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«Amo lo sfondo, non il paesaggio»:
le arti figurative nel cinema di Pasolini
Lunedì 2 novembre 2009 al Cinema Lumière - Sala Officinema/Mastroianni
ore 20,00
(via Azzo Gardino, 65/b)
a cura dell’Associazione Fondo Pier Paolo Pasolini
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Lunedì 2 novembre 2009 al Cinema Lumière - Sala Officinema/Mastroianni  (via Azzo Gardino, 65/b), alle ore 20,00, a cura dell’Associazione Fondo Pier Paolo Pasolini, si terrĂ  un incontro e le proiezioni sottoindicate, nell'ambito dell'iniziativa «Amo lo sfondo, non il paesaggio»: le arti figurative nel cinema di Pasolini. IntrodurrĂ  Marinella Pigozzi (docente di storia dell’arte).

....Uccellacci e uccellini (Italia/1966) di Pier Paolo Pasolini (88’)
....Renato Guttuso e… il Marat morto di David (Italia/1974) di Luciano Emmer (15’)

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«Ti trovo fratello proprio in questo: nella disperata premeditazione di fare sempre poesia». Con queste parole Pasolini presentava Venti disegni di Guttuso alla Galleria La Nuova Pesa di Roma nel 1962. Nell’orizzonte artistico italiano degli anni Cinquanta e Sessanta, Pasolini vede in Renato Guttuso il campione di artista a lui più consimile nella maniera di intendere e di fare arte, in cui convivono impegno civile e libertà espressiva non dimentica della tradizione.


Renato Gutuso, Crocifissione, 1940-41: olio su tela, 200x200 cm, Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, Roma
La conoscenza e la stima di Pasolini per il pittore siciliano sono di lunga data. Già nel 1942 la Crocifissione di Guttuso, vincitore del Premio Bergamo, aveva attirato la sua ammirazione. Sono gli anni in cui va affermandosi il gruppo di Corrente, di cui fanno parte tra gli altri lo stesso Guttuso, Birolli, Cassinari, Manzù, e il cui comune denominatore, nonostante l’eterogeneità dei suoi componenti, consiste nel fuggire la pura ricerca formalista e nel rivolgere piuttosto l’attenzione ai contenuti.

All’alba degli anni Sessanta, l’arte di Guttuso assume per Pasolini una collocazione e una funzione ben precise. Sono gli anni dell’ideologia, in cui è ancora viva l’aspirazione a un cambiamento collettivo, a un rinnovamento sociale del Paese. Nella rete di relazioni, pesi e contrappesi de La rabbia (1963) di Pasolini il «segno disperato» del pittore siciliano è la traccia sofferta del proprio tempo da opporre in alternativa all’ipocrisia seppur ingenua del realismo socialista sovietico. Non è un caso che il regista affidi proprio a Guttuso la lettura del commento in prosa del film.

Una volta esaurito il decennio di illusione rivoluzionaria, in Uccellacci e uccellini (1966) Pasolini declina le contraddizioni borghesi nel suo film più politico e ideologico. Il requiem del partito comunista italiano e delle forze marxiste è scandito dai funerali di Togliatti, che rivivranno in un tardo dipinto di Guttuso.


Renato Guttuso, I funerali di Togliatti, 1972: acrilici e collage di carte stampate su carta incollata
su quattro pannelli, 340x440 cm, Galleria d'Arte Moderna, Bologna
Agli occhi di Pasolini dunque lo specifico di Guttuso risiede nel saper coniugare contenuto sociale e necessità espressive. In maniera similare Guttuso, invitato nel 1974 a partecipare alla serie televisiva “Io e...” di Anna Zànoli in cui a un celebre personaggio veniva chiesto di parlare di un’opera d’arte, dedica il proprio intervento al Marat morto di David, ravvisandovi la compresenza della austerità della tradizione e di un sentimento vivo e palpitante del presente. Come a dire che il gesto espressivo non può prescindere dalla conoscenza profonda della realtà.
 

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