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Cinema Amore e rabbia, con
l'episodio pasoliniano
Amore
e rabbia sarebbe un bel titolo «settantasettino», tanto
per legarci alla rassegna bolognese Route 77 di cui parliamo sopra. Invece
è un titolo «sessantottino», essendo il film - in edicola
con l'Unità - del 1969, anno in cui il '68 continua e in Italia
deflagra in eventi epocali come l'autunno caldo e la strage di Piazza Fontana.
Se sopra ci domandiamo quanto '77 ci sia in film «commerciali»
apparentemente lontani dalle istanze politiche ed esistenziali del movimento,
qui è ancor più lecito domandarsi quanto '68 ci sia nei film
italiani «dentro», «sul» e «intorno»
al '68.
Dovremmo risponderci, una volta di più, che il cinema di genere era politicamente più estremo del cinema d'autore, e che - per rimanere al '69 - c'è più rabbia sessantottina in un western come Quien Sabe che in tanti film di autori «di sinistra». E ribadire che anni epocali come il '68 non durano mai 12 mesi, ed è in fondo giusto che Amore e rabbia sia del '69 come è giusto che Giù la testa sia del '71 e I pugni in tasca - di gran lunga il film più «sessantottino» del nostro cinema, per titolo, tematica e modalità produttive - addirittura del '65. Amore e rabbia è un film a episodi esattamente come I nuovi mostri che abbiamo scelto come titolo chiave del '77. Il cinema a episodi andava fortissimo in Italia almeno dai primi anni '60 (I mostri prima edizione, tutto di Risi con Gassman e Tognazzi, è del '63). Di solito era una formula adatta ai toni della commedia: ma funzionava talmente bene che si fecero anche film a episodi rigorosamente «d'autore». Il più famoso probabilmente è RoGoPaG, del '63 come I mostri, il cui titolo assemblava le iniziali dei cognomi dei 4 registi (Rossellini, Godard, Pasolini, Gregoretti). In Amore e rabbia i registi coinvolti sono 5: Carlo Lizzani dirige L’indifferenza, Jean-Luc Godard L'amore, Bernardo Bertolucci Agonia (il fico infruttuoso), Marco Bellocchio Discutiamo, discutiamo e Pier Paolo Pasolini La sequenza del fiore di carta. Le cinque storie sono riscritture moderne di altrettante parabole dei Vangeli. Il più qualificato a simile tema, avendo diretto Il Vangelo secondo Matteo pochi anni prima, era ovviamente Pasolini: e guarda caso, come già per RoGoPaG (dove La ricotta, storia di un sottoproletario che muore d'indigestione sulla croce durante le riprese di un film su Gesù diretto da Orson Welles, si staccava nettamente dagli altri 3 episodi), il capitolo firmato da Pier Paolo sembra, anche a distanza di quasi 40 anni, il migliore.
Gli altri episodi dimostrano
maggiormente la propria età. Godard e Bertolucci danno fondo alla
propria cinefilia, il primo giocando sull'idea del film nel film, il secondo
usando come «attori» alcuni critici cinematografici non propriamente
dotati nell'arte della recitazione (Fernaldo Di Giammatteo, Giulio Cesare
Castello e Adriano Aprà: Bertolucci aveva già voluto Morando
Morandini in un ruolo importante di Prima della rivoluzione). Bellocchio
mette in scena quasi in diretta un'assemblea sessantottina e Lizzani -
forse l'episodio più curioso assieme a quello di Pasolini - racconta
un incidente stradale in cui l'unico buon samaritano è un ricercato
dalla polizia.
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