"Pagine
corsare"
Saggistica
IL MITO
DI MEDEA, PIER PAOLO PASOLINI E MARIA CALLAS
Cecilia Sophia Anna
Maria Kalogeròpoulos
in arte Maria Callas
Sito
web ufficiale di Maria Callas
Maria
Callas (New York, 2 dicembre 1923 - Parigi, 16 settembre 1977) è
stata la più celebre cantante lirica (soprano) del XX secolo, di
famiglia greca, statunitense di nascita, cittadina italiana dal 1949 grazie
al matrimonio con l'industriale veronese Giovanni Battista Meneghini, e
naturalizzata cittadina greca nel 1966.
Per quanto riguarda le forme
del nome, per esteso esso è Cecilia Sophia Anna Maria Callas. Il
cognome originario del padre, Kalogheròpoulos, fu da questi semplificato
dapprima in Kalos al suo arrivo negli USA, dopodiché diventò
Callas, secondo un procedimento consueto tra gli immigrati che portavano
cognomi di troppo difficile pronuncia. Durante l'adolescenza la Callas
si firmava d'abitudine Mary Ann Callas; in casa era chiamata Annamaria.
La Callas riprese il cognome greco tra il 1935 e il 1945, per volontà
della madre, quando tornò nel paese d'origine della famiglia. Ai
suoi esordi in Italia fu utilizzata la grafia Kallas e Marie Calas fu l'effimero
nome d'arte - non da lei scelto - di cui fece uso per alcune performance
statunitensi nel 1946.
Per quanto riguarda la data
di nascita, ci sono state diverse incertezze tra il 2, il 3 e il 4 dicembre,
ma dipendono probabilmente da un lapsus memoriae della madre. Il registro
dell'anagrafe riporta il 3, il passaporto il 2, mentre sia la madre che
lei concordavano sul 4, data di cui la Callas non era sicura ma che prediligeva
perché giorno di Santa Barbara, santa pugnace e combattiva che sentiva
a sé congeniale. Oggi è assodato che la data esatta fosse
il 2 dicembre.
Contribuì con le
sue interpretazioni alla riscoperta del repertorio italiano della prima
metà dell'Ottocento, in particolare Vincenzo Bellini e Gaetano Donizetti,
di cui seppe dare una lettura personale, in chiave tragica e drammatica,
anziché puramente elegiaca. Tra i suoi cavalli di battaglia vi furono
Norma,
I
puritani e La sonnambula di Bellini e Lucia di Lammermoor
di Donizetti, Traviata di Verdi, Gioconda di Ponchielli e
Tosca
di Puccini.
Si dedicò inoltre
con successo alla riscoperta di titoli usciti di repertorio quali Armida
e Il Turco in Italia di Rossini, Il pirata di Bellini, Anna
Bolena di Donizetti, Alceste e Ifigenia in Tauride di
Gluck e La Vestale di Gaspare Spontini, sia pure senza rigore filologico,
com'era nella prassi dell'epoca, ossia tagliando e talvolta ritoccando
le linee vocali. Un ruolo indissolubilmente legato al suo nome è
quello di Medea di Luigi Cherubini.
Secondo alcuni è
stata la più grande cantante lirica del '900.
Infanzia. Negli USA (1923-1935)
I suoi genitori, George Kalogeropoulos
ed Evangelia Dimitriadou, si conobbero all'università dove entrambi
studiavano farmacia. George Kalogeropoulos era originario del Peloponneso
ed era di estrazione modesta. Evangelia Dimitriadou veniva invece in una
famiglia abbastanza benestante: i suoi genitori, di ascendenze greco-macedoni,
si erano trasferiti da Istanbul a Stylis, per poi fissare la loro residenza
ad Atene. Nella società greca dell'epoca aveva una certa importanza
il fatto che i Dimitriadis fossero una famiglia di tradizioni militari.
Il matrimonio era insomma, almeno in parte, male assortito, e sarebbe stato
motivo di frustrazione soprattutto per Evangelia Dimitriadou. Si sposarono
nel 1916, stabilendosi a Meligala. Nel giugno del 1917 nacque la primogenita,
Yakinthy (più tardi detta "Jackie"). Nel 1920 nacque l'unico figlio
maschio, Vasili, che sarebbe morto nel 1923, vittima dell'epidemia di tifo
che aveva colpito Meligala. Questa perdita lasciò tracce profonde
soprattutto sull'animo della madre, e fu alla base della scelta di trasferirsi
negli Stati Uniti d'America.
Sbarcarono qui il 2 agosto
1923, e si trasferirono in un piccolo appartamento di Long Island. George
Kalogeropoulos trovò lavoro nel settore farmaceutico di un drugstore.
Maria Callas, concepita
in Grecia, nacque al Flower Hospital di New York il 2 dicembre, durante
una fitta nevicata. Il padre aveva già cambiato all'anagrafe il
suo cognome da Kalogeropoulos in Callas. La madre, che avrebbe voluto un
maschio (che avrebbe battezzato Vasili, come il fratellino morto) per quattro
giorni rifiutò di vederla ed esitò a lungo prima di trovarle
un nome. La bambina, eccezionalmente robusta, pesava più di sei
chili alla nascita.
Secondo l'usanza della loro
religione, la bambina venne battezzata a tre anni d'età, nel 1926,
presso la chiesa greco-ortodossa di New York. A quest'età sembra
già ben avviata alla carriera musicale: a tre anni ascolta arie
d'opera grazie alla pianola del padre e della madre, a quattro si è
già arrampicata sul pianoforte, dove comincia a mettere assieme
le prime melodie. In My daughter Maria Callas Evangelia Dimitriadou sostiene
che, quattrenne, la piccola Maria, cantando ignara con le finestre aperte,
avesse addirittura costretto gli automobilisti a fermarsi ad ascoltarla
incantati, bloccando il traffico.
La famiglia Callas abitava
allora nel quartiere di Manhattan, nella 192° strada.
Nel 1928, sfuggita al controllo
della madre, la piccola Maria tentò di raggiungere la sorella Yakinthy,
intravista dall'altra parte, attraversando la strada di corsa: un'automobile
la colpì in pieno, trascinandola sotto le ruote per molti metri
prima di riuscire a fermarsi. Trasportata subito all'ospedale di St. Elizabeth,
solo per miracolo si salvò dopo 22 giorni di coma. Questo fu un
fatto al quale sia la Callas che Evangelia Dimitriadou addussero molta
importanza. La Callas confessò ad Eugenio Gara che durante il lungo
stato d'incoscienza strane musiche le ronzavano nelle orecchie. La madre,
sempre in My daughter Maria Callas, sostenne che dopo l'orribile incidente
Maria sviluppò un carattere completamente diverso da prima e fece
risalire il "cattivo carattere", che sarà famoso nel mondo, umbratile,
ostinato e ribelle, proprio a questa circostanza.
Nell'anno 1929 il padre
aprì una farmacia a Manhattan. La famiglia viveva con un certo decoro,
risentendo limitatamente del crollo di Wall Street, grazie soprattutto
all'intraprendenza paterna. Maria Callas seguì una brillante carriera
scolastica, e parallelamente, dal 1931 prese lezioni di canto (sotto la
guida di una ignota "signorina Sandrina", che fu l'artefice della sua prima
impostazione vocale) e pianoforte. A proposito di questa prima formazione,
nonostante le sue notazioni in merito siano state molto laconiche, la Callas
ebbe modo di mettere in luce il fatto che già in questa primissima
fase qualcosa la portava a quella sorta di 'sincretismo' tra scuole nazionali
di cui la sua voce sarà il risultato: la signorina Sandrina infatti
le insegnava sia il metodo italiano che quello francese (finalizzato a
sfruttare le cavità nasali). Per proprio conto (come ricorderà
più avanti la stessa interessata) aveva già preso l'abitudine
di alternare solo due arie, la "Habanera" dalla Carmen di Georges
Bizet e "Io son Titania", dalla Mignon di Ambroise Thomas: un'aria
di contralto e una di soprano di coloratura.
Di robusta costituzione,
sviluppò molto presto un'importante disfunzione ghiandolare, che
la porterà ad un'abnorme crescita di peso, dalla quale non si libererà
completamente prima del 1953. Nel 1935 i genitori si separarono e la madre,
ritornata in Grecia, riassunse il cognome Kalogeropoulos.
In Grecia (1935-1945)
Una volta in Grecia venne
ammessa al Conservatorio di Atene dove si diplomò in canto, pianoforte
e lingue, studiando con il soprano italiano Maria Trivella. L'11 aprile
1938 partecipò ad un concerto-saggio con altri studenti. Il 2 aprile
1939, interpretò, in forma concertante, Santuzza in Cavalleria
rusticana di Pietro Mascagni, la sua prima opera completa, vincendo
il premio che il conservatorio metteva in palio. Cominciò così
quella luminosa carriera che le farà guadagnare l'appellativo di
Divina.
Sarà un susseguirsi
di interpretazioni: le musiche di scena de Il mercante di Venezia
al Teatro Reale di Atene, fu Beatrice in Boccaccio di Franz von
Suppé al Palais Cinéma; nei quattro anni successivi (dal
1942 fino al settembre 1945) canterà Cavalleria rusticana,
Fidelio,
Der
Bettelstudent (Il principe studente di Millöcker), la sua
unica interpretazione (Smaragda, 1943 e '44) di un'opera contemporanea,
O protomastoras (Il capomastro, di Manolis Kalomiris, da
un dramma di Nikos Kazantzakis), Tiefland di Eugen d'Albert e Tosca.
Il momento più importante della sua carriera greca, tutt'altro che
trascurabile per la sua preparazione, fu decisamente il Fidelio.
La Callas venne chiamata, all'ultimo momento, per sostituire una cantante
impreparata; Elvira de Hidalgo sosterrà (in un'intervista a "Life"
del 1955), che per la prodigiosa memoria della Callas era del tutto normale
assimilare tutte le parti di un'opera anche difficile in meno di una settimana:
una dote di cui darà prova nel corso della carriera in Italia. L'Arena
di Erode Attico, come gli altri più importanti organismi di Atene,
erano al momento in mano all'occupante nazista. La Callas, diplomata in
italiano, spagnolo e francese, non conosceva il tedesco, e lo studiò
appositamente con insegnanti greci, evitando accuratamente di venire in
contatto con i tedeschi occupanti. Grazie alla sua lettura, la recita del
dramma beethoveniano della libertà acquisì, in un clima di
tensione spasmodica, un'enorme valenza allusiva alle condizioni di allora
della Grecia, pur non risparmiandole (soprattutto per iniziativa della
cantante sostituita) accuse di collaborazionismo per aver cantato sotto
la direzione tedesca dell'Opera di Atene. È peraltro noto che la
Callas, la madre e la sorella nascondessero in casa alcuni militari inglesi;
circostanza relativamente alla quale non manca un episodio toccante, sembra
reale, che vedrebbe la Callas improvvisare "Vissi d'arte" al pianoforte
durante un'ispezione fascista; i militari, distratti dal suo canto, avrebbero
desistito da più approfonditi controlli. Singolarmente numerose
e particolareggiate le testimonianze di conoscenti circa la condotta della
Callas nei difficili anni della guerra: impegnata a mantenere sé
e la famiglia con i più disparati mestieri, si adeguò a cantare
in tutti i locali, anche di infimo ordine (compreso il postribolo di piazza
Omonoia), svolgendo nel frattempo lavori pesanti, e per un certo periodo
fungendo da interprete presso l'ambasciata inglese, ma non piegandosi mai
ai più bassi commerci.
Musicalmente, sono molto
interessanti i numerosissimi concerti, dove oltre alle arie tradizionali
e ai canti popolari greci alternava alcuni brani, all'epoca di raro ascolto,
di quello che sarà il suo repertorio più tipico. Un aneddoto
non verificabile vuole che la Callas abbia addirittura cantato da sola
il duetto Otello-Desdemona, dall'Otello di Rossini, alternandosi
nelle due parti sia come soprano che come tenore.
Nel 1945 tenne l'ultimo,
acclamato concerto ad Atene, concludendo un settennio prezioso per l'intensa
esperienza accumulata e i successi mietuti.
Negli USA (1945-1947)
Ritornò quindi a New
York, dove trascorse parte del 1945, tutto il 1946 e i primi mesi del 1947;
qui riassunse il cognome di Callas. La sua decisione fu certamente influenzata
dalle durissime condizioni della Grecia coinvolta nel secondo conflitto
mondiale e dal desiderio di ritrovare il padre; ma più di tutto
contò il consiglio di Elvira de Hidalgo, che l'aveva spinta a raggiungere
l'Italia, l'unico paese in cui una cantante con i suoi mezzi poteva trovare
una definitiva consacrazione. Tuttavia la Callas esitò per lunghi
mesi: raggiungerà l'Italia solo nel 1947, a vittoria della Repubblica
ormai avvenuta. Nel frattempo, a New York, nel mese di dicembre, ottenne
un'audizione al Metropolitan Opera Theater, ma con risultato negativo;
le furono infatti proposti Madama Butterfly e Fidelio; per
la prima parte, oltre alla perplessità di sempre nell'affrontare
ruoli pucciniani, la Callas si sentiva fisicamente fuori ruolo; e declinò
l'offerta del Fidelio perché non si sentiva di cantarlo, come le
era stato richiesto, in inglese.
Parallelamente, continuò
a studiare canto, perfezionando la sua tecnica. Conobbe il sedicente agente
teatrale Eddie Bagarozy, da cui fu ingaggiata per cantare Turandot
a Chicago nel gennaio del 1947, con una nuova compagnia che, però,
fallì miseramente: Bagarozy si rivelerà un imbroglione. La
moglie di costui, il soprano italo-americano Louise Caselotti, ha sostenuto,
fino a pochi anni addietro, di aver addirittura dato "lezioni di canto"
alla Callas. Quello che è certo è che Bagarozy, che aveva
già avuto molti problemi col fisco ed era stato più volte
denunciato per quella che l'ordinamento statunitense definisce "frode postale",
aveva coinvolto la Callas e altri cantanti (tra cui il famoso basso italiano
Nicola Rossi-Lemeni) in un'iniziativa che non sarebbe mai giunta in porto,
scappandosene, molto prosaicamente, con le prevendite. La Callas, un po'
invaghitasi del truffatore, aveva purtroppo commesso l'imprudenza di firmare
un contratto-capestro che prevedeva il versamento al suo "agente" del 10%
di ciascun proprio incasso. Anni dopo, quando la Callas sarà ormai
all'apice della carriera e della ricchezza, Bagarozy le intenterà
causa cercando di far valere un contratto divenuto una miniera d'oro, e
mai fino allora scisso.
In Italia (1947)
Grazie a Nicola Rossi-Lemeni
venne in contatto con Giovanni Zenatello, direttore artistico dell'Arena
di Verona. Zenatello, incantato dalla sua voce, la ingaggiò per
La
Gioconda. Il 27 giugno 1947 la Callas arrivò a Napoli e da lì
si recò a Verona per provare la parte. Qui incontrò Giovanni
Battista Meneghini, grande appassionato di lirica e possessore di una fiorente
industria di laterizi. Il debutto all'Arena di Verona non fu più
che un buon successo, accompagnato da critiche benevole.
La consacrazione (1948-1950)
L'anno successivo fu a Firenze
dove cantò nella Norma di Vincenzo Bellini, suo ruolo di
riferimento. Ma in questo primo periodo della sua carriera italiana la
Callas, nel frattempo seguìta e molto spesso diretta da Tullio Serafin,
venne come confinata in un repertorio non congeniale, basato su ruoli wagneriani
(che non amava, come La Valchiria, Parsifal, Tristano
e Isotta) e su Turandot e Aida, eseguiti in molte città
italiane con ottimo successo di pubblico e di critica. Ma era ancora una
cantante di "nicchia", per intenditori, non molto nota al grande pubblico.
La svolta della sua carriera avvenne in modo del tutto fortuito e casuale:
il 19 gennaio 1949 infatti venne chiamata all'ultimo momento a sostituire
il soprano Margherita Carosio, indisposta, nel ruolo di Elvira ne I
puritani alla Fenice, dove era stata scritturata per La Valchiria
di Wagner. Fu un successo memorabile, benché un critico, acidamente,
notasse che, dopo l'impiego di una cantante wagneriana per una parte tradizionalmente
ritenuta "leggera" la prossima volta si sarebbe potuto far cantare Gino
Bechi nella parte di Violetta (La Traviata).
Dopo una corte molto intensa
accettò di sposare Meneghini sebbene fosse molto più anziano
di lei rifiutandosi però di convertirsi al cattolicesimo; il matrimonio,
tra il civile e il religioso, venne celebrato in una sagrestia in totale
solitudine, a parte la madre di Meneghini. Dopo il matrimonio Meneghini
lasciò la guida della sua azienda a dei suoi parenti, dedicandosi
da quel momento in poi alla carriera della moglie in qualità di
suo agente.
L'ingresso alla Scala (1951)
Molto faticoso il suo ingresso
alla Scala. La sua unica occasione, finora, era stata un'Aida nel
(1950) in sostituzione di Renata Tebaldi indisposta, accolta con perplessità
per via della resa scenica e dello "strano" timbro vocale. Da notare una
certa ostilità della critica, soprattutto da parte di Teodoro Celli,
che in brevissimo tempo diventerà uno dei suoi più grandi
e consapevoli estimatori. Sovrintendente del teatro era allora Antonio
Ghiringhelli, direttore artistico Victor De Sabata. Colleghi come Mario
Del Monaco e Giuseppe Di Stefano, con lei coinvolti nelle trionfali tournée
sudamericane della Scala, riuscirono a far breccia. Le tensioni con Antonio
Ghiringhelli, che aveva pianificato il periodo della propria sovrintendenza
sul cosiddetto "star system", che avrebbe dovuto avere come punte di diamante
Renata Tebaldi, Mario Del Monaco, Giulietta Simionato ed Ettore Bastianini
(tutti cantanti sotto contratto con la Decca di Londra, la diretta rivale
della EMI), non sarebbero mai cessate. La Callas non solo riuscì
a fare della sua permanenza alla Scala un "dodicennio d'oro" parallelo
a quello di Toscanini, ma spezzò l'artificioso equilibrio creato
dalla sovrintendenza, ponendosi (per volontà dei colleghi stessi)
a capo del quartetto principale, sdoppiandosi per giunta in due diversi
cast stellari (anche per ragioni di esclusività discografica), collaborando
con Mario Del Monaco, con Giuseppe Di Stefano, con Giulietta Simionato
(sua grandissima amica, con Fedora Barbieri, con Ettore Bastianini e con
Tito Gobbi, anche lui grande cantante-attore. Parimenti, l'appoggio garantito
da Wally Toscanini suonava come una sorta di "benedizione" da oltreoceano
da parte di Toscanini. La Tebaldi, sentendosi tradita, preferì ricrearsi
un equilibrio congeniale negli USA, ciò che non impedì l'accendersi
di una rivalità a distanza, fomentata soprattutto dalla stampa (e,
dichiaratamente, dalla stessa Renata Tebaldi, per motivi pubblicitari);
tuttavia anche quella parziale finzione era rivelatrice dello scontro di
due opposte visioni del melodramma: da una parte una visione ortodossa,
fedele al gusto del tempo e attenta ai limiti assegnati alla figura del
cantante nel sistema-opera, dall'altra una concezione creativa e sperimentale,
basata su scelte interpretative forti, sui tre piani della vocalità,
della recitazione e della rilettura degli spartiti.
Gli anni d'oro: 1951-1957
Cominciò così
la parte più folgorante della sua carriera: inaugurò la stagione
lirica alla Scala di Milano nel dicembre del 1951 ove trionfò ne
I
vespri siciliani, continuando a mietere grandi successi interpretando
le più grandi figure femminili della lirica: da Norma a Lucia
di Lammermoor, ad Anna Bolena a Medea.
Ritornò all'Arena
nel 1952 (presentandosi con il nome di Maria Meneghini Callas), cantando
in Traviata e Gioconda (1952), Il trovatore e Aida,
e in Mefistofele nel 1954.
Si aprì così
anche la strada della discografia: la EMI le offre un ottimo contratto
e la Callas iniziò ad incidere le opere fondamentali del suo repertorio,
tra cui Lucia di Lammermoor di Donizetti, Norma, Tosca,
Manon
Lescaut, La sonnambula; si segnalò, anche per il notevole
coraggio del produttore Walter Legge, dati i tempi, anche Il turco in
Italia di Gioacchino Rossini. Nel frattempo si esibiva in tournée
in prestigiosi teatri quali l'Opera di Chicago, il Metropolitan di New
York, il Covent Garden di Londra.
Nel 1953 affrontò
per la prima volta, al Maggio musicale fiorentino, la Medea di Luigi
Cherubini, il ruolo più suo, specialmente considerando che la Callas
adattò ai propri debordanti mezzi una versione particolarmente impervia
dell'opera, con i numeri originali dell'opéra comique originaria
di Cherubini e i recitativi musicati nel XIX secolo da Franz Lachner. Nessuna
ripresa di quest'opera più aderente all'originale cherubiniano ha
avuto modo di destare altrettanta impressione.
La "trasformazione" della Callas
Nel 1954, dopo aver tentato
inutilmente diverse cure, riuscì a perdere 30 chilogrammi. La sua
figura cambiò drasticamente, la sua voce, ormai matura, raggiunse
livelli di inattingibile perfezione; cantò in Norma, La
Traviata e Lucia di Lammermoor a Chicago; a dicembre fu a Milano
ad inaugurare la stagione lirica con La Vestale e quindi a New York
ove cantò Norma, Tosca e di nuovo Lucia di Lammermoor.
Si affidò, per la sua immagine alla stilista italiana Biki, con
la quale iniziò un rapporto di collaborazione che andò poi
al di là della semplice fornitura di abiti, ma ebbe più a
che fare con la creazione di una divinità sofisticata ed elegante.
Si parlò di "trasformazione della Callas", ma rilevantissime furono
le conseguenze sull'arte scenica, che la Callas portò ad altezze
inimmaginabili: libera e fluida nei movimenti, in condizioni di salute
sufficientemente buone, riconcepì le sue creazioni come in senso
coreografico, imponendo un modello di recitazione fortemente espressionistico,
dalla gestualità raffinatissima e nervosa.
Quasi tutte le sue serate,
a partire dalla memorabile riesumazione del Macbeth (1952), risultarono
contrastate: agli applausi si mescolavano fischi e dissensi che il grosso
del pubblico tuttavia tacitava aumentando il frastuono. Unico suo fiasco
del periodo scaligero fu Il barbiere di Siviglia (1957), vuoi per
il recupero di alcune figurazioni dell'originaria tessitura contraltina
- all'epoca, Rosina era interpretata quasi esclusivamente da soprani leggeri
- e per l'accesissimo, disordinato virtuosismo, vuoi, soprattutto, per
la non congenialità del personaggio.
La Callas divenne uno dei
più grandi, controversi e durevoli miti del '900. La stampa, anche
scandalistica, contribuì a renderla popolarissima.
L'incontro con Onassis
Nel 1957, ad un ricevimento
a Venezia, incontrò per la prima volta Aristotele Onassis; quell'anno
segnò anche l'inizio di una fase critica della sua carriera. A Roma,
ad una serata di gala alla presenza di alte autorità quali il presidente
della repubblica Giovanni Gronchi, dopo il primo atto di Norma,
la Callas accusò un malore e interruppe la recita. Nel maggio dell'anno
successivo entrò in conflitto con il sovrintendente della Scala
di Milano, Antonio Ghiringhelli; nel novembre, per prese di posizione giudicate
inaccettabili da Rudolf Bing, direttore del Metropolitan Opera, fu obbligata
alla rescissione del contratto. Nell'anno 1959 venne invitata, insieme
al marito, da Onassis sul suo yacht Christina per una crociera insieme
a Winston Churchill e consorte, alla famiglia Agnelli e ad altre personalità
del Gotha internazionale: alla fine della crociera Aristotele e Maria apparvero
ufficialmente amanti.
La Callas si separò
e poi divorziò da Meneghini, abbastanza tempestosamente, dopo poco
tempo. In realtà già da diverso tempo meditava di porre fine
al matrimonio, per diverse cause dovute proprio a Meneghini (innanzitutto
per i continui tradimenti e la sottrazione sistematica di denaro della
Callas a favore dei propri parenti).
Taluni favoleggiarono che
la Callas abbia dato alla luce un figlio, morto quasi subito; non è
escluso che abbia avuto un aborto, ma Maria, secondo quanto testimoniò
Meneghini, si sposò vergine.
Il declino (1958-1965)
Le sue condizioni vocali,
a partire dal 1958, mostrarono alcuni segni di logoramento, dovuti al superlavoro,
alle tensioni dovute alle infinite azioni giudiziarie intentate e subite,
al peggiorare delle condizioni fisiche (sempre state assai precarie) e
alle difficoltà di imporre la propria arte. Già dal 1959
aveva diradato vistosamente gli impegni. Nel 1961, con una linea vocale
cospicua ma intaccata da un forte vibrato, inaugurò la stagione
lirica della Scala nella parte non protagonistica di Paolina nel Poliuto
di Gaetano Donizetti. Nel 1964, dietro forti insistenze di Franco Zeffirelli
cantò in Tosca al Covent Garden di Londra e successivamente
Norma
a Parigi. Ebbe maggior successo nella pur affaticata parte di Tosca,
meno impegnativa vocalmente, essendo coadiuvata dal grande collega e amico
Tito Gobbi. Nel 1965 decise di ritornare sulle scene e cantò Tosca
a New York: il ritorno fu trionfale. Maria sembrò aver ritrovato
lo splendore degli anni precedenti e ciò la indusse a cantare cinque
recite di Norma a Parigi, ma sia la voce che il fisico non ressero,
tanto che il 29 maggio terminò la scena dell'atto II del tutto sfinita
e l'ultima scena venne annullata.
Gli ultimi anni (1966-1977)
Impegnata con il Covent Garden
di Londra per quattro rappresentazioni di Tosca, riuscì a
tenere solo quella di gala, in presenza della regina; fu poi costretta
a rinunciare a tutte le altre dietro ordine del suo medico personale per
problemi fisici. Questa fu l'ultima volta che la Callas cantò in
un'opera integrale. Sul piano della vita privata il momento era altrettanto
critico: Aristotele Onassis rifiutò di regolarizzare la loro unione,
e in più, nel 1968, sposò Jacqueline Kennedy, la vedova di
John Fitzgerald Kennedy, presidente degli Stati Uniti d'America assassinato
a Dallas.
A seguito di questo evento
il suo mondo crollò di schianto; si susseguirono periodi di depressione
alternati a momenti di euforia, quando ebbe l'occasione di tornare alla
ribalta, nel 1970, come protagonista del film Medea di Pier Paolo
Pasolini.
L'ultima tournée con Giuseppe
Di Stefano
Nel 1973 iniziò un
tour mondiale insieme a Giuseppe Di Stefano, che si concluse nel 1974 a
Sapporo (Giappone). Sarà la sua ultima esibizione in pubblico. Seguendo
i consigli di Di Stefano, la Callas tentò di riorganizzare l'assetto
vocale aprendo la gola e puntando sull'intatto registro di petto. Nonostante
non fosse naturalmente in grado di tornare agli antichi fasti, affiancata
da un collega amico e sostenuta dall'incoraggiante amore del pubblico,
riuscì a recuperare abbastanza da concludere la tournée (a
Seul in Corea) in condizioni vocali nettamente migliori rispetto a dieci
anni prima.
Durante la tournée,
l'amicizia con Giuseppe Di Stefano, compromessa da problemi familiari del
tenore, s'incrinò. La Callas si ritirò nella sua casa di
Avenue Georges Mandel 36 a Parigi, evitando contatti con conoscenti e amici;
nemmeno Giuseppe Di Stefano, Giulietta Simionato, Fedora Barbieri riuscirono
più ad avvicinarla. Gli ultimi anni della sua vita furono funestati
da lutti: nel marzo del 1975 Onassis morì dopo essere stato operato
alla cistifellea; il 2 novembre dello stesso anno Pier Paolo Pasolini morì
assassinato; il 17 marzo 1976 si spense Luchino Visconti.
La morte (16 settembre 1977)
Il 16 settembre 1977, intorno
alle 13.30, la Callas cessò di vivere. Nonostante sia stato varie
volte ripetuto, è assai improbabile che abbia commesso suicidio;
le sue condizioni fisiche erano da tempo estremamente compromesse. Il referto
medico indicò l'arresto cardiaco come causa del decesso. La grave
disfunzione ghiandolare della giovinezza e il drastico dimagrimento vennero
citati più frequentemente come cause della sua morte. Oltre a vari
disturbi, negli ultimi anni si era aggiunta anche l'insonnia cronica; la
Callas aveva cominciato ad assumere dosi sempre più massicce di
Mandrax (metaqualone), che si procurava sottobanco (ad esso si riferiscono
gli altrimenti misteriosi riferimenti alla "droga" che costellano le ultime
pagine del suo diario).
Molto meno chiaro è
tutto il contorno, e quali siano state le responsabilità dell'oscura
pianista greca Vasso Devetzi — sorta di 'dama di compagnia' stabilitasi
in casa sua negli ultimissimi anni, della sorella, Yakinthy Callas, e della
madre, Evangelia Dimitriadou. Esecutore testamentario risultò alla
fine, grazie ad un testamento depositato subito dopo il matrimonio presso
lo studio legale dell'industriale, Giovan Battista Meneghini, che alla
sua morte, lasciò a sua volta la cospicua eredità della Callas
alla propria governante, o compagna, Emma Brutti.
Forti divisioni creò
anche la decisione (quasi sicuramente condivisa dalla Callas da viva, secondo
le testimonianze di molti) della cremazione, prevista dal rito greco-ortodosso
al quale, per ragioni puramente sentimentali, la Callas si era serbata
fedele negli anni. Da notare, nella biografia di Giovanni Battista Meneghini
Maria
Callas mia moglie, il mistero circa la firma semi illeggibile sulla
liberatoria, "un certo Jean Roire, o Jean Rouen": si tratta semplicemente
del compagno della Devetzi, Jean Roire, che s'incaricò di accompagnare
la salma ai forni, secondo la prassi, insieme con gli operatori necrofori.
Vivo è il sospetto che le ceneri della Callas siano andate perdute
durante la loro permanenza al cimitero Père Lachaise di Parigi;
non esiste prova che avesse espresso la volontà di farle disperdere
nel Mar Egeo, né che le ceneri sparse in mare dal sindaco ateniese
durante una cerimonia fossero effettivamente le sue.
Caratteristiche vocali-interpretative
La Callas, per la quale fu
riesumata la definizione di soprano drammatico di agilità, categoria
vocale in cui rientravano le primedonne ottocentesche (Maria Malibran,
Giuditta Pasta) per cui i principali ruoli belliniani e donizettiani furono
scritti, rientrò solo in parte in questa categoria. I suoi più
diretti modelli furono Ester Mazzoleni, Claudia Muzio (da cui riprese l'artificio
dello schiarimento e dello scurimento delle vocali), Rosa Ponselle (quest'ultima
da lei molto ammirata), soprani con voci molto scure, se non contralti
sfogati, dalla autorevole linea di canto e dalle simili scelte di repertorio
(con il ricorrere di determinati titoli congeniali, tra neoclassicismo
e romanticismo, sopra tutte, oltre alle opere di Gluck, Medea, Norma,
La
Vestale, accanto ai titoli più consueti).
Aveva in natura un timbro
assai scuro di contralto, con alcune note acute di soprano: con l'esercizio
e la tecnica, servendosi di due passaggi di registro, era giunta a compattare
la gamma, che andava dal registro grave del contralto al fa sovracuto (fa5),
nota di soprano leggero; anche i sovracuti erano emessi con lo stesso volume
delle note medie.
Come hanno notato unanimemente
tutti i critici dell'epoca, il timbro presentava, come quello delle sue
antesignane ottocentesche, disuguaglianze timbriche, che tuttavia conferivano
inedita (e ineguagliata) varietà alla linea melodica, consentendo
un gioco espressivo estremamente frastagliato. Il timbro rimase l'aspetto
più contestato della sua vocalità; come notò tra i
primi Giacomo Lauri Volpi in veste di critico, la sua arte era fondata
sui forti contrasti, tra momenti di abbandono estatico e violente accensioni
retoriche, durante i quali in specie nell'enorme registro acuto e sovracuto
le note acquisivano una specie di fosforescenza e di inaudita violenza;
il registro centrale, o medium risonava spesso velato, a causa dell'intensivo
ricorso al falsetto, per sottolineare smarrimento o debolezza del personaggio,
mentre le note gravi potevano essere considerate troppo brutali, o viriloidi.
Per queste caratteristiche si è spesso parlato delle "tre voci"
di Maria Callas. Secondo la testimonianza di Walter Legge, la Callas doveva
la particolarità del suo timbro "imbottigliato" ad una conformazione
non comune dell'arco palatale, che si sarebbe presentato come un arco a
sesto acuto, e non a tutto sesto come nella gran parte delle persone. Risonando
nella cavità facciale, secondo le prescrizioni belcantistiche, cioè
immascherandosi, la voce non acquisiva il consueto squillo, ma trasparenza
e luminescenza particolarissime; uno strumento dalle qualità timbriche
di inedita astrazione, capace di un legato dalla linea ineguagliabilmente
pura e compatta.
Grazie alla tecnica agguerrita
era in grado di spiegare vocalizzi di grande precisione a piena voce. All'epoca
una parte del pubblico era ancora incline a identificare il canto di coloratura
con una certa frivolezza, ciò che indubbiamente la frenò
dall'esibire compiutamente le sue doti; altre cantanti, soprattutto Joan
Sutherland e Cristina Deutekom, come soprani lirico-drammatici, hanno trasceso
le sue prestazioni in questo senso (benché il belcanto non debba
essere identificato, a rigore, con l'agilità); ma già all'epoca
Rodolfo Celletti notò che la vocalizzazione della Callas in linea
di massima era più lenta (ma non sempre) rispetto a quella dei soprani
leggeri; ma nel quadro di interpretazioni che prediligevano comunque tempi
piuttosto dilatati.
L'arte della Callas fu comunque
un fatto molto più complesso, coinvolgendo anche l'aspetto scenico
delle parti che interpretava e portando ad una sintesi del tutto inedita
tra canto e recitazione. Fu la prima cantante lirica ad interessare registi
importanti all'opera; a parte gli esperimenti del Maggio musicale fiorentino
(Armida di Rossini, con le scene di Alberto Savinio e le coreografie
di Léonide Massine, 1952), ebbero importanza storica le collaborazioni
con Luchino Visconti (che la considerava la più grande attrice vivente)
alla Scala, e quelle successive con Franco Zeffirelli, Margherita Wallmann,
Alexis Minotis. Le sue interpretazioni riportarono il melodramma all'epoca
d'oro, come notarono i critici (Teodoro Celli, Rodolfo Celletti, Eugenio
Gara, Massimo Mila); ma soprattutto lo reinserirono a pieno diritto (come
segnalò l'interesse dimostrato per la sua arte da parte di Eugenio
Montale, Mario Praz, Ingeborg Bachmann, Luchino Visconti, Pier Paolo Pasolini,
Federico Fellini e moltissimi altri) tra le espressioni artistiche più
alte, facendone quasi un genere d'attualità, in grado di rinnovarsi
incessantemente e attirare un pubblico molto più giovane nei teatri,
nonché di fornire spunto ad analisi critiche ed estetiche molto
complesse (come dimostrò il dibattito che coinvolse anche Mario
Praz ed Ettore Paratore circa la sua Medea cherubiniana).
La Callas diede nuovo impulso
alla riscoperta di titoli desueti, al miglioramento delle scuole di canto,
e alla maturazione di una nuova consapevolezza tecnica da parte dei cantanti.
Fu anche oggetto di imitazione diretta, fino ad anni molto recenti.
Su tutt'altro piano si collocano
tutte quelle cantanti che ne hanno ripreso la lezione. Tra esse, anche
per i rapporti diretti intrattenuti con la Callas, spiccano Joan Sutherland
e Montserrat Caballé. Una sorta di sua "erede" fu considerata, almeno
in una fase iniziale, Leyla Gencer, che ne rilevò alla Scala e altrove
i ruoli principali quando sopravvenne il declino.
Stando alle vendite dei
dischi, Maria Callas è a tutt'oggi la cantante lirica più
nota e amata al mondo.
Esteso il suo repertorio,
sterminati i libri scritti su di lei, la sua vita e la sua arte.
* * *
VEDI ANCHE IN "PAGINE
CORSARE"
E NEL SITO DEL "CENTRO
STUDI - ARCHIVIO PASOLINI DI BOLOGNA"
Scheda
del film
Mostra
Callas a Roma
A
Roma in mostra il mito di Maria Callas
Tutto
è santo. Approccio alla Medea di Pasolini, di Manuela Latini
Dibattito
televisivo su Medea con Pier Paolo Pasolini (1970) a cura di Oreste
Del Buono
Medea
in Marco Saggioro, La vittima nel cinema e nei film di Pier Paolo Pasolini
Mostra
fotografica a Bologna ottobre 2007
Coro
delle donne in Medea
Il
mito di Medea, Pier Paolo Pasolini e Maria Callas - Una
tragedia, un regista, una cantante, un film, di Paola Pinna
Il
libro "Pasolini, Callas e Medea" a cura di Roberto Chiesi
Poesie
dedicate da Pier Paolo Pasolini a Maria Callas
E
Pasolini creò Medea di Pier Paolo Pasolini e Franco Rossellini,
"L'Espresso", 16 ottobre 2007
Barth
David Schwartz su "Medea", dal suo libro Pasolini Requiem, trad.
it. Paolo Barlera, Marsilio Editore, 1995
«Avanza
un corteo: è la Callas!», di Roberto Calabretto
La
grecità di Pier Paolo Pasolini e il Terzo Mondo, di Nicola
Pice
Perché
Maria Callas è soprattutto Grecia..., di Italo Moscati
Il
volto di Medea, di Mario Centrone
La
voce, gli amori, il mito. Maria Callas, di Massimo Penna, Fondazione
Italiani, settembre 2007
Callas:
in mostra a Venezia seicento cimeli della "Divina", agosto 2007
Cecila
Sophia Anna Maria Kalogeròpoulos, in arte Maria Callas (biografia)
E inoltre:
Paesaggio
a-sonoro nel cinema di Pasolini. La poetica del silenzio, di Alessandro
Cadoni
[...] Medea, dove
si trovano intere sequenze in cui la parte dialogica è quasi del
tutto assente, ma la drammaticità delle immagini e la suggestività
del sonoro costituiscono un piano semantico assolutamente compiuto. È
il caso della lunga sequenza del sacrificio in Colchide (che va dall'inquadratura
27 alla 180), nella quale le uniche parole sono pronunciate da Medea (nello
spazio di una sola inquadratura). Ma è soprattutto il caso, eccezionalmente
importante per come affronta il problema del rapporto fra cinema, realtà
e sogno e di quello fra cinema, realtà e visione (o delirio), della
doppia sequenza della vendetta di Medea: doppia perché essa viene
proposta per due volte nel film (caso assai raro, almeno per quanto riguarda
la mia esperienza di spettatore), con variazioni quasi impercettibili.
Il fatto che le due sequenze rappresentino realtà e sogno oppure
realtà e visione (o delirio) non è qui, per quanto molto
interessante, motivo di discussione. Ciò che ci interessa notare,
al fine di questa analisi, è come il cinema di Pasolini riesca a
riportare sullo schermo due sequenze, anche uguali e diegeticamente contigue,
e a dar loro vita mediante la pura espressione visiva, che è uno
dei sensi della realtà e che in questi momenti diviene per lo spettatore
il referente principale per la comprensione dell'esperienza cinematografica
(ed è anche il mezzo più efficace per tradurre nel cinema
l'esperienza onirica, nei limiti del verosimile). [Si vedano le
sequenze finali del film Medea, in particolare da 0:30 a 6:55]
La sfiducia nella razionalità, nel logos da parte di Pasolini, che
si manifesta pienamente in Medea, è uno dei temi principali in tutto
il ciclo del cinema d'élite, e spesso si traduce in astrazione e
silenzio.
Maria Callas interpreta "Una
voce poco fa" (seconda parte) dal
Barbiere di Siviglia
di Gioachino Rossini
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Come in un sogno
di Carla Benedetti
Ha un fascino particolare
questo
dialogo di Pasolini con il produttore. Vi si respira una gaiezza, un'euforia
da progetto che sta per realizzarsi. I sopralluoghi sono già stati
fatti, ma le riprese non sono ancora cominciate. Entriamo nella fucina
dell'opera proprio nel momento in cui le idee artistiche sbarcano nel mondo
reale, si confrontano con i vincoli posti dai luoghi e dalle cose, con
i problemi pratici ("Vediamo il cielo sia sotto che sopra. Si può
fare col trucco del cristallo, o no?"). E tutto ha una sua bellezza. È
ancora il progetto, certo, ma è come soffuso di sogno: il sogno
di un'opera da farsi. "Perché realizzare un'opera quando è
così bello sognarla soltanto?", dirà un anno dopo Pasolini
nel Decameron, recitando nei panni di allievo di Giotto.
In questo stadio persino
le incertezze del regista ("Potrei fare così, oppure così.")
appaiono non come dubbi da superare,ma come un meraviglioso serbatoio di
possibilità, da mantenere compresenti. Tutto resta così in
uno stato potenziale, nell'interregno tra il progetto e la sua realizzazione.
È la forma-progetto di cui Pasolini ha appena scoperto la possibilità
negli 'Appunti per un film sull'India': una serie di immagini accompagnate
dalla voce del regista che spiega ciò che ha in mente di fare -
proprio come ora sta facendo con il produttore. Poi questa forma verrà
estesa anche alla scrittura romanzesca, nella Divina mimesis e in
Petrolio.
Quest'ultima opera si presenta come una serie di appunti per un'opera da
farsi. L'autore spiega al lettore il libro che ha in mente, restando sempre
un gradino più in qua della realizzazione. Non diventa mai narratore,
ma solo voce che espone un progetto, da cui si viene coinvolti sempre più,
quasi fosse l'opera finita.
(L'Espresso)
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A Bologna il 18 ottobre fino
all'8 dicembre 2007 alla galleria Ta Matete (via Santo Stefano 17/A, Bologna):
'Pasolini, Callas
e Medea', mostra organizzata da FMR e dalla Cineteca di Bologna, propone
una settantina di foto mai viste, scattate da Mario Tursi durante la lavorazione
del film. Dalle immagini e dai testi, in gran parte inediti, raccolti nel
catalogo, emerge il feeling tra regista e cantante. La Galleria bolognese
prevede ulteriori iniziative, incontri, conferenze sul tema proposto dalla
mostra. |
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