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Cinema La rabbia di Pasolini
Il caso (per chi ci crede) ha voluto che negli ultimi anni io mi sia occupato di alcuni giacimenti pasoliniani: prima frugando tra i reperti preziosi di Salò, contenuti nell’archivio di Gideon Bachman (Pasolini prossimo nostro 2006), e ora lavorando alla ricostruzione della versione originale di uno dei film più inquieti, inquietanti e controversi del nostro autore (La rabbia di Pasolini 2008). Ancora una volta, anche a distanza di trenta o quarant’anni, Pasolini ci sorprende con una delle sue più spericolate performance metalinguistiche. L’idea di rivisitare il “genere” cinegiornale - il più basso, il più esposto alle peggiori derive qualunquistiche - di sporcarsi le mani in quel letamaio per estrarne le pietre preziose di alcune straordinarie immagini, di cambiarlo di segno inventandosi un irripetibile prototipo di poema dell’attualità… solo Pasolini poteva arrivare a tanto e solo quei meravigliosi anni sessanta potevano consentigli l’impresa. Per questo ci sembrava assolutamente necessario provare a restituire al progetto pasoliniano la sua fisionomia originaria: sottraendolo alla problematica coabitazione con l’episodio di Guareschi e ricostruendo la parte iniziale alla quale aveva dovuto rinunciare per far posto appunto a un inquilino quanto mai scomodo e disomogeneo. Quei sedici minuti si aprono con i funerali di De Gasperi e si chiudono con l’inizio delle trasmissioni televisive: due segni emblematici, dei quali Pasolini riesce a leggere tutta la valenza epocale e tutta la terrificante potenzialità. La scelta di far convivere le chiacchiere insulse della voce ufficiale dello speaker e il canto (a volte altissimo) dell’ego poetico mi sembra poi davvero una sorta di bellissimo marameo a tutte le regole e a tutte le convenzioni, simile a certe riproposizioni della pop art (come la warholiana lattina di Campbell’s). Nella sequenza della nostra opera aperta ho voluto inserire anche alcuni esempi del linciaggio mediatico, del quale Pasolini fu - all’inizio di quegli anni sessanta - uno dei bersagli privilegiati e che trova proprio nei cinegiornali la principale arma (impropria). Così come ci sono sembrate illuminanti le considerazioni del Pasolini enragé nell’intervista a Fieschi. Insomma, rinunciando a qualsiasi pretesa di una forma definitiva, l’idea è stata quella - nello spirito di quegli anni sessanta che qui rievochiamo - di offrire allo spettatore un kit specialissimo per un fai da te creativo e critico di sicuro interesse. Buon divertimento. * * * Un brano da Pasolini l'enragé di Jean-André Fieschi
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