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I teatri di Pasolini
Giovedì 22 settembre 2005, ore 20
Cinema Lumière 2 - Officinema di Bologna
Fra cinema e teatro, interviste filmate e audio a Pier Paolo Pasolini (1968-1972, 18'); Pasolini legge
un brano di Pilade (1968, 5') Pasolini legge un brano di Bestia da stile (1975, 10'); A seguire, presentazione del libro
I teatri di Pasolini (Ubulibri, 2005) di Stefano Casi.
Sarà presente l'autore. A cura del Centro Studi - Archivio Pier Paolo Pasolini
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Pier Paolo Pasolini, 'Ragazzo che legge'Il saggio di Stefano Casi I teatri di Pasolini (Ubulibri, pp. 318, 26 euro) è un documentato e appassionato viaggio nella "febbre" teatrale di questo originale autore del Novecento oggi tra i più rappresentati. Ricordiamo la recente trilogia (Pilade, Porcile e Bestia da stile) proposta da Antonio Latella. Il libro sgombra il campo da conclusioni velleitarie cui molti studi sono giunti in passato mettendo in ombra un tracciato filologicamente importantissimo ricostruito da Casi ripercorrendo la biografia teatrale di Pier Paolo Pasolini con perizia e rigore di analisi. Un ampio percorso, quello di Casi, che analizza il doppio versante dell'attività pasoliniana, la scrittura teatrale autonoma e la traduzione dei classici, attitudine in cui Pasolini ha saputo calarsi con esiti spesso fondamentali. Casi si incarica di fornire tutti gli elementi utili per restituire dignità all'attività teatrale del Nostro, non meno importante dei fronti letterario, poetico e cinematografico. Il percorso di questa "vocazione" teatrale viene sviscerato fin dai momenti dell'adolescenza a Casarsa (il paese natale di sua madre) dove la vitalità del suo pensiero lo porta ad affrontare il teatro attraverso la mediazione del dialetto della terra materna per costruire un'opera, I Turcs tal Friul, scoperta da molti solo nel '95 grazie al bellissimo allestimento di Elio De Capitani. Un rapporto con la scena che non abbandonerà più Pasolini nonostante l'impegno sugli altri versanti e che ne alimenterà l'ispirazione e l'azione.  

Pasolini lo sperimentatore fino agli anni della maturità, continuerà la sua costante ricerca di un nuovo linguaggio, anzi di una lingua nuova che ne giustifichi l'impegno culturale nei confronti della società.  Un percorso (fatto anche di confronti con la grande tradizione attorica italiana ben conosciuta fin dagli anni dell'università da Pasolini) che nel tempo subirà improvvisi stop, violente accensioni, repentine ripartenze, fra entusiasmi e ripensamenti, sconcerto e intuizioni.

 
Nel libro Casi ripercorre una letteratura teatrale variegata che comprende le traduzioni e le riscritture dei classici (l’Orestea e Plauto), la creazione di canzoni di cabaret per Laura Betti fino a quei sei magnifici esempi di "tragedia impietosamente borghese" (Calderon, Affabulazione, Porcile, Pilade, Orgia e Bestia da stile) che continuano ad essere rappresentati. Per Pasolini il teatro è un referente necessario per poter dialogare con la società e Casi ne riesce a dimostrare tutta la forza eversiva, ancora intatta. Forse proprio perché quel senso di incompletezza che traspare comunque sottotraccia nelle sue opere è il segno di una «libertà drammaturgica non costretta da schemi», come osserva Luca Ronconi nella prefazione, con cui i teatranti possono confrontarsi senza sentirsi soffocati. E se I teatri di Pasolini sono ragione per più d'uno, essi però hanno un unico obiettivo: costruire uno spazio essenziale di riflessione che vada oltre le prospettive autobiografiche.

E anche il cinema, nel percorso artistico di Pasolini, deve molto al teatro. Segnali inequivocabili stanno nella stessa biografia pasoliniana: dall'assunto teatrale di Teorema che avrebbe dovuto diventare una tragedia, alla Terra vista dalla luna chiaramente ispirato all'Alcesti di Euripide, per non dire dell'Edipo re che guarda al capolavoro di Sofocle, così come la Medea guarda al modello euripideo. Per arrivare a quegli Appunti per un'Orestiade africana che sono un'altra variazione sul tema.

Per Pasolini il teatro non è un "vizio assurdo" ma il luogo in cui sperimentare "l'assurdità dei vizi" della società, pensiero forte capace di alimentare lo sguardo netto e scandaloso sui meccanismi borghesi che la minano, spazio vergine in cui tradurre le sue doloranti ma vitalissime contraddizioni, riflesso infine non consolatorio di un mondo in cui il tizzone rovente della sua opera continua a incidere fortemente.
Direttore dei Teatri di Vita e studioso di Pasolini (nel 1990 pubblicò il libro Pasolini: un’idea di teatro), Stefano Casi proprio per questo suo approfondito lavoro di scavo sull'etica teatrale pasoliniana, frutto di vent'anni di studi, ha ricevuto a Genova il Premio della Critica consegnatogli dall'Anct (Associazione nazionale dei critici di teatro).

A introduzione dell’incontro con Casi, saranno proiettati alcuni rari filmati di interviste a Pier Paolo Pasolini. Risalgono perlopiù al 1967, l’anno immediatamente precedente la sua unica regia teatrale, Orgia, andata in scena a Torino senza alcun successo nel 1968. Sono filmati significativi perché è evidente l’entusiasmo e la determinazione con cui Pasolini pensava, in quel periodo, al teatro e alla sua concezione trasgressiva di spettacolo, basato essenzialmente sulla forza delle parole e sull’epurazione radicale dell’azione scenica. 

In quelle interviste emerge il valore poetico e insieme ideologico dell’utopia teatrale pasoliniana, densa di richiami ai testi classici greci. Nel corso di un’intervista televisiva del 1967, è lo stesso Pasolini a leggere alcuni versi di Pilade, in una versione che poi modificherà nel corso del tempo.
In un’intervista radiofonica del 1972, Pasolini, ormai allontanatosi dai progetti di messinscene teatrali, esprime, in modo provocatorio, la sua idea di uno spettacolo destinato ad un pubblico ridottissimo. L’ultimo brano, invece, è costituito dal montaggio audio e fotografico della lettura che il poeta fece di una pièce autobiografica in versi, Bestia da stile, l’unica opera teatrale cui lavorò ancora l’anno della morte (1975). L’occasione di quella lettura fu una delle ultime apparizioni pubbliche di Pasolini, in un liceo di Lecce, il 21 ottobre 1975, poco più di dieci giorni prima di essere assassinato.

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Stefano Casi è nato ad Arezzo nel 1962, e si è laureato al DAMS di Bologna con una tesi sul teatro di Pasolini, vincitrice del Premio Pasolini e segnalata al Premio Zorzi per il Teatro. Giornalista professionista, ha lavorato dal 1987 come giornalista culturale e critico per quotidiani ("l'Unità", "la Repubblica") e riviste. Ha curato il coordinamento redazionale del periodico cinematografico Perizoma (1984-1985) e del settimanale Bologna in Anteprima (1990-1991). Ha diretto il trimestrale di cultura Società di pensieri (1992-1996). Ha curato la programmazione del Circolo Pavese (1984) e la rassegna multimediale Pasoliniana (Bologna, 1985). È stato co-fondatore e co-direttore artistico del festival "Loro del Reno - Teatri indipendenti a Bologna" (1989-1990) e membro del comitato tecnico-scientifico del Festival di Santarcangelo (1992-1993). Dal 1997 è direttore artistico della programmazione di Teatri di Vita. Ha curato la drammaturgia di alcuni spettacoli di Andrea Adriatico e la versione italiana con Iris Faigle del testo teatrale di Thomas Brasch Donne. Guerra. Commedia (Edizioni Sestante, 1995). È stato co-sceneggiatore del film Il vento, di sera di Andrea Adriatico (2004), presentato al Festival del Cinema di Berlino. Ha scritto i libri Pasolini, un'idea di teatro (Campanotto Editore, 1990), Andrea Adriatico: riflessi teatri di vita (Editrice Zona, 2001) e I teatri di Pasolini (Edizioni Ubulibri, 2005) per il quale ha ricevuto il Premio della Critica 2005 dall'Associazione Nazionale dei Critici di Teatro. Ha curato i libri Cupo d'amore. L'omosessualità nell'opera di Pasolini (Centro di Documentazione Il Cassero, 1987), Teatro in delirio (Centro di Documentazione Il Cassero, 1989) e Desiderio di Pasolini (Edizioni Sonda, 1990). Ha scritto numerosi saggi sull'opera di Pasolini in volumi scientifici e riviste, e interventi critici sul teatro contemporaneo. Collabora con la cattedra di Organizzazione ed Economia dello Spettacolo all'Università di Bologna (docente prof. Cristina Valenti).

 

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