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P.P.P.
UN OMAGGIO A PIER PAOLO PASOLINI
In occasione della VI Edizione
del Festival Internazionale del Film di Roma, la Capitale rende omaggio
a uno dei maestri del cinema italiano con la mostra "P.P.P. – UN OMAGGIO
A PIER PAOLO PASOLINI”.
La mostra sarà inaugurata
il 26 ottobre 2011 presso lo Spazio Espositivo dell’Auditorium Parco
della Musica e resterà aperta al pubblico dal 27 ottobre al 5
novembre.
È realizzata con il sostegno
di Zètema Progetto Cultura e della Camera di Commercio di Roma, con il
patrocinio di Provincia di Roma e Assessorato alle Politiche Culturali
e Centro Storico di Roma Capitale.
La mostra, attraverso l’allestimento
dei due Premi Oscar Dante Ferretti e Francesca Loschiavo
e l'ideazione audiovisiva di Marco Antonio Bazzocchi, Roberto Chiesi
e Gian Luca Farinelli, ripercorre l’universo espressivo, il pensiero
e l’esistenza di Pier Paolo Pasolini, raccontati attraverso rare sequenze
d’archivio, fotografie ed estratti dei suoi film in un itinerario espositivo
scandito da sette schermi, sette proiezioni come altrettante chiavi per
conoscere il mondo di uno dei più grandi artisti ed intellettuali italiani
del ’900, accompagnati dalla voce del poeta che recita alcuni suoi versi
(Le ceneri di Gramsci e La Guinea), da quella di Giorgio
Bassani che legge la struggente Marilyn pasoliniana e dalle parole
e musica di Che cosa sono le nuvole?, interpretata da Domenico Modugno.
P.P.P. – Un Omaggio
a Pier Paolo Pasolini si compone, infatti, di sette installazioni che,
in un gioco di riflessi e interrelazioni reciproche, condensano alcuni
temi peculiari della poetica del poeta e cineasta, quali la critica alla
modernità (ossia la sua lucida e spietata analisi dei processi di trasformazione
che hanno investito l’Italia dagli anni Sessanta alla metà dei Settanta),
l’universo figurativo (le sue matrici estetiche, i legami con il manierismo
e la sua forma originale di contaminazione stilistica), la poesia (è la
voce dello stesso Pasolini a leggere versi delle Ceneri di Gramsci
e di altre liriche), la dimensione del sacro (la particolare religiosità
pasoliniana, che comprende anche l’esaltazione della corporalità e del
sesso), l’Italia (dagli anni ’20 agli anni ’70, il paese amato e
odiato appassionatamente dallo scrittore in tutta la sua esistenza), il
Terzo Mondo (l’utopia della primitività africana e araba difesa contro
le sirene inarrestabili della globalizzazione). Ad aprire e a chiudere
il percorso audiovisivo sarà la vita di Pasolini (la sua biografia evocata
dalle immagini) e la morte, come figura ricorrente nella sua opera.
Qui di seguito, i testi del pieghevole
- Guida alla Mostra.
Da scaricare: la
locandina della mostra in formato pdf
Dal pieghevole "Guida alla
Mostra"
P.P.P. Omaggio a Pier Paolo
Pasolini
Testi di Marco Antonio Bazzocchi
e Roberto Chiesi (dalla "Guida alla mostra")
Sette schermi come sette
chiavi tematiche per addentrarsi nell’universo espressivo, intellettuale
e figurativo di Pier Paolo Pasolini, uno dei più grandi artisti del ‘900,
raccontato da sequenze d’archivio, estratti dei suoi film e fotografie,
accompagnate dalla voce del poeta che recita alcuni suoi versi (Le ceneri
di Gramsci e La Guinea), da quella di Giorgio Bassani che recita
la struggente poesia
per Marilyn e dalle
parole e musica di Che cosa sono le nuvole?, interpretata da Domenico
Modugno.
Agli schermi tematici, se
ne affiancano altri quattro dove ritroviamo la forza narrativa ed estetica
degli incipit di quattro film pasoliniani: Accattone, Il Vangelo
secondo Matteo, Uccellacci e uccellini e Il fiore delle Mille
e una notte.
La mostra P.P.P. Omaggio
a Pier Paolo Pasolini si sviluppa lungo un itinerario composto da undici
schermi che ruotano intorno alla installazione di Dante Ferretti e Francesca
Loschiavo, la grande macchina da scrivere simbolo dell’attività febbrile
dell’intellettuale, del poeta, del regista, del polemista.
Sette schermi che guidano
il visitatore in un viaggio visivo nella biografia di Pasolini (Vita),
in alcune fasi della storia d’Italia coeva alla vita del poeta (Italia
1922-1975), nelle parole della sua lucida analisi dei processi di trasformazione
che hanno investito la penisola (La critica della modernità), nella sua
peculiare visione del sacro, della corporalità e della sessualità (La
dimensione del Sacro), nelle matrici artistiche del
suo cinema e nella sua forma originale di contaminazione
visionaria (L’universo figurativo), nell’utopia della primitività
africana e araba esaltate contro le sirene inarrestabili della globalizzazione
(Terzo Mondo) e infine in alcune variazioni della figura ricorrente della
Morte, leitmotiv che percorre, intrecciandosi con la vitalità esasperata,
l’opera letteraria e filmica del poeta-regista.
Vita
Pier Paolo Pasolini nasce
a Bologna il 5 marzo 1922 da madre friulana e padre ravennate. Il suo itinerario
espressivo è caratterizzato da un inquieto, geniale sperimentalismo linguistico
e da un impegno civile affrontato con spregiudicata problematicità. Dalla
poesia alla narrativa, dalla saggistica al cinema al teatro, Pasolini ha
sperimentato le forme espressive più diverse. Fra le sue raccolte di versi,
ricordiamo Poesie a Casarsa (1942), La meglio gioventù (1954),
Le
ceneri di Gramsci (1957), L’usignolo della Chiesa Cattolica
(1958), La religione del mio tempo (1961), Poesia in forma di
rosa (1964), Trasumanar e organizzar (1971) e La nuova gioventù
(1975). Come narratore, ha descritto il mondo del sottoproletariato romano
degli anni Cinquanta in fortunati romanzi quali Ragazzi di vita
(1955) e Una vita violenta (1959). Dopo un testo narrativo - Teorema
(1968) - nato contemporaneamente al film omonimo, intraprende un progetto
di romanzo, Petrolio, che è stato pubblicato incompiuto nel 1992.
La sua vasta opera di saggistica comprende, fra l’altro, un volume di
scritti letterari, Passione e ideologia (1960), le recensioni letterarie
riunite in Descrizioni di descrizioni (postumo, 1979), e le raccolte
di articoli giornalistici Scritti corsari (1975) e Lettere luterane
(postumo, 1976). Dopo alcuni esperimenti drammaturgici negli anni della
giovinezza, dalla metà degli anni ‘60, Pasolini scrisse sei tragedie
(Calderòn, Orgia,
Porcile,
Affabulazione, Pilade, Bestia da stile), dando vita
ad un «nuovo teatro». La sua attività cinematografica ha inizio negli
anni ‘50 come sceneggiatore. Esordisce nella regia nel 1961 con Accattone,
seguito, fra gli altri, da Mamma Roma (1962),
La ricotta
(1963), Comizi d’amore (1964), Il Vangelo secondo Matteo
(1964), Uccellacci e uccellini (1966), La terra vista dalla luna
(1966), Che cosa sono le nuvole? (1967),
Edipo Re (1967),
Appunti per un film sull’India (1968),
Porcile (1969),
Medea (1969), Appunti per un’Orestiade africana (1970),
Il Decameron (1971), I racconti di Canterbury (1972), Il
fiore delle Mille e una notte (1974) e Salò o le 120 giornate di Sodoma
(1975).
Muore assassinato a Ostia
(Roma), nella notte fra il 1° e il 2 novembre del 1975.
Italia 1922 - 1975
Alberto Moravia definì
Pasolini come un poeta civile che rompeva con la tradizione retorica e
patriottica alla D’Annunzio per collegarsi idealmente ad una filiazione
lirica leopardiana, ispirata dal sentimento doloroso di una patria degradata
e corrotta. Infatti il rapporto che legava lo scrittore al suo paese fu
sempre complesso e l’ispirazione dei suoi scritti giornalistici nasce
da una forte tensione morale e dalla volontà di interrogare i fenomeni
che stavano avvenendo nel corpo della penisola, con una partecipazione
profonda alle sorti del paese.
In questo schermo si ripercorrono
sommariamente alcuni degli eventi della storia italiana coevi alla vita
di Pasolini (1922-1975), in una breve rassegna di rari documenti d’archivio
e film documentari: l’avvento del fascismo, la seconda guerra mondiale
e la lotta partigiana contro le forze nazifasciste, la liberazione, il
Dopoguerra, la Democrazia Cristiana e la contrapposizione al Partito Comunista
Italiano, il Boom economico e l’industrializzazione del paese, i referendum
del divorzio e dell’aborto, la strategia della tensione e il terrorismo.
Alcune delle sequenze presentate
in questa sezione provengono dai film La rabbia di Pasolini (1963-2008)
di Pier Paolo Pasolini, edizione curata da Giuseppe Bertolucci, Edipo
Re (1967) di Pier Paolo Pasolini, Parabola d’oro (1955) di
Vittorio De Seta, Gramsci (1958) di Piero Nelli, Brigata partigiana
(1962) di Giuseppe Ferrara, Il mare in brughiera (1962) di Piero
Nelli, Uomini nella fabbrica
(1964) di Giorgio Carbone,
Sui
colli fatali (1964) di Ansano Giannarelli, Italicus (1974) di
Giampaolo Bernagozzi e Pierluigi Bugané e da alcuni cinegiornali prodotti
dalla Corona Cinematografica.
Terzo Mondo
“Il concetto ‘Africa’
è il concetto di una condizione sottoproletaria estremamente complessa
ancora inutilizzata come forza rivoluzionaria reale. E forse si può definirlo
meglio, questo concetto, se si identifica l’Africa con l’intero mondo
di Bandung, la Afroasia, che, diciamocelo chiaramente, comincia alla periferia
di Roma, comprende il nostro Meridione, parte della Spagna, la Grecia,
gli Stati mediterranei, il Medio Oriente” (Pier Paolo Pasolini, da La
Resistenza negra, 1961).
Il Terzo Mondo, per Pasolini,
rappresentava l’utopia di un mondo intatto nella sua cultura primitiva,
arcaica, popolare, in contrapposizione all’universo borghese
e piccolo-borghese delle culture occidentali. L’utopia di
Pasolini consisteva in una possibile armonia fra la cultura antica, peculiare
delle società primitive e il progresso tecnico e scientifico, di derivazione
occidentale. Fin dall’inizio degli anni Sessanta lo scrittore viaggiò
spesso in India e in Africa con Alberto Moravia, Elsa Morante e Dacia Maraini.
Da quei viaggi derivarono prima un libro come L’odore dell’India
(1961), poi film quali Appunti per un film sull’India (1968) e
Appunti
per un’Orestiade africana (1970) che avrebbero dovuto essere i primi
segmenti di un più vasto Poema sul Terzo Mondo cinematografico,
mai realizzato, incentrato sui “due temi fondamentali dell’intero Terzo
Mondo, ossia i temi della religione e della fame”. In questo schermo,
si possono vedere alcuni luoghi indiani (Bombay, Bhavarli, Benares) e africani
(Kasulu, Kampala, Dar es Salaam, Dodoma), percorsi da Pasolini nei suoi
viaggi cinematografici e antropologici, quindi la sua ricerca di volti
e corpi emblematici di quell’identità popolare che era al centro della
ispirazione pasoliniana.
La dimensione del Sacro
Per Pasolini la sacralità
è un valore che scompare dalla cultura italiana nel momento in cui il
paese affronta il processo di sviluppo e modernizzazione. Si tratta di
un valore arcaico, legato alla dimensione originaria del corpo e della
sessualità, quel valore che i borghesi non riconoscono più avendolo sostituito
col potere di dominio e d’acquisto del denaro. Il poeta ne parla fin
dalle prime raccolte in versi, ma è solo col cinema che Pasolini riesce
a rappresentare pienamente la forza religiosa del sacro, che si incarna
all’inizio nei corpi dei personaggi al centro dei primi tre film (Accattone,
Ettore, Stracci) non a caso destinati a morire con espliciti riferimenti
alla figura di Cristo.
Sacro e tragedia sono indissolubilmente
legati. Quando arriva al Vangelo secondo Matteo Pasolini realizza
pienamente la vicenda di un personaggio che porta sul suo corpo il segno
della sacralità tragica. In Teorema il sacro è mostrato attraverso
il corpo del giovane Ospite (angelo e demonio insieme) che sconvolge la
vita della famiglia borghese, scatenando desideri repressi, mentre poi
in Edipo Re, in Medea e nell’Orestiade africana,
le tracce del sacro vengono individuate in culture arcaiche, all’origine
del mondo occidentale. Porcile è ancora un film della tragedia
borghese, aperto però da un’avventura cannibalesca dove un giovane eroe
ribelle incarna il desiderio allo stato puro, sfrenato. Nella Trilogia
della vita le apparizioni del sacro si rincorrono, da film a film,
attraverso la rievocazione di scene erotiche, spesso irriverenti. E in
Salò,
infine, il sacro appare un valore ormai impossibile, evocato nei rituali
stravolti del potere che lo insegue disperatamente sui corpi delle giovani
vittime.
L’universo figurativo
Pasolini crea il cinema
con le modalità di un pittore, riprendendo la lezione del professore d’arte
a Bologna, Roberto Longhi. Accattone si apre con un volto di popolano
sdentato che tiene sotto braccio un grande mazzo di fiori: esattamente
come avviene in alcune opere di Caravaggio. L’obiettivo usato deve rendere
però la compattezza del bianco e il suo rapporto con l’ombra come nella
pittura trecentesca: Giotto e Masaccio. I corpi sembrano scolpiti nella
pietra, i volti ripresi di fronte, campi e controcampi, con effetti di
“primitivismo” e di essenzialità dell’inquadratura.
In Mamma Roma la
morte di Ettore sembra alludere a Mantegna, o meglio a un secentista (Orazio
Borgianni) che cita Mantegna. Nella Ricotta compare il colore, e
Pasolini mette in scena due opere del manierismo: La Deposizione
del Pontormo e quella di Rosso fiorentino. Sono i colori acidi, squillanti
ad attirarlo, ma anche le personalità bizzarre
di questi artisti. Poi, nella Rabbia, vediamo
che Pontormo convive con gli operai
di Guttuso, mentre nelle Ceneri di Gramsci un
intero poemetto viene dedicato all’amico pittore friulano Giuseppe
Zigaina, così come ce n’è uno dedicato a Picasso, l’artista più
all’avanguardia di quel momento.
Che cosa sono le nuvole?
si apre con continui riferimenti a Velásquez: le Meniñas, e gli
abiti spagnoleggianti ispirano il costume di Ninetto-Otello. Sempre da
Velásquez Pasolini prende il costume che indosserà lui stesso nel Decameron
(benda bianca, grembiale di cuoio), dove si presenta come l’allievo di
Giotto che crea il grande affresco per i monaci napoletani. Ma anche i
film esotici, Edipo o Medea, sono concepiti come un susseguirsi
di motivi artistici: maschere africane, abiti tribali, copricapi arcaici.
E nei Racconti di Canterbury domina l’immaginario popolare di
Bruegel accanto a quella allucinato di Bosch. Nel Fiore delle mille
e una notte è invece l’arte orientale a ispirare i giochi di colore,
le astrazioni e le simmetrie che poi si impongono nel déco algido e spaventoso
di Salò: specchi che reduplicano all’infinito l’immagine, corpi
inquadrati con effetti di geometrizzazione e astrazione, travestimenti
che alludono all’underground di Andy Warhol. Il mondo dei corpi scolpiti
del primo cinema, i colori caldi e naturali del manierismo e del seicento,
le luci di Caravaggio, lasciano il posto ai volumi e alle forme delle avanguardie,
dove il corpo viene disumanizzato.
Morte
Nell’opera di Pasolini
la Morte è una figura onnipresente, il negativo di quella vitalità che
il poeta contempla nei corpi dei giovani e del popolo. Una figura che conosce
infinite varianti e forme, dai memento mori di una sequenza di Accattone
o di una fotografia ripetuta ne La rabbia, alla morte adombrata
nelle brutali aggressioni mostrate in Accattone e Mamma Roma
per poi assumere tutta la sua realtà terribile e irreversibile nei corpo
a corpo barbarici di Edipo Re o Porcile, nella ferocia del
Demone del Fiore delle Mille e una notte e negli atti efferati dei
quattro ‘mostri’ e dei loro scherani in Salò.
Pasolini ha anche evocato
la morte come atto liberatorio (Accattone pacificato nell’ultimo respiro),
come rituale antico e religioso in Il Vangelo secondo Matteo, Appunti
per un film sull’India e Medea. Al termine dell’episodio
Ciappelletto del Decameron, la cerimonia funebre diviene anche una
forma di beffarda mistificazione (un assassino e ruffiano che riesce a
spacciarsi per santo). In La terra vista dalla luna, la morte, invece,
è una beffa del destino (Assurdina Caì che finge di volersi suicidare
e muore davvero, suscitando la crudele ilarità altrui). Infine, Pasolini
ha anche messo in scena la morte come spettacolo, nell’atroce prefinale
di Salò, quando alcuni ricchi signori assistono divertiti e compiaciuti
alle terribili sevizie inflitte a giovani vittime.
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Le foto del Centro Studi-Archivio
Pasolini di Bologna:
1. Pasolini sul set di Teorema
(1968).
2. Pier Paolo Pasolini con
Alberto Moravia nel 1962.
3. Pasolini con Orson Welles
sul set di La ricotta.