Alcuni mesi fa,
sul settimanale "Die Zeit" lei ha scritto che il romanzo Berlin Alexanderplatz
era diventato tanto importante, per lei, da costituire una specie di filo
conduttore della sua stessa vita, uno strumento di conoscenza del suo subconscio.
La sua è una constatazione o qualcosa di più, un'affermazione di principio:
l'eventuale opera d'arte nasce in queste condizioni, e non in altre?
"Il presupposto per
un'opera d'arte consiste, secondo me, nel fatto che sia tale da costringere
continuamente a inserire in essa la personale fantasia e la personale realtÃ
di chi legge o guarda. Cioè che non si verifichi il semplice sprofondarsi
in qualcosa, così da esserne solamente toccati, e imbevuti, bensì la
costrizione a raccontare la propria realtà inserendola in ciò che si
legge o vede".
E questo presupposto è
valido anche per i suoi film?
"Non lo so. Devono
deciderlo gli altri. Io posso solo sperare che sia così: fare film, per
me, significa sempre cercare d'essere fedele a questo intento".
E che c'entra, con questo,
un personaggio come il Franz Biberkopf di Berlin Alexanderplatz,
così lineare, semplice?
"Intanto, Franz è
lineare solo superficialmente. In realtà è molto più complesso di quanto
non sembri. E noi abbiamo cercato di raccontarlo rendendo più evidente
questa sua interiore complessità ".
La figura di Franz Biberkopf
è sempre presente, in forma più o meno nascosta, nel suo cinema, come
sinonimo di quello sfruttamento dei sentimenti che è il tema caratteristico
dei suoi film. E non solo: questo Franz Biberkopf si inserisce anche nella
tanta autobiografia, questa pure caratteristica di tutto il suo cinema...
"È che io penso
che nella realtà soggettiva ci sia molta più verità oggettiva che non
nel tentativo di essere, in un modo o nell'altro, 'oggettivi’: finché
vorrò, come voglio, aderire alla verità , potrò solo girare l'unica che
conosco".
Ritornando a Berlin
Alexanderplatz, soprattutto nel finale chi conosce il suo cinema ritrova
il tentativo già presente in altri film, di spezzare le definizioni codificate
di bene e male, facendo confluire il male nel bene, e viceversa. Che cos'è,
forse una nascosta giustificazione di un periodo particolare della storia
tedesca?
"No, tutt'altro.
Il mio tentativo è quello di rendere il cittadino tedesco responsabile
di ciò che è accaduto durante e prima dell'avvento del nazismo in Germania.
No, io non descrivo la storia in senso fatalistico, piuttosto la descrivo
come qualcosa che può venir modificato e influenzato dal singolo: il mio
film mostra chiaramente che l'individuo è capace di manovrare la sua realtà ,
e che, in fin dei conti, è responsabile della storia come della realtÃ
politica, in cui vive laddove invece finge spesso di essere solo testimone
e vittima dei vari “colpi mancini del destinoâ€. I tedeschi sono spesso
portati a sposare quest’ottica: il nazismo, per esempio, sarebbe un incidente
sul lavoro del percorso storico cui l'umanità è sottoposta. È assurdo:
il Terzo Reich è la nostra storia, e riguarda lo spirito tedesco molto
più da vicino di quanto non si voglia credere o ammettere".
Mi spieghi la scena in
cui il venditore ambulante ebreo appare improvvisamente con la svastica
sul braccio...
"Cominciamo col dire
che è una scena che appartiene alla parte finale del film, quella cioè
in cui si dà più libero sfogo alla fantasia. Ma con questo non voglio
assolutamente dire che è una cosa messa lì, tanto per giocare: è che
io effettivamente penso che non c'è, in fondo, alcuna differenza tra l’essere
e il non essere ebreo. Mi spiego: gli ebrei avrebbero potuto ribellarsi
di più a ciò che stava accadendo dopo il '33, e se non l’hanno fatto
è che perché si erano convinti che, essendo tedeschi e magari veterani
della prima guerra mondiale, non sarebbe loro potuto succedere niente.
Inoltre con quella scena io do un’immagine a quella che è una mia convinzione:
lo stato di Israele, nel suo sviluppo e nella sua struttura, ha alcune
cose in comune con il nazionalsocialismo tedesco".
Insomma, il male deriva
dal permissivismo dei buoni?
"No, non dico questo.
Dico che è facile definire qualcosa o qualcuno 'il male', perché questo
ci deresponsabilizza".
E si ritorna, in qualche
modo, al suo discorso iniziale: le responsabilità della storia riportate
a una dimensione anche individuale. Lei indica il "male": ha anche una
sua ricetta, da proporre nei suoi film, per guarirlo. Come deve fare, o
come fa eventualmente sullo schermo, l'individuo a sottrarsi personalmente
al "male"?
"Io, come filmmaker,
non posso dire a nessuno come cambiare la sua realtà . Posso solo mostrargli
che si trova nella condizione di poterlo fare, e invito a farlo. Io spero
che questo messaggio trasmesso anche in questo mio ultimo film venga recepito:
Franz Biberkopf, ad esempio, è uno che non soggiace, non si conforma perché
si rende conto che se lo facesse perderebbe totalmente la sua individualità ".
Sebbene Klaude, il figlio
di Alexander Döblin, autore del romanzo, si ostini nel non voler rilevare
le differenze tra il libro e il film che lei ne ha tratto, queste differenze
esistono, e riguardano alcune scene tra le più brutali del film...
"Sì, lo so, è vero:
sono scene che non sono nel romanzo, il quale, però le contiene, in qualche
modo, implicitamente".
E nel frattempo con il
romanzo lei calca la mano in maniera infinitamente più negativa sui personaggi
femminili...
"Sì, la spiegazione
è semplice. La donna, o qualsiasi altro membro di una società , che viene
da questa oppresso, può solo ribellarsi grazie a determinati meccanismi
i quali non possono che essere, a loro volta, negativi. Voglio dire che
le donne, per sopravvivere, devono usare mezzi sporchi, e immorali, il
che è poi anche la nitida spiegazione della stessa oppressione che subiscono.
Parlo della donna, ma potrei dire lo stesso degli ebrei o degli emigranti:
il pubblico e la critica traggono spesso conclusioni sbagliate sui miei
film, accusandomi in questo o in quel caso, di diffamare l'ebreo o l'emigrante,
laddove io, chiudendo ogni volta questi personaggi in un preciso contesto,
tento ogni volta di chiarire che questi personaggi si comportano in quel
certo modo, negativo, e non possono che comportarsi cosi, perché vi sono
costretti dalle circostanze esterne, dall’ambienteâ€.
Ma non c'è il pericolo
che tutto ciò rimanga un po' nelle sue intenzioni mentre al pubblico arriva
soltanto un discorso sulle donne, come sugli ebrei e sugli emigranti, che
sembra ricalcare vecchi schemi?
"Mi auguro che non
accada. E, a proposito dei miei personaggi femminili, in particolare, alcune
fra le registe tedesche che più si occupano della questione femminile,
come Helga Sanders, hanno detto che io sono l'unico regista che racconta
la realtà delle donne e non le fa vedere unicamente come oggetti graziosi
e gentili bensì come esseri umani in lotta per vivere e sopravvivere".
Lei ha affinità con qualche
regista, e chi? E fino a che punto questo influisce sui suoi film?
"Posso parlare delle
mie preferenze: amavo i film di Pasolini, Salò in particolare,
e quell'autentico capolavoro di Visconti che è La caduta degli dei.
Ma non riesco a riconoscere un influsso diretto di questi autori e di questi
film nel mio cinema. I miei film contengono, è vero, citazioni per esempio
di Godard, e in Berlin Alexanderplatz ci sono riferimenti al Salò
di Pasolini, ma non è in questo citare che si rivela, se c'è stata, un'influenza
di questi film sul mio cinema; se influenza c'è e c'è eventualmente stata,
è più profonda e si rivela non nella citazione esplicita e cosciente,
ma in quella involontaria dettata dal subconscio... Per un periodo della
mia vita, sono stati fondamentali, per me, i film di Bunuel, e forse il
mio lavoro di allora avrà risentito di Bunuel. Ma io non ne ero cosciente
e non lo sono tuttora".
Nei suoi film lei fa un
uso particolare della luce. Premesso quello che appare evidente, e cioè
che l’illuminazione che lei dà alle sue scene corrisponde
raramente a un'esigenza o a una volontà di fare del naturalismo, sembra,
nel suo cinema, che il massimo del chiarore voglia suggerire e corrispondere
al massimo della negatività della storia che lei va raccontando...
"È vero. Questo
vale tanto per questo Berlin Alexanderplatz quanto per Matrimonio
di Maria Braun. In quest'ultimo film in particolare, la luce, all'inizio,
gioca con i toni scuri, per poi diventare sempre più chiara, e questo
si lega strettamente al fatto che il film racconta un periodo che va dal
1945 a quel 1954 in cui si è avuta la prima fase di chiarezza nella storia
tedesca. Questa chiarezza io la racconto con il massimo della luminositÃ
cui però corrisponde una mia posizione soggettiva, un mio giudizio assolutamente
negativi: è negativo, lo ripeto, il mio rapporto con questo tipo di luminose
certezze che nascondono troppe cose".