"Pagine
corsare"
Saggistica
IL MITO
DI MEDEA, PIER PAOLO PASOLINI E MARIA CALLAS
Il volto di Medea
di Mario Centrone
"Le
passioni di sinistra", n. 14 settembre-dicembre 2006

Il mito
Giasone, allevato dal centauro
Chirone, diventato adulto si reca a lolco in Tessaglia dove rivendica al
sovrano il trono usurpato a suo padre. Pelia, il tiranno, è disposto
a restituirgli il regno purché Giasone riporti in Tessaglia il vello
d'oro, simbolo della perennità, del potere e delle leggi. Giasone
parte con gli Argonauti alla conquista del vello che si trova in Colchide,
sulle rive del mar Nero. Vi regna Età, padre di Medea, la maga.
Medea, innamorata di Giasone lo aiuta nella conquista del vello. I due
dopo il rapimento fuggono e Medea porta con sé il fratello Absirto
che fa a pezzi durante il tragitto per ritardare l'inseguimento del padre.
Tornati a lolco consegnano il vello d'oro a Pelia che non vuole cedere
il regno e li scaccia dalla città. Giasone si rifugia con Medea
a Corinto dove il re Creonte offre a Giasone in sposa la figlia. L'eroe
accetta e ripudia Medea con i figli avuti dalla loro unione. Deriva da
questo la vendetta della maga che uccide la promessa sposa e il padre Creonte,
poi ammazza i propri figli per punire Giasone.
Il coro
II nostro Regno aveva per
confine il cielo
ma egli verrà e forerà
il cielo
e così il nostro
Regno finirà.
Egli riderà mentre
noi piangeremo
perché ha sulla bocca
il nome di bestemmia
e dove passerà tutto
sarà arido.
Egli porterà la fine
del nostro Regno
e il sangue sparso per causa
sua
cancellerà il sangue
sacro a Dio.
Noi conosciamo i campi di
viti ma non il mare
noi conosciamo i campi di
aglio e di piselli e non il mare
Ed egli viene dal mare,
ed egli viene dal mare.
Il sole diventerà
nero come un sacco di crine
e tutta la luna si ritirerà
nell'ombra
e il vento soffierà
senza far rumore.
Cadremo come morti per terra
e quando riapriremo gli
occhi
vedremo le cose abbandonate
per sempre da Dio.
Mentre staremo pregando
cadremo per terra come epilettici
e quando ci rialzeremo non
conosceremo più Dio.
[…]
Così il coro all'inizio
della Medea di Pasolini, interpretata dalla Callas. Un coro barbaro,
un coro curdo o arabo, un coro struggente che viene da Oriente. Il coro
delle donne in nero che vedono la loro terra calpestata dagli invasori,
gli Argonauti, comandati da Giasone alla conquista del vello d'oro.
Medea aiuta Giasone nell'impresa
in cambio dell'affetto e dell'amore. Lo segue nella sua patria, ma viene
tradita. Giasone tradisce la sua bellezza, la sua femminilità per
sposare un'altra donna. Allora la vendetta, la potenza infinità
della irrazionalità che in questo caso diventa la richiesta del
diritto all'esistenza, come donna, come madre, come barbara. Medea ha lasciato
la sua terra, la sua gente per amore, ma la legge maschile rappresentata
da Creonte le impone di lasciare la terra dove è giunta con i suoi
due figli. Deve tornare nel mondo arcaico e barbaro da cui proviene perché
rappresenta una minaccia per la legge dell'ordine e del comando sociale.
Credo siano sostanzialmente
tre i nuclei forti del film di Pasolini.
I riti tribali del sangue e
della terra che si presentano nelle prime scene con l'offerta sacrificale
di un giovane al dio della fertilità, il dio della vita, il dio
delle sementi, il dio del rizoma. Quelle terre presto saranno calpestate
dagli invasori, gli Argonauti, che vengono ad imporre la loro legge, a
strappare la legge da un mondo straniero, originario, barbaro. Un mondo
che deve essere ricondotto all'ordine e alla ragione, alla ragione dell'ordine
e del comando imperiale.
Il coro delle donne, struggente,
lamentoso, un coro funebre che solo le donne del sud del mondo sanno cantare.
Con quel canto rivendicano il diritto all'esistenza, il diritto ad adorare
il proprio dio, il diritto di sfamare i propri figli. Noi occidentali dobbiamo
interrogarci sul senso della nostra civiltà e della nostra cultura
nel mondo, di questo mondo. Esso è connesso, si sostanzia del rispetto
assoluto e universale della vita, non solo la vita dell'uomo bianco, ma
quella di tutti i popoli e di tutte le razze.
Il volto di Medea, quel volto
esprime tutto, amore, odio, fertilità, femminilità, la bellezza,
sì la bellezza di una donna del Mediterraneo, il calore del suo
corpo, quel sacro liquido che ti investe nell'atto d'amore.
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Come in un sogno
di Carla Benedetti
Ha un fascino particolare
questo
dialogo di Pasolini con il produttore. Vi si respira una gaiezza, un'euforia
da progetto che sta per realizzarsi. I sopralluoghi sono già stati
fatti, ma le riprese non sono ancora cominciate. Entriamo nella fucina
dell'opera proprio nel momento in cui le idee artistiche sbarcano nel mondo
reale, si confrontano con i vincoli posti dai luoghi e dalle cose, con
i problemi pratici ("Vediamo il cielo sia sotto che sopra. Si può
fare col trucco del cristallo, o no?"). E tutto ha una sua bellezza. È
ancora il progetto, certo, ma è come soffuso di sogno: il sogno
di un'opera da farsi. "Perché realizzare un'opera quando è
così bello sognarla soltanto?", dirà un anno dopo Pasolini
nel Decameron, recitando nei panni di allievo di Giotto.
In questo stadio persino
le incertezze del regista ("Potrei fare così, oppure così.")
appaiono non come dubbi da superare,ma come un meraviglioso serbatoio di
possibilità, da mantenere compresenti. Tutto resta così in
uno stato potenziale, nell'interregno tra il progetto e la sua realizzazione.
È la forma-progetto di cui Pasolini ha appena scoperto la possibilità
negli 'Appunti per un film sull'India': una serie di immagini accompagnate
dalla voce del regista che spiega ciò che ha in mente di fare -
proprio come ora sta facendo con il produttore. Poi questa forma verrà
estesa anche alla scrittura romanzesca, nella Divina mimesis e in
Petrolio.
Quest'ultima opera si presenta come una serie di appunti per un'opera da
farsi. L'autore spiega al lettore il libro che ha in mente, restando sempre
un gradino più in qua della realizzazione. Non diventa mai narratore,
ma solo voce che espone un progetto, da cui si viene coinvolti sempre più,
quasi fosse l'opera finita.
(L'Espresso)
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A Bologna il 18 ottobre fino
all'8 dicembre 2007 alla galleria Ta Matete (via Santo Stefano 17/A, Bologna):
'Pasolini, Callas e Medea',
mostra organizzata da FMR e dalla Cineteca di Bologna, propone una settantina
di foto mai viste, scattate da Mario Tursi durante la lavorazione del film.
Dalle immagini e dai testi, in gran parte inediti, raccolti nel catalogo,
emerge il feeling tra regista e cantante. La Galleria bolognese prevede
ulteriori iniziative, incontri, conferenze sul tema proposto dalla mostra. |
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