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Cineteca
di Bologna
In collaborazione con Centro Studi
– Archivio Pier Paolo Pasolini
e gruppo editoriale Minerva Raro Video
presenta la versione restaurata
di
LA RABBIA
di Pier Paolo Pasolini, Giovanni Guareschi
LA
RABBIA. SCHEDA TECNICA E ARTISTICA
La rabbia è
un film di montaggio in due parti.
La prima parte è
di Pier Paolo Pasolini
la seconda di Giovannino
Guareschi.
Prima
parte
Scritta e diretta da
Pier Paolo Pasolini.
Aiuto regia: Carlo
di Carlo. Commento in versi: Pier Paolo Pasolini. Letto da:
Giorgio Bassani (voce in poesia) e Renato Guttuso (voce in prosa). Musica:
canti della rivoluzione cubana; canti della rivoluzione algerina; canti
popolari russi; «Lo shimmy» di Angelo F. Lavagnino (edizioni
musicali C.A.M.); «Concerto disperato» di Simoni - Rosso -
A.F. Lavagnino (registrazioni Sprint); «Tiger Twist» di Armando
Sciascia; «Suoni in coreografia» di Armando Sciascia (A. Sciascia
e la sua orchestra, registrazioni Vedette); Tomaso Albinoni: «Adagio
». Quadri: Ben Shahn, Jean Fautrier, Georges Grosz, Renato
Guttuso. Montaggio: Pier Paolo Pasolini, Nino Baragli, Mario Serandrei.
Assistente
al montaggio: Sergio Montanari.
Durata: 53' (1.449 m).
Seconda parte
Scritta e diretta da
Giovannino Guareschi.
Voci: Carlo Romano,
Gigi Artuso. Montaggio: Giacinto Solito.
Durata: 51' (1.405 m).
Produzione: Opus
Film. Produttore: Gastone Ferranti. Organizzatore generale: Antonio Morelli
(A.D.C.).
Formato: 35 mm, b/n,
1:1.66. Sviluppo e stampa: S.P.E.S. Distribuzione: Warner
Bros.
Incassi: lire 5.516.000,
Italia, primi 5 anni.
Realizzazione: gennaio
- febbraio 1963.
Materiali di documentazione:
cinegiornali «Mondo libero» e materiali reperiti in Cecoslovacchia,
Unione Sovietica e Inghilterra.
Autorizzazione del Ministero
del Turismo e dello Spettacolo: 9.4.1963. Nulla osta n. 40065.
Durata: 53' (1.449 m).
Uscita: 13.4.1963,
Genova, Cinema Lux. 14.4.1963, Roma, Cinema Ariston.
La rabbia è
stato proiettato l’11 luglio 1965, nella serata conclusiva del Festival
del cinema di tendenza, promosso e organizzato dalla rivista «Filmcritica»
nell’ambito dell’VIII Festival dei Due mondi a Spoleto.
LA «STORIA»
«Il produttore Ferranti
mi aveva invitato a fare un film su un marziano che scende sulla Terra.
Dapprima si pensava di farlo in collaborazione con altri registi, ma l'idea
è subito caduta e così sono rimasto solo. Ferranti ha affidato
a me il materiale di repertorio e i residuati di un cinegiornale – Mondo
libero – che dirigeva da molti anni. Una visione tremenda, una serie di
cose squallide, una sfilata deprimente del qualunquismo internazionale,
il trionfo della reazione più banale. In mezzo a tutta questa banalità
e squallore, ogni tanto saltavano fuori immagini bellissime: il sorriso
di uno sconosciuto, due occhi con una espressione di gioia o di dolore,
e delle interessanti sequenze piene di significato storico. Un bianco e
nero in massima parte molto affascinante visivamente.
Attratto da queste immagini,
ho pensato di farne un film, a patto di poterlo commentare con dei versi.
La mia ambizione è stata quella di inventare un nuovo genere cinematografico.
Fare un saggio ideologico
e poetico con delle sequenze nuove. E mi sembra di esserci riuscito soprattutto
nell'episodio di Marilyn. Ho lavorato per settimane e mesi; è stato
un lavoro massacrante perché la moviola è già di per
sé un lavoro terribile.
Visto il film, il produttore
disse che così non sarebbe riuscito mai a farlo passare. lo ero
legato da un contratto e per ragioni di ordine legale siamo venuti ad un
accordo. Abbiamo studiato diverse soluzioni e deciso di far seguire il
mio film da un altro blocco affidato ad un altro autore. Pensavo a Montanelli,
a Barzini o ad Ansaldo. Invece ad un certo punto è venuto fuori
Guareschi. In principio mi rifiutai. Ero seccato. Poi una serie di considerazioni
mi hanno portato a cambiar parere. Mi ricordavo il Guareschi del Bertoldo,
da cui è nato in un certo senso il mio antifascismo. Poi ricordavo
il Guareschi che va in campo di concentramento e vi rimane per orgoglio.
Poi, il Don Camillo, che è un'opera qualunquista, ma non
pericolosa. E mi rassegnai. Comunque il mio film era già terminato
quando Guareschi è entrato in campo».
Da Pier
Paolo Pasolini ritira la firma dal film «La rabbia»,
«Paese sera»,
a cura di Maurizio Liverani, Roma,
14 aprile 1963.
Il lancio
pubblicitario scritto da Pasolini e Guareschi
Giovanni Guareschi, come
già il suo «antagonista», lavorò in piena autonomia,
senza prendere visione del film di Pasolini e senza stabilire alcun contatto.
Pasolini e Guareschi scrissero
anche un polemico, fittizio scambio epistolare che diventò il testo
del trailer del film, letto dagli autori stessi:
Egregio Pasolini,
io, borghese di destra,
vedendo un negro scannare un bianco, dico «Povero bianco »;
Lei dice, invece, «Povero negro».
(Foto di Pasolini)
E, per questa mia solidarietà
di bianco con la razza bianca, Lei mi accusa di razzismo. Questo perché
Lei è un borghese di sinistra e, come tale, conformista.
(Fotogrammi del film
«Accattone»)
Le dittature non tollerano
l'umorismo di cui hanno paura e, sulla soglia del tetro e sconfinato impero
comunista, la Storia ha scritto col sangue dei milioni d'assassinati: «Qui
è proibito ridere!».
(«Vie nuove»
con rubrica di Pasolini)
È logico, perciò,
che l'umorista Guareschi venga giudicato dal marxista Pasolini come fu
giudicato da altri conformisti nel 1943: un sovversivo da isolare.
(«Diario clandestino»
di Guareschi. Foto risvolto)
Siamo su opposte rive: mentre
la sua Rabbia risulterà in regola col conformismo e con tutti gli
altri «ismi» di moda, la mia sarà quella di chi è
rimasto ciò che era trent'anni fa:
(«Bertoldo»
con rubrica Osservazioni di uno qualunque)
Un uomo qualunque pronto
a battersi sempre contro il conformismo anche a costo di rompersi la testa.
(Foto prigione Guareschi)
Un uomo che difende il mondo
dello spirito insidiato dal mondo ateo del materialismo e, perciò,
non dimentica la logica, la Storia, il buon senso ed è nemico di
coloro che vorrebbero arare la terra dove giacciono le ossa dei nostri
Morti.
Non potendoLe dire «Arrivederci»
perché le nostre strade vanno in direzioni opposte, La prego gradire
i distinti saluti di
Giovannino
Guareschi
Egregio Guareschi,
(Foto di Guareschi)
come ogni umorista che si
rispetti - e io voglio rispettarla - Lei è un reazionario.
(Immagine di un monumento
ai Caduti)
Perciò so bene quale
sarà la sua rabbia, la sua rabbia reazionaria...
(Immagine da un film,
di Fernandel che ride)
Sarà la rabbia di
chi vede il mondo cambiare, cioè sfuggirgli, perché i reazionari
sono degli ammalati. Degli spiriti senza piedi.
(Lancio di un missile)
So bene chi sarà
esaltato e chi sarà umiliato nel suo film.
(Faccia di gente esaltata
e gente umiliata nel film di G.)
Lei è a destra, a
difendere le Istituzioni, perché ha paura della storia. I monumenti
non sono pericolosi. Tutt'al più sono brutti. E lei è insensibile
alla bruttezza.
(Immagine del monumento
al Milite ignoto, magari con una cerimonia, corone, ecc.)
Lei è insensibile
alla bruttezza. Perciò ha scelto la mediocrità.
(Immagine delle copertine
e dei libri di G.)
È questa la ragione
per cui, se la rispetto come umorista, la rispetto meno come scrittore.
(Immagine di una vignetta
di G., e delle copertine dei libri di G. in francese e in inglese)
E appunto perché
lei userà le armi della mediocrità, del qualunquismo, della
demagogia e del buon senso, lei riuscirà vincitore in questa nostra
polemica, lo so bene.
(Inquadrature demagogiche
di Cervi in «Peppone» e di gente che applaude)
Ma qual è la vera
vittoria, quella che fa batter le mani o quella che fa battere i cuori?
Stia bene,
suo P.P.P.
(Immagine di P.P.P.)
Ma, ultimato il film,
Pasolini disapprovò totalmente l'opera di Guareschi e fu tentato
dall'idea di togliere la propria firma: «Se Eichmann potesse risorgere
dalla tomba e fare un film, farebbe un film del genere. Per interposta
persona Eichmann ha fatto questo film. Credevo di avere un interlocutore
con cui fosse possibile almeno un dissenso, e non uno che è addirittura
in fase prelogica.
«Non è un film
solo qualunquista, o conservatore, o reazionario. È peggio. C'è
l'odio contro gli americani, e il processo di Norimberga viene definito
'una vendetta'. Si parla di John Kennedy facendo vedere solo sua moglie,
come se lui non esistesse. C'è odio contro i negri, e manca solo
che si dica che bisogna metterli tutti al muro. C'è una ragazza
bianca che dà un fiore a un negro, e subito dopo lo speaker la copre
d'insulti per questo. C'è un inno ai paras, esaltati come
truppe magnifiche. C'è un anticomunismo che non è neanche
missino, è da anni Trenta. C'è tutto: il razzismo, il pericolo
giallo, e il tipico procedimento
degli oratori fascisti,
l'accumulo di dati di fatto indimostrabili.
«Almeno formalmente,
e cioè ritirando la firma, voglio cercare di non dare un mio contributo
al successo eventuale d'un film fatto anche da Guareschi. Non voglio collaborare
nemmeno come antagonista all'assorbimento di queste idee mostruose da parte
dei giovani, che sono indifesi dinanzi a una simile demagogia».
Da Pasolini
non vuole firmare «La rabbia»,
a cura di Andrea Barbato,
«Il Giorno»,
Milano, 13 aprile 1963.
La firma poi fu mantenuta, e
la polemica ebbe un risultato quasi nullo: il film entrò in programmazione
nelle sale per pochi giorni e tornò nei magazzini del produttore.
Tra polvere, carta straccia e manifesti spuntano i teneri versi dedicati
a Marilyn da Pasolini:
Sparì, come
una colombella d'oro.
Il mondo te l'ha insegnata.
Così la tua bellezza
divenne sua.
Dello stupido mondo antico
e del feroce mondo futuro
era rimasta una bellezza
che non si vergognava
di alludere ai piccoli seni
di sorellina,
al piccolo ventre così
facilmente nudo.
E per questo era bellezza,
la stessa
che hanno le dolci mendicanti
di colore,
le zingare, le figlie dei
commercianti
vincitrici ai concorsi a
Miami o a Roma.
Il mondo te l'ha insegnata,
e così la tua bellezza
non fu più bellezza.
Ma tu continuavi ad esser
bambina,
sciocca come l'antichità,
crudele come il futuro...
e fra te e la tua bellezza
posseduta dal potere
si mise tutta la stupidità
e la crudeltà del presente...
sparì, come una bianca
ombra d'oro.
Da Marilyn, canzone scritta
per Laura Betti, con commento musicale di Marcello Panni, per lo spettacolo
Giro a vuoto n. 3,
pubblicata nel programma, Milano, 1962.
TREATMENT
…ovvero le solite cinque paginette
che il produttore chiede per il noleggio... destinazione che implica da
una parte una certa ipocrita prudenza ideologica (il film sarà molto
più decisamente marxista, nell'impostazione, di quanto non sembri
da questo riassunto), e dall'altra una certa goffaggine estetica (il film
sarà molto più raffinato, nel montaggio e nella scelta delle
immagini...).
Cos'è successo nel
mondo, dopo la guerra e il dopoguerra? La normalità.
Già, la normalità.
Nello stato di normalità non ci si guarda intorno: tutto, intorno,
si presenta come «normale», privo dell'eccitazione e dell'emozione
degli anni di emergenza.
L'uomo tende ad addormentarsi
nella propria normalità, si dimentica di riflettersi, perde l'abitudine
di giudicarsi, non sa più chiedersi chi è.
È allora che va creato,
artificialmente, lo stato di emergenza: a crearlo ci pensano i poeti. I
poeti, questi eterni indignati, questi campioni della rabbia intellettuale,
della furia filosofica.
Ci sono stati degli avvenimenti
che hanno segnato la fine del dopoguerra: mettiamo, per l'Italia la morte
di De Gasperi.
La rabbia comincia lì,
con quei grossi, grigi funerali.
Lo statista antifascista
e ricostruttore è «scomparso»: l'Italia si adegua nel
lutto della scomparsa, e si prepara, appunto, a ritrovare la normalità
dei tempi di pace, di vera, immemore pace.
Qualcuno, il poeta, invece,
si rifiuta a questo adattamento.
Egli osserva con distacco
- il distacco dello scontento, della rabbia - gli estremi atti deldopoguerra:
il ritorno degli ultimi prigionieri, ricordate, in squallidi treni, il
ritorno delle ceneri dei morti... E... …il ministro Pella, che, tronfiamente,
suggella la volontà dell'Italia a partecipare all'Europa Unita.
È così che
ricomincia, nella pace, il meccanismo dei rapporti internazionali. I gabinetti
si susseguono ai gabinetti, gli aeroporti sono un continuo andare e venire
di ministri, di ambasciatori, di plenipotenziari, che scendono dalla scaletta
dell'aereo, sorridono, dicono parole vuote, stupide, vane, bugiarde.
Il nostro mondo, in pace,
rigurgita di un bieco odio, l'anticomunismo. E sul fondo plumbeo e deprimente
della guerra fredda e della Germania divisa, si profilano le nuove figure
dei protagonisti della storia nuova.
Krusciov, Kennedy, Nehru,
Tito, Nasser, De Gaulle, Castro, Ben Bella.
Finché si arriva
a Ginevra, all'incontro dei quattro Grandi: e la pace, ancora turbata,
va verso un definitivo assestamento. E la rabbia del poeta, verso questa
normalizzazione che è consacrazione della potenza e del conformismo,
non può che crescere ancora.
Cos'è che rende scontento
il poeta?
Un'infinità di problemi
che esistono e nessuno è capace di risolvere: e senza la cui risoluzione
la pace, la pace vera, la pace del poeta, è irrealizzabile.
Per esempio: il colonialismo.
Questa anacronistica violenza di una nazione su un'altra nazione, col suo
strascico di martiri e di morti.
O: la fame, per milioni
e milioni di sottoproletari.
O: il razzismo. I! razzismo
come cancro morale dell'uomo moderno, e che, appunto come il cancro, ha
infinite forme. È l'odio che nasce dal conformismo, dal culto della
istituzione, dalla prepotenza della maggioranza. È l'odio per tutto
ciò che è diverso, per tutto ciò che non rientra nella
norma, e che quindi turba l'ordine borghese. Guai a chi è diverso!
questo il grido, la formula, lo slogan del mondo moderno. Quindi odio contro
i negri, i gialli, gli uomini di colore: odio contro gli ebrei, odio contro
i figli ribelli, odio contro i poeti.
Linciaggi a Little Rock,
linciaggi a Londra, linciaggi in Nord Africa; insulti fascisti agli ebrei.
È così che
riscoppia la crisi, l'eterna crisi latente.
I fatti d'Ungheria, Suez.
E l'Algeria che comincia
piano piano a riempirsi di morti. I! mondo sembra, per qualche settimana,
quello di qualche anno avanti. Cannoni che sparano, macerie, cadaveri per
le strade, file di profughi stracciati, i paesaggi incrostati di neve.
Morti sventrati sotto il
solleone del deserto.
La crisi si risolve, ancora
una volta, nel mondo: i nuovi morti sono pianti e onorati, e ricomincia,
sempre più integrale e profonda, l'illusione della pace e della
normalità.
Ma, insieme alla vecchia
Europa che si riassesta nei suoi solenni cardini, nasce l'Europa moderna:
- il Neocapitalismo;
- il Mec, gli Stati uniti
d'Europa, gli industriali illuminati e «fraterni », i problemi
delle relazioni umane, del tempo libero, dell'alienazione.
La cultura occupa terreni
nuovi: una nuova ventata di energia creatrice nelle lettere, nel cinema,
nella pittura. Un enorme servizio ai grandi detentori del capitale.
Il poeta servile si annulla,
vanificando i problemi e riducendo tutto a forma.
Il mondo potente del capitale
ha, come spavalda bandiera, un quadro astratto.
Così, mentre da una
parte la cultura ad alto livello si fa sempre più raffinata e per
pochi, questi «pochi» divengono, fittiziamente, tanti: diventano
«massa ". È il trionfo del «digest» e del «rotocalco»
e, soprattutto, della televisione. Il mondo travisato da questi mezzi di
diffusione, di cultura, di propaganda, si fa sempre più irreale:
la produzione in serie, anche delle idee, lo rende mostruoso.
Il mondo del rotocalco,
del lancio su base mondiale anche dei prodotti umani, è un mondo
che uccide.
Povera, dolce Marilyn, sorellina
ubbidiente, carica della tua bellezza come di una fatalità che rallegra
e uccide. Forse tu hai preso la strada giusta, ce l'hai insegnata. I! tuo
bianco, il tuo oro, il tuo sorriso impudico per gentilezza, passivo per
timidezza, per rispetto ai grandi che ti volevano così, te, rimasta
bambina, sono qualcosa che ci invita a placare la rabbia nel pianto, a
voltare le spalle a questa realtà dannata, alla fatalità
del male.
Perché: fin che l'uomo
sfrutterà l'uomo, fin che l'umanità sarà divisa in
padroni e in servi, non ci sarà né normalità né
pace. La ragione di tutto il male del nostro tempo è qui.
E ancora oggi, negli anni
Sessanta, le cose non sono mutate: la situazione degli uomini e della loro
società è la stessa che ha prodotto le tragedie di ieri.
Vedete questi? Uomini severi,
in doppiopetto, eleganti, che salgono e scendono dagli aeroplani, che corrono
in potenti automobili, che siedono a scrivanie grandiose come troni, che
si riuniscono in emicicli solenni, in sedi splendide e severe: questi uomini
dai volti di cani o di santi, di iene o di aquile, questi sono i padroni.
E vedete questi? Uomini
umili, vestiti di stracci o di abiti fatti in serie, miseri, che vanno
e vengono per strade rigurgitanti e squallide, che passano ore e ore a
un lavoro senza speranza, che si riuniscono umilmente in stadi o in osterie,
in casupole miserabili o in tragici grattacieli: questi uomini dai volti
uguali a quelli dei morti, senza connotati e senza luce se non quella della
vita, questi sono i servi.
È da questa divisione
che nasce la tragedia e la morte.
La bomba atomica col suo
funebre cappuccio che si allarga in cieli apocalittici è il frutto
di questa divisione.
Sembra non esservi soluzione
da questa impasse, in cui si agita il mondo della pace e del benessere.
Forse solo una svolta imprevista, inimmaginabile... una soluzione che nessun
profeta può intuire... una di quelle sorprese che ha la vita quando
vuole continuare... forse...
Forse il sorriso degli astronauti:
quello, forse, è il sorriso della vera speranza, della vera pace.
Interrotte, o chiuse, o sanguinanti le vie della terra, ecco che si apre,
timidamente, la via del cosmo.
FLASH-BACK di
Carlo di Carlo
Tra le carte del mio lavoro
con Pasolini (1962-1963), trovo un appunto relativo alla Rabbia,
l'ultimo film al quale ho collaborato con lui come aiuto regista. Probabilmente
una sua dichiarazione: «Il film La rabbia è un saggio polemico
e ideologico sugli avvenimenti degli ultimi dieci anni. I documenti sono
presi da cinegiornali e da cortometraggi e montati in modo da seguire una
linea cronologica ideale, il cui significato è un atto di indignazione
contro l'irrealtà del mondo borghese e la sua conseguente irresponsabilità
storica. Per documentare la presenza di un mondo che, al contrario del
mondo borghese, possiede
profondamente la realtà,
ossia un vero amore per la tradizione che solo la rivoluzione può
dare».
La rabbia è un film
di montaggio, un film - saggio politico, un film poetico. Meglio, un testo
in poesia espresso per immagini, con la rabbia in corpo. La sua rabbia.
Contro il mondo borghese, contro la barbarie, contro l'intolleranza, contro
i pregiudizi, la banalità, il perbenismo. Contro il Potere che,
già da allora, inveiva contro di lui in modo persecutorio.
Fin dall'inizio il film
nacque contro il suo partner, Giovannino Guareschi, autore della
seconda parte. Quel Guareschi, simbolo di un umorismo da sacrestia, che
incarnava meglio e più di ogni altro lo spirito del 1948, della
piccola borghesia, dei Comitati civici, dell'uomo medio dell'Italia della
maggioranza relativa, quasi una Liala del qualunquismo.
L'idea del produttore era
di sfruttare le due vignette che settimanalmente caratterizzavano la prima
pagina del «Candido» mettendo in berlina i comunisti «trinariciuti»)
secondo le norme più bieche dell'anticomunismo della guerra fredda.
Il produttore, con l'improbabile accostamento Pasolini-Guareschi (quindi
«visto da sinistra» e «visto da destra») puntava
ad un'operazione di sicuro successo commerciale. L'unica cosa sicura fu
il totale, storico insuccesso. A Roma due giorni di programmazione, credo
due a Milano, a Firenze uno e stop.
E così, dalle ceneri
di questo insuccesso, emerse, splendidamente sola, la parte di Pier Paolo,
questo eccezionale documento (capito solo negli anni a venire) che, implicitamente,
dimostrava ancora una volta l'autonomia della creazione, della poesia,
della cultura.
Fu un lavoro eccitante,
complesso e provocante. Ad esempio, Pier Paolo detestava i doppiatori e
dunque leggere questo bellissimo testo diventò un problema non secondario.
Ebbe l'idea di farlo leggere
da due voci altre, gli amici Giorgio Bassani e Renato Guttuso, la voce
in poesia e la voce in prosa. La voce della pacatezza: Bassani, e la voce
della rabbia, dell'invettiva: Guttuso.
La nostra fu una collaborazione
densa, forse superiore a quella per Mamma Roma e La ricotta.
Perché non si trattò soltanto di scegliere insieme tra i
novantamila metri di Mondo libero, il cinegiornale degli anni della
guerra fredda e di tanti altri documenti visivi di ogni tipo, ma di un
paziente e vivace lavoro, sia dal punto di vista tecnico che da quello
creativo: ricerca e scelta dei più svariati materiali fotografici
e di documentazione, riprese dal vero e in truka di varie sequenze,
prove e riprove di montaggi differenziati, costruzioni di sequenze di collegamento
tra un tema e l'altro, ricerca dell'uniformità stilistica. Infine
tante e tante discussioni vive e accese perché proprio in quei mesi,
di colpo, tutto ciò che era accaduto e accadeva di importante nel
mondo era davanti ai nostri occhi, lì sul piccolo schermo della
moviola. Amarezze, indifferenza, ipocrisia, delusioni, tragedie e anche
illusioni e speranze. La
rivoluzione. L'utopia. Bisognava stringere, scegliere, contenere.
E infine l'atomica, i voli nel
cosmo, la grande era che si apriva. E Pier Paolo, immerso nel «sogno
di una cosa», così concludeva:
Perché compagni
e nemici
uomini politici e poeti,
la Rivoluzione vuole una
sola guerra, quella dentro gli spiriti
che abbandonano al passato
le vecchie, sanguinanti
strade della Terra.
IN MARGINE
1962
Tutti i miei film si ricollegano
all'atmosfera delle mie poesie assai più che a quella dei miei romanzi.
Anzi si riallacciano alle mie prime poesie, ed anche questo è spiegabile
poiché si tratta dei miei «primi» film.
Quando la mia esperienza
cinematografica maturerà, anche i miei film avranno i toni e le
eco delle mie poesie artisticamente più evolute.
P.P.P.
La ricerca d’archivio sui
testi di Pier Paolo Pasolini è stata curata da Roberto Chiesi
del Centro Studi – Archivio
Pier Paolo Pasolini con sede nella Cineteca del Comune di
Bologna, in collaborazione
con Tatti Sanguineti.
Si ringrazia l’Associazione
del mondo piccolo nelle persone di Carlotta e Alberto Guareschi.
* * *
SI VEDA ANCHE, IN "PAGINE
CORSARE", IL RESOCONTO DI
ENRICO
CAMPOFREDA SULLA PROIEZIONE DE LA RABBIA ALLA FESTA DEL CINEMA
DI ROMA
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