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La saggistica Un mondo d'amore, di
Aurelio Grimaldi
"Un artista lo è anche quando scriva la lista della spesa", diceva, a proposito della stretta correlazione di Vita e Opera, una battuta del film Nerolio, in cui Aurelio Grimaldi raccontava, da sincero ammiratore e conoscitore, gli ultimi anni della vita di una dei poeti più eccezionali che nel Novecento l’Italia abbia avuto l’ onore di conoscere e la vergogna di non capire: Pier Paolo Pasolini, anima complessa e contraddittoria come solo i grandi artisti possono essere. Questa volta in Un mondo d’amore, presentato a vari festival internazionali (Toronto, Salonicco, Rotterdam), e in Italia all’Infinity festival, lo scrittore e regista catanese ripercorre con la macchina da presa un altro segmento della vita privata di Pasolini, la fase forse più cruciale della sua travagliata esistenza, che ha lasciato una profonda impronta in tutta la sua opera: vale a dire il trasferimento da Casarsa, il paese dell’adolescenza, a Roma. Era il 12 ottobre 1949 e una enorme tempesta, che lo avrebbe segnato sino alla morte (ben 32 processi in tutto), si abbatteva sull’allora ventisettenne Pasolini: accusato da qualche "voce di paese" di corruzioni di minori e atti osceni in luogo pubblico, viene espulso dal Partito Comunista per "indegnità politica e morale" e sospeso dall’insegnamento da tutte le scuole pubbliche. Avvolto improvvisamente da un alone profondo di vergogna e dalla risonanza che lo scandalo poteva scatenare nel Friuli dell’immediato dopoguerra, decide di partire con la madre, Susanna Colussi, figura fondamentale per il poeta. Entrambi prendono un treno per Roma con la speranza di un futuro migliore. Ma i primi tempi si rivelano durissimi: la madre viene assunta come serva presso una famiglia dell’alta borghesia romana, mentre il giovane Pasolini vive precariamente da disoccupato, ma nonostante tutto egli continua a sognare e si consola contemplando il "mondo d’amore" che raffiora nei corpi degli adolescenti del sottoploretariato romano, che corrono felici e spensierati, dinanzi ai suoi occhi, saltando come fringuelli, sprigionando tutta la loro naturale vitalità. È difficile, guardando il film, riuscire a non provare ancora "rabbia" per la sua sorte e per quell’indelebile dito moralista puntatogli contro per tutta la vita, a non sentire l’eterno fascino che i suoi film evocano e avvertirne sempre di più la mancanza a 28 anni dalla sua morte, in questi nostri barbari tempi moderni. Tuttavia dietro quest’impressione, che inevitabilmente può scaturire in ognuno di noi quando si tira in ballo Pasolini, in realtà si cela un film parzialmente convincente, che tra tutte le pellicole ispirate alla vita (e alla morte) del poeta, primo fra tutti il recente La Ragione di un sogno di Laura Betti, non è di certo la migliore. Dispiace vedere che da questo tentativo ne esca fuori alla fine un ritratto piuttosto scialbo e sbiadito dell’ artista, trattato non di rado con quella leggerezza sbrigativa e una superficialità che costituiscono i delitti più atroci da compiere qualora si ardisca avvicinarsi a una figura così delicata, profonda, contraddittoria e, per questo, non facilmente penetrabile come quella pasoliniana. Il film può essere diviso in tre parti, che narrano in maniera abbastanza fedele lo scoppio dello scandalo a Casarsa , il viaggio in treno e l’arrivo e l’inizio del periodo romano, in cui vengano rievocati alcuni dettagli forse poco noti, come l’iscrizione come comparsa da parte del disoccupato Pasolini a Cinecittà. Tuttavia il film si sfalda all’interno della sequenza cerniera del viaggio in treno, dove Grimaldi pare più interessato alle vicende di un Italietta post-bellica che viaggia sullo stesso scompartimento della madre e di Pier Paolo, composta di sposini calabresi, soldati napoletani e una vecchietta catanese, che tornano dal nord ai rispettivi paesi, piuttosto che indugiare magari sul momento delicato per i due protagonisti, in bilico tra la recente vergogna e il profilarsi di un futuro incerto e alquanto precario. Sempre in questa sequenza, è inserito il cosiddetto "Romanzo di Domenico", ovvero una lunga sequenza in cui è rappresentato un ipotetico romanzo, inventato dagli sceneggiatori, che Pasolini avrebbe avuto in testa, ma che lascia abbastanza perplessi. Come del resto anche l’interpretazione stessa di Pasolini, a cui presta voce, figura e gesti il giovane attore Arturo Paglia, il quale riesce ad ottenere una rara somiglianza fisica, ma appare come ingabbiato in una serie di espressioni atone che oscillano tra patetici accenni di sorrisi incerti e sguardi tremendamente persi nel vuoto, in una forma che sentiamo come distante e che ci sembra uno specchio deformante del vero Pasolini. Meglio i genitori del giovane Pier Paolo: mi riferisco a una "contenutissima" suo malgrado Guia Ielo, duttile interprete sia di parti comiche che drammatiche, e alla efficace caratterizzazione del padre ufficiale, di cui si coglie anche l’aspetto più "umano" e comprensibile, nella profonda solitudine e sofferenza che repentinamente lo viene ad assalire. Insomma,
un film non privo d’interesse, ma che forse può lasciar delusi i
più accaniti ed esigenti appassionati di Pasolini; consideriamolo
un omaggio al regista di Mamma Roma da una voce personale e a suo
modo originale che in un certo senso si discosta dall’anonimo coro di tanta
parte del nostro "resuscitato" cinema italiano.
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