Le
due storie
.
Il magma di articoli, pagine,
copertine di giornali, fotografie, schede segnaletiche esposto come un’inquietante
cartografia nella mostra Una strategia del linciaggio e delle mistificazioni,
racconta due storie parallele. La storia della violenta persecuzione diffamatoria
che Pier Paolo Pasolini, lungo quasi vent’anni della sua vita, ha subìto
da una parte della stampa, poi la crudeltà accanita e gli oltraggi
feroci scatenati da quella stessa stampa sulla sua morte e infine alcune
mistificazioni orchestrate negli ultimi quindici anni.
L’atto che inaugura i drammatici
rapporti del poeta con la stampa, è segnato dalla pubblicazione
del gelido, succinto articolo de "L’Unità" che annuncia la sua espulsione
dal PCI per "indegnità morale". Fu un episodio traumatico per Pasolini
e uno degli eventi che determinarono concretamente la sua distanza dall’ortodossia
politica e dai suoi dogmi. Ma l’inizio della campagna di linciaggio è
dato dall’uscita del romanzo Una vita violenta nel 1959, dove il
personaggio del protagonista, Tommaso, attraversa un processo di redenzione
che lo porta dalla delinquenza e dall’iscrizione al MSI al PCI. Giornali
come "Lo Specchio", "Il Borghese", "Il Secolo d'Italia", "Il Camino di
Lodi", "Il Meridiano" e "L'Italiano", fabbricano un’immagine di Pasolini
come bersaglio da colpire attraverso il dileggio, l’umiliazione pubblica,
la denigrazione della sua figura e delle sue opere. Quell’immagine si identifica
in un giovane pervertito che riflette in tutto e per tutto la fisionomia
dei personaggi dei suoi romanzi: come loro, è "di vita", è
"criminale", "violento", "capovolto", "invertito" e così via.
Anche i rotocalchi come "Gente"
concorrono ad alimentare quell’immagine di Pasolini, ma vi aggiungono delle
variazioni: lo scrittore è un "arrampicatore", "un furbo", "un opportunista".
Giornali come "Lo Specchio" esaltano, senza mezzi termini, le aggressioni
fisiche che vengono perpetrate contro Pasolini, come nel caso del celebre
episodio avvenuto al cinema Quattro Fontane di Roma, nel settembre del
1962, dopo una proiezione di Mamma Roma. Lo scrittore non sporge
mai denuncia.
In quella che si configura
come una vera e propria guerra, sono quotidiani come "L’Unità",
"Paese sera" e settimanali come "Vie nuove" a sostenere (anche se non sempre)
la battaglia sollevata da ogni nuova opera del poeta.Nello stesso periodo,
Pasolini è colpito da continui procedimenti giudiziari: denunce,
processi intentati contro la sua persona e le sue opere. Talvolta ci si
fa beffe del più elementare buon senso: come quando Pasolini viene
accusato di avere tentato di rapinare un benzinaio-salumiere vestendosi
di nero, con una pistola d’oro, caricata con pallottole d’oro. Il magistrato
accoglie la denuncia e Pasolini finisce sotto processo, nonostante l’assoluta
inverosimiglianza dell’accusa. Dopo il successo del film Il Vangelo
secondo Matteo (1964), il clima diviene meno rovente, ma la "tregua"
è di breve durata e riprende con altrettanto livore anche sul fronte
della stampa di estrema sinistra nel giugno 1968, quando esce su "L’Espresso"
la provocatoria, celebre poesia-pamphlet Il PCI ai giovani!!! Per
giornali come "Mondo nuovo", Pasolini diviene l’emblema dell’intellettuale
cortigiano, del "venduto", del "vile". Sull’altro fronte, la regia teatrale
della tragedia Orgia e lo scandalo del film Teorema, attizzano
nuovi triviali attacchi della stampa di destra ed estrema destra, che lo
bolla di "pornografo".
Quell’epiteto, in un largo
ventaglio di varianti, viene fatto proprio anche da una parte della stampa
di sinistra quando lo scrittore-regista realizza la Trilogia della vita
e ottiene un immenso successo popolare. Al momento di concludere la Trilogia,
Pasolini inizia a scrivere sul "Corriere della sera", i drammatici articoli
"corsari" e "luterani" che ispirano un rinnovato vento denigratorio sui
giornali di sinistra come di destra. Nasce l’immagine del Pasolini "nostalgico",
"reazionario", "confuso".
La tragedia oscura dell’assassinio
è il culmine di questo processo di accanimento. I giornali che hanno
sempre alluso grevemente al "privato" di Pasolini ora possono scagliarsi
con dettagliate descrizioni sulla sua vita intima di "diverso", che viene
vivisezionata senza nessuno scrupolo sull’attendibilità di informazioni,
notizie, testimonianze: viene pubblicato tutto ciò che può
offrire l’immagine più turpe del poeta per seppellirlo sotto l’effigie
definitiva di "violento e perverso corruttore".
L’uscita del film postumo
Salò
o le 120 giornate di Sodoma è sfruttata per completare l’identificazione
fra i "mostri", personaggi del film, e Pasolini, come se fosse un’autobiografia
per immagini (e non esistesse, all’origine, il "palinsesto sadiano").
Dopo gli anni Ottanta, dopo
l’inizio degli anni Novanta, ecco il proliferare di un nuovo fenomeno di
mistificazione: quotidiani come "L’Indipendente" e settimanali come "L’Italia",
si affannano a "riabilitare" Pasolini attribuendogli un’identità
"reazionaria" sempre più vicina alle frange ideologiche destrorse.
È un segno significativo della ridicola mistificazione operata in
questa occasione (e tuttora in corso) il fatto che vengano sfruttate le
fotografie dello stesso film - Il gobbo (1960) di Lizzani, dove
lo scrittore interpretava il ruolo di un delinquente – che trent’anni prima
erano "servite" per confezionare l’immagine di "scrittore delinquente".
Ora sono riciclate come immagini che lo "apparentano" al "virilismo guerriero"
d’impronta fascistoide...
Non meno mistificante, è
anche l’operazione compiuta dalla critica cinematografica italiana che
ha fatto del trash la propria bandiera: "riabilitando" il cinema "nazi-porno"
assegnano a Salò di Pasolini il ruolo di capostipite di quel
sottogenere, come se un’opera non fosse, innanzitutto, stile e linguaggio
e la diversità dell’ultimo film pasoliniano da quegli abomini filmici
non si misurasse in distanze macroscopiche. Ma questa è soltanto
una delle tante conseguenze della moda dell’indifferenziato che costituisce
uno dei tratti meno evidenti del degrado culturale della penisola negli
anni del berlusconismo.
La seconda storia che raccontano
indirettamente ma concretamente quei reperti è appunto quel degrado
che una parte della stampa ha contribuito ad alimentare con abusi, adulterazioni,
mistificazioni e la violenza delle false informazioni. Un degrado che ha
trovato la sua espressione più potente e devastante nella televisione.
I
grigi di Toccafondo
Le
tele di Gianluigi Toccafondo, ispirate dai "referti" giornalistici,
mostrano innanzitutto l’intensità dell’impatto emotivo che hanno
avuto su di lui quei documenti e la loro ferocia razzistica.
Un impatto di sdegno, probabilmente
anche di disgusto, di orrore che Toccafondo ha espresso al di fuori di
qualsiasi retorica, di qualsiasi facile condanna.
La mano di Toccafondo ha
coperto la massa di alcune scritte con un nero o un bianco luttuosi e polemici,
soprattutto ha enucleato la brutalità delle impaginazioni, delle
parole, delle immagini, rovesciandole in un’ironia liberatoria che irride
e smonta l’arroganza moralistica dei censori, dei giudici, degli accusatori,
dei carnefici con la macchina da scrivere.
Deformando i tratti delle
loro figure con il bianco e il nero, con i grigi, li ha rivelati nella
loro identità, li ha denudati nella loro natura di marionette, nella
loro abiezione di sciacalli.
Muovendosi in questa galleria
di orrori e turpitudini giornalistiche, la mano di Toccafondo ha cercato
la figura di Pasolini da una pagina all’altra, anche in questo caso senza
mai sfiorare la retorica, ma evocando, sugli ectoplasmi delle fotografie,
la vitalità fisica di un corpo e di un intelletto che sembrano offrirsi
ad una resistenza irriducibile, ostinata, senza compromessi.
(Roberto
Chiesi, dal catologo della mostra)
I documenti esposti nell’ambito
della mostra Una strategia del linciaggio e delle mistificazioni>
provengono per la quasi totalità dall’archivio dell’Associazione
"Fondo Pier Paolo Pasolini", costituito da Laura Betti e attualmente conservato
presso il Centro Studi – Archivio Pier Paolo Pasolini della Cineteca di
Bologna.
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VEDI ANCHE:
"Una
strategia del linciaggio e delle mistificazioni", di Roberto Chiesi
"Introduzione"
di Giuseppe Bertolucci, Presidente della Cineteca di Bologna
"Le
tavole di Gianluigi Toccafondo"
"Io
sono come un negro, vogliono linciarmi", di Pier Paolo Pasolini