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Pasolini nei blog D'ESTATE A RIFLETTERE
Il film “Uccellacci e uccellini” è sostanzialmente una riflessione filosofica sul tragico senso dell’esistenza, sotto forma di una favola. Vari sono i risvolti formali dell’opera, che si possono notare uniti nel linguaggio filmico del neorealismo di impronta manieristica (si parla di manierismo pasoliniano): ad esempio, gli sguardi estatici dei personaggi, il tema della leggenda che si fonde con la realtà in una sublimazione tuttavia ironica, gli stessi personaggi che interpretano le scene come se entrassero, uscissero o si trasferissero all’interno di quadri o affreschi, i dettagli architettonici, la ricercatezza dei costumi (soprattutto quelli medioevali) e delle inquadrature di paesaggi, le citazioni classiche: letterarie e religiose (Cantico delle creature ed Evangeli), filosofiche (Pascal e il rapporto fede-scienza), pittoriche (Pontormo, Rosso Fiorentino, ma anche Masaccio...), musicali (Mozart).
A questo punto, ci pare più chiaro il titolo dell’opera: gli uccellacci sono i borghesi e gli uccellini sono i proletari. Fra queste due classi, la cui coscienza genera gli intellettuali (e quindi la nascita del partito comunista e della sua vocazione internazionale) non ci sarà mai pace, anzi non ci sarà mai “Amore”. Ma ci sarà, solo e sempre, una lotta: la lotta di classe. Anche dopo che la cristianità avrà cercato la possibile conversione dei singoli, le due classi non potranno mai comunicare fra loro perché si esprimono con linguaggi antitetici: i falchetti stridono e i passerotti saltellano. Vani sono i tentativi della Chiesa, rappresentata da san Francesco, alter Christus, di riportare la pace sulla terra in questa lotta continua. ![]() Se ci addentriamo nei meandri degli altri significati dell’opera, troviamo soltanto accennati i temi del controllo delle nascite e della contraccezione (l’antifecondativo...), dell’immigrazione e della sussistenza degli immigrati (la vendita del “callifugo”...), del progresso e della tecnologia (lo sbarco sulla luna...), della crisi della cultura e della letteratura (il congresso dei dentisti-dantisti...), della questione della lingua, alla quale il letterato Pasolini dedica molte opere e dibattiti (uso degli idiomi e dei vari dialetti popolari, contrapposto all’italiano colto), della superstizione (gli ex voto). Un altro strato di simboli caratterizza il film: il cammino è “eterno”. Il film inizia quando i due protagonisti principali, padre e figlio, già camminano e finisce quando ancora camminano; il viaggio è già finito, perciò lo scopo del cammino, che è l’esistenza, la vita, non trova soddisfazione. Il viaggio è un’alienazione, che permette, ingannando, una fuga perché l’esistenza è talmente tragica da perdere il suo senso. Sulla strada della vita, subito i protagonisti incontrano infatti la morte e fra loro ne parlano senza accettarla. Ma ecco arrivare subito chi può capirla, il corvo, perché, da buon profeta, sa che troverà la morte proprio grazie ai due suoi compagni di viaggio, quel viaggio già finito appena il cammino è iniziato. I vari autobus perduti rappresentano i ritardi, i fallimenti, l’impossibilità di realizzare il viaggio dell’esistenza e quindi di comprenderne il senso. ![]() Il cammino ha avuto inizio sull’autostrada in costruzione nella periferia romana... L’invito alla fuga è anche espresso dai surreali cartelli stradali che indicano città simboliche molto distanti... (Istanbul, anzi “Istambul” e Cuba) inoltre i cartelli che indicano le vie del quartiere periferico di Roma ricordano uomini semplici, sconosciuti con nomi simbolici. I guitti interpretano uno spettacolo sull’antica Roma che ha rovinato il mondo. Troviamo in “Uccellacci e uccellini” diversi omaggi al grande cinema: Totò e Ninetto ricordano nei movimenti e nei dialoghi personaggi chapliniani; si vedono anche elementi felliniani nelle caratteristiche grottesche di alcuni personaggi. Pasolini ha rivelato espressamente
il sottofondo religioso di questo e di altri suoi film con una serie di
autocitazioni e rimandi, che si rifanno alle vicende
evangeliche. Basti guardare II Vangelo secondo Matteo per coglierne
alcune: l’angelo Gabriele, nell’Annunciazione, è interpretato in quel
film dalla stessa attrice che in “Uccellacci e uccellini” è la ragazza
con le ali d’angelo, per la recita religiosa. Inoltre in Uccellacci
e uccellini troviamo, in filigrana, cenni chiari del percorso evangelico.
Il corvo dirà: “Beati voi...” riferendosi ai semplici, riprendendo
le Beatitudini (Matteo, 5); la cacciata dei mercanti al tempio è collocata
nel film durante la leggenda di san Francesco, il quale cita Il Capitale
di Karl Marx: volutamente Pasolini, giocando con i contrasti, accosta i
due estremi, come già ha fatto nel film Il Vangelo secondo Matteo,
ove fa risuonare i canti rivoluzionari russi mentre il Cristo parla
alle folle. La gente che è radunata a causa di
una morte, in Uccellacci e uccellini, dà lo spunto per la riflessione
dell’autore sull’esistenza, ma ricorda la folla dei racconti evangelici
che chiedeva i miracoli al Cristo che risuscitava i morti.
Anche nei film Accattone e Mamma Roma troviamo evocato lo stesso percorso evangelico (Angelo - Passione - Ultima cena - Morte). I tre enigmatici protagonisti ricordano le tre persone della Trinità: Padre, Figlio e Spirito santo (quest’ultimo rappresentato da una bianca colomba, normalmente). Ma dopo la morte, secondo l’ateismo marxista è assente la vita e quindi il corvo è, a un tempo, la goffa e tetra immagine dell’angelo decaduto, il cui nero colore è inquietante e contrasta con la sua dolcezza, con la sua fragilità ma soprattutto con la sua arguzia. Il corvo richiama lo scarafaggio di kafkiana memoria; evoca funesti presagi che dalla sua comparsa, riconducono direttamente il pensiero alla morte: non a caso il corvo si introduce nel discorso quando il padre e il figlio (simbolo della vita che continua nelle generazioni) riflettono sulla morte. Un’altra serie di riferimenti, sia stilistici che contenutistici, va ai classici: sicuramente compaiono elementi tipici del teatro dell’assurdo (S. Beckett, Aspettando Godot) e anche riferimenti a M. Cervantes (Don Chisciotte della Mancia). Ma fondamentale è la ripresa di uno stile caro a Esopo, a Fedro e poi a La Fontaine, che mettevano sulla bocca degli animali, talora proprio a un corvo, le parole suggerite agli uomini dalle menti di questi ultimi, spesso più feroci di quelle degli animali stessi. In questo caso, il corvo è più innocente degli innocenti, anzi è vittima innocente di essi. L’uomo sembra subordinato alla bestia ma, alla fine, solo comportandosi da bestia, domina la bestia; al contrario dell’”uomo umano” incarnato da frate Ciccillo, la cui summa del pensiero è espressa in quel suo idealistico e filantropico Cantico delle creature, subito smentito dalla realtà (è Marx che si stacca da Feuerbach). B. Pascal diceva: “l’uomo non è né angelo né bestia; disgrazia vuole che chi vuol fare l’angelo fa la bestia” (Pensieri, 358). Il tema dell’albatro (o del gabbiano), le cui ali troppo grandi imprigionate nella tolda di una nave lo portano alla lenta morte e all’impossibilità di spiccare il volo, è notoriamente attribuito a C. Baudelaire e a S.T. Coleridge: sono riferimenti presenti anche in Accattone ma evidentemente sono racchiusi qui nel corvo di Uccellacci e uccellini. .
Altro livello interpretativo è quello storico-politico: la storia del comunismo russo evocato dai riferimenti, anche musicali, all’Internazionale, a K. Marx, al partito comunista italiano al quale Pasolini aderì, l’omaggio a P. Togliatti, alla Cina di Mao e all’Enciclica “Pacem in terris” di Giovanni XXIII: sono soltanto alcune citazioni e cammei che esprimono, al di là dell’omaggio, l’autocritica pasoliniana, sulla propria figura inadeguata e non compresa di intellettuale di sinistra che si rivolge altrettanto criticamente al suo partito e alla Chiesa.
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