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Il cinema

"Pagine corsare"
Cinema

Pasolini cineasta corsaro
Le mura di Sana'a, ovvero
"Uomini siate non distruttori"
di Loris Lepri
La rivista del documentario - Anno 1 n. 4 luglio 2006
Fondazione Libero Bizzarri

La domenica 18 ottobre del 1970, alla fine delle riprese de Il Decameron, mentre ancora si trovava nello Yemen dopo aver terminato di girare alcune sequenze dell’episodio di Alibech eliminato poi dal montaggio finale del film, Pasolini girò Le mura di Sana’a, spinto da un’esigenza irrinunciabile, da un’urgenza insopprimibile. L’urgenza cioè di denunciare una situazione di degrado e deturpazione che stava subendo quell’antica e meravigliosa città,
capitale dello Yemen del Nord. Una città storicamente chiusa, fino ad allora, in un isolamento secolare, dotata di una straordinaria forma urbanistica, retaggio di un antico passato, e di stupendi monumenti di millenaria resistenza. Città che in quel momento, nel 1970, interrotto quell’isolamento da una recente strada che vedeva congiungerla al Mar Rosso, rischiava di perdere tutto il suo incanto, tutta la sua “grazia dei secoli oscuri”.

Tale nuova e traumatica situazione di “apertura verso l’esterno” fu vista da Pasolini come l’allarme di un grave sconvolgimento che era anche culturale, oltre che urbanistico, architettonico e – in definitiva – estetico. Ad essere pericolosamente minacciata era la bellezza stessa di Sana’a, la sua conservazione.

Dice, infatti, Pasolini ne Le mura di Sana’a

“Lo Yemen era, fino a dieci anni fa, un paese medioevale. Da secoli la sua storia si era fermata. […] In questo momento, almeno a Sana’a, la capitale, è esploso un indiscriminato desiderio di modernità e di progresso […]. Ma non possiamo nasconderci che questo desiderio è entrato nel Paese, non è nato nel Paese. […] Le minoranze rivoluzionarie hanno portato la democrazia in un Paese medioevale che l’ha accettata, pieno di buona volontà ma indifeso, come sempre, contro tutto ciò che viene dall’alto. […] Sana’a è una vera, grande, città medioevale. […] Non avendo subìto mai nessuna contaminazione con nessun mondo diverso e tanto meno col mondo moderno radicalmente diverso, la sua bellezza ha una forma di perfezione irreale, quasi esaltante”.
Ciò che preoccupava fortemente Pasolini era la distruzione di un mondo antico ad opera di un nuovo mondo che fin da subito mostrava di non avere rispetto della bellezza, di rispondere solo all’ottusa logica del consumismo capitalistico. Una problematica, questa, che secondo il poeta-regista non era per nulla estranea al resto del mondo, in particolare all’Italia.

Non è un caso, infatti, che a seguito di una prima versione de Le mura di Sana’a, andata in onda per la televisione italiana il 16 febbraio 1971, Pasolini presentò al Cinema Capitol di Milano una seconda versione del documentario, quasi quattro anni dopo la sua realizzazione, il 20 giugno del 1974, in occasione dell’anteprima italiana de Il Fiore delle Mille e una notte. Una seconda versione che presentava una significativa variante su cui rifletteremo poco più avanti.

Bisogna prima dire che sono questi i giorni in cui sulle pagine di alcuni tra i maggiori giornali italiani uscivano articoli, inglobati poi in quella celebre raccolta postuma che ha per titolo Scritti corsari, dove Pasolini ragionava, analizzando e polemizzando con passione costante, sui cambiamenti culturali, antropologici, sociali avvenuti negli ultimi dieci anni in Italia. Alcuni passaggi esemplari: 

“[…] l’Italia contadina e paleoindustriale è crollata, si è disfatta, non c’è più, e al suo posto c’è un vuoto che aspetta probabilmente di essere colmato da una completa borghesizzazione […] (modernizzazione, falsamente tollerante, americaneggiante ecc.)”
da “Gli italiani non sono più quelli”, uscito il 10 giugno 1974 sulle pagine del Corriere della Sera, poi in Scritti corsari col titolo di “Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia”. E ancora: 
“[…] mi sembra che ci siano delle buone ragioni per sostenere che la cultura di una nazione (nella fattispecie l’Italia) è oggi espressa soprattutto attraverso il linguaggio del comportamento, o linguaggio fisico, più un certo quantitativo – completamente convenzionalizzato e estremamente povero – di linguaggio verbale. È a un tale livello di comunicazione linguistica che si manifestano: a) la mutazione antropologica degli italiani; b) la loro completa omologazione a un unico modello”
da “Il Potere senza volto”, uscito il 24 giugno 1974 sul Corriere della Sera, poi in Scritti corsari col titolo di “Il vero fascismo e quindi il vero antifascismo”. E inoltre: 
“L’universo contadino […] è un universo transnazionale: che addirittura non riconosce le nazioni. Esso è l’avanzo di una civiltà precedente (o di un cumulo di civiltà precedenti tutte molto analoghe fra loro), e la classe dominante (nazionalista) modellava tale avanzo secondo i propri interessi e i propri fini politici […]. È questo illimitato mondo contadino pre-nazionale e pre-industriale, sopravvissuto fino a solo pochi anni fa, che io rimpiango (non per nulla dimoro il più a lungo possibile nei paesi del Terzo Mondo, dove esso sopravvive ancora, benché il Terzo Mondo stia anch’esso entrando nell’orbita del cosiddetto Sviluppo)”
da “Lettera aperta a Italo Calvino: Pasolini: quello che rimpiango”, uscito su Paese sera l’8 luglio 1974, poi in Scritti corsari col titolo di “Limitatezza della storia e immensità del mondo
contadino”.

Ora, tornando alla seconda (e definitiva) versione de Le mura di Sana’a, vediamo in che cosa consiste quella significativa variante rispetto alla prima versione trasmessa per la tv cui accennavamo poco sopra. In quel documentario destinato a denunciare la situazione di degrado della capitale di uno dei paesi del Terzo Mondo, Pasolini inserì una sorta di parentetica, tutta italiana. Essa mostra immagini che, nell’autunno del 1973, nei pressi di Orte, nel viterbese, il poetaregista insieme con Paolo Brunatto aveva girato, ma non utilizzato, per una trasmissione andata in onda alla Rai tv il 7 febbraio 1974 col titolo di Pasolini e…
la forma della città, all’interno della rubrica Io e… curata da Anna Zanoli. Su queste immagini Pasolini commenta: 

“Ormai, del resto, la distruzione del mondo antico, ossia del mondo reale, è in atto dappertutto. L’irrealtà dilaga attraverso la speculazione edilizia del neocapitalismo; al posto dell’Italia bella e umana, anche se povera, c’è ormai qualcosa di indefinibile che chiamare brutto è poco”.
L’apparentamento di Sana’a a Orte serviva a Pasolini a stabilire una relazione intertestuale sul motivo della conservazione – in opposizione alla distruzione – della bellezza di un mondo arcaico. Un motivo che Pasolini propose esplicitamente come motore stesso de Le mura di Sana’a, quando alla conferenza stampa della Lega Italo-Araba, nel 1974, ebbe ad affermare: 
“Mi trovavo a Sana’a per un impegno di lavoro ben preciso, con dei produttori e un’intera troupe, eppure ho trovato la forza, in un giorno di festa, di prendere la macchina da presa in mano e andare a girare questo piccolo documentario molto così… un po’ tirato via stilisticamente, fatto proprio per pura passione. Di che passione si tratta? Mah… di un desiderio diventato addirittura quasi patologico, tante sono state le delusioni che mi hanno esacerbato in questo periodo. Il desiderio di conservare certe forme della vita del passato”.
È questo in Pasolini un desiderio fortissimo, che attraversa tutta la sua opera e che si pone quale problematica nodale, quale priorità culturale fondamentale in un’era come quella del deprecato consumismo neocapitalistico che tutto omologa, livella, appiattisce e in qualche modo distrugge. In questo senso, certamente Le mura di Sana’a rappresenta un documento paradigmatico, dove viene denunciata la distruzione di un patrimonio storico, architettonico, estetico che dovrebbe essere difeso, conservato, quasi con un senso del sacro, quasi
religiosamente.

“Difendi, conserva, prega!”.

Vengono in mente i versi dell’ultima poesia de La seconda forma de “La meglio gioventù”, scritta nel 1974, dal titolo Saluto e augurio, dove Pasolini si rivolge a “un fascista giovane, avrà ventuno, ventidue anni”: “Difìnt i palès di moràr o aunàr, / i nomp dai Dius, grecs o sinèis. / Mòur di amòur par li vignis. / E i fics tai ors. I socs, i stecs. // Il ciaf dai to cunpàins, tosàt. / Difìnt i ciamps tra il paìs / e la campagna, cu li so panolis, / li vas’cis dal ledàn. Difìnt il prat // tra l’ultima ciasa dal paìs e la roja. / I ciasàj a somèjn a Glìsiis: / giolt di chista idea, tènla tal còur. / La confidensa cu’l soreil e cu’ la ploja, // ti lu sas, a è sapiensa santa. / Difìint, conserva, prea! La Repùblica / a è drenti, tal cuàrp da la mari. / I paris a àn serciàt, e tornàt a sercià // di cà e di là, nassìnt, murìnt, / cambiànt: ma son dutis robis dal passàt. / Vuei: difindi, conservà, preà. […]”. 

Nella traduzione in lingua dello stesso Pasolini: “Difendi i paletti di gelso, di ontano, in nome degli Dei, greci o cinesi. Muori di amore per le vigne. Per i fichi negli orti. I ceppi, gli stecchi. // Per il capo tosato dei tuoi compagni. Difendi i campi tra il paese e la campagna, con le loro pannocchie abbandonate. Difendi il prato // tra l’ultima casa del paese e la roggia. I casali assomigliano a Chiese: godi di questa idea, tienila nel cuore. La confidenza col sole e con la piggia, // lo sai, è sapienza santa. Difendi, conserva, prega! La Repubblica è dentro, nel corpo della madre. I padri hanno cercato e tornato a cercare // di qua e di là, nascendo, morendo, cambiando: ma son tutte cose del passato. Oggi: difendere, conservare, pregare […]”. 

E ancora: “Hic desinit cantus. Ciàpiti / tu, su li spalis, chistu zèit plen. / Jo i no pos, nissun no capirès / il scàndul. Un veciu al à rispièt // dal judissi dal mond; encia / s’a no ghi impurta nuja. E al à rispièt / di se che lui al è tal mond. A ghi tocia / difindi i so sgnerfs indebulìs, // e stà al zòuc ch’a no’l à mai vulùt. […]”.

In lingua: “Hic desinit cantus. Prenditi tu, sulle spalle, questo fardello. Io non posso: nessuno ne capirebbe lo scandalo. Un vecchio ha rispetto // del giudizio del mondo: anche se non gliene importa niente. E ha rispetto di ciò che egli è nel mondo. Deve difendere i suoi nervi, indeboliti, // e stare al gioco a cui non è mai stato. […]”.

Si tratta dell’invito ad assumersi il fardello di una battaglia per la conservazione e per la tradizione. Fardello che potrebbe apparire di stampo reazionario, di destra, antiprogressista (proprio queste sono alcune delle critiche mosse a Pasolini anche da parte degli ambienti di sinistra), ma ingiustamente.

In un incontro con professori e studenti di un liceo di Lecce, avvenuto il 21 ottobre 1975, Pasolini affermò: “[…] io continuo a considerarmi imperterritamente un progressista, è chiaro. Tutte le illazioni che voi fate sul mio ritorno indietro, son tutte follie, perché – venitemelo a dimostrare – dove ho scritto che bisogna ritornare indietro? Dove? Vedete punto per punto, e io punto per punto vi dico no: avete capito male, vi siete sbagliati, non intendo affatto ritornare indietro, appunto perché mi pongo i problemi più attuali […]”. E ancora: “[…] non è vero che prendere posizione per una cultura popolare, in un certo senso arretrata, significa reazionario, significa ritornare indietro […]” (in Volgar’eloquio, a cura di Antonio Piromalli e Domenico Scafoglio, Athena, Napoli 1976).

Esiste poi una corrispondenza quasi identica, quasi letterale fra gli ultimi versi della poesia Saluto e augurio, poco sopra citati, e alcuni versi della controversa Appendice (rimaneggiata fino al 1975) alla tragedia Bestia da stile (composta a partire dal 1966), dove il destinatario del monologo del vecchio poeta Jan è – ancora una volta – un giovane fascista, cui si chiede di tenere fede all’amore per la conservazione, per la tradizione.

Sempre durante l’incontro al liceo di Lecce, Pasolini – dopo aver letto proprio questi versi dell’Appendice – commentò: “[…] in questo monologo il protagonista del dramma, che si chiama Bestia da stile, si rivolge a un giovane fascista, suggerendo a lui quale dovrebbe essere una vera destra; la chiama “destra sublime”, una destra che coinvolga, inglobi una serie di problemi, che è assurdo che diventino appannaggio dei fascisti; sono valori, temi, problemi, amori, rimpianti, che in fondo valgono per tutti; se ne sono appropriati i fascisti per
ragioni retoriche, per sfruttarne il senso. In realtà sono temi di tutti, però in tutti noi, in chi è progressista e democratico e vuole andare avanti, questi temi sono una specie di palla al piede, di “pesante fardello” […]”.

Ecco, dunque, Le mura di Sana’a offrirsi nei confronti della comunità mondiale, della società internazionale come “pesante fardello”, come faticoso compito, come cocente esortazione all’impegno di un’alta responsabilità, di una tenace battaglia per la conservazione, contro una cieca distruzione, nella forma di un appello all’UNESCO, “in nome della scandalosa forza rivoluzionaria del passato”.

Quasi all’ombra di Ezra Pound, sommo cantore e strenuo difensore di “una certa forma di vita ideale e antica contro il materialismo e il modernismo cinico del capitalismo”, ecco infine Le mura di Sana’a ripetere un monito di sapore dantesco pronunciato dal poeta americano nei suoi Cantos (e citato dallo stesso Pasolini nel saggio [Alcuni poeti], scritto il 5 aprile 1974 e contenuto nella raccolta postuma Descrizioni di descrizioni, a cura di Graziella Chiarcossi,
Einaudi, Torino 1979): “Uomini siate non distruttori”.

 

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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
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"Le mura di Sana'a", ovvero "Uomini siate non distruttori", di Loris Lepri

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