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Cinema Le relazioni affascinanti
tra l'arte e la religione
Longhi, Dürer, l'avvocato Secondo Pia che per primo fotografò la Sindone, Pasolini, il papa che bacia l'icona e poi la pubblicità L'Oréal, Baudrillard e Debord, questi ultimi nella intricatissima introduzione. Ma che groviglio è? Che relazioni esistono tra questi punti e i tanti altri che popolano il libro? Hans Belting è uno storico dell'arte, formatosi come storico dell'arte medievale occidentale e bizantina. Ha scritto, pubblicato in Italia da Einaudi nel 1990, un libro che si intitola La fine della storia dell'arte. In La vera immagine di Cristo analizza il modo in cui il problema della rappresentazione del corpo è legato al tema della rappresentazione di Cristo. Si tratta di un nucleo di problema centrale nella nostra civiltà, non soltanto nella storia dell'arte e nella storia dell'immagine di cui siamo eredi (e vittime) , ma proprio nella nostra civiltà. Quando infatti Belting ci mostra l'immagine di un papa che bacia l'icona di Cristo e nell'immagine si vede il papa, si vedono alcuni suoi sodali e non si vede l'icona, ci mostra come un sistema di produzione di potere (la Chiesa Cattolica) sta usando un immagine per raggiungere un target di consenso, per coinvolgere fasce di popolazione nella adesione a una ideologia e a una fede. Si tratta dunque di un documento che ha a che fare con la storia dell'immagine (non con la storia dell'arte) ma anche con la costruzione del consenso e quindi con la nostra civiltà. Quando invece il libro indugia sull'esperienza di Pasolini nel suo film, dopo avere accennato a un altro film che ha per oggetto la figura di Cristo, quello di Mel Gibson, Belting ci racconta come, nella contemporaneità, ancora sia forte l'esigenza di tentare di rappresentare un tema del quale siamo intrisi. Di Pasolini Belting evoca il fatto che sia stato un discepolo di Roberto Longhi, il grande storico dell'arte italiano e che nel suo film egli abbia tentato di riprodurre la visione della pittura trasmessagli dal suo maestro. L'interesse di questa evocazione viene dal fatto che la rappresentazione sacra, nel corso della storia, ha abitato luoghi e significati diversi. Una pala, in chiesa, ha un significato liturgico, cioè è utile a trasmettere un messaggio politico (in questo caso un messaggio di fede). Può poi avere caratteristiche formali codificate, può essere considerata un'opera d'arte più o meno raffinata, piacevole, densa, rappresentativa di un periodo o di un canone stilistico. Ma il significato liturgico è fondante. Quando la pala esce dal luogo di culto e va in un museo, cambia il proprio stato e il proprio significato. È oggetto di un altro tipo di culto. Con il medium cinematografico Pasolini tenta, attraverso una strada soggettiva, di tradurre alcuni di questi elementi in altri codici, non soltanto gli elementi artistici ma anche quelli religiosi. A proposito della traduzione di senso quando una rappresentazione cambia sede, leggendo il libro di Belting viene facilmente in mente la serie di fotografie dell'artista tedesco Thomas Struth che si intitola Museum Photographs e che è dedicata proprio a questo nuovo culto: la fruizione dell'opera d'arte in uno spazio museale. Struth ha dedicato la sua analisi anche ad alcune chiese e monumenti, accentuando la forzatura: quello che fu un luogo di culto viene mostrato nella sua natura di museo e la fruizione del pubblico, incluso con rigore formale nell'opera fotografica, è una fruizione estetica. È significativo il fatto che il saggio critico che accompagna il libro Museum Photographs sia di Hans Belting. Si tratta dunque di un libro che affronta un nodo centrale della nostra civiltà, un nodo estremamente intricato che Belting certo non risolve, ma analizza, in modo altrettanto intricato. Una lettura impegnativa quanto interessante, costruita su passaggi difficili e su tanti racconti avvincenti e curiosi, come la vicenda della fotografia della Sindone, un aneddoto che insieme ci avvince con la trama e ci pone di fronte a difficili letture di senso su cosa sia una immagine senza autore, sulla relazione con il significato della rappresentazione fotografica, sulla relazione tra manifestazione e prova. Chiudiamo con Dürer. Anche in questo caso, il racconto è avvincente nel sostenere la tesi che l'artista, nell'Autoritratto del 1500 che sta alla Alte Pinakothek di Monaco, si sia rappresentato come Cristo non per superbia, ma per annullare la rappresentazione di sé nel tentativo di elaborare una immagine pura, l'immagine del Volto. La rappresentazione del volto è legata a quella del Volto divino, attraverso la mediazione della figura di Gesù e quindi è un modo di affrontare il tema della rappresentazione della realtà (cioè della Realtà). Eh sì, nella civiltà cristiana la realtà è indissolubilmente legata alla Realtà e la storia della nostra arte è intrisa di questo tema, con questo tema si misura e si confronta. O almeno così è stato finché è esistita una storia dell'arte.
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