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Il
saggio di Stefano Casi I teatri di Pasolini (Ubulibri, pp. 318,
26 euro) è un documentato e appassionato viaggio nella "febbre"
teatrale di questo originale autore del Novecento oggi tra i più
rappresentati. Ricordiamo la recente trilogia (Pilade, Porcile
e Bestia da stile) proposta da Antonio Latella. Il libro sgombra
il campo da conclusioni velleitarie cui molti studi sono giunti in passato
mettendo in ombra un tracciato filologicamente importantissimo ricostruito
da Casi ripercorrendo la biografia teatrale di Pier Paolo Pasolini con
perizia e rigore di analisi. Un ampio percorso, quello di Casi, che analizza
il doppio versante dell'attività pasoliniana, la scrittura teatrale
autonoma e la traduzione dei classici, attitudine in cui Pasolini ha saputo
calarsi con esiti spesso fondamentali. Casi si incarica di fornire tutti
gli elementi utili per restituire dignità all'attività teatrale
del Nostro, non meno importante dei fronti letterario, poetico e cinematografico.
Il percorso di questa "vocazione" teatrale viene sviscerato fin dai momenti
dell'adolescenza a Casarsa (il paese natale di sua madre) dove la vitalità
del suo pensiero lo porta ad affrontare il teatro attraverso la mediazione
del dialetto della terra materna per costruire un'opera, I Turcs tal
Friul, scoperta da molti solo nel '95 grazie al bellissimo allestimento
di Elio De Capitani. Un rapporto con la scena che non abbandonerà
più Pasolini nonostante l'impegno sugli altri versanti e che ne
alimenterà l'ispirazione e l'azione.
Pasolini lo sperimentatore
fino agli anni della maturità, continuerà la sua costante
ricerca di un nuovo linguaggio, anzi di una lingua nuova che ne giustifichi
l'impegno culturale nei confronti della società. Un percorso
(fatto anche di confronti con la grande tradizione attorica italiana ben
conosciuta fin dagli anni dell'università da Pasolini) che nel tempo
subirà improvvisi stop, violente accensioni, repentine ripartenze,
fra entusiasmi e ripensamenti, sconcerto e intuizioni.
Nel libro Casi ripercorre
una letteratura teatrale variegata che comprende le traduzioni e le riscritture
dei classici (l’Orestea e Plauto), la creazione di canzoni
di cabaret per Laura Betti fino a quei sei magnifici esempi di "tragedia
impietosamente borghese" (Calderon,
Affabulazione,
Porcile,
Pilade,
Orgia
e Bestia da stile) che continuano ad essere rappresentati. Per Pasolini
il teatro è un referente necessario per poter dialogare con la società
e Casi ne riesce a dimostrare tutta la forza eversiva, ancora intatta.
Forse proprio perché quel senso di incompletezza che traspare comunque
sottotraccia nelle sue opere è il segno di una «libertà
drammaturgica non costretta da schemi», come osserva Luca Ronconi
nella prefazione, con cui i teatranti possono confrontarsi senza sentirsi
soffocati. E se
I teatri di Pasolini sono ragione per più
d'uno, essi però hanno un unico obiettivo: costruire uno spazio
essenziale di riflessione che vada oltre le prospettive autobiografiche.
E anche il cinema, nel percorso
artistico di Pasolini, deve molto al teatro. Segnali inequivocabili stanno
nella stessa biografia pasoliniana: dall'assunto teatrale di Teorema
che avrebbe dovuto diventare una tragedia, alla Terra vista dalla luna
chiaramente ispirato all'Alcesti di Euripide, per non dire dell'Edipo
re che guarda al capolavoro di Sofocle, così come la Medea
guarda al modello euripideo. Per arrivare a quegli Appunti per un'Orestiade
africana che sono un'altra variazione sul tema.
Per Pasolini il teatro non
è un "vizio assurdo" ma il luogo in cui sperimentare "l'assurdità
dei vizi" della società, pensiero forte capace di alimentare lo
sguardo netto e scandaloso sui meccanismi borghesi che la minano, spazio
vergine in cui tradurre le sue doloranti ma vitalissime contraddizioni,
riflesso infine non consolatorio di un mondo in cui il tizzone rovente
della sua opera continua a incidere fortemente.
Direttore dei Teatri di
Vita e studioso di Pasolini (nel 1990 pubblicò il libro Pasolini:
un’idea di teatro), Stefano Casi proprio per questo suo approfondito
lavoro di scavo sull'etica teatrale pasoliniana, frutto di vent'anni di
studi, ha ricevuto a Genova il Premio della Critica consegnatogli dall'Anct
(Associazione nazionale dei critici di teatro).
A introduzione dell’incontro
con Casi, saranno proiettati alcuni rari filmati di interviste a Pier
Paolo Pasolini. Risalgono perlopiù al 1967, l’anno immediatamente
precedente la sua unica regia teatrale, Orgia, andata in scena a
Torino senza alcun successo nel 1968. Sono filmati significativi perché
è evidente l’entusiasmo e la determinazione con cui Pasolini pensava,
in quel periodo, al teatro e alla sua concezione trasgressiva di spettacolo,
basato essenzialmente sulla forza delle parole e sull’epurazione radicale
dell’azione scenica.
In quelle interviste emerge
il valore poetico e insieme ideologico dell’utopia teatrale pasoliniana,
densa di richiami ai testi classici greci. Nel corso di un’intervista televisiva
del 1967, è lo stesso Pasolini a leggere alcuni versi di Pilade,
in una versione che poi modificherà nel corso del tempo.
In un’intervista radiofonica
del 1972, Pasolini, ormai allontanatosi dai progetti di messinscene teatrali,
esprime, in modo provocatorio, la sua idea di uno spettacolo destinato
ad un pubblico ridottissimo. L’ultimo brano, invece, è costituito
dal montaggio audio e fotografico della lettura che il poeta fece di una
pièce autobiografica in versi, Bestia da stile, l’unica opera
teatrale cui lavorò ancora l’anno della morte (1975). L’occasione
di quella lettura fu una delle ultime apparizioni pubbliche di Pasolini,
in un liceo di Lecce, il 21 ottobre 1975, poco più di dieci giorni
prima di essere assassinato.
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Stefano Casi è
nato ad Arezzo nel 1962, e si è laureato al DAMS di Bologna con
una tesi sul teatro di Pasolini, vincitrice del Premio Pasolini e segnalata
al Premio Zorzi per il Teatro. Giornalista professionista, ha lavorato
dal 1987 come giornalista culturale e critico per quotidiani ("l'Unità",
"la Repubblica") e riviste. Ha curato il coordinamento redazionale del
periodico cinematografico Perizoma (1984-1985) e del settimanale Bologna
in Anteprima (1990-1991). Ha diretto il trimestrale di cultura Società
di pensieri (1992-1996). Ha curato la programmazione del Circolo Pavese
(1984) e la rassegna multimediale Pasoliniana (Bologna, 1985). È
stato co-fondatore e co-direttore artistico del festival "Loro del Reno
- Teatri indipendenti a Bologna" (1989-1990) e membro del comitato tecnico-scientifico
del Festival di Santarcangelo (1992-1993). Dal 1997 è direttore
artistico della programmazione di Teatri di Vita. Ha curato la drammaturgia
di alcuni spettacoli di Andrea Adriatico e la versione italiana con Iris
Faigle del testo teatrale di Thomas Brasch Donne. Guerra. Commedia
(Edizioni Sestante, 1995). È stato co-sceneggiatore del film Il
vento, di sera di Andrea Adriatico (2004), presentato al Festival del
Cinema di Berlino. Ha scritto i libri Pasolini, un'idea di teatro
(Campanotto Editore, 1990), Andrea Adriatico: riflessi teatri di vita
(Editrice Zona, 2001) e I teatri di Pasolini (Edizioni Ubulibri,
2005) per il quale ha ricevuto il Premio della Critica 2005 dall'Associazione
Nazionale dei Critici di Teatro. Ha curato i libri Cupo d'amore. L'omosessualità
nell'opera di Pasolini (Centro di Documentazione Il Cassero, 1987),
Teatro
in delirio (Centro di Documentazione Il Cassero, 1989) e
Desiderio
di Pasolini (Edizioni Sonda, 1990). Ha scritto numerosi saggi sull'opera
di Pasolini in volumi scientifici e riviste, e interventi critici sul teatro
contemporaneo. Collabora con la cattedra di Organizzazione ed Economia
dello Spettacolo all'Università di Bologna (docente prof. Cristina
Valenti).
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