"Pagine
corsare"
Saggistica
IL MITO
DI MEDEA, PIER PAOLO PASOLINI E MARIA CALLAS
E Pasolini creò
Medea
di Pier Paolo Pasolini e Franco Rossellini
"L'Espresso",
16 ottobre 2007
Quello che segue
è un estratto del dialogo in cui Pasolini racconta a Rossellini,
produttore insieme a Marina Cicogna, il progetto per la 'Medea', in parte
diverso dal film finale. Il dialogo, del marzo 1969, inedito se non per
qualche breve citazione, è pubblicato integralmente nel libro
- a cura di Roberto Chiesi, con le splendide fotografie di Mario Tursi
-, che accompagna la mostra 'Pasolini, Callas e Medea' (edizioni FMR Art'è).
Pier
Paolo Pasolini: "Il film comincia con tutta una prima parte muta. La
gireremo a frammenti, un po' in teatro di posa, un po' in Italia, un po'
dove capita insomma. Rimandiamo la descrizione esatta alla fine. L'importante,
adesso, è conoscere l'inizio. Cominciamo con il sacrificio umano:
la gente che arriva attraverso un campo, si ferma in questo terreno, che
probabilmente è quello di terra rossa che abbiamo visto al di qua
della chiesa di San Simeone. [...] Su questa terra, in mezzo al campo arato,
si dovrà adombrare un'orgia rituale. Come se la rappresentasse".
Franco Rossellini:
"Come viene rappresentata?".
Pasolini: "Niente.
Vedo l'aratro seppellito. La fossa si riempie".
Rossellini: "Con questo
gruppo di persone?".
Pasolini: "Sì, con
questo gruppo di persone. Sacerdoti. E il gruppo di contadini".
Rossellini: "Sarà
difficile realizzare tutte queste scene...".
Pasolini: "Lo so,
ma faremo un totale all'inizio, quando cominciamo. Ma forse non c'è
bisogno, basta adombrarlo. Ma è anche incerto se lo faremo. Comunque,
alcune di queste orge bisogna farle, perché ho visto che è
un elemento essenziale dei riti contadini, della terra. Un'orgia che fa
circolare la vitalità della natura. Questo è l'inizio del
film, la parte muta e mitica del film. L'inquadratura stessa della terra
ci richiama questa vittima umana, oppure altri sacrifici, che bisognerà
mostrare molto brevemente. La macchina da presa si alza verso il cielo,
oppure ci alzeremo con l'elicottero, se lo avremo, come in una specie di
ascesa. Quindi alle scene dei sacrifici - dopo la prima che apre il film
- alterniamo queste immagini dei luoghi mitici degli dèi, che anticipano
il dramma del Vello d'oro di Giasone".
Rossellini: "Lo faremo
in teatro?".
Pasolini: "Lo faremo
in parte in teatro, ma soprattutto vorrei farlo all'aria aperta per sfruttare
le nuvole vere, il sole vero".
Rossellini: "Useremo
un trucco fatto in Italia".
Pasolini: "Sì,
un lavoro fatto in Italia. E questo sarebbe l'inizio. Ora salto tutto l'intrigo
che deve essere narrato rapidamente, cioè in poche immagini con
le didascalie, come nel cinema muto, in cinque-sei minuti, e arrivo alla
fine. Cioè l'arrivo dell'ariete con il Vello d'oro che, sempre volando,
attraverso il trucco del vetro ecc., giunge sino al prato. Trasporta due
ragazzini [...]".
Rossellini: "Quando
arriva l'ariete con i due bambini, il re se ne impadronisce?".
Pasolini: "Non so
se farò uscire il re mentre guarda l'ariete. Ci sarà uno
sguardo fra il re e l'ariete, oppure potrei mostrare il re che prende i
due bambini e porta l'ariete nel luogo dove poi vedremo il Vello d'oro".
Rossellini: "Non
è che si vede l'atto di uccidere...".
Pasolini: "No. Non
si vedrà".
Rossellini: "Sarà
fra loro e al massimo...".
Pasolini: "Sì,
vengono presi i bambini e poi ci sarà un salto temporale. Poi magari
vedremo la bestia sotto l'albero e la grotta dove apparirà il Vello
d'oro".
Rossellini: "Ho capito".
Pasolini: "A questo
punto comincia la storia vera e propria, più che altro un breve
cappello introduttivo, ossia il colpo di mano di Pelia contro Esone, il
padre di Giasone. Ma anche su questo sorvolo, perché non ho le idee
chiare su questo punto. La prima scena vera e propria sarà molto
semplice da girare, all'interno del teatro di posa in Italia. Sarà
la fuga di Esone via da Iolco. Si vedrà Esone che riesce a sfuggire
alla morte con questo bambino ancora in fasce e un piccolo seguito".
Rossellini: "Esone
verrà ucciso?".
Pasolini: "No, non
viene ucciso. Fugge in esilio e affida il bambino al Centauro. Seguirà
una serie di scene, due o tre, con delle dissolvenze in mezzo. Ma le dissolvenze
sono sempre formate da inquadrature che significano qualcosa. In questo
caso, il passaggio da una scena all'altra, anziché tramite una dissolvenza,
sarà dato da una breve inquadratura di quel campo di granturco,
di grano, non so dove, in cui il bambino Giasone farà l'amore con
la dea della terra. [...] A questo punto, c'è un nuovo salto di
tempo e vediamo Giasone cresciuto, come se l'amore con la dea della terra
avesse accelerato la sua crescita, gli avesse donato la virilità.
Vediamo Giasone ventenne e lo vedremo così no alla fine del film.
[...] A questo punto comincia un montaggio alternato, tra la spiaggia,
questo luogo sul mare dove Giasone viene educato, e la Colchide, dove intanto
è nata Medea, che è più grande di Giasone ed è
già arrivata alla maturità. [...] Giasone diviene sempre
meno religioso, sempre più scettico, più pratico, più
moderno; Medea, invece, sempre più fanatica. Cerca la religione
e codifica se stessa, si conforma al rito, diviene autoritaria".
Rossellini: "Come
la vediamo noi? Medea non l'abbiamo mai vista".
Pasolini: "Sì,
non l'abbiamo vista. Compare nella Colchide ma di straforo, in principio.
[...] Schematicamente, nella Colchide si sussegue una serie di tre, quattro,
cinque scene, ancora non so bene, che corrispondono a tre, quattro, cinque
momenti religiosi e rituali".
Rossellini: "Medea
è presente?".
Pasolini: "Medea
è presente! Sempre di più. In principio, Medea s'intravede
appena, è una delle figure che popolano la Colchide, perché
il primo blocco è un documentario sulla Colchide: una folla, un
mercato, gente che canta, baratta, e poi bestie, momenti di vita quotidiana
e le prime avvisaglie dell'incombere della sacralità. Il secondo
blocco, invece, rappresenta un vero e proprio rito. Vorrei realizzare tre
rituali: un rito riguardante il sole. Non so ancora dirle come sarà
questo rito, ma più o meno le posso dire che mostra Medea più
viva, in quanto è la donna che ha più coscienza degli altri
della religione. Ancora non so dire come sarà il rito riguardante
il sole. So che il suo significato sarà questo: il sole che tramonta
raffigura la discesa nel regno dei morti e il sole nascente rappresenta
la resurrezione, per cui il culto del sole è anche il culto della
morte. Medea rappresenta appunto questo. Il culto del sole è anche
il culto della fecondazione, quindi si concluderà probabilmente
con un coito, tra un uomo e un toro, un coito violentissimo, barbarico,
di una violenza quasi terribile, dominata dal ruggito del toro. Con uno
stacco si passerà al rito lunare, che invece è un culto di
vita e morte, perché la vita nasce, muore, poi ritorna a nascere.
Quindi rappresenta il ritmo del tempo, la rinascita. Anche la vita ha questo
doppio senso, la luna ha il doppio senso di vita e morte, però su
un altro registro in cui prevale, diciamo così, il senso della morte,
unito alle corna del toro, al serpente. Dico questo per fornire dei dettagli.
Tutto sarà rappresentato in maniera viva, da un rito che devo cercare.
Ne ho uno in mente, ma ne esistono di migliori: alla luce della luna sul
mare, le ragazze nude si cospargono di argilla bianca [...]
Qui si inserisce un'orgia rituale
a cui però Medea non partecipa. In questa orgia che coinvolge l'intera
popolazione contadina, succede che, per qualche ora, i re e i sacerdoti
perdano la loro autorità. Vengono tutti beffeggiati: è come
se tutto ritornasse al caos iniziale. Quest'ultimo rito potrebbe anche
avvenire così: la vittima designata, invece di essere sepolta viva,
viene appesa a un albero o legata a terra, e quindi viene smembrata. Poi
i pezzi del suo corpo vengono sepolti nei campi. Questo è importante
perché le uccisioni compiute da Medea si ricollegheranno a questi
atti: quando farà a pezzi il fratello, in realtà adempirà
a un atto rituale. Questo impedisce a Medea di provare orrore per l'assassinio
che compie, perché è codificato e lei lo ha prefigurato,
l'ha preparato, sia l'omicidio del fratello che quello dei figli nel finale.
Nei riti cui partecipa Medea, si udiranno dei canti. Lei stessa reciterà
degli inni. Un inno alla luna, un altro alla terra e al passaggio delle
stagioni. Questi inni sono molto importanti. Appena ritorniamo a Roma,
sarà la prima cosa da fare, scegliere degli inni antologizzati delle
varie religioni, ma probabilmente darò la preferenza agli inni indiani.
Devo preparare i testi".
Rossellini: "Quindi
parole e musica".
Pasolini: "Nessuna
musica. Solo parole. Uno di questi ultimi riti, sarà un rituale
d'iniziazione e vorrei farlo coincidere con il rito di iniziazione tipico
del mondo contadino. Medea potrà cantare e recitare questi inni
come se fossero una liturgia. Ora, un'altra cosa importante da dire, è
che tutto ciò che riguarda Medea sarà accompagnato da una
musica sacra, profondamente sacra, addirittura una musica da messa".
Rossellini: "Abbiamo
redatto una lista delle necessità. Una suddivisione degli attori
che servono in Turchia, in Siria, le controfigure, ciò che riguarda
la Colchide. [...] Ci dovranno essere i bassorilievi, di cui abbiamo già
parlato con Scaccianoce".
Pasolini: "[...]
I bassorilievi o i simboli religiosi, sacri, le statue, devono essere di
tipo fallico, erotico, così da richiamare le orge avvenute durante
i riti della fecondazione, il coito con il toro, etc. Questo ha la funzione
di annunciare, in un certo senso, l'apparizione di Giasone, come vedremo
nel sogno di Medea [...]".
L'intero dialogo
è riprodotto nel volume "Pasolini, Callas e Medea",
a cura di Roberto Chiesi,
fotografie di Mario Tursi - FMR-ART'E' 2007
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Come in un sogno
di Carla Benedetti
Ha un fascino particolare
questo dialogo di Pasolini con il produttore. Vi si respira una gaiezza,
un'euforia da progetto che sta per realizzarsi. I sopralluoghi sono già
stati fatti, ma le riprese non sono ancora cominciate. Entriamo nella fucina
dell'opera proprio nel momento in cui le idee artistiche sbarcano nel mondo
reale, si confrontano con i vincoli posti dai luoghi e dalle cose, con
i problemi pratici ("Vediamo il cielo sia sotto che sopra. Si può
fare col trucco del cristallo, o no?"). E tutto ha una sua bellezza. È
ancora il progetto, certo, ma è come soffuso di sogno: il sogno
di un'opera da farsi. "Perché realizzare un'opera quando è
così bello sognarla soltanto?", dirà un anno dopo Pasolini
nel Decameron, recitando nei panni di allievo di Giotto.
In questo stadio persino
le incertezze del regista ("Potrei fare così, oppure così.")
appaiono non come dubbi da superare,ma come un meraviglioso serbatoio di
possibilità, da mantenere compresenti. Tutto resta così in
uno stato potenziale, nell'interregno tra il progetto e la sua realizzazione.
È la forma-progetto di cui Pasolini ha appena scoperto la possibilità
negli 'Appunti per un film sull'India': una serie di immagini accompagnate
dalla voce del regista che spiega ciò che ha in mente di fare -
proprio come ora sta facendo con il produttore. Poi questa forma verrà
estesa anche alla scrittura romanzesca, nella Divina mimesis e in
Petrolio.
Quest'ultima opera si presenta come una serie di appunti per un'opera da
farsi. L'autore spiega al lettore il libro che ha in mente, restando sempre
un gradino più in qua della realizzazione. Non diventa mai narratore,
ma solo voce che espone un progetto, da cui si viene coinvolti sempre più,
quasi fosse l'opera finita.
(L'Espresso)
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A Bologna il 18 ottobre fino
all'8 dicembre 2007 alla galleria Ta Matete (via Santo Stefano 17/A, Bologna):
'Pasolini, Callas
e Medea', mostra organizzata da FMR e dalla Cineteca di Bologna, propone
una settantina di foto mai viste, scattate da Mario Tursi durante la lavorazione
del film. Dalle immagini e dai testi, in gran parte inediti, raccolti nel
catalogo, emerge il feeling tra regista e cantante. La Galleria bolognese
prevede ulteriori iniziative, incontri, conferenze sul tema proposto dalla
mostra. |
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