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Il cinema

"Pagine corsare"
Cinema

Pasolini: il film mai realizzato sul conflitto
tra Africa e Occidente
di Callisto Cosulich
Cinecittà News Paper, n. 4, 2005

L’incontro di Pasolini col mondo africano fu accidentale. Eravamo nei primi anni ’60, quando Pier Paolo si recò in India assieme a Moravia. Al ritorno i due si divisero: Moravia tornò  direttamente in Italia, mentre Pasolini fece sosta nel Kenia per una decina di giorni, quanto bastava per riportare un ricordo incancellabile del contrasto tra il vecchio e il nuovo, che si notava in ogni singolo angolo del paese, dove c’era un passaggio continuo dalla preistoria
alla modernità. 

Tornato in Italia, gli Editori Riuniti gli commisero la prefazione a un volume di poeti neri. La lettura delle poesie di Senghor, Yondo, Nokar e di altri ancora, s’intersecò con le impressioni riportate durante la breve permanenza in Kenia. Di lì nacque l’idea di un film, Il padre selvaggio, che Pasolini non riuscì a realizzare.

Eravamo nel 1963; l’euforia, che nel cinema italiano si era manifestata agli albori del decennio, dava segni di cedimento. Le maggiori società di produzione erano entrate in una crisi. Il Parlamento continuava a rimandare la discussione della nuova legge del cinema in gestazione ormai da qualche anno. Il cinema pubblico, dopo aver venduto in modo poco chiaro ai privati il suo circuito di sale, era entrato in coma. La censura amministrativa, cui s’aggiungevano interventi sempre più pesanti da parte di Procuratori della Repubblica,
maggiormente solleciti a perseguire i cineasti ritenuti trasgressivi, anziché i criminali comuni, poneva insopportabili limiti alla libertà d’espressione.
 

Serge Reggiani protagonista de Il padre selvaggio

Molti sogni, di conseguenza, ripresero e rimasero nel cassetto. Come nei momenti più bui degli anni ’50. Valerio Zurlini aveva dovuto rinunciare in maniera definitiva a Il Paradiso all’ombra delle spade, kolossal sulla prima guerra d’Africa. Florestano Vancini a un film sui
fatti di Bronte, che riuscirà a girare in tempi migliori, all’inizio degli anni ’70. Iniziava intanto la lunga odissea de Il viaggio di G. Mastorna, che Federico Fellini non riuscirà mai a realizzare. 

Il padre selvaggio rientra in questa lista. Alfredo Bini, che avrebbe dovuto produrlo, cita cause di forza maggiore: la difficoltà a girarlo in uno dei paesi africani di recente indipendenza, tutti
in una situazione politica quanto mai instabile; l’accordo di coproduzione con la Gran Bretagna, che tardava a essere stipulato; l’impossibilità di ottenere secondo le leggi vigenti il marchio della nazionalità italiana. Il film, infatti, era prodotto senza la compartecipazione
di una ditta estera, con un attore francese (Serge Reggiani) nel ruolo del protagonista, nonché un contorno di attori “presi dalla strada”, cioè di indigeni trovati sul luogo delle riprese.

Per Pasolini, invece, la colpa era tutta del processo in cui era incorso La ricotta, condannato per offese alla religione, incidente che aveva costretto Bini a sospendere il suo piano generale di produzione. La rinuncia al progetto aveva provocato in Pasolini un trauma profondo. “Ero disperato - ci disse in un’intervista - Non mi era mai capitato di avere qualcosa da dire e di non poterla esprimere. È come togliere carta e matita a uno scrittore”. Alla nostra obiezione che nel cinema ciò succede spesso e che i registi dovrebbero aver fatto l’abitudine, replicò: “A me, però, non era mai successo. Soggetti, sceneggiature, film: ero sempre riuscito a
realizzare tutto, senza eccessive difficoltà. Con Il padre selvaggio è stata la prima volta che mi sono trovato di fronte a un ostacolo insormontabile. Non lo auguro a nessuno”.

Il professore europeo e il ragazzo nero

Il padre selvaggio era un progetto insolito che non riguardava direttamente gli italiani, perché i protagonisti erano un insegnante europeo, non necessariamente italiano (era in predicato il francese Serge Reggiani), i “Caschi blu” dell’Onu, anch’essi non necessariamente italiani, e i neri africani d’uno Stato da poco indipendente. 

Pasolini aveva immaginato un conflitto estremo, che doveva crescere nell’animo di un ragazzo nero, attratto dalla forme di civiltà e cultura occidentali, e tuttavia legato ancora alla preistoria, al retaggio ancestrale che continuava ad opprimerlo. Durante i mesi scolastici il ragazzo frequenta il liceo della capitale, subisce l’influenza di un professore europeo, che si batte per una scuola libera dalle tradizioni conformiste. Il professore tenta di trasformare l’insegnamento in una cosa viva, che tocchi profondamente l’animo degli alunni e non si limita dargli una lustratina di civiltà in superficie. Il ragazzo assorbe le nuove idee come una spugna, stringe amicizia con i biondi soldati dell’Onu, provenienti dal Nord Europa. Ma quando, durante le vacanze, torna in famiglia dal “padre selvaggio”, nel villaggio natale scosso da violente lotte tribali, ripercorre a ritroso tutti i gradini di civiltà acquisita, fino a partecipare, drogato, a un rito cannibalico, di cui rimarranno vittime pure i “Caschi blu”, accorsi sul posto, per mettere pace. L’ultimo capitolo della storia s’intitola marxianamente “Il sogno di una cosa” e narra il difficile recupero del ragazzo che si salverà attraverso la poesia. 

Un Pasolini nonostante tutto ottimista, ben diverso dal Pasolini successivo, che attaccherà il
’68, accusando i contestatori di volere le stesse cose della borghesia capitalista, quindi di rappresentare l’altra faccia del consumismo, la piaga - diceva - che sta omologando l’Italia, come non è riuscito al fascismo, e il mondo intero, come non è riuscito al comunismo. Un Pasolini diverso dell’intellettuale che, di fronte al crollo di tutte le utopie, si accosterà alle teorie di Mircea Eliade, secondo il quale il sacro coincide col senso del mondo, mentre la secolarizzazione, imposta dalla modernità, produce solo insensatezza.

Probabilmente, se negli anni ’70 avesse potuto riprendere in mano il progetto de Il padre selvaggio, gli avrebbe conferito una tinta più cupa. D’altra parte, l’attuale produzione
cinematografica, ciò che di cinema resta in piedi nel tormentato territorio subsahariano, dimostra che la situazione è rimasta uguale, se non peggiore di quella che Pasolini intendeva illustrare.

Tuttavia Pasolini, da quel primo e dai successivi viaggi in Africa, trasse una conclusione comunque valida e importante: solo in Africa, nel Continente Nero, si trovano l’ambiente e il materiale umano, che ti consentano di rappresentare il mito sotto forma di racconto popolare.
Per questo deciderà di girarvi una traduzione dell’Orestiade eschilea, altro progetto sortito, di cui rimarranno soltanto gli interessantissimi Appunti.

 

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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
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Pasolini: il film mai realizzato sul conflitto tra Africa e Occidente, di Callisto Cosulich

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