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"Pagine
corsare"
Saggistica
Appunti per un romanzo
sull'immondizia
commento di Enrico Campofreda
8 dicembre 2005

Il 7 dicembre
2005 è stato presentato in prima mondiale all’Auditorium romano
un filmato inedito di Pasolini girato in occasione dello sciopero dei netturbini
del 1970. È stato assemblato insieme ad altro materiale dal regista
Mimmo Calopresti che lo presenterà al prossimo Festival di Berlino
in una sezione documentaria. Quelle che seguono sono le note di commento
di Enrico Campofreda sul filmato. Enrico ha inoltrato a "Pagine corsare"
anche la poesia di Pier Paolo Pasolini A
li scopini.
Come si fa a non amare
Pasolini ha titolato Mimmo Calopresti un filmato che presenterà
nella sezione Forum del prossimo Festival di Berlino. Assembla immagini
inedite raccolte dal poeta in occasione dello sciopero dei netturbini romani
nella primavera 1970 e altri spezzoni in cui compaiono Siciliano che legge
parti della poesia composta per quell’agitazione da Pasolini stesso. E
Bernardo Bertolucci che ricorda le esperienze avute come aiuto regista
di Accattone, Ninetto Davoli, Laura Betti, Totò e Modugno
sul set e il rappresentante della categoria dell’epoca, Silvano Pellegrini,
che fa una carrellata della memoria sulle miserie del lavoro di spazzino.
Certo come non amare chi
fa nascere il fiore della poesia dall’immondizia delle nostre città?
Ascoltare quei versi - mentre scorrono le immagini degli scopini in azione
in una mattina grigia ai Mercati Generali dell’Ostiense, lì a due
passi dalle Ceneri di Gramsci del cimitero acattolico della Piramide, e
sempre vicinissimi all’amato Testaccio, quello di via Zabaglia “il Testaccio
disadorno tra il suo grande lurido monte, i lungoteveri, il nero fondale,
oltre il fiume…” - fa un effetto speciale e di vuoto al tempo stesso.
Come i fotogrammi del funerale del poeta, dove non c’erano i politici,
tutti, che lo disprezzavano, ma facce qualunque di popolo a testimoniare
una mancanza che dura tutt’oggi.
Era il 1970. Era scoppiato il
Sessantotto e c’era stato l’autunno caldo ma alcune categorie, gli spazzini
appunto somiglianti più ai carusi delle solfatare che all’operaio
fordista, lavoravano ancora in condizioni miserrime. Prelevavano i rifiuti
su per gli appartamenti secchio per secchio, casa per casa, riponendoli
in sacchi di iuta accollati giù per le scale dei condomini. Oppure
rimuovendo i grandi cumuli con pale di dodici chili. In quindici anni di
lavoro riscontravano malattie della colonna e all’apparato osteo-tendineo,
spesso malattie polmonari e cutanee per il contatto coi rifiuti marcescenti.
Statistiche mediche dell’epoca parlavano d’invalidità del lavoratore
fino al 75%.
Scioperarono per tre giorni
consecutivi, scioperarono compatti, con adesioni di oltre il 70%, un successo
inaudito per una categoria poco sindacalizzata. E avevano tutti contro:
gli amministratori, molti politici, la cittadinanza che non gradiva gli
afrori dei propri avanzi. Ma ottennero trasformazioni storiche. La raccolta
al piano terreno poi trasferita con gli appositi cassoni direttamente sulla
strada e la meccanizzazione che rese agevole e meno pericoloso il servizio.
Erano gli anni delle conquiste,
solo nel 1970 entrava in vigore lo Statuto dei Lavoratori, un po’ la Carta
Costituzionale dei salariati che dopo quasi un secolo di lotte sanciva
diritti e stabiliva norme di difesa dei ruoli, quelle regole che da tempo
nuove leggi unilaterali, votate da Destra e da Sinistra a solo vantaggio
delle aziende, stanno smembrando.
E quando la macchina da presa
s’insinua con un bel bianco e nero fra zigomi, nuche, menti di quegli uomini
semplici e dignitosi, tirati a lucido, che partecipano col vestito della
festa all’assemblea sindacale convocata per decretare la dura agitazione,
compaiono le facce proletarie amate da Pasolini. I volti masacceschi de
Il Vangelo secondo Matteo, volti di ragazzi cresciuti in borgata
e diventati in fretta adulti e siccome a scuola non andavano finivano a
fare quello ch’era “il peggiore dei mestieri”. Eppure svolgevano con dedizione
un lavoro che oggi si direbbe socialmente utile, lo svolgevano con la semplicità
degli umili secondo quella che il poeta definisce vocazione, rovesciando
la condizione del ruolo da dannati a beati “come se gli angeli
fossero scesi sulla terra” scrive.
E l’ode è di per sé
un atto d’amore sublime, puro o impuro, non importa. È poesia,
è rosa nell’aridità del mondo.
Enrico Campofreda
dicembre 2005
A li scopini
Vorrei dirvi di una giornata
di sole
che splendette nell’Aprile
del 1970 su Roma:
gli scopini stavano a casa
loro.
Stiamo qui, a casa nostra,
in borgata:
il nostro interprete sa
tutto di noi, l’unica
differenza sta nel fatto
che lui -
Chi parla per noi si trova
davanti al fatto inesprimibile,
ch’esser scopino è
un gran mistero.
Nessuno sa né dove
né quando
viene ‘sta vocazione.
Tocca cercà, tocca
cercà: e dove ti ritrovi?
In fonno ar mondo: laggiù
bruciava un foco, magari
sur mare;
o sotto ‘na montagna ci
stava la carogna
d’una pora gatta, che gli
aveva detto male:
chi l’avrebbe immaginato
che sarebbe toccato a noi?
Eppure è venuta la
vocazione
Noi apparteniamo all’Ordine
degli Scopini
Ci rassomigliamo tutti come
i frati:
il primo voto sarebbe quello
del silenzio.
Lo scopino se ne va tutto
solo col suo bidone
sul carrettino, e lo spigne,
cercando -
Al sole o al brutto tempo
lo scopino
spigne il carrettino con
sopra il bidone,
e lo scopone in mano, cercando.
Non si lascia distrarre
da niente, come uno che prega -
A lui gli basta andare,
in riva al mare
o tra li palazzi della città
-
Lo scopino se ne va tutto
solo e zitto, cercando -
Si raduna coll’altri scopini
dove nessuno li vede,
come li frati.
Puerum Deum me appellavit,
mater mea
serva erat, pater servus;
sicut Sanctus Agostinus
pomos in hortis involavi;
saxa eicci contra pueros
aliorum subiurbiorum;
in prati set in cavernis
cum amicis meis
actos impuros feci;
postea homo cactus sum:
et viam incepi
quam nullus amicus, nullus
homo cognoscit;
Deus mihi eam instruxit;
per illam viam hic perveni.
E oggi 24 Aprile 1970
è giorno di sciopero:
l’Ordine degli Scopini
è entrato nella storia;
bisogna essere contenti,
come se gli angeli
fossero scesi sulla terra,
a sedersi sulle panchine dei viali
e sui muretti della borgata;
è giorno di Rivelazione;
è caduta ogni separazione
tra il Regno d’Ognigiorno
e il Regno della Coscienza;
ciò che resta intatta
è l’umiltà;
perché chi ebbe una
vocazione vera
non conosce la violenza;
e parla con grazia
anche dei propri diritti.

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