva chiesto a Gianni Agnelli un contributo per finanziare uno spettacolo. Ma la Fiat ha sempre pensato che l’investimento generoso deve inseguire l’efficienza della frizione o il luccichio di un optional, l’arte seguirà. Sicché l’Avvocato, che comunque era uomo di mondo, mandò un suo riluttante obolo, ma nella misura esatta della metà della cifra pretesa. Laura lo compensò scrivendogli una lettera di ringraziamento molto cortese e sentita, però dopo averla scritta di suo pugno prese le forbici, tagliò il foglio esattamente a metà, in verticale, e lo spedì mutilato. Ditemi se non era un genio del gesto, un talento puro dell’irriverenza, una regina della sporca razza degli intellettuali capocomici e del capriccio estetico, questa trionfale principessa di una Roma superba e accattona. È morta settantenne per via di una beffarda intervista finale in cui seppe mentire sulla sua età, altro piccolo capolavoro di fine giornata compiuto il primo maggio di quest’anno. È morta in un tripudio di solitudine e di amicizia, sulla scia lunga lunga di mondi e mezzi mondi che l’avevano amata, detestata, temuta, scongiurata, ma non riuscivano mai a dimenticarla. Fu Musa, e cantò da lucciola le canzoni di Fiorenzo Carpi, con parole di Franco Fortini; fu Erinni, e donò il suo sangue alla vena epigrammatica di un’intellighenzia divertente e divertita che è scomparsa perfino nel ricordo, e che per anni si era nutrita delle sue immense insalate, accaldata nelle sue terrazze o intrappolata nel suo sinistro ascensore, preferibilmente nei giorni intorno a Natale. Con il suo tratto psicologico impertinente, ma inconfondibilmente mussoliniano, Laura incantava la città del suo conformismo di sinistra, ma trattava gli intellettuali dell’età moraviana e pasoliniana come un’accolita o una congrega, schivando attraverso il suo stile grasso e rumoroso e allegro le insidie noiose del salotto letterario o civile, che pure era il suo manifesto. Il militantismo si confondeva con le ricette, l’austerità e il rigore piegavano su memorabili false diete, certe sere casa sua sembrava un omnibus o per lo meno un autobus, mai preso un taxi sulla via della rispettabilità. Pasolini fu ucciso da una marchetta nel ‘75, quasi trent’anni fa, dopo aver scritto sui giornali le sue cose più belle, da feroce e disperato neoconservatore, e da allora Laura si consegnò alla vedovanza e all’archivismo, istruì la pratica della beatificazione fomentando divisione, irrisione e passione nell’Italia ammalata di violenza e terrorismo. Nella vedovanza si compì lo sposalizio di due clamorose estetiche della grande provincia italiana, come sempre alla conquista di Roma. Pasolini fu brandito come uno scettro ereditario e mistificato con amore non devozionale, piuttosto maniacale e ossessionale. Una punta cattiva, sì, lo era: maestra mai. Pagava in proprio la sua burberaggine, il sacerdozio del potere culturale. Era una vera presenza, Laura, e significava sempre qualcosa, e spesso qualcosa di deliziosamente diverso dalla rappresentazione in cui era temporaneamente impegnata con il sublime dilettantismo degli artisti stradaioli, senz’ombra di quella balordaggine che è la professionalità. Infine era dolce e nemica della compassione, bella tonda e liscia come una bambola russa, addobbata come una sciantosa e piena di lirismo nella voce arrochita, nei comportamenti chiassosi. Non era cool, non sapeva che farsene della grazia stilizzata e dell’eleganza moderna, sopravviveva senza concessioni alla dittatura dell’up to date, viveva di poco, veniva sempre sfrattata, che era poi un modo di continuare la sua tournée senza stare a contare i giri di giostra. Un bacio. Il Corriere della Sera 1° agosto 2004 Tullio Kezich Artista geniale e monumentale rompiscatole, adorata e temuta, applaudita da tutti e sfuggita da molti, Laura Betti si è spenta a 70 anni appena compiuti in un ospedale romano. Ne aveva 26 quando entrò di prepotenza in scena nel finale di La dolce vita dove Fellini, con una di quelle intuizioni che aveva solo lui, la fece impersonare se stessa. E dove nei panni di una bionda canterina si prendeva pressoché in prima persona un sacco di insolenze da un furibondo Mastroianni, convinto di quello che le gridava anche fuori dalla finzione. Sul set di Cinecittà ricordo che Laura se la rideva, felice di tanto onore come se Federico e Marcello le avessero conferito una medaglia sul campo. Scesa a Roma dalla nativa Bologna forte di un’esperienza di cantante jazz, la ragazza Trombetti si era arditamente infilata negli ambienti che contano aprendo la caccia agli scrittori. Fingeva di essere stata a letto con tutti e divulgava pettegolezzi sulle singole prestazioni sessuali. Arrivò a farmi un disegno per spiegare l’impotenza coeundi di un celebre romanziere. Tutto inventato, o quasi, nell’impegno sornione di crearsi una fama di mangiatrice d’uomini, in parte giustificata all’epoca da un fisico attraente. Ma poco apprezzando le sue sgambettate in calzamaglia sul terrazzo di via Margutta, i dirimpettai telefonavano alla buoncostume: all’epoca la mentalità era quella e chi non ci stava era «contro». In realtà Laura assediava gli scrittori con il preciso proposito di farsi scrivere dei versi che poi metteva in mano a ottimi musicisti. Nelle sue reti caddero fra gli altri Moravia, Arbasino, Fortini, Parise e (visto e preso per la vita) Pasolini. Perfezionista e ispirata, la committente non si accontentava di qualche rima buttata giù per farla star buona, da ciascuna delle sue vittime pretendeva il meglio, contestava, costringeva a rifare. Ne nacque il memorabile recital Giro a vuoto attraverso il quale la debuttante, autoproclamatasi «la Cantante della Dolce vita», ebbe il primo successo: il bello è che, dopo tante fatiche, non se ne fece niente perché con la musica smise presto. La carriera della Betti sembra seguire una parabola di tipo francese più che italiano: nasce dal cabaret e la porta, in chiave di spericolato autodidattismo, in scena e sullo schermo. Senza un vero impegno ad accettare certe cose piuttosto che altre, e tuttavia senza risparmiarsi. Prova ne sia che oggi, facendo il bilancio della sua operosità, ci troviamo di fronte a 76 film. Tra i quali quelli subiti contro voglia e girati a scappa e fuggi per ragioni alimentari, perché Laura ha sempre combattuto con la lira, ma con magici momenti di autentico splendore recitativo. Tanto per nominare alcune vette, basti ricordare le sue prestazioni in svariate imprese di Pasolini, Novecento di Bertolucci, Il gabbiano di Bellocchio, Il piccolo Archimede di Amelio, Rapporti di classe di Straub e Huillet, Il grande cocomero di Francesca Archibugi. Che se n’è andato un gran personaggio, lo sanno tutti; ma siamo in pochi a renderci conto (i suoi registi soprattutto e la piccola cerchia dei buongustai della pellicola) che abbiamo perso una grande attrice. Pur non avendo mai fatto un film da protagonista, è stata una comprimaria alla Stroheim. Ovvero uno di quegli interpreti che magari per pochi minuti si appropriano di un film in qualità d’autori di rincalzo, lo investono di creatività e lo fanno ricordare per quello. Lo spartiacque della sua esistenza è stato l’assassinio di Pasolini. Da quel triste novembre del 1975, quando aveva solo 40 anni, Laura Betti si è interamente consacrata alla memoria dell’amico che con Teorema le aveva fatto vincere la Coppa Volpi a Venezia. Si è battuta senza mai mollare, purtroppo invano e litigando con tutti, per stabilire la verità sulle circostanze del fattaccio. Ha scritto libri, girato un film, partecipato a incontri e allestito il Fondo Pasolini che raccoglie una quantità di preziosi documenti e cimeli. Ha lavorato e lottato animata da rabbia, dolore e intelligenza, inclusa una sorta di lucida tracotanza per cui qualcuno l’ha ironicamente definita «la Vedova immaginaria». Scherzare è lecito, ma bisogna riconoscere che per il suo idolatrato Pier Paolo la Betti ha fatto molto più di ciò che fanno tante vedove vere. Quasi dimentica di se stessa, trascurando di contrastare il degenerare di un’obesità malsana che la limitava artisticamente e la esponeva a rischi di salute; e sempre meno in grado di controllare il suo ispido temperamento nella vita e sul set. Ma in un mondo che perde dì per dì del suo colore, ce ne fossero di tipi straordinari e difficoltosi come Laura Betti. Il Messaggero 1° agosto 2004 Grandi, generosi, e se occorreva furibondi sono stati gli sforzi profusi dalla Betti in memoria di Pasolini, a cui fu legata da un sodalizio unico nel suo genere. Musa, attrice, cantante, compagna d’arte e a suo modo di vita (Pasolini avrebbe voluto un figlio da lei, raccontava), presenza costante e talvolta magari invadente lungo l’arco creativo di quella che resta la figura più scomoda del secondo ’900, dopo l’assassinio del grande cineasta-scrittore Laura Betti si era votata pressoché interamente alla difesa e alla conservazione della sua opera, del suo nome e per quanto possibile del suo messaggio. Grazie a lei nel 1980 era nato a Roma il Fondo Pasolini, immenso archivio che raccoglieva documenti inediti del più vario genere, assegnava premi e borse di studio, organizzava rassegne pasoliniane in giro per il mondo. Un impegno sfibrante, totale. Negli ultimi anni il Fondo era diventato letteralmente la sua casa vissuto con il carattere battagliero e talvolta impossibile che chi ha avuto la fortuna di conoscerla ben ricorda. Nel giro editoriale-letterario non tutti gradivano, per ragioni non sempre confessabili, questo modo personalistico e passionale di gestire l’eredità pasolinana. Così, oltre alle solite inerzie istituzionali, la Betti a volte doveva sventare trappole di matrice diciamo più nobile. Fino a quando, pochi mesi fa, stufa di ostacoli e di promesse, aveva trasferito il Fondo alla Cineteca di Bologna, ravvisando in tanta indifferenza l’ennesimo tradimento dell’amata Roma ai danni del poeta. E chissà cosa ne sarà ora che anche la sua vestale è scomparsa. Lasciandosi dietro peraltro ben 50 film molto ben scelti, in ruoli spesso di fianco ma memorabili, e ci auguriamo vengano rievocati nell’omaggio in preparazione a Venezia. E pensiamo a quelli girati con Pasolini naturalmente, ai Racconti di Canterbury , alla diva de La ricotta alla Desdemona tradita di Iago-Totò e uccisa da Otello-Ninetto Davoli in Che cosa le nuvole, all’indimenticabile serva santa di Teorema (Coppa Volpi a Venezia). Ma anche a certe fulminanti apparizioni degli ultimi anni: la suora svitata inventata per Calopresti (La felicità non costa niente), la mamma arci-italiana cesellata per la Breillat (A mia sorella!), l’infermiera abbruttita e feroce del Grande cocomero di Francesca Archibugi. Poche scene che incidono un segno profondo, come sapeva fare un’attrice personaggio che nella Dolce vita di Fellini già interpretava se stessa e che in seguito si sarebbe prestata ai talenti più diversi, a Scola e ai Taviani, a Jancso e ad Amelio, a Sergio Citti (I magi randagi) e ai due Bertolucci (da Novecento a I cammelli), ma anche a Straub (Rapporti di classe), a Bellocchio (la truce Irina del Gabbiano), perfino a Mario Bava. Per riapparire, icona pasoliniana, nel “maledetto” Le rose blu, 1990, docu-fiction girato nel carcere delle Vallette a Torino. E chiudere il cerchio con quello che resterà il suo unico film da regista, Pierpaolo Pasolini e la ragione di un sogno. Un commovente arazzo in memoriam cui proprio Venezia, tre anni fa, tributò un’interminabile ovazione. *
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Una sibilla vestita di viola. Spruzzata di biondo. L’eye-liner sparpagliato, fino all’ultimo, sugli occhi verdi e affamati. Due vite: quella di artista in proprio e quella di musa/compagna/vindice di Pier Paolo Pasolini. Allora, signora Betti? «Dammi del tu. Allora niente. Io non ho mai celebrato. Ho solo lavorato, pensando all’attenzione e all’amore che nella testa di tanti giovani o conosco o indovino. I giovani che spesso si chiedono, in silenzio, nella loro testa: “Pasolini, chi era?”». Un grumo di passione emiliana, Laura Betti, che dalla morte violenta di Pasolini in poi, ebbe a dimenticare un po’di sé, il ruolo di bella donna rivestito nella prima stagione della vita, la parte di cantante e attrice “intellettuale” che i teatri italiani (ma anche l’Athenée di Parigi) ancora ben ricordano. L’esordio nel mondo dello spettacolo avvenne infatti, per l’avvenente bolognese, nella rivista I saltimbanchi, di cui era protagonista assieme a Walter Chiari. Subito dopo, Luchino Visconti la volle ne Il crogiuolo di Arthur Miller. Quindi, una piccola esplosione, il recital Giro a vuoto, ovvero la capacità di essere, ante litteram, one-woman-show dall’ampio repertorio: voce pastosa, ottima interpretazione dei testi, spiccate prerogative mimiche, classe europea. Nel panorama nostrano non aveva eguali. Per trovarle un modello, occorreva semmai pescare nelle caves esistenzialiste della Greco, di Sartre, della Beauvoir. Non a caso, con questo tipo di intrattenimento piacque al pubblico parigino. Nella capitale francese Giro a vuoto replicò per sei mesi. Fellini e La dolce vita arrivarono nel 1960. Ma lei non dimenticò il canto, i localini dove porgere, con pathos e cultura, Brecht & Weill (di Weill ha inciso tutte le canzoni, mentre, con la Filarmonica Romana, ha interpretato al teatro Eliseo I sette peccati capitali, per la regia di Luigi Squarzina). Lo stesso teatro “di prosa” si è avvalso della Betti, del suo carisma di bambola tremenda, delle sue finte morbidezze felsinee. Con la regia di Mario Missiroli, Laura ha interpretato Potentissima signora, su testi di Pasolini; con Luca Ronconi, la commedia di Giordano Bruno Il candelaio; con Franco Enriquez, Not I di Samuel Beckett; con la regia di Pasolini, ovviamente anche autore, Orgia. Il cinema e la televisione l’hanno infine rapita, totalmente e definitivamente. Fatte salve poche eccezioni. Furono anni di “disperata vitalità” (del 1992 l’atto unico con questo stesso titolo, dedicato ai versi di Pasolini), che l’insublimabile lutto per la morte del poeta segnò pesantemente dal 1975 in avanti. Dopo Pier Paolo, l’ha sempre e solo chiamato così, la Betti si è infatti trasformata in silenziosa erinni, in manifesto vivente del “complotto” al quale ha attribuito, senza tentennamenti, la fine dell’amico. In custode delle carte, degli oggetti, della memoria fisica e psichica dello scomodo signore di Casarsa. Chissà se, lasciando il mondo visibile, ha sorriso al pensiero di raggiungerlo. La Stampa 1° agosto 2004 Lietta Tornabuoni Esempio di coerenza e di coraggio ostinato, bravissima attrice, molto intelligente, aspra, esigente e divertente, antiborghese e mai ipocrita, sempre spiritosa, battagliera, Laura Betti è stata un personaggio unico nello spettacolo e nella cultura in Italia. Recitava nei film e in palcoscenico, cantava, declamava, ed era pure (alla francese, alla Juliette Gréco) amica di artisti, punto di attrazione degli intellettuali: la sua casa di Roma dietro piazza Farnese e piazza Campo de’Fiori, le grandi case prese in affitto d'estate a San Felice Circeo, diventavano luogo di raduno per la gente di cultura, sedotta da una ospitalità generosa, allegra, turbolenta. Non aveva marito né figli, non mancava alle battaglie civili: e nessuna difesa fu per lei più strenua di quella di Pasolini, amato con vana passione, con maternità furente. All'inizio degli Anni Sessanta aveva saputo creare un genere teatrale che prima non esisteva in Italia, usando una voce fuori del comune ricca di suoni bassi e a volte rauchi. Al teatro Girolamo di Milano e altrove, metteva in scena la noia, le ambiguità, gli snobismi, la demenza, le nevrosi, i capricci e i drammi dell'epoca; cantava (aveva cominciato come voce del jazz) canzoni che gli scrittori ideavano per lei, «Quella cosa in Lombardia» di Franco Fortini, «Mi butto» di Moravia, testi di Calvino e di Buzzati, «Ossigenarsi a Taranto» di Arbasino («Ossigenarsi a Taranto\è stato il primo errore\l'ho fatto per amore\di un incrociatore»). Era strana e bella, con la sua predilezione piccante per la parodia e il grottesco: guance tonde liscissime, occhi azzurri spalancati, capelli pallidi, occhi bistrati, una bocca così piccola, l'incarnato candido, pantaloni e stivaletti neri. Una bambola di Norimberga. Federico Fellini le fece recitare nell'orgia de La dolce vita un personaggio che voleva rappresentarla: ma se Laura Betti incontrava tutti per mestiere d'attrice, se prendeva gli uomini che le piacevano, per la droga e per i soldi non ha mai avuto nessun gusto. Con Vittorio De Sica realizzò la più completa antologia di musiche di Kurt Weill con testi di Brecht e di autori americani: il regista dalla bella voce pastosa interveniva soltanto ne «La ballata del magnaccia»; per il resto (ventidue canzoni dolci, amare) cantava sempre lei col suo impeto spavaldo, la sua malinconia. Era una donna rara, Laura Betti, e se voleva anche molto simpatica: non di rado il carattere poteva diventare infernale, violento, querulo, le scenate potevano oltrepassare ogni limite, i rancori potevano radicarsi troppo profondamente per tempi troppo lunghi, ma la schiettezza, lo slancio, la durezza-morbidezza della città natale, Bologna, il senso del comico e l'umorismo nero, la moralità potente e prepotente la rendevano irresistibile. Al cinema ha interpretato figure memorabili. Con Teorema di Pasolini vinse a Venezia, prima di recitare ne I racconti di Canterbury, di doppiare Hélène Surgère in Salò o le 120 giornate di Sodoma. I Taviani (Allonsanfan), Bernardo Bertolucci (Novecento), Amelio (Il piccolo Archimede), Bellocchio (Nel nome del padre, Il gabbiano), Scola (Il mondo nuovo) Bolognini (Fatti di gente per bene), le affidarono personaggi laterali che per la sua intensa bravura risultavano indimenticati. Per niente snob, un ruolo di caratterista di solida tempra drammatica, arditamente incline a ruoli ingrati o sinistri, poteva recitarlo volentieri pure per Mario Bava (L'ecologia del delitto). Nel 1975, nel giorno dei morti 2 novembre, Pasolini viene trovato ucciso vicino a Roma, e la vita di Laura Betti cambia. Continua a lavorare (soprattutto in Francia, anche con registi importanti come Paul Vecchiali), ma poco: il suo tempo è soprattutto dedicato alla memoria di Pasolini. Indagini disperate sulla sua fine. Un libro che raccoglie i resoconti degli infiniti processi mossi allo scrittore durante la sua vita. La creazione di un Fondo Pasolini (sede prima a Roma, poi a Bologna) che conserva documenti e scritti. L'istituzione di un premio letterario annuale e di un premio destinato a una tesi di laurea su tematiche pasoliniane. Una tournée internazionale di film di Pasolini scelti tra i più belli. Una propria tournée teatrale con uno spettacolo di liriche e testi pasoliniani, «Una disperata vitalità». Fatiche squattrinate e immense (come ricordava presentando l'autobiografia «Teta Veleta»), grande solitudine l'hanno troppo rapidamente logorata, stancata a morte, indebolita. E adesso, come Pasolini, Laura Betti se n'è andata da un mondo a cui non poteva piacere, e che non le piaceva più. Film Tv n. 33, 2004 Goffredo Fofi L’opera cinematografica di Laura Betti comprende una cinquantina di interpretazioni e una regia, quella di Pasolini, le ragioni di un sogno, documentario lungo, di ammirevole pudore che ci ha restituito un Pasolini fuor di leggenda, vero e attualissimo. Tra le interpretazioni: cinque film con Pasolini (La ricotta, Che cosa sono le nuvole, dove era la marionetta Desdemona, La terra vista dalla luna, dove era un grasso turista americano, Teorema, I racconti di Canterbury), tre con Bellocchio (NeI nome del padre, Sbatti il mostro in prima pagina, Il gabbiano), due con Bava (Il rosso segno della follia, Ecologia di delitto) e Novecento di Bertolucci, Il piccolo Archimede di Amelio, Allonsanfan dei Taviani, Era notte a Roma di Rossellini, Rapporti di classe di Straub, I magi randagi di Citti, Un eroe borghese di Placido, Il grande cocomero della Archibugi, e ancora film di Corbucci e Faenza, Bolognini e Scola, Varda e Deray, Borowczyk e Granier-Defferre, Fellini e Monicelli, Gagliardo e Calopresti, eccetera. E il doppiaggio del diavolo in L’esorcista! Basterebbe quest’elenco a decretarla la nostra maggiore e migliore caratterista, di varia e ampia gamma di personaggi buoni, cattivi, cattivissimi, di estremo realismo o di sfrenata fantasia... Una grande attrice, e tutti lo sanno. Ma Laura Betti non era solo questo. Era una grande cantante, la versione intellettuale e ironica di Mina; la chiamavano “la Giaguara“, e scrissero canzoni per lei Fortini e Arbasino, Parise e Soldati, Moravia e Flaiano e tanti altri: tutte da riscoprire e godere perché molte sono capolavori sconosciuti. Per lei Pasolini scrisse la Canzone della Toppa, la più bella, il racconto della sbornia di una prostituta che sogna il ritorno a un’impossibile verginità. Ma Laura Betti ha fatto anche molto teatro, moltissima radio, un po’ di televisione. Per volere del solito Freccero, che dopo essere stato un giovane situazionista ha contribuito alacremente all’invenzione di Berlusconi e poi si è riciclato a sinistra (ma chi gli crede?), un programma di testi pasoliniani da lei recitati sotto la direzione di Mario Martone è tuttora scandalosamente inedito in Italia, ma non in Francia. Laura Betti ha scritto un bizzarro libro di memorie, in chiave spericolatamente avanguardistica, Teta Veleta (Garzanti), la cui parte migliore era quella sulla famiglia d’origine, nella grassa Bologna borghese da cui fuggì appena poté per diventare a Roma, nel pieno degli anni del boom, la formidabile, irriverente, spiritosa, invadente “Potentissima Signora” di un suo celebre spettacolo, al centro di una buriana di incontri, in un’epoca la cui vivacità è oggi perfino inimmaginabile, nella piatta volgarità di un presente dominato dalle mezzeseghe mediatiche di giornalismo, Tv e politica, e di cinema e letteratura loro accessori. Gran donna, Laura, e oltre l’aggressività pubblica, un’amica tenerissima di tanti, una generosa e spregiudicata pre-fernminista, una cuoca impareggiabile ancorché all’antica, e... E l’amica fedele e talora rompiscatole di Pasolini, che dopo la morte del poeta ha voluto essere, con la creazione del Fondo Pasolini, la conservatrice e divulgatrice della sua opera. Oggi le “carte” del Fondo hanno trovato rifugio nella Cineteca bolognese e sono una miniera di sorprese e sollecitazioni, ma non va dimenticato cosa ha fatto Laura per la conoscenza di Pasolini nel mondo. Ho partecipato a due “spedizioni”: a Calcutta, dove un pubblico enorme ed entusiasta scopriva in Pasolini un “suo” autore, uno del Terzo Mondo, come in fondo egli aveva aspirato a essere, e in Polonia, dove da ogni parte del paese giungevano ragazzi in sacco a pelo per vedere i suoi film e verificare sbalorditi la consistenza di un mito, per loro fino ad allora solo un nome un po’ esotico. Figura eccessiva, irregolare, disturbante, Laura Betti non è stata solo un’attrice anche se è stata una grande attrice. È stata una grande donna, una protagonista del suo tempo di cui non si finirà mai di apprezzare il coraggio, la prorompente generosità e sì, anche la capacità di rompere le scatole ai potenti, ai mezzo- potenti e anche alle persone comuni, qui talora eccedendo... Ho avuto il privilegio di esserle amico. La conobbi con Pasolini a una proiezione torinese post-veneziana di Accattone, la frequentai molto per il film Sbatti il mostro in prima pagina, ma sono diventato suo amico solo dopo la morte di Pasolini, suo come di Sergio Citti e forse per la stessa ragione: perché nel mio estremo sessantottismo avevo guardato Pasolini con il distacco con cui si consideravano gli “intellettuali borghesi“, figuriamoci!, e sapevo di aver perduto l’occasione per un incontro importante, e volevo rimediare... Storie d’altri tempi, forse oggi incomprensibili ai più. Volevamo rievocarli con Laura in un libro-intervista per il Fondo Pasolini su cui avremmo dovuto cominciare a lavorare, secondo i nostri programmi, proprio oggi che sto scrivendo questo ricordo... Con la morte di Laura Betti quei tempi si allontaneranno, purtroppo, sempre di più. Chi
era? La "pazza" che aveva sempre ragione
«David? Sono Sergio Citti. Tanto lo sai che sono sordo e non ti sento, ma ti devo dare una notizia terribile. È morta Laura Betti. Questa è proprio una brutta botta. È morta la pazza, come la chiamava Pier Paolo. Laura era l'unica che faceva ridere Pier Paolo. Era una donna straordinaria, Laura. Pensa che l'ho chiamata proprio ieri sera, chissà che mi dice il cervello, l'ho chiamata tre volte di seguito. Come faccio con te, io parlavo e lei ascoltava. Non l'ho trovata. Ho cominciato a preoccuparmi. Allora ho chiamato te. Ma non ho trovato neanche te. Mi senti, David? Mi piacerebbe fare qualcosa, dire qualcosa. Vorrei venire al funerale, ma mica posso venire in ambulanza. Scrivi qualcosa, David. Scrivi qualcosa anche per me. Scrivi su l'Unità, che mi ha salvato la vita, e che volevo bene a Laura come gli volevamo bene io e te. Fallo, ti prego...» Tutte le volte che lo vado a trovare a Fiumicino e mi siedo ai piedi del suo letto, Sergio Citti mi guarda e fa: «Sembro vivo, eh?». Sergio è vivo, confermo, anche grazie alla splendida sottoscrizione di questo giornale. Quindi non posso non accogliere il suo invito. Quando ero un giovane giornalista, i necrologi erano la mia specialità. Li scrivevo bene, e riuscivo spesso a commuovermi. Non a caso, in gergo si chiamano coccodrilli. Ma da quando hanno cominciato ad andarsene gli amici, non ci sono più riuscito. Com'è difficile la morte per chi non ha il coraggio, o la viltà, di credere in dio. Ho conosciuto Laura Betti a Milano nel 1968, sul set di Teorema di Pasolini. Io come attore ero solo un cane con una bella faccia. Laura si era imbruttita per interpretare la più bella serva della storia del cinema italiano, che del resto le valse la Coppa Volpi alla Mostra di Venezia. Purtroppo pochi lo ricorderanno in questi giorni, ma Laura Betti era una grandissima attrice, un'attrice purissima, veramente unica. L'unico termine di paragone che mi viene in mente, infatti, è Carmelo Bene. Ma Laura Betti smise presto di considerarsi un'attrice. Alla fine del 1975, dopo la morte di Pasolini, Laura si immolò alla causa di conservarne la memoria. Assumendo il ruolo di «vedova di Pasolini», finì per scontrarsi con mezzo mondo e per tutto il mondo divenne ufficialmente «la pazza». Ma se tutto ciò che Pasolini ha scritto, detto e fatto continua ad esistere in questo paese che lo avrebbe volentieri consegnato all'oblìo, lo dobbiamo soltanto a lei. Vi basti pensare che le registrazioni delle rare trasmissioni televisive a cui Pasolini partecipò (tutte memorabili, come un lungo servizio di TV7 o l'intervista di Pier Paolo a Ezra Pound) lei è riuscita a salvarle, mentre la Rai il più delle volte le ha mandate distrutte. Laura ed io avevamo litigato da un anno. Un periodo più lungo del solito. Perché essere amici di Laura e litigarci spesso in fondo era la stessa cosa. Avevo spesso criticato la sua vedovanza pasoliniana. Invece aveva ragione lei. Solo così si poteva salvare la memoria di Pier Paolo. Avevo anche criticato i continui traslochi del Fondo Pasolini. Ora si trova a Bologna, dove anche lei riposerà. Ma soprattutto si trova tra le mani premurose di Gianluca Farinelli e Giuseppe Bertolucci, presso la Cineteca, nel migliore dei luoghi possibili. Ancora una volta, aveva ragione lei. I matti veri ne sanno una più del diavolo. A Sergio Citti voglio dire grazie per aver salvato l'ultima, come sempre straordinaria interpretazione di Laura nel suo film Fratella e sorello che uscirà a settembre. E mi raccomando. Falle una telefonata. A lei farà piacere. Come sempre. *
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Laura,
quella sera cantasti come una ninfa
Non era immaginabile la scomparsa di Laura Betti, non lo è tuttora: così forte era la sua presenza, fatta di intelligenza fulminea, passione incontenibile, ferocia felina, tenerezza velata... Chi la avvicinava ne era immediatamente travolto, come da un fiume in piena, come da una musica troppo vicina... Con lei ogni rapporto prendeva la forma di un'alternanza di affetto, ira, ammirazione, distanza obbligata e strana permanenza di una fraternità, o sororità non detta. Lei che era così fertile e inventiva nel linguaggio aveva in effetti in serbo una serie di piani segreti, non detti, silenziosi, che erano il suo fascino essenziale: al di là del carisma da diva capricciosa si faceva luce una sensibilità chiaramente infantile, o meglio un'infanzia interamente presente, sorgiva e imperiosa, che era la vera fonte del suo genio di attrice. «Il genio è l'infanzia ritrovata a volontà», diceva Baudelaire. In Laura l'infanzia era anche una memoria dolorosa, pressante, tormentosa, un bruciore ancora attivo, di fronte alla quale la sola risposta possibile rimaneva per lei, in qualche modo, la «vendetta» sugli adulti, una vendetta appunto infantile, che si accaniva quasi gioiosamente, prima di tutto su di sé. L'amore per Pasolini, comprensione totale, risoluzione, in qualche modo, di tutti i nodi dell'esistenza, era anch'esso crudele, come tutti gli amori. Ma ciò che colpiva, anche dopo la terribile morte all'Idroscalo di Ostia, era il riconoscimento dell'essenza meravigliosa di un essere umano particolarmente umano, da parte di un altro essere umano, senza altre qualità o definizioni. «Pier Paolo mi diceva, dopo che mi ero ingrassata», raccontava lei, «tu sarai la palla della mia vecchiaia». Si intravedeva allora l'intimità allegra di un lungo affetto e insieme l'apertura di una solitudine incolmabile. Il modo in cui Laura Betti affrontò quella solitudine fu una sorpresa per tutti. Dapprima condusse una coraggiosa battaglia politica per la verità sul delitto. Poi, non abbandonando mai la carriera di attrice, si trasformò in intellettuale a pieno titolo. Fondò e diresse fino alla fine l'Associazione Pasolini, che comprendeva un archivio sempre più prezioso e promuoveva iniziative imponenti: il restauro e la ritraduzione dei sottotitoli di tutti i film; poi un premio, attribuito secondo una regola non detta di affinità (tra i vincitori, Amelia Rosselli, Hans Enzenberger, Elsa Morante, Caproni, Ronconi, Jack Lang, Volponi), nonché un premio per una tesi di laurea. Infine proiezioni e convegni nel mondo intero, il più delle volte guidati da lei - da New York a Istanbul, da Mosca all'India. Nel 2000, al Festival del Kerala, a Calicut, i 26 film di Pasolini venivano seguiti da una folla appassionata. «Dove va? al Festival?», mi chiese un autista di taxi-vespa, proseguendo: «Io vorrei vedere tutti i film di Pasolini». Qualche mese fa, a Londra, l'Istituto italiano di cultura e l'Institut culturel français avevano organizzato un Festival Pasolini. Laura, malata, non venne. Si aprì con una lunga ovazione per lei, e con la testimonianza di tre giornalisti imglesi che, dopo un’intervista a Roma, erano tornati colpiti dal suo fascino e dalla sua intelligenza critica. Cara Laura, i ricordi ora si affollano. Scelgo quello in cui, pochi anni fa, nel salone di Villa Medici, cantando l'aria di Bilitis, improvvisamente ci regalavi - oltre l'humour nero di Je me jette composto per te con le parole di Moravia - anche la grazia trasparente della ninfa di Debussy... (segue)
Vedi anche l'intervista a Laura Betti di Roberto Andreotti e Federico De Melis proposta il 4 settembre 2004 da "Alias", supplemento settimanale del quotidiano "il manifesto" |
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