..Una
nota su
Giovanni
Boccaccio
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a cura di Angela
Molteni
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.Giovanni Boccaccio
(1313-1375)
.Cronologia della vita e un
breve commento
biografico.
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1313
Giovanni Boccaccio
nasce a Firenze (o a Certaldo), figlio illegittimo di Boccaccio
(Boccaccino) di Chellino, mercante certaldese dipendente e poi
socio del Banco dei Bardi. È leggenda, che il Boccaccio stesso
cerco' di accreditare, quella della nascita a Parigi da una Jeanne
di sangue regale. Compì i primi studi sotto la guida di
Giovanni da Strada, padre del poeta Zanobi. |
1325-1328
È inviato dal
padre a fare pratica mercantile presso la succursale dei Bardi a
Napoli, dove questi banchieri erano tra i principali finanziatori
degli Angioini. Qui Boccaccio attende fiaccamente, oltre che ai
suoi impegni mercantili, agli studi di diritto canonico, mentre gli
si sviluppa rigogliosa la vocazione poetica, che trova incentivi
nel contatto con i dotti della Corte: Andalò del Negro, Paolo
da Perugia, Dionigi da Borgo San Sepolcro, Barbato da Sulmona,
Giovanni Barrili, il monaco Barlaam, che forse diede al Boccaccio i
primi rudimenti del greco.
Le prime opere
letterarie del Boccaccio sarebbero ispirate dall'amore, presto
deluso, per Maria d'Aquino, figlia illegittima del re Roberto
(probabilmente un'altra invenzione dello scrittore): le
Rime, la Caccia di Diana, il Filocolo (1336),
il Filostrato (1338?; o anteriore al Filocolo?), il
Teseida, terminato a Firenze (1340-1341). |
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1340
Ritorna a Firenze,
richiamato dal padre in seguito al fallimento dei Bardi. Qui scrive
il Ninfale d'Ameto (1341-1342), l'Amorosa visione
(1342-1343), l'Elegia di madonna Fiammetta (1343-1344),
piena di nostalgia per Napoli e per l'amore perduto, il Ninfale
fiesolano (1344-1346). |
| 1345-1346
È alla Corte
di Ostasio da Polenta a Ravenna.
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1347
Si trova al
servizio di Francesco degli Ordelaffi, signore di Forlì, col
cui segretario, Meletto Rossi, scambia corrispondenza a proposito
delle ultime vicende del Regno di Napoli.
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1348
A Firenze, dove è
tornato a stabilirsi, assiste alla tragedia della peste che
rievocherà all'inizio del Decameron. Negli anni
successivi, mentre amministra la modesta eredità paterna, si
dedica alla stesura del Decameron (1349-1351). Numerosi
incarichi diplomatici e onorifici per conto del Comune di Firenze:
ambasciatore in Romagna (1350); inviato a Ravenna per la consegna
di una sovvenzione a suor Beatrice, figlia di Dante Alighieri
(1350), e a Padova per restituire al Petrarca il patrimonio
familiare confiscatogli dal Comune, e per offrirgli una cattedra
del nuovo Studio; camerlengo del Comune (1351); rappresentante del
Comune nelle trattative con la Regina di Napoli per la cessione
della città di Prato, e in quelle con Ludovico di Baviera, nel
Tirolo, per averlo come alleato contro Giovanni Visconti;
ambasciatore presso il Papa ad Avignone (1354 e 1365) e, al termine
della cattività, a Viterbo e a Roma
(1367). |
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1359
Altro incontro col
Petrarca a Milano. |
1360
È autorizzato ad
avere cura d'anime in chiesa: da qualche anno aveva ricevuto gli
ordini minori. Difficile datare le opere successive al
Decameron, la cui compilazione fu spesso protratta e
alternata: il Corbaccio (circa 1355), la Genologia deorum
gentilium (1350-1375), il Buccolicum carmen
(1351-1366?), il De claris mulieribus (1360-1374?), il De
casibus virorum illustrium (1355- 1374?), il De montibus,
silvis, fontibus, lacubus, fluminibus, stagnis seu paludibus, de
nominibus maris (1355-1374?). |
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1362
Accetta l'invito a
sistemarsi di nuovo a Napoli, presso gli Angioini, rivoltogli da
Francesco Nelli, amico suo e del Gran siniscalco Niccolò
Acciaiuoli, ma incontra fredda accoglienza e riparte deluso.
Pertanto si stabilisce definitivamente a Certaldo, dove la sua
casa, frequentata da Salutati, da Villani, da Marsili, da Leonzio
Pilato, che insegnò il greco al Boccaccio, diventa un centro
di cultura umanistica.
Anche nel 1362 ha
luogo l'incontro col monaco Gioacchino Ciani, che per conto del
certosino Pietro Petroni, morto in odore di santità, gli
rinfaccia il contenuto licenzioso dei suoi scritti in volgare,
minacciandogli l'inferno qualora non si
ravveda. |
1363
È ospite del
Petrarca a Venezia. |
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1370-1371
Altri approcci, di
nuovo delusi, con la Corte di Napoli; dove lo ha invitato
Niccolò da Montefalcone. |
1373-1374
Accoglie l'invito a
commentare pubblicamente la Commedia di Dante nella chiesa
di Santo Stefano di Badia a Firenze. Queste letture, interrotte al
XVII dell'Inferno dalla cattiva salute e dalle critiche dei
letterati conservatori, ci sono tramandate nelle Esposizioni
sopra la Comedia, delle quali è ideale anticipazione la
Vita di Dante. |
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1375
Muore il 21 dicembre a
Certaldo, un anno e mezzo dopo l'amico Petrarca. Da molto tempo
soffriva di scabbia e di idropisia. |
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John William
Waterhouse, I racconti del "Decameron"
Breve commento
biografico
Nonostante
la sua opera più famosa rifletta un animo gaudente e
spensierato, Giovanni Boccaccio non ebbe una vita serena. Figlio
illegittimo di un componente la Compagnia dei Bardi, nacque nel
1313 a Firenze (o, forse, a Certaldo), dove morì il 21
dicembre 1375.
Trascorse l'infanzia nella casa del padre, a Firenze;
giovanissimo fu inviato a Napoli presso il Banco dei Bardi, che
amministrava le finanze della corte angioina; conclusasi
negativamente quell'esperienza, fu indotto dal padre ad affrontare
gli studi di diritto canonico prima di dedicarsi, come aveva sempre
desiderato, alle lettere sotto la guida delle menti più
brillanti di Napoli, che era allora il crocevia delle culture
italo-francese e arabo-bizantina. In questo scenario si dipanò
l'amore per Fiammetta, una delle figure di donna più
affascinanti della storia della letteratura, che illumina
direttamente o indirettamente tutte le opere del Boccaccio e che
egli seppe rendere immortale attraverso la sua
arte.
La crisi che colpì la Compagnia dei
Bardi costrinse il Boccaccio a rientrare a Firenze dove, nonostante
le difficoltà, non smise il suo impegno letterario. Dopo brevi
soggiorni a Ravenna e a Forlì tra il 1345 e il 1347, nel 1348
fu testimone della terribile epidemia di peste descritta
nell'introduzione al Decameron, l'opera che corona le sue
esperienze giovanili e costituisce una impareggiabile "summa" della
novellistica medievale.
Dopo la morte del padre, nel 1349, il Boccaccio dovette
occuparsi della famiglia. Gli venne in soccorso la fama letteraria
che ormai ne aveva elevato la considerazione presso i concittadini
e venne destinato a importanti incarichi: nel 1350 fu ambasciatore
in Romagna, nel 1351 camerlengo del Comune e, più volte,
ambasciatore presso i papi Innocenzo VI e Urbano
V.
Ma questi
incarichi onorifici non lo sottrassero alle misere condizioni a cui
lo aveva portato la rovina del Banco dei Bardi e, allettato dai
piacevoli ricordi degli anni giovanili e dall'amicizia con
Niccolò Acciaiuoli, personaggio di spicco della corte
angioina, tornò a Napoli nel 1362 e nel 1370 con la speranza
di trovarvi una sistemazione decorosa, ma deluso e amareggiato
dovette rientrare nella casa paterna di
Certaldo.
Affascinato dalla figura del Petrarca, lo avvicinò di
persona per la prima volta nel 1350 e da allora ebbe con lui
frequenti incontri e lunghissimi colloqui a Firenze, nella sua casa
a Padova, a Milano e a Venezia, e mantenne un intenso carteggio
epistolare, che continuò fino alla morte del poeta, avvenuta
il 19 luglio 1374, che lasciò nel suo cuore un vuoto
incolmabile.
L'amicizia
e l'affinità intellettuale con il Petrarca alimentarono
l'anelito umanistico del Boccaccio, primo fra i letterati del tempo
a orientarsi alla riscoperta dei grandi autori classici greci e
latini, che ne face il precursore del rinnovamento culturale del
Rinascimento.
L'incontenibile irrequietezza della gioventù lasciò
gradatamente posto al fervore letterario; Boccaccio ricevette gli
ordini minori e si dedicò con entusiasmo al culto di Dante
scrivendone la biografia: Trattatello in laude di
Dante.
Giovanni Boccaccio è, assieme a Dante Alighieri e
Francesco Peterarca, una delle tre "corone" della letteratura
italiana, anche se vi è chi sostiene che, se non avesse
scritto il Decameron, il Boccaccio sarebbe oggi considerato
un autore mediocre e le sue molte altre opere, in latino e in
volgare, (Filocolo, Filostrato, Teseida,
Ninfale fiesolano, De genealogia deorum gentilium,
De claris mulieribus, De casibus virorum illustrium
ecc.) non gli sarebbero valse se non un posto di secondo piano
nella storia della letteratura del
Trecento.
Scritto
presumibilmente tra il 1348 e il 1351, il Decameron
"... resta ancor oggi una delle più sincere, veritiere e
naturali espressioni dello spirito italiano. Nelle sue cento (o
centodue) novelle il Boccaccio (1313-1375) vide, come per una
rivelazione, le forze umane, senza interventi divini, operare nel
gioco delle loro leggi, e creare in quell'intrico e in quei viluppi
personalità ora perspicaci e ora sciocche, ora vigorose e ora
fiacche, ora piene di magnificenza e ora di meschinità, in
preda alle passioni, prima fra le quali l'amore: ma non quello
angelicato da Dante, né quello pendulo fra cielo e terra di
Petrarca, bensì l'amore di corpi giovani e vigorosi. (Giuseppe
Prezzolini)"
Comincia il libro chiamato Decameron cognominato
prencipe Galeotto, nel quale si contengono cento novelle, in diece
dì dette da sette donne e da tre giovani uomini." Inizia
così l'opera Giovanni Boccaccio, che ordina i racconti
all'interno di una elegante cornice.
Il Decameron si apre con un breve
proemio, con il quale si rende conto del contenuto del libro,
dedicato ad alleviare le pene d'amore. Nell'introduzione alla prima
giornata l'autore descrive con toni veristici la terribile
pestilenza che, espandendosi in tutta Europa, raggiunse e
devastò Firenze nel 1348 e l'incontro, nella chiesa di Santa
Maria Novella, di sette fanciulle e tre giovani che decidono di
isolarsi in una villa alla periferia di Firenze per sfuggire
all'epidemia.
Per rendere meno noioso lo scorrere del tempo, a ciascuno
viene affidato il compito di raccontare, giorno per giorno, una
novella attinente a un tema assegnato dalla "regina" o dal "re" che
governa la lieta compagnia in ciascuna delle dieci giornate. La
permanenza dell'allegra brigata nella villa si protrae in
realtà 14 giorni: inizia un mercoledì e, poichè il
novellare viene sospeso il venerdi e il sabato, comprende in totale
cento racconti. In questo periodo la vita della brigata scorre tra
passeggiate, conversazioni e partite a scacchi, descritte al
principio e alla fine di ciascuna giornata, che si conclude con una
canzone.
Al
Decameron per lungo tempo si è guardato prevalentemente
come a un capolavoro di arte narrativa, precursore e modello del
nuovo stile che tutti i prosatori italiani si affannavano a
imitare, come facevano i poeti con la lirica di Dante e Petrarca.
Più tardi, la critica rivalutò lo straordinario contenuto
di valori umani e la ricchezza artistica di questo monumento della
nostra letteratura e vi lesse l'espressione della trasformazione
sociale del tempo che vedeva il prevalere di nuovi valori borghesi
irridenti la corruzione della Chiesa e la decadenza del
feudalesimo. Il Decameron, attraverso lo spirito, la
cultura, le passioni di Giovannni Boccaccio, compendia e interpreta
i motivi dell'epoca medievale più tarda e anticipa quelli
dell'epoca umanistica.
"Ciò
che muove il mondo del Decameron non è Dio né la
scienza, ma è l'istinto e l'inclinazione naturale, vera e
violenta reazione contro il misticismo." (Francesco De
Sanctis).
"Esso esprime la calma solenne d'un occhio imperterrito, che
giudica nessuna follia estranea all'uomo. E infine contiene
l'ammaestramento a usare l'intelligenza contro la fortuna, a saper
cogliere l'occasione e a comportarsi audacemente, perché
è meglio correre dei rischi che affondar nell'inerzia. I suoi
ideali sono la conquista del benessere, la ricchezza, la
virilità amorosa; suo bersaglio comico è la vecchiaia
impotente, l'imbroglio ecclesiastico, la saccenteria, l'ipocrisia;
suo vangelo la verità dei sentimenti e dei sensi, la
magnificenza del comportamento, lo spirito che si fa beffa degli
sciocchi e dei tiranni. Con arte minuziosa e potente ha creato
personaggi di cui anche il nome è un'opera d'arte: Calandrino,
Guccio Imbratta, frate Cipolla, ser Ciappelletto. (Giuseppe
Prezzolini)"
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