La saggistica

"Pagine corsare"
Saggistica

IL MITO DI MEDEA, PIER PAOLO PASOLINI E MARIA CALLAS
Il mito di Medea,
Pier Paolo Pasolini e Maria Callas
«Maria Callas, una diva che rimase bambina»
Intervista a Dacia Maraini di Annalisa Serpilli
Il Sole 24 Ore, 19 settembre 2007

In che occasione conobbe personalmente Maria Callas?

«Me la presentò Pasolini una sera a cena in una trattoria romana. Certo la conoscevo come artista, l'avevo sentita cantare e avevo una grande ammirazione per lei. Me la immaginavo diversa, avendola vista sul palcoscenico dove mi era sembrata una pantera. In privato invece era timida e goffa. Mi è stata subito molto simpatica, proprio per la sua timidezza e goffaggine. Non aveva niente della diva».
Cosa rappresentava la Callas all'epoca per lei? 
«Per me rappresentava una meravigliosa creatura musicale. Era un piacere ascoltarla. Una voce unica, potente ma anche delicata, sensuale e spirituale nello stesso tempo. Una voce che riconosci fra mille, che fa pensare a paesaggi grandiosi, montagne e laghi di alta montagna, con un'eco del mare piu profondo».
Caratterialmente come era la "divina"? 
«L'ho percepita fin da subito come una persona complicata e al contempo semplice. Non era una intellettuale e di questo in qualche modo forse si vergognava. Non era una donna dalle grandi letture. Si affidava molto all'istinto. Era sensibilissima e molto intelligente, ma certo la sua non era una intelligenza sistematica o razionalizzante. In questo era arcaica: pensava che le donne dovessero più accogliere che analizzare, più amare che ragionare. Per questo con Pier Paolo era molto umile e impaurita. Qualche volta lui la rimproverava, molto dolcemente, per delle frasi che lei diceva, magari dozzinali o anche un poco razziste senza rendersene conto, come quando eravamo in Africa e le scappavano delle piccole osservazioni non proprio da antropologo. Al richiamo di lui lei si ritraeva tutta, come una lumaca dentro la chiocciola e diceva : "hai ragione, scusa". Era anche molto preoccupata del suo corpo che le sembrava malfatto. Non si piaceva e tendeva a nascondersi. Eppure era bellissima. Ma lei riteneva che la sua fosse una bellezza da palcoscenico, non da set cinematografico. Infatti nel girare e farsi riprendere era poco naturale. Sapeva recitare naturalmente, ma era come se stesse sul set solo a fare il suo dovere. Mancava di naturalezza proprio perché si sentiva a disagio di fronte alla macchina da presa che le andava addosso impietosamente. Ho rivisto Medea recentemente e devo dire che si sente la sua rigidità, la sua paura. Nel cinema un attore deve sapersi abbandonare, altrimenti diventa una statua. E lei era un poco statuaria in Medea, anche se nel senso positivo della parola. Voglio dire che quelle disinvolture, quei meravigliosi abbandoni che aveva quando cantava, non riusciva a ripeterli quando recitava soltanto». 
Che tipo di rapporto era il vostro? 
«Da principio era riservata. Poi, mano mano, conoscendomi, è diventata affettuosa. Ricordo una volta che mi ha confidato di avere sbagliato tutto con gli uomini. Diceva che aveva molto amato Onassis, ma lui era stato brutale con lei. Di Pasolini pensava, un poco comicamente, che l'avrebbe convertito alla eterosessualità. Era ingenua e per certi aspetti sembrava una bambina. Anche la sua ammirazione per i gioielli era da bambina povera che si incanta di fronte a un anello magico, un vestito fatato». 
Che differenza c'era tra come si comportava nel privato con gli amici e con il pubblico? 
«Se il pubblico era quello del teatro dell'opera la differenza era enorme. Non aveva incertezze, timidezze, paure, era sicura e sublime. Mentre in privato, con gli amici, era impacciata anche se naturalmente era una persona molto controllata, che si era autoeducata e sapeva stare al mondo».
Ci parli dei lunghi viaggi che facevate con Moravia, Pasolini e Maria... 
«Abbiamo fatto due viaggi in Africa, di un mese ogni volta, e uno nello Yemen. Ovunque andassimo, Pasolini e Moravia scomparivano quando c'era lei. Era una regina e come tale la trattavano. Venivano i capi di Stato a salutarla, le mettevano a disposizioni aerei, automobili. Ma lei non ne approfittava, anzi era piuttosto restia a farsi coinvolgere dalle autorità. Era abituata agli alberghi di lusso ma si adattava anche agli ostelli, come è successo quando ci siamo mossi all'interno dell'Africa con le Land Rover. Dormivamo dove capitava. La cosa più buffa? una volta in un grande albergo io sono salita per dirle che la cena era pronta, e l'ho trovata in vestaglia che sedeva davanti alla radio. Ho pensato che stesse ascoltando un'opera. E invece, con mia sorpresa, ascoltava rapita una canzone di Nilla Pizzi.»
Ci parli dell'amore della Callas per Pasolini. In che modo lo amava? 
«Si amavano ma in modo diverso. Lei avrebbe voluto sposarlo, lui no. Lei sapeva che lui era omosessuale ma pensava di redimerlo. Per quanto Pier Paolo non l'abbia mai illusa: non le ha mai detto che avrebbe abbandonato le sue abitudini sessuali. Si trattava di un pio desiderio di Maria che, come sempre, preferiva il sogno alla realtà».
Cantava mai nel privato ad esempio davanti a lei e Moravia? 
«No, non l'ho mai sentita cantare fuori dal palcoscenico. Ma neanche canticchiare una romanza. Aveva molta cura della sua voce, teneva sempre vicino una sciarpa anche se faceva caldo. Era una vera cantante che conosce la delicatezza e la fragilità della voce».
Cosa rappresentavano per lei il successo e la popolarità, e come li viveva? 
«Sembrava prendere il successo come una cosa naturale, che le era dovuto per la magnifica voce che aveva avuto in dono della natura. Era consapevole del suo valore di cantante. Ma solo di quello, del resto si fidava poco».
Quando avete smesso di vedervi? 
«Quando è finita la "storia d'amore" con Pasolini. Lei poi abitava a Parigi, non era facile incontrarla». 
Come è venuta a sapere della sua morte? 
«L'ho saputo dalla radio, la mattina presto quando mi sono alzata e ho ascoltato il giornale radio. Ho provato un senso di vuoto. Non posso dire che fosse una grande amica, ma avevamo avuto dei momenti di affettuosa frequentazione. Lei qualche volta mi chiedeva che pensavo di Pier Paolo, credo che non lo capisse del tutto e avesse paura di deluderlo. Io comunque non l'ho mai scoraggiata, anche se pensavo che Pasolini non avrebbe mai cambiato i suoi gusti per lei. Era un amore casto, quasi fraterno, o paterno quello di Pier Paolo per lei. Però ritenevo che dovesse scoprirlo da sola. Non ero lì per farle la morale o per metterla in guardia. Era adulta abbastanza».
Ora della Callas si parla come di un mito. Ma la sua mitizzazione cosa lascia nell'ombra della donna Maria? 
«Il suo è un caso fortunato: quasi niente si è perduto del grande talento di Maria: ci sono i dischi, le registrazioni, il cinema, le fotografie e tante biografie. Se fosse vissuta una cinquantina di anni prima, probabilmente non sarebbe rimasto niente di lei. Quindi è stata fortunata, anzi siamo stati fortunati noi. Il mito comunque non si basa sul carattere di una persona, ma su quello che ha fatto nella vita. Paradossalmente, per fare un mito, gli errori sono importantissimi. Un mito di solito fa errori madornali, soffre molto, tradisce ed è tradito. Ma alla base c'è un talento fuori dall'ordinario e certamente il mito di Maria nasce dal suo talento estremo. La sua voce, che per nostra gioia possiamo sempre riascoltare anche senza di lei, vola con la perfezione di un uccello che conosce tutti i segreti dell'aria e delle correnti, delle nuvole e del vento». 
Si è mai ispirata a lei per qualcuno dei personaggi nei suoi romanzi? 
«Sì, quando ho scritto "Veronica Franco, meretrice e scrittora" un testo teatrale su una poetessa del 500 ho pensato a lei. Naturalmente il contesto è diverso, la storia un'altra, i luoghi lontani, ma il carattere di Veronica ha qualcosa del carattere indomito e nello stesso tempo ingenuo e fanciullesco di Maria».
 
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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
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Come in un sogno
di Carla Benedetti

Ha un fascino particolare questo dialogo di Pasolini con il produttore. Vi si respira una gaiezza, un'euforia da progetto che sta per realizzarsi. I sopralluoghi sono già stati fatti, ma le riprese non sono ancora cominciate. Entriamo nella fucina dell'opera proprio nel momento in cui le idee artistiche sbarcano nel mondo reale, si confrontano con i vincoli posti dai luoghi e dalle cose, con i problemi pratici ("Vediamo il cielo sia sotto che sopra. Si può fare col trucco del cristallo, o no?"). E tutto ha una sua bellezza. È ancora il progetto, certo, ma è come soffuso di sogno: il sogno di un'opera da farsi. "Perché realizzare un'opera quando è così bello sognarla soltanto?", dirà un anno dopo Pasolini nel Decameron, recitando nei panni di allievo di Giotto
In questo stadio persino le incertezze del regista ("Potrei fare così, oppure così.") appaiono non come dubbi da superare,ma come un meraviglioso serbatoio di possibilità, da mantenere compresenti. Tutto resta così in uno stato potenziale, nell'interregno tra il progetto e la sua realizzazione. È la forma-progetto di cui Pasolini ha appena scoperto la possibilità negli 'Appunti per un film sull'India': una serie di immagini accompagnate dalla voce del regista che spiega ciò che ha in mente di fare - proprio come ora sta facendo con il produttore. Poi questa forma verrà estesa anche alla scrittura romanzesca, nella Divina mimesis e in Petrolio. Quest'ultima opera si presenta come una serie di appunti per un'opera da farsi. L'autore spiega al lettore il libro che ha in mente, restando sempre un gradino più in qua della realizzazione. Non diventa mai narratore, ma solo voce che espone un progetto, da cui si viene coinvolti sempre più, quasi fosse l'opera finita. 
(L'Espresso)

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A Bologna il 18 ottobre fino all'8 dicembre 2007 alla galleria Ta Matete (via Santo Stefano 17/A, Bologna): 'Pasolini, Callas e Medea', mostra organizzata da FMR e dalla Cineteca di Bologna, propone una settantina di foto mai viste, scattate da Mario Tursi durante la lavorazione del film. Dalle immagini e dai testi, in gran parte inediti, raccolti nel catalogo, emerge il feeling tra regista e cantante. La Galleria bolognese prevede ulteriori iniziative, incontri, conferenze sul tema proposto dalla mostra.


 
 
 

 


«Maria Callas, una diva che rimase bambina» - Intervista a Dacia Maraini di Annalisa Serpilli

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