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La rabbia
di Pasolini e Guareschi
Dopo l'applaudita anteprima romana alla Festa del Cinema, arriva
al cinema Lumière - Sala Mastroianni di Bologna (via Azzo Gardino 65), martedì 6 novembre alle ore 20.15,
la versione restaurata - realizzata dalla Cineteca di Bologna - di La rabbia
di Pier Paolo Pasolini e Giovannino Guareschi. 
Introdurranno la proiezione Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna
e Roberto Chiesi, curatore del Centro Studi - Archivio Pier Paolo Pasolini.

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Cineteca di Bologna
In collaborazione con Centro Studi – Archivio Pier Paolo Pasolini
e gruppo editoriale Minerva Raro Video

presenta la versione restaurata di

LA RABBIA
di Pier Paolo Pasolini, Giovanni Guareschi
Pier Paolo Pasolini al montaggio de La rabbia

LA RABBIA. SCHEDA TECNICA E ARTISTICA

La rabbia è un film di montaggio in due parti. 
La prima parte è di Pier Paolo Pasolini
la seconda di Giovannino Guareschi.

La copertina dell'edizione francese del fil La rabbia di Pier Paolo PasoliniPrima parte
Scritta e diretta da Pier Paolo Pasolini.
Aiuto regia: Carlo di Carlo. Commento in versi: Pier Paolo Pasolini. Letto da: Giorgio Bassani (voce in poesia) e Renato Guttuso (voce in prosa). Musica: canti della rivoluzione cubana; canti della rivoluzione algerina; canti popolari russi; «Lo shimmy» di Angelo F. Lavagnino (edizioni musicali C.A.M.); «Concerto disperato» di Simoni - Rosso - A.F. Lavagnino (registrazioni Sprint); «Tiger Twist» di Armando Sciascia; «Suoni in coreografia» di Armando Sciascia (A. Sciascia e la sua orchestra, registrazioni Vedette); Tomaso Albinoni: «Adagio ». Quadri: Ben Shahn, Jean Fautrier, Georges Grosz, Renato Guttuso. Montaggio: Pier Paolo Pasolini, Nino Baragli, Mario Serandrei. Assistente al montaggio: Sergio Montanari.
Durata: 53' (1.449 m).
 
 

Seconda parte
Scritta e diretta da Giovannino Guareschi
Voci: Carlo Romano, Gigi Artuso. Montaggio: Giacinto Solito.
Durata: 51' (1.405 m).
Produzione: Opus Film. Produttore: Gastone Ferranti. Organizzatore generale: Antonio Morelli (A.D.C.).
Formato: 35 mm, b/n, 1:1.66. Sviluppo e stampa: S.P.E.S. Distribuzione: Warner Bros. 
Incassi: lire 5.516.000, Italia, primi 5 anni.
Realizzazione: gennaio - febbraio 1963. 
Materiali di documentazione: cinegiornali «Mondo libero» e materiali reperiti in Cecoslovacchia, Unione Sovietica e Inghilterra. 
Autorizzazione del Ministero del Turismo e dello Spettacolo: 9.4.1963. Nulla osta n. 40065.
Durata: 53' (1.449 m).
Uscita: 13.4.1963, Genova, Cinema Lux. 14.4.1963, Roma, Cinema Ariston.
La rabbia è stato proiettato l’11 luglio 1965, nella serata conclusiva del Festival del cinema di tendenza, promosso e organizzato dalla rivista «Filmcritica» nell’ambito dell’VIII Festival dei Due mondi a Spoleto.
 

LA «STORIA»

«Il produttore Ferranti mi aveva invitato a fare un film su un marziano che scende sulla Terra. Dapprima si pensava di farlo in collaborazione con altri registi, ma l'idea è subito caduta e così sono rimasto solo. Ferranti ha affidato a me il materiale di repertorio e i residuati di un cinegiornale – Mondo libero – che dirigeva da molti anni. Una visione tremenda, una serie di cose squallide, una sfilata deprimente del qualunquismo internazionale, il trionfo della reazione più banale. In mezzo a tutta questa banalità e squallore, ogni tanto saltavano fuori immagini bellissime: il sorriso di uno sconosciuto, due occhi con una espressione di gioia o di dolore, e delle interessanti sequenze piene di significato storico. Un bianco e nero in massima parte molto affascinante visivamente.
Attratto da queste immagini, ho pensato di farne un film, a patto di poterlo commentare con dei versi. La mia ambizione è stata quella di inventare un nuovo genere cinematografico.
Fare un saggio ideologico e poetico con delle sequenze nuove. E mi sembra di esserci riuscito soprattutto nell'episodio di Marilyn. Ho lavorato per settimane e mesi; è stato un lavoro massacrante perché la moviola è già di per sé un lavoro terribile.
Visto il film, il produttore disse che così non sarebbe riuscito mai a farlo passare. lo ero legato da un contratto e per ragioni di ordine legale siamo venuti ad un accordo. Abbiamo studiato diverse soluzioni e deciso di far seguire il mio film da un altro blocco affidato ad un altro autore. Pensavo a Montanelli, a Barzini o ad Ansaldo. Invece ad un certo punto è venuto fuori Guareschi. In principio mi rifiutai. Ero seccato. Poi una serie di considerazioni mi hanno portato a cambiar parere. Mi ricordavo il Guareschi del Bertoldo, da cui è nato in un certo senso il mio antifascismo. Poi ricordavo il Guareschi che va in campo di concentramento e vi rimane per orgoglio. Poi, il Don Camillo, che è un'opera qualunquista, ma non pericolosa. E mi rassegnai. Comunque il mio film era già terminato quando Guareschi è entrato in campo».

Da Pier Paolo Pasolini ritira la firma dal film «La rabbia»,
«Paese sera», a cura di Maurizio Liverani, Roma,
14 aprile 1963.


Il lancio pubblicitario scritto da Pasolini e Guareschi

Giovanni Guareschi, come già il suo «antagonista», lavorò in piena autonomia, senza prendere visione del film di Pasolini e senza stabilire alcun contatto. 
Pasolini e Guareschi scrissero anche un polemico, fittizio scambio epistolare che diventò il testo del trailer del film, letto dagli autori stessi:

Egregio Pasolini,
io, borghese di destra, vedendo un negro scannare un bianco, dico «Povero bianco »; Lei dice, invece, «Povero negro».
(Foto di Pasolini)
E, per questa mia solidarietà di bianco con la razza bianca, Lei mi accusa di razzismo. Questo perché Lei è un borghese di sinistra e, come tale, conformista.
(Fotogrammi del film «Accattone»)
Le dittature non tollerano l'umorismo di cui hanno paura e, sulla soglia del tetro e sconfinato impero comunista, la Storia ha scritto col sangue dei milioni d'assassinati: «Qui è proibito ridere!».
(«Vie nuove» con rubrica di Pasolini)
È logico, perciò, che l'umorista Guareschi venga giudicato dal marxista Pasolini come fu giudicato da altri conformisti nel 1943: un sovversivo da isolare.
(«Diario clandestino» di Guareschi. Foto risvolto)
Siamo su opposte rive: mentre la sua Rabbia risulterà in regola col conformismo e con tutti gli altri «ismi» di moda, la mia sarà quella di chi è rimasto ciò che era trent'anni fa:
(«Bertoldo» con rubrica Osservazioni di uno qualunque)
Un uomo qualunque pronto a battersi sempre contro il conformismo anche a costo di rompersi la testa.
(Foto prigione Guareschi)
Un uomo che difende il mondo dello spirito insidiato dal mondo ateo del materialismo e, perciò, non dimentica la logica, la Storia, il buon senso ed è nemico di coloro che vorrebbero arare la terra dove giacciono le ossa dei nostri Morti.
Non potendoLe dire «Arrivederci» perché le nostre strade vanno in direzioni opposte, La prego gradire i distinti saluti di
Giovannino Guareschi
Egregio Guareschi,
(Foto di Guareschi)
come ogni umorista che si rispetti - e io voglio rispettarla - Lei è un reazionario.
(Immagine di un monumento ai Caduti)
Perciò so bene quale sarà la sua rabbia, la sua rabbia reazionaria...
(Immagine da un film, di Fernandel che ride)
Sarà la rabbia di chi vede il mondo cambiare, cioè sfuggirgli, perché i reazionari sono degli ammalati. Degli spiriti senza piedi.
(Lancio di un missile)
So bene chi sarà esaltato e chi sarà umiliato nel suo film.
(Faccia di gente esaltata e gente umiliata nel film di G.)
Lei è a destra, a difendere le Istituzioni, perché ha paura della storia. I monumenti non sono pericolosi. Tutt'al più sono brutti. E lei è insensibile alla bruttezza.
(Immagine del monumento al Milite ignoto, magari con una cerimonia, corone, ecc.)
Lei è insensibile alla bruttezza. Perciò ha scelto la mediocrità.
(Immagine delle copertine e dei libri di G.)
È questa la ragione per cui, se la rispetto come umorista, la rispetto meno come scrittore.
(Immagine di una vignetta di G., e delle copertine dei libri di G. in francese e in inglese)
E appunto perché lei userà le armi della mediocrità, del qualunquismo, della demagogia e del buon senso, lei riuscirà vincitore in questa nostra polemica, lo so bene.
(Inquadrature demagogiche di Cervi in «Peppone» e di gente che applaude)
Ma qual è la vera vittoria, quella che fa batter le mani o quella che fa battere i cuori?
Stia bene, suo P.P.P.
(Immagine di P.P.P.)


Ma, ultimato il film, Pasolini disapprovò totalmente l'opera di Guareschi e fu tentato dall'idea di togliere la propria firma: «Se Eichmann potesse risorgere dalla tomba e fare un film, farebbe un film del genere. Per interposta persona Eichmann ha fatto questo film. Credevo di avere un interlocutore con cui fosse possibile almeno un dissenso, e non uno che è addirittura in fase prelogica.
«Non è un film solo qualunquista, o conservatore, o reazionario. È peggio. C'è l'odio contro gli americani, e il processo di Norimberga viene definito 'una vendetta'. Si parla di John Kennedy facendo vedere solo sua moglie, come se lui non esistesse. C'è odio contro i negri, e manca solo che si dica che bisogna metterli tutti al muro. C'è una ragazza bianca che dà un fiore a un negro, e subito dopo lo speaker la copre d'insulti per questo. C'è un inno ai paras, esaltati come truppe magnifiche. C'è un anticomunismo che non è neanche missino, è da anni Trenta. C'è tutto: il razzismo, il pericolo giallo, e il tipico procedimento
degli oratori fascisti, l'accumulo di dati di fatto indimostrabili.
«Almeno formalmente, e cioè ritirando la firma, voglio cercare di non dare un mio contributo al successo eventuale d'un film fatto anche da Guareschi. Non voglio collaborare nemmeno come antagonista all'assorbimento di queste idee mostruose da parte dei giovani, che sono indifesi dinanzi a una simile demagogia».

Da Pasolini non vuole firmare «La rabbia»,
a cura di Andrea Barbato,
«Il Giorno», Milano, 13 aprile 1963.
Marilyn Monroe, 1962
La firma poi fu mantenuta, e la polemica ebbe un risultato quasi nullo: il film entrò in programmazione nelle sale per pochi giorni e tornò nei magazzini del produttore. Tra polvere, carta straccia e manifesti spuntano i teneri versi dedicati a Marilyn da Pasolini:
Sparì, come una colombella d'oro.
Il mondo te l'ha insegnata.
Così la tua bellezza divenne sua.
Dello stupido mondo antico
e del feroce mondo futuro
era rimasta una bellezza che non si vergognava
di alludere ai piccoli seni di sorellina,
al piccolo ventre così facilmente nudo.
E per questo era bellezza, la stessa
che hanno le dolci mendicanti di colore,
le zingare, le figlie dei commercianti
vincitrici ai concorsi a Miami o a Roma.
Il mondo te l'ha insegnata,
e così la tua bellezza non fu più bellezza.
Ma tu continuavi ad esser bambina,
sciocca come l'antichità, crudele come il futuro...
e fra te e la tua bellezza posseduta dal potere
si mise tutta la stupidità e la crudeltà del presente...
sparì, come una bianca ombra d'oro.
Da Marilyn, canzone scritta per Laura Betti, con commento musicale di Marcello Panni, per lo spettacolo
Giro a vuoto n. 3, pubblicata nel programma, Milano, 1962.
 

TREATMENT

La domanda cruciale che appare nel film La rabbia
…ovvero le solite cinque paginette che il produttore chiede per il noleggio... destinazione che implica da una parte una certa ipocrita prudenza ideologica (il film sarà molto più decisamente marxista, nell'impostazione, di quanto non sembri da questo riassunto), e dall'altra una certa goffaggine estetica (il film sarà molto più raffinato, nel montaggio e nella scelta delle immagini...).
Cos'è successo nel mondo, dopo la guerra e il dopoguerra? La normalità.
Già, la normalità. Nello stato di normalità non ci si guarda intorno: tutto, intorno, si presenta come «normale», privo dell'eccitazione e dell'emozione degli anni di emergenza.
L'uomo tende ad addormentarsi nella propria normalità, si dimentica di riflettersi, perde l'abitudine di giudicarsi, non sa più chiedersi chi è.
È allora che va creato, artificialmente, lo stato di emergenza: a crearlo ci pensano i poeti. I poeti, questi eterni indignati, questi campioni della rabbia intellettuale, della furia filosofica.
Ci sono stati degli avvenimenti che hanno segnato la fine del dopoguerra: mettiamo, per l'Italia la morte di De Gasperi.
La rabbia comincia lì, con quei grossi, grigi funerali.
Lo statista antifascista e ricostruttore è «scomparso»: l'Italia si adegua nel lutto della scomparsa, e si prepara, appunto, a ritrovare la normalità dei tempi di pace, di vera, immemore pace.
Qualcuno, il poeta, invece, si rifiuta a questo adattamento.
Egli osserva con distacco - il distacco dello scontento, della rabbia - gli estremi atti deldopoguerra: il ritorno degli ultimi prigionieri, ricordate, in squallidi treni, il ritorno delle ceneri dei morti... E... …il ministro Pella, che, tronfiamente, suggella la volontà dell'Italia a partecipare all'Europa Unita.
È così che ricomincia, nella pace, il meccanismo dei rapporti internazionali. I gabinetti si susseguono ai gabinetti, gli aeroporti sono un continuo andare e venire di ministri, di ambasciatori, di plenipotenziari, che scendono dalla scaletta dell'aereo, sorridono, dicono parole vuote, stupide, vane, bugiarde.
Il nostro mondo, in pace, rigurgita di un bieco odio, l'anticomunismo. E sul fondo plumbeo e deprimente della guerra fredda e della Germania divisa, si profilano le nuove figure dei protagonisti della storia nuova.
Krusciov, Kennedy, Nehru, Tito, Nasser, De Gaulle, Castro, Ben Bella.
Finché si arriva a Ginevra, all'incontro dei quattro Grandi: e la pace, ancora turbata, va verso un definitivo assestamento. E la rabbia del poeta, verso questa normalizzazione che è consacrazione della potenza e del conformismo, non può che crescere ancora.
Cos'è che rende scontento il poeta?
Un'infinità di problemi che esistono e nessuno è capace di risolvere: e senza la cui risoluzione la pace, la pace vera, la pace del poeta, è irrealizzabile.
Per esempio: il colonialismo. Questa anacronistica violenza di una nazione su un'altra nazione, col suo strascico di martiri e di morti.
O: la fame, per milioni e milioni di sottoproletari.
O: il razzismo. I! razzismo come cancro morale dell'uomo moderno, e che, appunto come il cancro, ha infinite forme. È l'odio che nasce dal conformismo, dal culto della istituzione, dalla prepotenza della maggioranza. È l'odio per tutto ciò che è diverso, per tutto ciò che non rientra nella norma, e che quindi turba l'ordine borghese. Guai a chi è diverso! questo il grido, la formula, lo slogan del mondo moderno. Quindi odio contro i negri, i gialli, gli uomini di colore: odio contro gli ebrei, odio contro i figli ribelli, odio contro i poeti.
Linciaggi a Little Rock, linciaggi a Londra, linciaggi in Nord Africa; insulti fascisti agli ebrei.
È così che riscoppia la crisi, l'eterna crisi latente.
I fatti d'Ungheria, Suez.
E l'Algeria che comincia piano piano a riempirsi di morti. I! mondo sembra, per qualche settimana, quello di qualche anno avanti. Cannoni che sparano, macerie, cadaveri per le strade, file di profughi stracciati, i paesaggi incrostati di neve.
Morti sventrati sotto il solleone del deserto.
La crisi si risolve, ancora una volta, nel mondo: i nuovi morti sono pianti e onorati, e ricomincia, sempre più integrale e profonda, l'illusione della pace e della normalità.
Ma, insieme alla vecchia Europa che si riassesta nei suoi solenni cardini, nasce l'Europa moderna:
- il Neocapitalismo;
- il Mec, gli Stati uniti d'Europa, gli industriali illuminati e «fraterni », i problemi delle relazioni umane, del tempo libero, dell'alienazione.
La cultura occupa terreni nuovi: una nuova ventata di energia creatrice nelle lettere, nel cinema, nella pittura. Un enorme servizio ai grandi detentori del capitale.
Il poeta servile si annulla, vanificando i problemi e riducendo tutto a forma.
Il mondo potente del capitale ha, come spavalda bandiera, un quadro astratto.
Così, mentre da una parte la cultura ad alto livello si fa sempre più raffinata e per pochi, questi «pochi» divengono, fittiziamente, tanti: diventano «massa ". È il trionfo del «digest» e del «rotocalco» e, soprattutto, della televisione. Il mondo travisato da questi mezzi di diffusione, di cultura, di propaganda, si fa sempre più irreale: la produzione in serie, anche delle idee, lo rende mostruoso.
Il mondo del rotocalco, del lancio su base mondiale anche dei prodotti umani, è un mondo che uccide.
Povera, dolce Marilyn, sorellina ubbidiente, carica della tua bellezza come di una fatalità che rallegra e uccide. Forse tu hai preso la strada giusta, ce l'hai insegnata. I! tuo bianco, il tuo oro, il tuo sorriso impudico per gentilezza, passivo per timidezza, per rispetto ai grandi che ti volevano così, te, rimasta bambina, sono qualcosa che ci invita a placare la rabbia nel pianto, a voltare le spalle a questa realtà dannata, alla fatalità del male.
Perché: fin che l'uomo sfrutterà l'uomo, fin che l'umanità sarà divisa in padroni e in servi, non ci sarà né normalità né pace. La ragione di tutto il male del nostro tempo è qui.
E ancora oggi, negli anni Sessanta, le cose non sono mutate: la situazione degli uomini e della loro società è la stessa che ha prodotto le tragedie di ieri.
Vedete questi? Uomini severi, in doppiopetto, eleganti, che salgono e scendono dagli aeroplani, che corrono in potenti automobili, che siedono a scrivanie grandiose come troni, che si riuniscono in emicicli solenni, in sedi splendide e severe: questi uomini dai volti di cani o di santi, di iene o di aquile, questi sono i padroni.
E vedete questi? Uomini umili, vestiti di stracci o di abiti fatti in serie, miseri, che vanno e vengono per strade rigurgitanti e squallide, che passano ore e ore a un lavoro senza speranza, che si riuniscono umilmente in stadi o in osterie, in casupole miserabili o in tragici grattacieli: questi uomini dai volti uguali a quelli dei morti, senza connotati e senza luce se non quella della vita, questi sono i servi.
È da questa divisione che nasce la tragedia e la morte.
La bomba atomica col suo funebre cappuccio che si allarga in cieli apocalittici è il frutto di questa divisione.
Sembra non esservi soluzione da questa impasse, in cui si agita il mondo della pace e del benessere. Forse solo una svolta imprevista, inimmaginabile... una soluzione che nessun profeta può intuire... una di quelle sorprese che ha la vita quando vuole continuare... forse...
Forse il sorriso degli astronauti: quello, forse, è il sorriso della vera speranza, della vera pace. Interrotte, o chiuse, o sanguinanti le vie della terra, ecco che si apre, timidamente, la via del cosmo.
 

FLASH-BACK di Carlo di Carlo

Tra le carte del mio lavoro con Pasolini (1962-1963), trovo un appunto relativo alla Rabbia, l'ultimo film al quale ho collaborato con lui come aiuto regista. Probabilmente una sua dichiarazione: «Il film La rabbia è un saggio polemico e ideologico sugli avvenimenti degli ultimi dieci anni. I documenti sono presi da cinegiornali e da cortometraggi e montati in modo da seguire una linea cronologica ideale, il cui significato è un atto di indignazione contro l'irrealtà del mondo borghese e la sua conseguente irresponsabilità storica. Per documentare la presenza di un mondo che, al contrario del mondo borghese, possiede
profondamente la realtà, ossia un vero amore per la tradizione che solo la rivoluzione può dare».
La rabbia è un film di montaggio, un film - saggio politico, un film poetico. Meglio, un testo in poesia espresso per immagini, con la rabbia in corpo. La sua rabbia. Contro il mondo borghese, contro la barbarie, contro l'intolleranza, contro i pregiudizi, la banalità, il perbenismo. Contro il Potere che, già da allora, inveiva contro di lui in modo persecutorio.
Fin dall'inizio il film nacque contro il suo partner, Giovannino Guareschi, autore della seconda parte. Quel Guareschi, simbolo di un umorismo da sacrestia, che incarnava meglio e più di ogni altro lo spirito del 1948, della piccola borghesia, dei Comitati civici, dell'uomo medio dell'Italia della maggioranza relativa, quasi una Liala del qualunquismo.
L'idea del produttore era di sfruttare le due vignette che settimanalmente caratterizzavano la prima pagina del «Candido» mettendo in berlina i comunisti «trinariciuti») secondo le norme più bieche dell'anticomunismo della guerra fredda. Il produttore, con l'improbabile accostamento Pasolini-Guareschi (quindi «visto da sinistra» e «visto da destra») puntava ad un'operazione di sicuro successo commerciale. L'unica cosa sicura fu il totale, storico insuccesso. A Roma due giorni di programmazione, credo due a Milano, a Firenze uno e stop.
E così, dalle ceneri di questo insuccesso, emerse, splendidamente sola, la parte di Pier Paolo, questo eccezionale documento (capito solo negli anni a venire) che, implicitamente, dimostrava ancora una volta l'autonomia della creazione, della poesia, della cultura.
Fu un lavoro eccitante, complesso e provocante. Ad esempio, Pier Paolo detestava i doppiatori e dunque leggere questo bellissimo testo diventò un problema non secondario.
Ebbe l'idea di farlo leggere da due voci altre, gli amici Giorgio Bassani e Renato Guttuso, la voce in poesia e la voce in prosa. La voce della pacatezza: Bassani, e la voce della rabbia, dell'invettiva: Guttuso.
La nostra fu una collaborazione densa, forse superiore a quella per Mamma Roma e La ricotta. Perché non si trattò soltanto di scegliere insieme tra i novantamila metri di Mondo libero, il cinegiornale degli anni della guerra fredda e di tanti altri documenti visivi di ogni tipo, ma di un paziente e vivace lavoro, sia dal punto di vista tecnico che da quello creativo: ricerca e scelta dei più svariati materiali fotografici e di documentazione, riprese dal vero e in truka di varie sequenze, prove e riprove di montaggi differenziati, costruzioni di sequenze di collegamento tra un tema e l'altro, ricerca dell'uniformità stilistica. Infine tante e tante discussioni vive e accese perché proprio in quei mesi, di colpo, tutto ciò che era accaduto e accadeva di importante nel mondo era davanti ai nostri occhi, lì sul piccolo schermo della moviola. Amarezze, indifferenza, ipocrisia, delusioni, tragedie e anche
illusioni e speranze. La rivoluzione. L'utopia. Bisognava stringere, scegliere, contenere.

Il fungo atomico ne La rabbia di Pier Paolo Pasolini
E infine l'atomica, i voli nel cosmo, la grande era che si apriva. E Pier Paolo, immerso nel «sogno di una cosa», così concludeva:
Perché compagni e nemici
uomini politici e poeti,
la Rivoluzione vuole una sola guerra, quella dentro gli spiriti
che abbandonano al passato
le vecchie, sanguinanti strade della Terra.


IN MARGINE

1962
Tutti i miei film si ricollegano all'atmosfera delle mie poesie assai più che a quella dei miei romanzi. Anzi si riallacciano alle mie prime poesie, ed anche questo è spiegabile poiché si tratta dei miei «primi» film.
Quando la mia esperienza cinematografica maturerà, anche i miei film avranno i toni e le eco delle mie poesie artisticamente più evolute.

P.P.P.


Pier Paolo Pasolini nel 1961 sul set di Accattone
La ricerca d’archivio sui testi di Pier Paolo Pasolini è stata curata da Roberto Chiesi
del Centro Studi – Archivio Pier Paolo Pasolini con sede nella Cineteca del Comune di
Bologna, in collaborazione con Tatti Sanguineti.

Si ringrazia l’Associazione del mondo piccolo nelle persone di Carlotta e Alberto Guareschi.

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SI VEDA ANCHE, IN "PAGINE CORSARE", IL RESOCONTO DI
ENRICO CAMPOFREDA SULLA PROIEZIONE DE LA RABBIA ALLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA

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