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Teatro Siracusa 2008
Ed è proprio la sintesi tra le due culture il perno della lettura di Pasolini; la Nota del traduttore contiene infatti un'esposizione della trama delle tre tragedie che insiste sulla contrapposizione, in una società primitiva, tra «dei sentimenti che sono primordiali, istintivi, oscuri (le Erinni), sempre pronte a travolgere le rozze istituzioni (la monarchia di Agamennone), operanti sotto il segno uterino della madre, intesa appunto come forma informe e indifferente della natura», e la ragione «virile», che sconfigge questi sentimenti e crea le istituzioni democratiche (l'assemblea e il suffragio). È certo una lettura che risente un po' della celebre tesi di Bachofen, che vedeva nell'Orestea la lotta tra diritto matriarcale e diritto patriarcale, tesi che ha influenzato anche Freud; in realtà le Erinni non rappresentano esclusivamente il principio materno, ma difendono tout court il principio della consanguineità (nella Teogonia di Esiodo l'Erinni è legata all'idea di vendetta del padre). In ogni caso il punto più importante, per la poetica pasoliniana, non è l'opposizione materno / paterno, e nemmeno quella più pertinente maschile / femminile, ma è l'assimilazione di questi elementi arcaici da parte del nuovo mondo moderno, il momento appunto della sintesi: Tuttavia certi elementi del mondo antico, appena superato, non andranno del tutto repressi, ignorati: andranno, piuttosto, acquisiti, riassimilati, e naturalmente modificati. In altre parole: l'irrazionale, rappresentato dalle Erinni, non deve essere rimosso (ché poi sarebbe impossibile), ma semplicemente arginato e dominato dalla ragione, passione producente e fertile. Le Maledizioni si trasformano in Benedizioni. L'incertezza esistenziale della società primitiva permane come categoria dell'angoscia esistenziale o della fantasia nella società evoluta.Sono parole in cui è racchiusa non solo la lettura pasoliniana del mito greco, ma anche, più in generale, la sua visione politica: la riflessione sull'Orestea diventa quindi metafora di una riflessione sulla società contemporanea poi ampiamente sviluppata negli Scritti corsari e nel romanzo incompiuto Petrolio. In questa attività di polemista e di giornalista Pasolini ha sempre insistito, con estrema passionalità, sul passaggio brusco e innaturale che l'Italia ha vissuto nel dopoguerra da una società agraria a un'industrializzazione selvaggia, che, con la creazione di un Centro consumistico, ha operato un vero e proprio genocidio delle culture locali, dei dialetti, e in generale dell' «illimitato mondo contadino prenazionale e preindustriale». Un mondo che ha gli stessi tratti del Terzomondo, ed è caratterizzato da una religiosità atavica, ciclica, di fondo pagana, per la quale il cattolicesimo era una sovrapposizione esterna, come lo era il potere nazionale. Il nuovo potere sociale, ispirato da un ottuso razionalismo tecnologico, ha voluto eliminare ogni traccia delle civiltà e delle culture precedenti, creando una Nuova Preistoria. È una visione troppo apocalittica ed emotiva, ma certo produttiva da un punto di vista artistico. Nel 1960 la sintesi tra cultura primitiva e razionalità moderna sembrava comunque a Pasolini ancora un modello da proporre, un'utopia da inseguire; le Ceneri di Gramsci avevano già espresso tutta la contraddittorietà del suo impegno civile, e tutta la sua oscillazione tra un viscerale vitalismo e un cupo pessimismo; ma la speranza che il marxismo potesse trasformare il mondo e sconfiggere la società neocapitalista era ancora molto forte, come traspare anche dalla fiducia nell'ideologia che ispira queste pagine sull'Orestea. ![]() Le opere pasoliniane successive ispirate al mito di Oreste conservano sempre quest'impostazione politica, ma mostrano un incrinarsi della fiducia ideologica; il Pilade – un’immaginaria continuazione dell’Orestea, la cui prima stesura risale al 1966 – rappresenta il fallimento di una rivoluzione guidata dal protagonista (personaggio con tratti autobiografici), ispirata appunto dalla sintesi tra il mondo arcaico della civiltà contadina e il mondo moderno della città democratica; e termina perciò con una plateale bestemmia contro la ragione e contro ogni dio. Gli Appunti per un’Orestiade africana del 1969, splendido film progettuale a metà fra documentario e finzione, testimonia un interesse appassionato per i paesi africani e per le loro giovani democrazie, in cui Pasolini ricercava il modello culturale della sintesi, ma anche quest'ultima alternativa finì per svanire: l'Africa risultò ben presto divorata dalla modernizzazione. Forse non è un caso che Pasolini non abbia mai girato un'Orestea, e che l'ultima opera ispirata dal mito greco sia stata invece la Medea, dove il conflitto tra le due culture non è risolto, e appare anzi tragicamente ineluttabile, come il grido di Medea nel finale «Niente è più possibile, ormai». L'utopia di una società che assimili, sublimi e trasformi l'elemento arcaico, splendidamente espressa dalla metamorfosi delle Erinni in Eumenidi, sembrava dunque sempre più lontana; dopo l'ultimo mito affrontato nella Trilogia della vita, il Medioevo popolare, l'incompiuto Petrolio e l'ultimo film, Salò e le 120 giornate di Sodoma, esprimeranno un orrore radicale per il potere politico tout court e per ogni forma di vita sociale. ![]() ![]() Nel Novecento le riletture
creative del mito di Oreste (O’Neill, Sartre, Hauptmann, Yourcenar, Isgrò)
hanno spesso un carattere politico, direttamente legato all'esperienza
della guerra, celata dietro la metafora della guerra di Troia, anche se
spesso unito a
La stessa tendenza a negare
o a demistificare l'esaltazione delle istituzioni democratiche che chiude
l'Orestea di Eschilo si riscontra nelle messinscena della trilogia.
Se, nel 1959, lo spettacolo di Pasolini-Gassman-Lucignani mostrava ancora
una fiducia problematica nel recupero delle culture arcaiche e nel rifiuto
dell'omologazione, le Orestee più famose degli ultimi tempi, firmate
da Luca Ronconi, Peter Stein e dalla Societas Raffaello Sanzio, offrono
un quadro assai più desolato e problematico, in cui dominano afasia e
follia, e il ritorno delle forze arcaiche incarnate da Clitennestra.
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