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Cinema Pasolini: il film mai
realizzato sul conflitto
L’incontro di Pasolini col
mondo africano fu accidentale. Eravamo nei primi anni ’60, quando Pier
Paolo si recò in India assieme a Moravia. Al ritorno i due si divisero:
Moravia tornò direttamente in Italia, mentre Pasolini fece
sosta nel Kenia per una decina di giorni, quanto bastava per riportare
un ricordo incancellabile del contrasto tra il vecchio e il nuovo, che
si notava in ogni singolo angolo del paese, dove c’era un passaggio continuo
dalla preistoria
Tornato in Italia, gli Editori Riuniti gli commisero la prefazione a un volume di poeti neri. La lettura delle poesie di Senghor, Yondo, Nokar e di altri ancora, s’intersecò con le impressioni riportate durante la breve permanenza in Kenia. Di lì nacque l’idea di un film, Il padre selvaggio, che Pasolini non riuscì a realizzare. Eravamo nel 1963; l’euforia,
che nel cinema italiano si era manifestata agli albori del decennio, dava
segni di cedimento. Le maggiori società di produzione erano entrate
in una crisi. Il Parlamento continuava a rimandare la discussione della
nuova legge del cinema in gestazione ormai da qualche anno. Il cinema pubblico,
dopo aver venduto in modo poco chiaro ai privati il suo circuito di sale,
era entrato in coma. La censura amministrativa, cui s’aggiungevano interventi
sempre più pesanti da parte di Procuratori della Repubblica,
Serge Reggiani protagonista de Il padre selvaggio Molti sogni, di conseguenza,
ripresero e rimasero nel cassetto. Come nei momenti più bui degli
anni ’50. Valerio Zurlini aveva dovuto rinunciare in maniera definitiva
a Il Paradiso all’ombra delle spade, kolossal sulla prima guerra
d’Africa. Florestano Vancini a un film sui
Il padre selvaggio rientra
in questa lista. Alfredo Bini, che avrebbe dovuto produrlo, cita cause
di forza maggiore: la difficoltà a girarlo in uno dei paesi africani
di recente indipendenza, tutti
Per Pasolini, invece, la
colpa era tutta del processo in cui era incorso La ricotta, condannato
per offese alla religione, incidente che aveva costretto Bini a sospendere
il suo piano generale di produzione. La rinuncia al progetto aveva provocato
in Pasolini un trauma profondo. “Ero disperato - ci disse in un’intervista
- Non mi era mai capitato di avere qualcosa da dire e di non poterla esprimere.
È come togliere carta e matita a uno scrittore”. Alla nostra obiezione
che nel cinema ciò succede spesso e che i registi dovrebbero aver
fatto l’abitudine, replicò: “A me, però, non era mai successo.
Soggetti, sceneggiature, film: ero sempre riuscito a
![]() Il professore europeo e il ragazzo nero Il padre selvaggio era un progetto insolito che non riguardava direttamente gli italiani, perché i protagonisti erano un insegnante europeo, non necessariamente italiano (era in predicato il francese Serge Reggiani), i “Caschi blu” dell’Onu, anch’essi non necessariamente italiani, e i neri africani d’uno Stato da poco indipendente. Pasolini aveva immaginato un conflitto estremo, che doveva crescere nell’animo di un ragazzo nero, attratto dalla forme di civiltà e cultura occidentali, e tuttavia legato ancora alla preistoria, al retaggio ancestrale che continuava ad opprimerlo. Durante i mesi scolastici il ragazzo frequenta il liceo della capitale, subisce l’influenza di un professore europeo, che si batte per una scuola libera dalle tradizioni conformiste. Il professore tenta di trasformare l’insegnamento in una cosa viva, che tocchi profondamente l’animo degli alunni e non si limita dargli una lustratina di civiltà in superficie. Il ragazzo assorbe le nuove idee come una spugna, stringe amicizia con i biondi soldati dell’Onu, provenienti dal Nord Europa. Ma quando, durante le vacanze, torna in famiglia dal “padre selvaggio”, nel villaggio natale scosso da violente lotte tribali, ripercorre a ritroso tutti i gradini di civiltà acquisita, fino a partecipare, drogato, a un rito cannibalico, di cui rimarranno vittime pure i “Caschi blu”, accorsi sul posto, per mettere pace. L’ultimo capitolo della storia s’intitola marxianamente “Il sogno di una cosa” e narra il difficile recupero del ragazzo che si salverà attraverso la poesia. Un Pasolini nonostante tutto
ottimista, ben diverso dal Pasolini successivo, che attaccherà il
Probabilmente, se negli anni
’70 avesse potuto riprendere in mano il progetto de Il padre selvaggio,
gli avrebbe conferito una tinta più cupa. D’altra parte, l’attuale
produzione
Tuttavia Pasolini, da quel
primo e dai successivi viaggi in Africa, trasse una conclusione comunque
valida e importante: solo in Africa, nel Continente Nero, si trovano l’ambiente
e il materiale umano, che ti consentano di rappresentare il mito sotto
forma di racconto popolare.
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