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Pasolini
e l'umiliazione segreta di Chaucer
Ipotesi su una sequenza e un racconto
tagliati de I racconti di Canterbury (1972)
Progetto, ricerche
e testo: Roberto Chiesi; realizzazione: Roberto Chiesi, Loris
Lepri e Luigi Virgolin;
fotografie:
Mimmo Cattarinich; interventi audio e video: Laura Betti, Mimmo
Cattarinich, Nico Naldini, Enzo Ocone e Pier Paolo Pasolini; durata: 30’.
Centro Studi - Archivio Pier Paolo Pasolini e Associazione “Fondo Pier
Paolo Pasolini” della Cineteca di Bologna.
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Uno
dei film più tormentati dell’opera di Pier Paolo Pasolini è
probabilmente I racconti di Canterbury (1972), secondo segmento
della Trilogia della vita. Infatti il film, ispirato all’omonimo capolavoro
di Geoffrey Chaucer, fu girato da settembre a novembre del 1971 ma venne
presentato soltanto il 2 luglio del 1972 al XXII festival di Berlino.
Alla prima proiezione del
festival, fu proiettata una versione della durata di due ore e venti minuti,
quindi più lunga di quasi mezz’ora rispetto a quella definitiva
che ne assomma centodieci.
Secondo una testimonianza
del responsabile dell’edizione, Enzo Ocone, il film venne tagliato da Pasolini
e dallo stesso Ocone di circa venti minuti dopo l’anteprima per la stampa,
per essere proiettato l’indomani alla giuria del festival (che gli attribuì
l’Orso d’oro). Venti giorni più tardi, Pasolini, insoddisfatto anche
di quella versione, ritornò nuovamente in moviola a lavorare al
montaggio del film. Lo attesta una sua lettera del 25 luglio 1972 a Guido
Aristarco:
«Solo pochi
giorni fa ho finito il lavoro massacrante di sistemazione del Canterbury
Tales (malgrado Berlino, dove ho mandato una prima stesura) e non ho
potuto occuparmi di altro».
Le fotografie di scena, in parte
inedite, il copione di lavorazione del film, che reca le indicazioni di
tutte le inquadrature girate da Pasolini, e un secondo copione, preparato
successivamente, che reca le tracce di ulteriori, importanti modifiche,
destinate ad altre trasformazioni prima di approdare alla versione definitiva,
documentano quanto sia stato complesso e tormentato l’itinerario seguito
dal poeta-regista nelle diverse fasi di montaggio del film.
A differenza delle
scelte effettuate per Il Decameron e di quelle che avrebbe operato
per il successivo
Il fiore delle Mille e una notte, Pasolini decise
di modificare l’intera struttura de I racconti di Canterbury, eliminando
quasi completamente la cornice che reggeva l’architettura degli otto racconti:
il viaggio dei pellegrini a Canterbury e il loro avvicendarsi come narratori
durante il percorso. Tra situazione comiche o aspre, l’oste interpellava
il mugnaio, il fattore, il cuoco, Chaucer stesso, la donna di Bath, il
mercante, il frate, il cacciatore di streghe e il venditore di indulgenze,
perché raccontassero a turno una storia durante le soste sulla strada
per l’abbazia di Canterbury. Ogni racconto, così, era introdotto
dalla voce e dal volto di un personaggio diverso.
Questa cornice era racchiusa
all’interno di un’altra, calata in un tempo posteriore, dominata dalla
presenza di Chaucer, chiuso nella solitudine nel suo studio e assorto a
ricordare le storie udite e a scriverle. Pasolini conservò esclusivamente
quest’ultima cornice narrativa, ma riducendola e inserendola nel film solo
al termine di quattro racconti.
«Ho girato
delle scene per mostrare come i pellegrini incominciavano a raccontare
le loro storie... Ma ho eliminato questi intermezzi perché non si
adattavano al film. In Chaucer costituiscono effettivamente un libro dentro
il libro, mentre nel film diventavano una soluzione automatica, meccanica.
È una delle principali correzioni che ho fatto al film. Per me,
in quanto autore, il principale problema posto dal film era quello della
sua struttura».
Attualmente,
i trenta minuti complessivi di tagli non sono reperibili: questo dossier
è un’ipotesi di ricostruzione, basato sui testi della sceneggiatura
e del copione originale con le annotazioni di Beatrice Banfi, segretaria
di edizione, sulle splendide fotografie di scena di Mimmo Cattarinich e
sulle testimonianze video e audio, inedite, di Laura Betti, Mimmo Cattarinich,
Nico Naldini e Enzo Ocone. Fra i documenti ritrovati, anche una rara intervista
radiofonica rilasciata da Pasolini sul set del film.
Nella sequenza del viaggio,
un rilievo particolare lo avrebbe assunto proprio l’apparizione dello stesso
Chaucer, pellegrino fra i pellegrini, e il suo racconto incompiuto.
Nelle pagine dei Canterbury
Tales, lo scrittore inglese aveva raffigurato se stesso con divertita
autoironia: così timido e goffo da attirare lo scherno dell’oste
e così noioso e maldestro come narratore da subire una brusca interruzione
e l’ingiunzione di raccontare un’altra storia. In realtà, la sua
narrazione in versi (sulle avventure del nobile fiammingo Sir Thopas) era
talmente ridondante da diventare una parodia delle ballate cavalleresche.
Non senza protestare, Chaucer narra allora la lunga storia di Melibeo e
madonna Prudenza, che riuscirà a condurre a termine.
Pasolini, inoltre, accentuò
il disagio dello scrittore, le cui incertezze sono acuite dal disinteresse
dei pellegrini, distratti dalle loro libidini, dai rancori e dalla noia
che ispira loro quella narrazione.
All’improvviso,
Chaucer/Pasolini veniva zittito definitivamente. Non gli si offriva la
possibilità di “riscattarsi” con una nuova storia e doveva accontentarsi
di mugugnare a bassa voce, mentre la donna di Bath (impersonata nel film
da Laura Betti) avvinceva l’uditorio con la sua novella e il suo linguaggio
vivacemente sboccato.
La decisione di sopprimere
quella scena umiliante (e il racconto parodistico di ser Thopas, che Pasolini
investì di maggior sarcasmo rispetto ai Canterbury Tales),
modificò la fisionomia di Chaucer come personaggio di se stesso.
Il suo ruolo, nel tessuto della rievocazione del viaggio, fu così
circoscritto all’inizio della “cornice” rimasta, allo spazio di una breve
gag comica e a poche altre fugaci apparizioni. A differenza del “discepolo”
di Giotto del Decameron, Chaucer è isolato da Pasolini ai
margini della realtà evocata nei racconti, o appare addirittura
del tutto estraneo e appartato, nel silenzio del proprio laboratorio di
scrittore. Nella prima versione del film, invece, la solitudine di Chaucer
avrebbe avuto una chiave rivelatrice: un artista impotente a conquistare
un uditorio popolare e a calare la sua arte nella materia della vita.
Al termine delle riprese,
Pasolini aveva dichiarato:
«Sento la
perdita del mondo del passato. Sono un uomo deluso. Sono sempre stato in
lotta con la società. Mi sono battuto contro di essa e da essa sono
stato perseguitato, ma mi ha anche dato una misura di successo. Ora, non
mi piace più. Non mi piace il suo modo di vivere, la qualità
della sua vita. E per ciò, rimpiango il passato. Alla mia età,
suppongo, è quasi convenzionale». (intervista a cura di Renato
Proni, “La Stampa”, Torino, 23 novembre 1971).
Roberto
Chiesi
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